Lo scambio ci rende unici
Perché siamo diversi?
Cos’è che ci rende umani, così diversi da tutti gli altri animali?
Tutte le specie presenti in natura hanno delle differenze che le distinguono dalle altre. Ogni specie quindi è unica, ed è separata da quelle più vicine anche da milioni di anni di evoluzione. Pertanto il fatto che noi umani abbiamo delle particolarità che ci differenziano dalle scimmie, i nostri parenti più prossimi, non è in sé sorprendente.
Ma noi siamo speciali, unici nel mondo della natura, perché abbiamo delle capacità che ci rendono davvero superiori a tutte le altre specie viventi. Siamo speciali perché solo noi abbiamo un vero e proprio linguaggio, cioè la capacità di manipolare dei concetti astratti, cioè delle parole, con le regole della grammatica e della sintassi, e poi di combinarli tra loro in infiniti modi. Possiamo fare dei discorsi complessi e descrivere il mondo che ci circonda per farlo conoscere ai nostri simili. Una capacità che nessun’altro animale ha, nemmeno in forma parziale.
Inoltre da quando siamo diventati bipedi più di sei milioni di anni fa non usiamo più gli arti anteriori per spostarci (come gli animali a quattro zampe), ma solo per manipolare degli oggetti. E anche in questa attività siamo diventati così abili da non temere confronti (vedi l’articolo: Perché gli esseri umani sono diversi).
Per esempio gli scimpanzé, come tutte le altre scimmie, sono capaci di staccare dagli alberi i frutti di cui si nutrono, ma continuano ad usare gli arti anteriori per i compiti della locomozione, sia sugli alberi che a terra. Sono anche capaci di fabbricarsi dei semplici utensili: prendono un rametto sottile, lo liberano dalle foglie, lo rompono alla giusta lunghezza e poi lo inseriscono in un termitaio per estrarre gli insetti. È poco, ma è anche molto, perché sono pochi gli animali capaci di fabbricare degli strumenti. Ma anche così sono ancora molto lontani dal diventare dei meccanici di biciclette!
Però se noi umani abbiamo inventato molte sofisticate tecnologie e dominiamo il pianeta, non è solo per la nostra straordinaria abilità nel manipolare degli oggetti e delle parole, ma anche perché abbiamo superato i confini delle piccole società naturali per costruire delle società molto più grandi: le civiltà. E oggi, dopo quasi 10.000 anni di storia, stiamo superando anche le barriere fra gli stati per costruire un’unica società globale.
Ma come abbiamo fatto ad uscire dai confini delle piccole società naturali in cui anche noi eravamo rinchiusi? Grazie alla capacità, anche questa unica, di scambiare degli oggetti con i nostri simili. Una capacità che è forse la conseguenza della nostra grande abilità nel fabbricare degli oggetti e degli strumenti, e anche di inventarne di nuovi.
Come le scimmie anche noi siamo animali sociali e per moltissimo tempo siamo vissuti all’interno di società di poche decine o centinaia di individui.
Una società è tale perché i soggetti che la compongono intrattengono tra di loro dei rapporti pacifici e collaborativi, che superano gli istinti egoistici. Ma le società naturali sono tanto pacifiche al loro interno quanto conflittuali verso l’esterno.
Per esempio gli etologi che studiavano gli scimpanzé allo stato di natura e che erano rimasti affascinati dalla loro ricca e complessa vita sociale, per molti aspetti simile alla nostra, ci hanno messo un po’ di tempo per accorgersi che i rapporti con i gruppi confinanti non erano altrettanto cordiali. Con loro grande sconcerto hanno scoperto che ogni tanto, ma regolarmente, gruppi di quattro o cinque scimpanzé pattugliano i confini del proprio territorio e, quando si imbattono in individui di un gruppo confinante, li aggrediscono e se possono li uccidono.
Gli etologi ci erano rimasti male perché si erano fatti un’opinione troppo umana dei nostri parenti più prossimi. Ma, a pensarci bene, era quello che avrebbero dovuto aspettarsi.
Tutti gli animali hanno tassi di natalità che li spingono a crescere in maniera esponenziale. E questo vale anche per gli animali sociali, che tendono ad espandersi a danno dei gruppi confinanti. Pertanto nelle regioni di confine tra un territorio e l’altro si creano delle tensioni che si traducono in uno stato di conflittualità permanente.
Gli esseri umani vissuti nella vicina e lontana preistoria non facevano eccezione. Di nuovo gli antropologi che studiavano le ultime popolazioni primitive ci hanno messo del tempo per accorgersi che tutte le società di cacciatori raccoglitori, dagli esquimesi ai boscimani, si trovavano in uno stato di guerra permanente con i loro vicini. E, come per gli scimpanzé, questa conflittualità si traduceva in scontri e scaramucce, con relative vittime. Di diverso c’è che le scimmie, essendo quasi del tutto vegetariane, si limitano ad uccidere i loro nemici, mentre i nostri antenati preistorici, essendo onnivori, dopo avere ucciso i loro nemici spesso li arrostivano e li mangiavano. Anche qui c’è voluto un bel po’ di tempo perché gli antropologi, riluttanti, accettassero la cruda (o cotta!) realtà. Ma ci sono prove inoppugnabili che dimostrano che fin dalla lontana preistoria il cannibalismo era una pratica diffusa.
Le prove più antiche di cannibalismo risalgono a 800.000 anni fa e provengono dal sito della Gran Dolina, vicino a Burgos in Spagna. E se non ce ne sono di più vecchie è probabilmente perché, più si va indietro nel tempo, più i resti fossili dei nostri antenati diventano rari e mal ridotti. Invece man mano che ci avviciniamo al tempo presente le prove si fanno più numerose, fino ad arrivare ai “moderni” cannibali documentati dagli antropologi in diverse parti del mondo.
Quindi anche la specie Homo sapiens allo stato di natura non faceva eccezione: anche noi eravamo rinchiusi all’interno dei confini della tribù e in perenne conflitto con i nostri vicini. Ma ad un certo punto abbiamo cominciato a superare questi confini, che col tempo sono diventati sempre più permeabili, fino a scomparire del tutto nella società di oggi. E il superamento dei confini della tribù è avvenuto grazie allo scambio, al baratto e al commercio.
Per molto tempo gli scambi avvenivano solo tra individui che facevano parte della stessa tribù. Nelle società di cacciatori raccoglitori le donne raccoglievano i vegetali, che costituivano la base dell’alimentazione, e gli uomini praticavano la caccia. Poi condividevano il frutto del loro lavoro. Ecco una prima forma di scambio che non ha riscontro in natura. Lo scambio del cibo tra uomini e donne, e gli altri scambi che si possono immaginare all’interno del gruppo, forse erano stati facilitati dall’uso del fuoco per cuocere i cibi.
Accendere un fuoco richiede un po’ di tempo, ma una volta acceso è facile da condividere. Anche la cottura del cibo richiede del tempo, ma poi il cibo, più nutriente, viene consumato comunitariamente. E anche questo fattore può avere favorito la condivisione.
A sostegno dell’ipotesi che le prime forme di scambio devono essere molto antiche, sta la constatazione che anche i bambini piccolissimi scambiano volentieri un oggetto con un altro. Una capacità assente in tutte le altre specie di scimmie. Per esempio a volte dei cuccioli di scimpanzé e di orangutan sono stati allevati insieme a dei neonati umani per capire se, educandoli fin dalla nascita, possono imparare pronunciare qualche parola o a scambiare degli oggetti. E il risultato è chiaro: nessun’altra scimmia è disposta a rinunciare a qualcosa che possiede in cambio di qualcos’altro, così come nessun’altra scimmia possiede l’istinto del linguaggio, nemmeno in forma parziale.
Non è possibile sapere quando sono comparsi gli scambi all’interno dei gruppi sociali naturali. Mentre gli scambi di oggetti tra tribù diverse, documentati dall’archeologia, sono vecchi di almeno 100.000 / 120.000 anni. Risalgono infatti a quest’epoca delle conchiglie forate rinvenute in un sito dell’Africa distante 200 chilometri dal mare. Queste conchiglie, per arrivare così lontano dalla spiaggia in cui furono raccolte, devono essere state scambiate più volte tra tribù confinanti, e dimostrano che lo scambio non solo esisteva fin da allora, ma che era già largamente praticato.
Lo scambio di beni tra tribù diverse è documentato anche presso i Neanderthal. E dato che è improbabile che una caratteristica così particolare sia comparsa più di una volta nell’evoluzione, essa deve essere più antica del momento in cui le linee evolutive dei Sapiens e dei Neanderthal si sono separate. Cioè più antica di 800 mila anni. Infine nelle ultime decine di migliaia di anni si assiste ad una crescita costante sia della quantità degli oggetti scambiati sia della varietà dei prodotti della cultura materiale: strumenti di pietra scheggiata sempre più variegati e sofisticati, oggetti di osso e di corno, e poi arpioni, archi e frecce, ami, reti da pesca, bastoni da getto ecc.
Gli scambi sono stati il motore della crescita che ha prodotto le civiltà.
Il baratto, come le prime forme di scambio all’interno del gruppo di appartenenza, è tutt’uno con la specializzazione. Chi pratica un’attività economica tende a specializzarsi per diventare sempre più abile o veloce nel fabbricare quel particolar oggetto, e poi lo scambia con qualcos’altro, spesso prodotto da altri specialisti. Così tutti ottengono di più con meno lavoro. Inoltre con il baratto essi riescono a procurarsi delle cose che non avrebbero potuto ottenere in nessun altro modo. Per esempio l’avorio, l’ocra, l’ambra e l’ossidiana, che si possono trovare solo in certi luoghi e non in altri.
La diffusione degli scambi, però, ha anche un'altra importante conseguenza: costringe chi li pratica a sospendere lo stato di conflittualità permanente. Per poter esercitare questa primitiva forma di commercio tra tribù diverse, le ostilità devono essere sospese. Inoltre è necessario che si instauri un rapporto di fiducia reciproca, che ben presto tende ad andare oltre la temporanea sospensione delle ostilità. Poi dalla fiducia si passa facilmente all’amicizia, all’alleanza e alle relazioni di parentela.
I rapporti sociali tra individui appartenenti a tribù diverse promuovevano anche la circolazione delle idee, con un processo di reciproca acculturazione.
Quindi gli scambi hanno delle conseguenze che vanno al di là dell’aspetto puramente economico. All’origine di tutto c’è la convenienza economica; ma poi gli scambi impongono alle tribù, e in un secondo tempo agli stati, di instaurare tra di loro delle relazioni pacifiche. E quello che prima era una temporanea sospensione delle ostilità, col tempo diventa la regola, mentre i conflitti e le guerre diventano l’eccezione.
C’è però un elemento da tenere sempre presente e che condiziona anche i rapporti tra le tribù e gli stati, ed è il fattore demografico. Come si è visto sopra, tutte le specie in natura hanno un certo potenziale di crescita demografica. Esso è il motore di una competizione per le risorse dalla quale emergono i vincitori, che riescono a riprodursi, e i perdenti che si estinguono. Gli esseri umani non facevano eccezione. La pressione demografica si traduceva in malattie, incidenti e carestie, ma anche in uno stato di conflittualità permanente con i propri vicini che, in proporzione alla popolazione, mieteva molte più vittime delle guerre del secolo scorso.
Anche nella lontana preistoria la speranza di vita doveva essere molto bassa, forse intorno ai 25 anni. Ma poi, con lo sviluppo degli scambi e delle tecnologie, si è allungata forse fino a circa 35 anni. Nello stesso tempo anche la popolazione aumentava. E la pressione demografica ha spinto i sapiens moderni, comparsi in Africa 300.000 anni fa, a espandersi fuori dal continente fin da 120.000 anni fa, prima in Asia e poi 45.000 anni fa in Europa, dove hanno causato l’estinzione dei Neanderthal.
Infine, dopo la fine dell’ultima glaciazione, sono comparse in diverse parti del mondo le prime forme di agricoltura, le prime città e le prime civiltà. Così, grazie allo scambio, al baratto e al commercio, l’umanità è passata dalle società naturali alle civiltà e dalla preistoria alla storia.
Il fattore demografico.
I primi agricoltori sono comparsi in Medio Oriente otto o novemila anni fa, e da lì si sono irradiati nelle regioni circostanti. L’agricoltura ha comportato l’abbandono della vita nomade per quella stanziale, con importanti conseguenze di carattere demografico. Infatti il numero di figli per donna è quasi raddoppiato, passando da 5 / 6 a 8 / 10.
Nelle popolazioni nomadi l’allattamento dura tre o quattro anni e per tutto questo tempo il bambino deve essere trasportato dalla madre nei suoi spostamenti quotidiani alla ricerca del cibo e durante i più lunghi trasferimenti da un sito di insediamento all’altro. L’allattamento non impedisce del tutto alle donne di rimanere incinte, ma dato che non potevano portarsi dietro e allattare due bambini contemporaneamente, se ne nasceva un secondo veniva esposto. Questo limitava il numero massimo di figli che una donna poteva allevare.
Questa limitazione venne meno quando le popolazioni divennero stanziali. La durata dell’allattamento diminuì, le nascite aumentarono e i figli che nascevano potevano essere allevati tutti. Questa maggiore natalità, però, non si è tradotta subito in un aumento delle tensioni sociali e della mortalità. Infatti questi primi agricoltori hanno avuto a disposizione per molti secoli sempre nuovi territori da colonizzare. E poiché la loro densità sul territorio era più alta, hanno sostituito i cacciatori raccoglitori, prima relegandoli in aree marginali e poi facendoli scomparire del tutto. Essi quindi hanno potuto conservare per qualche tempo alcuni elementi delle società di cacciatori raccoglitori come la successione ereditaria matrilineare. Inoltre, finché c’erano dei territori liberi da mettere a coltura, i rapporti con le altre tribù erano relativamente pacifici. Una situazione che però non poteva durare a lungo.
A partire dal 5.500 a. C. un popolo di ex agricoltori che abitava le steppe a Nord del Mar Nero e che era riuscito ad addomesticare il cavallo, in successive ondate di espansione verso l’India e verso l’Europa ha conquistato e sottomesso i primi agricoltori, costringendoli ad adottare il loro modello di società patriarcale e la loro lingua. Da questo ceppo hanno avuto origine tutte le lingue indoeuropee. Ma anche le popolazioni che per ragioni geografiche si erano salvate da queste incursioni (come gli Etruschi), man mano che si esaurivano i territori da mettere a coltura, si militarizzavano. Ed è da questo substrato di popolazioni indoeuropee e pre-indoeuropee che hanno avuto origine le più antiche civiltà dell’occidente.
Con la comparsa delle civiltà, senza più territori vergini in cui espandersi e con una pressione demografica più alta, le condizioni di vita peggiorarono. La speranza di vita diminuì di nuovo fino a circa 25 anni, le scaramucce con i vicini si trasformarono in vere e proprie guerre e gli eserciti divennero istituzioni permanenti. Anche così, però, i periodi di pace rimanevano la regola e le guerre l’eccezione. Gli scambi e i commerci, che possono fiorire solo in condizioni di pace e sicurezza, quindi, non vennero meno. Ma la grande maggioranza della popolazione, ridotta ad una condizione servile, ne era quasi del tutto esclusa. Gli stati cercavano di espandersi con le guerre di conquista. I perdenti venivano ridotti in schiavitù, ma i vincitori avevano solo un sollievo temporaneo: presto le nuove terre si esaurivano e c’era bisogno di nuove campagne militari.
I commerci, però, quando tornava la pace, riprendevano. Gli artigiani e i commercianti erano una piccola minoranza che lavorava quasi solo per le elite dominanti. Ma anche così, quando le condizioni erano favorevoli, poteva capitare che delle nuove tecnologie o dei mezzi di trasporto più efficienti facessero crescere per breve tempo l’economia. Una crescita che si traduceva subito in migliori condizioni di vita e in un calo della mortalità. Il calo della mortalità faceva aumentare più in fretta la popolazione, mentre la crescita economica ben presto ristagnava. Il risultato finale era il ritorno alla stessa miseria di prima, ma con una popolazione più numerosa.
Nelle diverse epoche e civiltà ci sono state molte fiammate di crescita che si sono presto esaurite, e che si sono alternate a periodi crisi o a guerre devastanti seguite da carestie. Nel complesso però la popolazione nel lungo periodo è cresciuta, così come sono gradualmente migliorate le tecnologie e le conoscenze scientifiche. Ma solo una volta nella storia, e così arriviamo al tempo presente, la crescita economica è durata abbastanza a lungo da completare il ciclo della transizione demografica. Stiamo parlando della “crescita economica moderna” avvenuta negli ultimi due secoli.
A seguito di questa prolungata fase di crescita i paesi sviluppati hanno raggiunto la stabilità demografica e hanno aumentato la speranza di vita fino a 80 anni. Ma oggi anche nel resto del mondo i tassi di natalità sono in crollo verticale e le condizioni di vita sono in costante miglioramento, come dimostra il dato della media mondiale della speranza di vita che ha ormai raggiunto i 74 anni.
Lo scambio e il commercio hanno molti nemici.
Molti però hanno un’idea negativa del commercio. Sono convinti che sia un gioco a somma zero: qualcuno si arricchisce perché qualcun altro viene impoverito. Non c’è produzione di beni e quindi creazione di nuova ricchezza. Dove sono allora i vantaggi per l’economia? Non sarebbe meglio consumare i beni prodotti localmente, a chilometro zero, invece di importarli da lontano? Si risparmierebbe dell’energia, e verrebbe favorita l’economia locale. Non sarebbe meglio fare a meno del commercio e diventare tutti autosufficienti?
In realtà il commercio fa davvero aumentare il valore dei beni, e quindi il volume dell’economia. Infatti, il solo fatto di trasportare un bene da dove è abbondante ed economico a dove è raro e costoso, ne aumenta il valore.
Immaginiamo per esempio di trasportare un metro cubo di acqua dolce dalla Svezia – dove è abbondante ed economica – al deserto del Sahara, dove è rara e costosa. È sempre la stessa acqua, ma il suo valore potrebbe aumentare di mille volte. Ed è un aumento di valore reale, perché davvero nel deserto l’acqua vale molto di più. Questo commercio, comunque, non è conveniente perché in questo caso il costo del trasporto supererebbe l’aumento di valore.
Per questo i primi generi di commercio erano le merci di maggior valore e minore ingombro: spezie, pietre preziose, seta ecc. Poi, man mano che i trasporti diventavano più efficienti e le vie dei traffici più sicure, aumentava la quantità e la varietà delle merci trasportate e scambiate. Fino ad arrivare al giorno d’oggi in cui il costo del trasporto con le grandi navi porta container è particolarmente basso. Spesso è più conveniente, anche dal punto di vista energetico, importare frutta e verdura dall’altra parte del mondo, piuttosto che produrla in loco e conservarla per mesi nei frigoriferi.
Inoltre il commercio ha l’effetto di stimolare la produzione e renderla più efficiente. Secondo la teoria dei vantaggi comparati di David Ricardo, ogni paese dovrebbe produrre le cose che riesce a fare meglio e con minor lavoro, per poi scambiarle con i beni fabbricati da altri produttori specializzati. Così ognuno ottiene di più con meno. Per esempio dopo la Seconda guerra mondiale il Giappone aveva un’economia chiusa e autarchica. Produceva cose come il cotone e la lana a costi molto superiori a quelli del mercato internazionale, e la seta e il tè a costi inferiori. Gli americani fecero pressioni perché si aprisse all’economia mondiale. Con l’apertura delle frontiere i giapponesi hanno potuto comprare cotone e lana a condizioni molto più favorevoli e aumentare la produzione di seta e tè. Si stima che, solo per avere abbattuto le barriere commerciali, il volume dell’economia giapponese sia aumentato del 70%. In generale, più i mercati sono aperti, meglio è. E questo è il contrario dell’autosufficienza.
Molti poi vedono una contrapposizione tra l’economia moderna e le attività agricole e artigianali di una volta. C’è chi ha avuto il coraggio di lasciare la città, comprare un pezzo di terra e mettersi a coltivare delle varietà di frutta e verdura che rischiavano di scomparire. Altri hanno recuperato una vecchia attività artigianale per offrire ai consumatori prodotti di qualità migliore. Ma il recupero di alcune tradizioni artigianali e una maggiore attenzione per la qualità non sono affatto in contrasto con il vivere moderno. Sia perché oggi sono molte le persone che possono spendere di più per dei prodotti di qualità, ma anche perché queste antiche tradizioni possono essere recuperate senza rinunciare a cose come l’istruzione, le cure mediche e ospedaliere, l’elettricità, l’acqua corrente, il riscaldamento invernale, le docce calde, il frigo, la lavatrice, le automobili, i telefonini, i viaggi ecc. Tutti beni o servizi che una volta nemmeno esistevano o che erano privilegio di pochissimi. Oggi chi vuole tornare alla vita semplice della campagna non è costretto a rinunciare a nessuna di queste comodità.
Altri ancora sono convinti che il libero mercato incoraggi l’egoismo. Non è forse il denaro la quint’essenza dell’egoismo? E non sono nate con il commercio le truffe e le speculazioni? In realtà il mercato non solo favorisce le relazioni amichevoli tra le persone e tra gli stati, ma anche l’onestà, la generosità e la compassione umana. Il commercio punisce la disonestà, perché chi si guadagna la reputazione di disonesto non troverà nessuno disposto a fare affari con lui. E fa calare anche gli omicidi. In Europa, prima della rivoluzione industriale, il loro numero era dieci volte maggiore di oggi, e questa diminuzione è iniziata proprio nei paesi che commerciavano di più, l’Olanda e l’Inghilterra. Ed è stata l’Inghilterra che si stava industrializzando all’inizio dell’Ottocento ad abolire per prima la schiavitù e il lavoro minorile. Infine il commercio e le connesse attività economiche hanno sconfitto la povertà estrema dei secoli passati, con tutte le miserie anche morali che si portava dietro.
A questo punto però qualcuno potrebbe obiettare che nel commercio c’è sempre una forte competizione, e una competizione spietata, perché di mezzo ci sono i soldi. Ma intanto questa competizione è pacifica e non sanguinosa, perché il commercio può svilupparsi solo in un contesto non conflittuale. Questo d’altra parte non significa che l’egoismo sia scomparso. Ma solo che il commercio favorisce le relazioni pacifiche con persone estranee allo scopo di ottenere dei benefici economici. È questa la spiegazione dei sorrisi della pubblicità o delle espressioni di cortesia delle lettere commerciali. Espressioni di cortesia che non sono finte, ma veramente amichevoli. È la vittoria del più gentile: riesce a conquistare il cliente chi si dimostra più gentile e amichevole. Anche se c’è sempre qualcuno che cerca di rifilarti qualcosa di cui non hai bisogno o di ingannarti con una truffa perché l’egoismo non scompare mai, il commercio può anche essere visto come una gara a chi è più gentile.
Eppure c’è sempre qualcuno a cui il commercio e l’economia moderna danno un terribile fastidio. Qualcuno che ha riposto tutte le sue speranze in una ideologia o in una religione, e che non tollera che le proprie certezze vengano messe in discussione da chi pensa o crede in qualcosa di diverso. Ancora peggio, non accetta che si possa diventare più ricchi, più benestanti e più felici con il proprio lavoro e facendo crescere l’economia. Per questo essi condannano il benessere e la felicità come immorali. E quando nel Novecento i regimi anti liberali e le ideologie contrarie all’economia di mercato hanno preso il sopravvento, il risultato sono state due guerre devastanti, lo sterminio di decine di milioni di persone e la vita rovinata di moltissime altre. E ancora oggi il fondamentalismo religioso e una ideologia ottocentesca continuano la loro guerra alla società moderna nata dal commercio.
Il regime sovietico condannava al gulag anche chi praticava le più minute forme di commercio. Lo scambio ed il commercio però non sono né la causa delle ingiustizie sociali né un peccato che merita l’inferno, e non sono nemmeno un’invenzione del capitalismo. Essi sono invece una componente fondamentale della natura umana vecchia di centinaia di migliaia di anni. E sono anche una delle cose che ci rendono umani.
Senza il dono della parola, senza la nostra straordinaria abilità nel manipolare oggetti e senza la capacità di scambiarli con i nostri simili, saremmo ancora rinchiusi all’interno di una piccola società di poche centinaia di individui. Non avremmo costruito le civiltà e gli stati, saremmo privi di arte, storia e scienza e non avremmo nessuna delle potenti tecnologie che ci rendono unici, e non solo un po’ diversi, da tutti gli altri animali.
Conclusione.
Oggi i temi ambientali sono molto sentiti, ma spesso vengono strumentalizzati per giustificare delle posizioni anti umaniste: l’uomo è una specie animale come tutte le altre. Quindi la sua superiorità è usurpata e non giustifica lo sfruttamento delle altre forme di vita fino a provocarne l’estinzione.
Sì è vero, siamo anche noi una specie come le altre, ma abbiamo delle caratteristiche che ci rendono davvero unici e ci situano ad una distanza immensa da tutti gli altri animali.
Solo noi abbiamo un vero e proprio linguaggio, una grande abilità manuale e la capacità di scambiare oggetti con i nostri simili, grazie alla quale abbiamo superato i limiti delle piccole società naturali per costruire le civiltà e gli stati. Siamo anche gli unici capaci di arte, storia e scienza e abbiamo sviluppato molte potenti tecnologie con le quali sovrastiamo le altre specie animali.
Certo, esercitando il nostro dominio abbiamo causato molti danni. Però, proprio perché siamo capaci di arte, storia e scienza, siamo anche degli esseri morali, capaci di scegliere tra il bene e il male e responsabili delle nostre azioni. E abbiamo sviluppato delle soluzioni efficaci per tutti i principali problemi di oggi, tanto che i paesi più sviluppati, come l’Italia, sono molto più sostenibili sul piano ambientale di mezzo secolo fa.
La filosofia anti umanista che considera l’uomo il cancro del pianeta è quindi sbagliata, ma ha convinto molte persone che il nemico da combattere sono le attività umane, l’economia “capitalista” e la stessa presenza umana su questo pianeta. Ma per giustificare la loro guerra contro la società stessa in cui viviamo hanno dovuto rovesciare tutti i valori e travisare i dati scientifici.
Quello che dobbiamo fare, invece, è rafforzare i nostri valori e lavorare tutti insieme per migliorare il mondo e non per peggiorarlo. Perché solo noi possiamo farlo.
