POLITICA E AMBIENTE

La società moderna è l’unica sostenibile sul piano sociale e ambientale.
I temi dell’ambiente e dello sviluppo sono i più importanti del nostro tempo.
Questo sito ne propone un’analisi che rovescia molte convinzioni diffuse che hanno ispirato molte decisioni politiche sbagliate, con danni incalcolabili.
Parlando di sviluppo, il dato più importante da cui partire è la miseria assoluta di tutte le altre epoche, che è la nostra eredità ancestrale. Poi al centro del discorso c’è il nostro giudizio sulla società moderna, che non è la causa di ogni male come molti pensano, ma l’unico modello sostenibile sia sul piano sociale che ambientale mai comparso nella Storia.
La società moderna (rivoluzione scientifica e tecnologica, economia di mercato e libertà) è nata in Europa due secoli e mezzo fa, ha già liberato dalla povertà i paesi più sviluppati e oggi sta ottenendo lo stesso risultato nel resto del mondo.
Sono i dati dell’ONU a dirci che negli ultimi cinquant’anni tutti gli indicatori globali dello sviluppo hanno conosciuto uno straordinario miglioramento: demografia, reddito, speranza di vita, sopravvivenza alla nascita, accesso a istruzione, cure mediche, acqua potabile, elettricità ecc. Con la crescita economica moderna l’aspettativa di vita media mondiale è triplicata, passando da 24 a 75 anni e continua ad allungarsi.
Sono questi i dati che dimostrano che la società moderna è l’unica sostenibile sul piano sociale, perché essa è l’unica capace di sconfiggere la povertà e diminuire le disparità sociali infinite di tutte le altre epoche. Infatti la rivoluzione industriale, le macchine e i combustibili fossili hanno aumentato la produttività al punto che oggi l’economia riesce a soddisfare i bisogni primari dell’intera popolazione e non solo di una piccola minoranza privilegiata. Infine, contrariamente a quello che molti pensano, la società moderna è anche l’unica sostenibile sul piano ambientale.
Nel 1972 un libro intitolato “I limiti dello sviluppo” arrivava a conclusioni opposte perché partiva dal doppio presupposto di un aumento esponenziale, cioè senza limiti, sia della popolazione che dei consumi. Presupposti che però, già in quegli stessi anni Settanta, si erano dimostrati sbagliati.
Infatti all’epoca i paesi più sviluppati avevano già raggiunto o stavano raggiungendo la stabilità demografica, mentre negli emergenti i tassi di natalità erano già tutti in discesa. Da allora hanno continuato a diminuire e oggi stiamo raggiungendo l’equilibrio demografico anche su scala mondiale, tanto che è dalla metà degli anni Novanta che il numero di nuovi nati ha smesso di aumentare.
Ma anche la produzione dei beni materiali non aumenta all’infinito. Cominciamo dall’agricoltura. Durante la crescita che porta dalla povertà al benessere la popolazione tipicamente aumenta di 7 o 8 volte. È la transizione demografica. Inoltre aumentano di diverse volte anche i consumi di cibo procapite, sia in quantità che in qualità. Per esempio oggi mangiamo molta più carne, latte e latticini la cui produzione ha un impatto ambientale da 5 a 10 volte superiore rispetto ai vegetali. È come se la produzione del cibo sia aumentata di trenta o quaranta volte.
Ci si potrebbe aspettare un aumento simile dell’impatto ambientale. Invece, dato che le rese per ettaro sono aumentate ancora di più, la pressione sull’ambiente è addirittura diminuita.
Lo dimostra, tra gli altri, un paese come l’Italia. Proprio quando nel secondo dopoguerra abbiamo raggiunto i massimi livelli della popolazione e dei consumi, molto superiori a quelli di qualsiasi altra epoca, la superficie dei boschi è raddoppiata. E ai boschi bisogna aggiungere molte aree aperte in zone di montagna che oggi sono tenute a prato dagli erbivori selvatici. Sì, perché nel frattempo c’è stato anche il ritorno della fauna selvatica.
Però all’inizio, quando bisognava aumentare la produzione del cibo con tecniche agricole che erano ancora quelle tradizionali, aumentava anche l’impatto sull’ambiente. In un secondo tempo però la modernizzazione dell’agricoltura ha moltiplicato a tal punto le rese per ettaro da provocare l’abbandono dell’agricoltura di sussistenza e di molti terreni agricoli e da pascolo nelle zone di montagna.
Per quanto riguarda gli altri beni, la modalità di produzione industriale li ha aumentati ancora di più di quelli agricoli. Questo ha comportato un evidente aumento dell’impatto ambientale, che è il motivo per cui molti pensano che la società moderna non sia sostenibile.
Però questa crescita non dura all’infinito. Dura finché il mercato non viene saturato. Da quel momento la produzione a seconda dei casi si stabilizza, diminuisce oppure crolla. Questo è avvenuto nell’Italia degli anni Settanta. È molto diminuita la produzione di mobili, elettrodomestici, mezzi di trasporto ecc., mentre l’attività edilizia è crollata. E la capacità di spesa non più impiegata per acquistare dei beni materiali si è riversata sui servizi.
I servizi soddisfano dei bisogni meno fondamentali che spingono l’economia con meno forza (per questo è finito il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta). Inoltre dato che sono beni immateriali, la loro produzione ha un impatto ambientale molto minore.
Nello stesso tempo i servizi soddisfano dei bisogni più sofisticati che fanno fare alla società un altro salto di qualità. Ci sono innanzi tutto i servizi forniti dallo Stato: istruzione, sanità, sicurezza, viabilità ecc. Poi quelli offerti dai privati: informazione, turismo, ristorazione, viaggi, vacanze, servizi alla persona, servizi alle imprese ecc. In Italia e nei paesi più sviluppati i servizi sono aumentati al punto che oggi occupano i tre quarti dell’economia.
Inoltre col tempo aumenta l’efficienza con cui i vari beni vengono prodotti e quindi diminuisce in proporzione il consumo delle risorse naturali, che è quello che conta dal punto di vista ambientale. Infine tra i bisogni più sofisticati soddisfatti dall’economia dei servizi c’è anche quello di salvaguardare l’ambiente. E la società moderna è l’unica che ha l’interesse, la capacità e i mezzi per provvedere. Per tutti questi motivi essa è l’unica sostenibile anche sul piano ambientale.
Il temporaneo aumento della pressione sull’ambiente nella fase di crescita che porta dalla povertà al benessere deve essere considerato un’eredità del passato, cioè di società che erano in crescita demografica esponenziale, che producevano i loro beni in maniera inefficiente e nei quali i problemi di pura sopravvivenza avevano la precedenza su tutto il resto.
Per quanto riguarda i paesi emergenti, essi stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Dopo la forte crescita degli ultimi decenni, dimostrata anche dai dati dell’ONU, essi si trovano al punto in cui noi eravamo negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Pertanto, per arrivare dove siamo arrivati noi, essi dovranno crescere ancora, a seconda dei casi, per altri 10, 20 o 30 anni.
I paesi emergenti stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati anche per quanto riguarda l’urbanizzazione. In questo momento è in pieno svolgimento su scala globale l’esodo dalle campagne alle città che noi abbiamo conosciuto nella prima metà del dopoguerra. Anche qui con la conseguenza che i terreni abbandonati vengono ben presto riconquistati dalla foresta. Già adesso ci sono diversi milioni di chilometri quadrati di foreste tropicali secondarie ricresciute dopo l’abbandono delle attività agricole. E dovunque nel mondo vengono istituiti dei parchi naturali e sono in corso dei piani di rimboschimento.
Per esempio negli ultimi decenni la Cina e l’India hanno raddoppiato le loro superfici forestali. Ancora, quando tra qualche anno le auto elettriche avranno sostituito quelle di oggi, i consumi di materie prime e di energia subiranno un altro crollo.
Infine anche in questi paesi i beni materiali vengono a poco a poco sostituiti dai servizi la cui produzione ha un impatto ambientale molto minore. E, con l’eccezione di alcuni paesi tra cui l’Italia e la Germania, c’è un grande interesse in tutto il mondo per l’energia nucleare, che è a emissione zero. Per tutti questi motivi la previsione più ragionevole è che nei prossimi decenni il consumo di carbone e di petrolio subirà una forte diminuzione, non il forte aumento che qualcuno ha previsto.
Ma anche per il problema della produzione del cibo ci sono già adesso delle soluzioni per diminuire sempre di più l’impatto ambientale. Per esempio sarebbe sufficiente dire alla gente che per prevenire le malattie più diffuse bisognerebbe diminuire il consumo delle proteine animali (vedi l’articolo Alimentazione e salute. The China Study). A questo punto a cosa si ridurrebbe la pressione sull’ambiente di agricoltura e allevamento?
La società moderna è la più grande rivoluzione nella storia dell’umanità perché essa è l’unica capace di sconfiggere la povertà abissale di tutte le altre epoche. Però nell’Ottocento è nata un’ideologia che ha fatto la rivoluzione proprio contro la rivoluzione più importante della Storia e che inganna ancora oggi molte coscienze.


L’errore storico del marxismo.
Marx, pur essendo vissuto per molto tempo nell’Inghilterra che si stava industrializzando, non ha capito la crescita economica moderna. Forse perché nell’Ottocento la velocità di crescita dell’economia era più bassa di quella che abbiamo conosciuto dalla fine della II guerra mondiale in poi. Ma anche perché ai suoi tempi nessun paese si era anche solo avvicinato a soddisfare i bisogni primari dell’intera popolazione e a costruire un’economia di servizi.
Inoltre Marx ha conosciuto solo la miseria della città di Londra e non sapeva nulla di città come Manchester, Liverpool, Sheffield e molte altre dove stava avvenendo la rivoluzione industriale. Per esempio non ha capito che i contadini facevano la fila per farsi assumere nelle nuove fabbriche, nonostante le paghe basse e i pesanti turni di lavoro, perché almeno lì il lavoro aveva un orario, le paghe erano sicure e adesso erano delle persone libere e non dei servi sempre a disposizione di un padrone.
Marx si era convinto che l’economia di mercato, essendo libera, fosse una giungla senza regole ed è arrivato alla conclusione paradossale che il mercato e la libertà sono strumenti di oppressione inventati dai capitalisti per sfruttare gli operai. E per realizzare il suo modello ideale di società ha ideato i regimi di tipo sovietico che hanno abolito sia la libertà che il mercato. E così ha dato vita a dei mostri che hanno causato danni e catastrofi infinite dovunque e poi sono falliti.
In realtà le attività’di scambio, baratto e commercio sono profondamente radicate nella natura umana, perché lo scambio di beni tra tribù diverse è documentato da almeno 100 / 120 mila anni, ma probabilmente è molto più antico (vedi l’articolo: Lo scambio ci rende unici).
L’economia di mercato è libera perché le decisioni di comprare e vendere e di intraprendere delle attività economiche sono per loro natura libere. Ma il fatto che l’economia sia libera non significa che sia una giungla senza regole. Infatti il mercato, per funzionare, ha bisogno di regole. Così come ne ha bisogno tutta la società di cui l’economia è una componente importante.
Le regole e le leggi, scritte o non scritte, sono l’essenza stessa di una società; di qualsiasi società, comprese quelle animali. Le regole, che tutti devono rispettare, sono necessarie per perseguire l’interesse comune, cioè per assicurare agli individui che ne fanno parte dei benefici che da soli non potrebbero ottenere. E per quanto riguarda l’economia, le leggi e dei buoni sistemi amministrativi sono necessari per contrastare le speculazioni, i monopoli e le vere e proprie attività criminali che la soffocherebbero, come avveniva nei secoli e nei millenni passati.
Per esempio se non ci fosse il diritto di proprietà e se non fosse tutelato dallo Stato, non varrebbe la pena darsi da fare per produrre dei beni, perché verrebbero presto rubati. Infatti c’è sempre qualcuno disposto a fare il proprio interesse a danno di altri o della società nel suo insieme. Per questo sono necessarie anche delle sanzioni per chi le leggi non le rispetta.
La tentazione di disubbidire alle leggi è particolarmente forte quando ci sono dei bisogni fondamentali insoddisfatti, che è la situazione delle società poverissime del passato. Ma anche nella fase di crescita che porta dalla povertà al benessere, nonostante che le condizioni di vita stiano migliorando, ci sono ancora dei bisogni primari insoddisfatti. E dato che questi sono i più importanti, c’è sia l’interesse a spingere la crescita economica che a cercare delle scorciatoie violando le leggi. E questo vale non solo per le persone, ma anche per i governi. Infatti in questa fase spesso i governi non fanno nulla per contrastare la contraffazione dei marchi, la speculazione edilizia o per prevenire i danni all’ambiente. E questo avveniva anche nell’Italia del boom economico: i governi non facevano molto per contrastare la corruzione politica, il clientelismo, la speculazione edilizia e per prevenire diverse forme di inquinamento.
Però la fase di crescita che porta dalla povertà al benessere non dura all’infinito: dura finché i mercati dei beni materiali non vengono saturati. A questo punto le cose cambiano. La produzione di questi beni diminuisce per essere sostituita da quella dei servizi, come si è visto sopra. E dato che i bisogni soddisfatti dall’economia dei servizi sono meno pressanti, diminuisce la propensione a violare le leggi. Per questo oggi il numero degli omicidi è decine di volte più basso che nei secoli passati.
Più che mai la società matura e terziarizzata in cui viviamo oggi non è una giungla senza legge, anche se c’è sempre qualcuno disposto a fare delle speculazioni per arricchirsi e ad escogitare sempre nuovi trucchi per aggirarle le leggi, che per questo devono essere ogni tanto aggiornate perché non perdano la loro efficacia.


La politica della de carbonizzazione e delle energie alternative.
Eppure, nonostante il fallimento dei regimi di tipo sovietico e il successo della società moderna, molte forze politiche si ispirano ancora all’ideologia marxista. Dopo la fine del comunismo in Russia, mentre quasi tutto il mondo aveva capito qual’era la strada per sconfiggere la povertà, le sinistre marxiste dei paesi occidentali hanno continuato la guerra contro la società “capitalista” come se non fosse successo nulla. Anzi, hanno deciso di intensificarla prendendo a pretesto i temi ambientali e lanciando degli allarmi infondati sul clima per imporre la folle politica delle energie “alternative”, studiata apposta per fare il massimo danno all’economia.
Per questo i marxisti sono diventati ambientalisti, perché hanno capito che sfruttando i sentimenti pro ambiente della gente (merito della società moderna) potevano fare gravi danni all’economia (moderna). Si sono anche inventati gli allarmi sul clima per convincere l’opinione pubblica che bisogna diminuire le emissioni di anidride carbonica per evitare un drammatico surriscaldamento del pianeta e che bisogna farlo con delle fonti di energia “naturali”. E sono riusciti ad imporre la politica assurda della de carbonizzazione e delle “energie alternative”. Nello stesso tempo hanno ostacolato o bloccato tutte le fonti di energia affidabili a partire dall’energia nucleare, che è l’unica che può sostituire i combustibili fossili.
L’energia deve essere prodotta quando serve e in una forma affidabile, non in maniera casuale e intermittente. Inoltre, dato che gli impianti eolici e fotovoltaici hanno una bassa densità energetica, hanno bisogno di 300 volte più materiali delle centrali elettriche convenzionali e “consumano” grandi superfici di territorio, che è la nostra risorsa ambientale più preziosa. Infine questi impianti durano solo 25 anni, sono fatti con materiali la cui produzione comporta un grande impatto ambientale, sono difficili da smaltire e devono essere importati dalla Cina.
Negli ultimi vent’anni l’assurda politica energetica dell’eolico e del fotovoltaico ha impoverito il nostro Paese di almeno 600 / 700 miliardi, ha deturpato il paesaggio di intere regioni, ha moltiplicato il costo dell’energia e ha mantenuto alta la nostra dipendenza dalle importazioni. Inoltre questo è ancora nulla rispetto a quello che dovremo spendere da qui alla fine del secolo secondo l’Accordo di Parigi (vedi l’ultimo paragrafo dell’articolo Era carbonifera).
Inoltre, dato che queste fonti di energia aleatorie economicamente non stanno in piedi, è stato necessario creare un pezzo di economia statalizzata di tipo sovietico. Da ogni punto di vista la politica energetica di questi anni è completamente folle!
Qualche anno fa la Germania ha chiuso le sue 19 centrali nucleari, ha speso 600 miliardi in impianti eolici e fotovoltaici, ma poi ha dovuto importare grandi quantità di gas naturale dalla Russia e dopo che è iniziata la guerra contro l’Ucraina ha sostituito il gas russo con il carbone. Se lo scopo fosse stato quello di diminuire le emissioni di anidride carbonica la Germania avrebbe dovuto triplicare le sue centrali nucleari, non chiudere quelle che aveva!
A sua volta l’Italia ha speso circa 300 miliardi (di qualche anno fa) per eolico e fotovoltaico e ha chiuso a più riprese i suoi impianti di estrazione del gas, per poi importarlo a prezzi altissimi sempre dalla Russia!
Questo ambientalismo ideologico ha fatto danni ancora maggiori nei paesi più poveri del mondo. La pretesa assurda è che essi possano saltare l’industrializzazione e le grandi produzioni di energia, per ricorrere da subito a un’economia “verde” e a fonti di energia “naturali” come eolico e fotovoltaico.
Per attuare questo programma, il cui vero scopo è impedire ai paesi poveri di diventare “capitalisti”, l’ONU e le massime istituzioni internazionali hanno tagliato i finanziamenti alle infrastrutture di cui essi hanno un disperato bisogno per la loro crescita!
In questo momento il 15% della popolazione mondiale vive nei paesi più sviluppati. Un altro 75% ha già innestato la marcia della crescita e sta uscendo velocemente dalla povertà. La più grande area di povertà che rimane è l’Africa centrale e occidentale. Alcune dighe sugli affluenti del fiume Congo, che si ripagherebbero da sole con l’energia elettrica prodotta, creerebbero le condizioni per lo sviluppo anche in questa regione. Inoltre esse sostituirebbero la legna da ardere, che oggi è quasi l’unica fonte di energia, alleggerendo così l’impatto ambientale. Ma questo progetto è bloccato dalle idee anti sviluppo (vedi il capitolo “Energia negata” nel libro “L’APOCALISSE PUO’ ATTENDERE” di M. Shellenberger).
Le politiche anti sviluppo dell’Europa e dell’Occidente sono un’altra vera e propria follia, che va ad aggiungersi alla politica energetica contraria alle fonti di energia pulite e affidabili e che ha sperperato immense risorse nelle inutili energie alternative.
Con le loro idee anti sviluppo l’Europa e l’America stanno facendo di tutto per impedire l’uscita dalla povertà dei paesi più poveri mentre, paradosso della Storia, a sostenerne lo sviluppo è la Cina con la sua politica delle “nuove vie della seta”.
La politica della de carbonizzazione e delle energie alternative è ancora più assurda perché i dati scientifici dimostrano che è il sole la causa principale che influenza il clima terrestre, non l’anidride carbonica (vedi i primi due paragrafi dell’articolo Era carbonifera). Per di più l’anidride carbonica non è un veleno da eliminare a qualsiasi costo, ma il principale fertilizzante delle piante!


Abbandonare l’ideologia marxista.
Marx non ha capito che la società moderna è l’unica capace di sconfiggere la miseria assoluta di tutte le altre epoche, la principale ingiustizia sociale. Forse perché ai suoi tempi la crescita economica era ancora piuttosto lenta. Però adesso è impossibile non vedere la crescita travolgente dei paesi emergenti e l’alto livello di benessere raggiunto da quelli più sviluppati.
Inoltre Marx non ha capito che l’economia di mercato, per funzionare, ha bisogno di buone leggi e di buoni sistemi amministrativi per applicarle e farle rispettare.
Ma se le sue idee erano assurde già nell’Ottocento, lo sono ancora di più oggi perché viviamo in una società che ha già soddisfatto i suoi bisogni fondamentali e nella quale la propensione a violare le leggi è molto diminuita.
Eppure, nonostante l’evidenza che l’economia di mercato non sia una giungla, nei paesi occidentali l’ideologia marxista ispira ancora metà delle forze politiche, che stanno continuando la loro guerra contro la società “capitalista” come se ci fosse ancora l’Unione sovietica.
Per questo è necessario mettere in discussione i presupposti ideologici del marxismo. Tutti, sia a destra che a sinistra, dovremmo renderci conto che l’economia moderna è l’unica strada per migliorare sempre di più la nostra società. E per quanto riguarda i paesi emergenti, il loro sviluppo va sostenuto e non ostacolato, non solo per ragioni umanitarie ma anche perché solo lo sviluppo può garantire prosperità, pace e sicurezza.
Poi è necessario cambiare la politica energetica. Bisogna abbandonare la follia della de carbonizzazione e delle energie alternative, per non continuare a distruggere inutilmente delle risorse economiche. Poi bisogna diminuire il fabbisogno di energia, per esempio puntando sulle auto elettriche che abbattono i consumi del 90 %. Infine dovremmo scegliere l’energia nucleare, che è pulita, sicura ed economica e anche l’unica che può sostituire i combustibili fossili.
Il rifiuto della più grande rivoluzione della Storia era già incomprensibile nell’Ottocento. Ma oggi lo è ancora di più perché il successo della società moderna è sotto gli occhi di tutti. Infatti non c’è mai stato nei secoli e nei millenni passati un periodo come gli ultimi cinquant’anni in cui così tanta gente, sia in assoluto che in percentuale, ha migliorato e di così tanto la propria condizione di vita.
Ma la società moderna è l’unica sostenibile anche sul piano ambientale. Per questo l’analisi proposta da questo sito è importante. Essa è necessaria per contrastare la disinformazione e per convincere l’opinione pubblica e le forze politiche, sia di destra che di sinistra, ad abbandonare le idee anti storiche che hanno ispirato molte decisioni politiche recenti, e ad affrontare finalmente i principali problemi di oggi sia dello sviluppo che della sostenibilità ambientale, perché le soluzioni ci sono e sono alla nostra portata.





ALCUNI LIBRI RICCHI DI DATI


FACTFULNESS – dieci ragioni per cui non capiamo il mondo e perché le cose vanno meglio di come pensiamo di Hans Rosling


Quali strumenti possiamo lasciare ai nostri figli per interpretare il mondo in perenne mutamento in cui viviamo? Come possiamo far fronte alla valanga quotidiana di notizie deprimenti che ci arriva dai media, dai social e dalla politica? Perché prestiamo più attenzione alle notizie negative, quelle che ci danno l’impressione che tutto stia lentamente, ma inesorabilmente, andando a rotoli? Di quali irragionevoli pregiudizi è vittima il nostro pensiero?
Attraverso un attento studio dei dati, che sono quelli dell’ONU semplicemente trasformati in grafici di facile lettura, Hans Rosling dimostra che le cose non stanno andando così male e che, anzi, siamo di fronte a un radicale miglioramento.
Per capirlo dobbiamo però imparare a guardare ai fatti con curiosità, a metterli in prospettiva e a saperci stupire: basta guardare alla vita dei nostri nonni per accorgerci degli enormi passi avanti che stiamo facendo, in ogni campo. Per esempio, non ha più senso parlare di “mondo occidentale” e “mondo in via di sviluppo”, aumentando il baratro tra noi e il resto del pianeta, quando ormai quasi tutti i Paesi stanno raggiungendo lo stesso livello di istruzione, di opportunità e di crescita.
Abbiamo tutti la possibilità di usare la forza dei fatti a nostro vantaggio, per capire e non lasciarci accecare dalla rabbia, dall’ignoranza, dalle semplificazioni. Grazie anche a storie ed esempi di una chiarezza disarmante, Rosling ci sprona a essere curiosi, ma non si limita a fare domande, ci risponde avvalendosi della verità dei fatti.
(dal risvolto di copertina)

L’APOCALISSE PUO’ ATTENDERE – errori e falsi allarmi dell’ecologismo radicale
di Michael Shellenberger.


La fine del nostro pianeta è imminente”. “A causa del cambiamento climatico miliardi di persone moriranno”. Siamo continuamente bombardati da messaggi di questo tipo: ma la situazione è davvero così tragica?
Consulente di enti scientifici e di vari governi, profondo conoscitore dell’attivismo ambientalista, Michael Shellenberger, dall’adesione ideologica alla lotta contro il cambiamento climatico, è passato a sostenere un approccio pragmatico ai problemi dell’ambiente. Dati alla mano, oggi smaschera la disinformazione colpevole di rendere impossibile ogni discussione su uno sfruttamento più intelligente delle risorse naturali che non implichi “decrescite felici” o “sviluppo sostenibile”. Dalle catastrofi nucleari agli incendi in Amazzonia, dalla caccia alle balene al vegetarianesimo, dall’inquinamento degli allevamenti intensivi alla presunta rivoluzione dell’energia solare, l’autore analizza errori e orrori della nuova religione ecologista, ponendo non poche domande: se progresso ambientale, energetico ed economico sono facce di uno stesso processo, come affrontare i problemi senza precludere ai paesi in via di sviluppo le stesse opportunità di cui hanno goduto in altri tempi Europa e Stati Uniti? Questo fermento ambientalista potrebbe essere la manifestazione del bisogno di trovare una causa a cui aggrapparsi per dare un senso al mondo che ci appare sempre più dominato dal caos?
Dal Congo al Sud America, Shellenberger incontra e si confronta con chi vive in prima persona le conseguenze delle politiche orientate alla lotta al cambiamento climatico, rendendo evidenti gli errori di quanti, di fronte a sfide epocali, pretendono di offrire soluzioni semplicistiche a questioni complesse.
(dal risvolto di copertina)


FALSO ALLARME – Perché il catastrofismo climatico ci rende più poveri e non aiuta il pianeta di Bjorn Lomborg.


Viviamo nell’epoca della eco-ansia. Politici, attivisti e media diffondono un messaggio comune: il cambiamento climatico sta distruggendo il pianeta e dobbiamo prendere subito provvedimenti drastici per fermarlo, altrimenti sarà la catastrofe. In preda al panico, i leader mondiali si sono impegnati in politiche estremamente costose ma inefficaci, senza considerare le conseguenze indesiderate a livello economico e sociale, soprattutto per i paesi più poveri. E’ la tesi di Bjorn Lomborg – presidente del Copenhagen Consensus Center e “ambientalista scettico”, indicato da The Guardian come “una delle 50 persone che potrebbero salvare il pianeta”-, secondo il quale il cambiamento climatico è un problema molto serio ma non è la minaccia apocalittica che ci viene raccontata. In Falso Allarme, basandosi su una rigorosa analisi dei dati scientifici ed economici, Lomborg riporta alla razionalità il dibattito sull’emergenza climatica, sempre più polarizzato tra catastrofismo e negazionismo, dimostrando in modo convincente che gran parte di ciò che pensiamo al riguardo è sbagliato: le previsioni allarmistiche sull’imminente fine della Terra travisano la scienza e conducono a po9litiche che non risolvono il problema ma causano più danni che vantaggi, aumentando povertà e disuguaglianze. Che fare dunque? Per Lomborg occorre valutare le politiche per il clima nello stesso modo cin cui valutiamo ogni altra politica, in termini di costi e benefici. E in questo libro propone soluzioni più intelligenti e ragionevoli per affrontare la crisi climatica e rendere il mondo un posto decisamente migliore, anche se leggermente più caldo.
(dal risvolto di copertina)


Nota di commento
Bjorn Lomborg ha calcolato i costi astronomici dell’Accordo di Parigi e li ha confrontati con i benefici quasi invisibili in termini di diminuzione della temperatura globale.
Si è anche accorto che l’anidride carbonica non è un veleno da eliminare a qualsiasi costo, ma il principale fertilizzante delle piante. Infine nel libro Falso Allarme ha denunciato l’assurdità della politica della decarbonizzazne, che per di più dovrebbe essere attuata con le inadatte energie alternative. E per dire queste cose è dovuto andare molto controcorrente, cosa che dimostra la sua onestà intellettuale.
Ma questo studioso parte dagli stessi presupposti dell’IPCC, il principale dei quali pretende che l’anidride carbonica sia la causa del riscaldamento globale. Ma nei dati storici non c’è mai alcuna relazione tra il livello di questo gas e la temperatura globale (vedi all’indirizzo http://www.sec.gov/comments/s7-10-22/s71022-20132171-302668.pdf il testo dell’intervento pubblico del 17 giugno 2022 di William Happer e Richard Lindzen, riassunto nell’Appendice di pag. 89 del libro “La grande bugia verde” di Nicola Porro).
Invece è il sole la causa più probabile che determina il clima terrestre con la sua attività magnetica, che è osservabile attraverso le macchie solari, e questa volta i dati storici sembrano confermarlo. E dato che negli ultimi due cicli il numero delle macchie solari si è dimezzato, adesso dobbiamo aspettarci la fine di questa fase calda (vedi il paragrafo “Le macchie solari e la radiazione cosmica nell’articolo Reimpostare la discussione sul clima).
Infine 1900 scienziati hanno firmato un comunicato molto critico nei confronti degli allarmi sul clima che si può leggere all’indirizzo: World Climate Declaration There is no climate emergency.
L’autore di Falso Allarme dovrebbe fare quindi un altro passo avanti e riconoscere che l’anidride carbonica non influenza più di tanto il clima terrestre, cosa che farebbe crollare tutto il castello di carte dell’allarmismo climatico.




LA GRANDE BUGIA VERDE – Gli scienziati smontano, con dati reali, i dogmi dell’allarmismo climatico di Nicola Porro - Edizioni Liberilibri


I ghiacci artici si stanno riducendo? Falso. Il numero dei morti a causa dei disastri naturali è in crescita? Falso. I dati indicano un aumento dei fenomeni estremi? Falso. Le previsioni annunciano una qualche catastrofe planetaria nel prossimo futuro? Falso. Alla base di queste idee errate, e molto diffuse, vi è un utilizzo arbitrario e strumentale della scienza da parte della propaganda green, che punta il dito contro l’uomo occidentale e il suo modello di sviluppo, presunti colpevoli del cambiamento climatico.
Nicola Porro raccoglie le ricerche di alcuni autorevoli specialisti (fisici, geologi, climatologi, meteorologi ma anche economisti e ingegneri) mostrando che non c’è alcun unanimismo tra gli esperti attorno al cambiamento climatico, soprattutto sul ruolo e sull’influenza dell’uomo.
Da protagonista della comunicazione, l’autore sottolinea che la questione è ormai passata nelle mani dei media rendendo impossibile combattere, con metodo scientifico, una narrazione che si è imposta da un lato come una sorta di fede ecologista, e dall’altro come il maggiore interesse economico e politico del nostro tempo: il green.
Questo libro era atteso perché dà finalmente voce a quegli scienziati, e ai loro studi, troppo spesso silenziati in un dibattito pubblico dominato da un’opinione unica che, invece di ragionare sui dati, pretende un consenso totale che ha a che fare più con i dogmi religiosi che non con la realtà dei fatti.
(dal risvolto di copertina)