Perché gli esseri umani sono diversi

Molti ambientalisti hanno fatto propria la pretesa materialista secondo la quale l’uomo, in fin dei conti, è un animale come tutti gli altri. Anzi, irridono i creazionisti che si ostinano a sostenere la superiorità dell’uomo sul mondo della natura. Da qui il loro atteggiamento verso la specie umana, accusata di sfruttare senza averne diritto gli altri esseri viventi, e considerata per questo il cancro della Terra.
Ma, se è pur vero che il creazionismo non ha alcuna base scientifica, rimane il fatto che l’uomo si situa ad una distanza siderale dal resto del mondo vivente. Infatti egli è il solo a possedere un vero è proprio linguaggio, strumento di una cultura che lo fa crescere e migliorare ad una velocità supersonica rispetto ai ritmi dell’evoluzione.
E’ l’unico capace di arte, storia e scienza, e di autodeterminazione. Quindi è l’unico essere veramente libero, in grado di scegliere tra il bene e il male, responsabile delle proprie azioni. E se l’intenzione è quella di salvare l’ambiente, è proprio alla sua responsabilità che bisogna fare appello.

All’interno dell’articolo una sintesi delle scoperte della paleo-antropologia, l’esposizione della teoria “acquatica”, la sola in grado di spiegare pressochè tutte le differenze che ci rendono diversi dalle scimmie, ed un ritratto dei nostri progenitori di 6 milioni di anni fa.

La superiorità dell’uomo messa in discussione.
La tradizionale visione della natura pone l’uomo al centro del creato. E’ la Bibbia ad affermare che l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, e che le piante e gli animali sono stati voluti per le sue necessità.
Il racconto della Genesi, preso alla lettera, è stato per tanto tempo l’unica spiegazione dell’origine della vita sulla Terra finchè, nel 1859, non sono state formulate per la prima volta le teorie evoluzionistiche di Darwin.
Ad ogni generazione la progenie è molto più numerosa dei genitori. E poichè lo spazio e il cibo che la natura mette a disposizione sono limitati, nasce una competizione tra gli individui per accappararsi queste risorse, e alla fine solo un piccolo numero di essi riesce a sopravvivere e a mettere al mondo della nuova prole. E’ così che avviene la selezione. Poichè ogni individuo è portatore del suo particolare patrimonio genetico, risultato del rimescolamento dell’eredità dei genitori e delle mutazioni casuali, i geni utili tendono ad accumularsi nella popolazione. L’evoluzione è quindi una combinazione di caso e di necessità. Una mutazione casuale, come un cambiamento casuale in una macchina ben calibrata, è quasi sempre negativa. Eppure ogni tanto una mutazione casuale del DNA aumenta l’utilità di alcuni organi, e quindi la possibilità di sopravvivenza. Col tempo, accumulando mutazioni utili, ogni specie animale e vegetale si adatta sempre meglio al suo ambiente.
Questo è nella sostanza il darwinismo che, pur con i perfezionamenti e gli approfondimenti avvenuti nel successivo secolo e mezzo, rappresenta tuttora la cornice all’interno della quale vanno a collocarsi tutte le osservazioni scientifiche nell’ambito della biologia. Viceversa, le ipotesi creazioniste fondate sulla interpretazione letterale della Bibbia, comprese quelle più recenti che vanno sotto il nome di Intelligent Design, non hanno alcun reale fondamento o giustificazione scientifica.
Secondo i creazionisti la straordinaria complessità degli esseri viventi non può essere spiegata in termini di mutazioni casuali e selezione, e pertanto deve essere stato necessario l’intervento di un progettista (molto) intelligente. Ma questa ipotesi è fondata soltanto su suggestioni. Infatti, anche la normale progettazione procede per prove ed errori. Un progetto, per esempio quello di un programma per computer o di una macchina, è innanzi tutto il frutto di esperimenti e prove accumulatesi nel tempo. Poi di solito esso viene ulteriormente migliorato in base ad ulteriori esperienze, verifiche e prove sul campo. La differenza consiste però nel fatto che, mentre in natura tutte le possibilità vengono passate al vaglio della selezione, un ingegnere sfrutta l’esperienza che si è accumulata in migliaia di anni, e studia o immagina diversi possibili progetti o diverse possibili alternative senza doverle effettivamente realizzare.
Un’altra differenza è che l’opera della natura non è finalizzata ad un risultato predeterminato. Non ci può essere stato nessun super ingegnere che tanto tempo fa ha progettato il cavallo, il cane o l’uomo. Infatti, il fine che perseguono le forme viventi è solo la sopravvivenza, che si ottiene in un unico modo: adattandosi all’ambiente. Ma questo a sua volta è estremamente mutevole (basti pensare alla mutevolezza del clima), e quindi non ci può essere un modello predefinito a cui tendere. (1) (8)
Ma se il creazionismo non ha alcuna giustificazione scientifica, non viene meno la pretesa di superiorità dell’Homo sapiens sugli altri animali? Se l’uomo fa parte a pari titolo dell’universo vivente, non hanno ragione coloro che sostengono che noi umani non abbiamo alcun particolare diritto da esercitare sul mondo della natura?
Molte posizioni ambientaliste, infatti, non solo quelle più estreme, giustificano il loro atteggiamento di radicale critica nei confronti dell’uomo, della sua espansione demografica e delle sue attività economiche, affermando che egli non ha il diritto di appropriarsi da padrone delle risorse del pianeta. Contestano l’affermazione che la specie umana è al vertice della natura, contestano la sua superiorità su piante e animali affermata dalla Bibbia, e anzi irridono le posizioni dei creazionisti e dei più recenti sostenitori dell'”Intelligent Design”, come antiscientifiche e anacronistiche.

L’atteggiamento dei movimenti ambientalisti.
Partendo dalla constatazione che il creazionismo è del tutto inconsistente sul piano scientifico, arrivano alla conclusione che è la scienza stessa ad affermare che l’uomo è un animale come tutti gli altri, non qualcosa di diverso o superiore; derivato, attraverso gli stessi meccanismi dell’evoluzione darwiniana, da qualche altra specie di scimmia, e quindi loro stretto parente. Certo, l’essere umano ha le proprie specificità, ma nessuna specificità radicale o essenziale; esse sono analoghe a quelle che differenziano tra loro tutte le altre specie viventi, e nulla più.
Da qui le affermazioni ricorrenti secondo le quali l’uomo è il cancro del pianeta, una metastasi che sta distruggendo la vita sulla Terra. Così si spiegano le posizioni di associazioni come il “Movimento per l’estinzione umana volontaria” e di tanti altri, secondo i quali bisogna fermare con ogni mezzo la crescita economica sia nei paesi ricchi che in quelli poveri, anche con atti di ecoterrorismo. In proposito lo stesso presidente del WWF Italia, Fulco Pratesi, ha dichiarato: “Serpeggia nel mondo occidentale la tentazione estremista. Quella cioè dichiarata da Earth First, associazione ecologista rivoluzionaria che antepone a ogni problema politico, economico e sociale l’obiettivo di salvare il pianeta. Sono coloro che hanno inneggiato all’AIDS come fattore di limitazione della specie umana, considerata il “cancro della Terra”, e che si battono contro ogni alterazione dell’ambiente, anche con azioni di sabotaggio e di ecoterrorismo. Io credo che non bisogna demonizzare questa tendenza, deviante ed eversiva ma profondamente radicata in chiunque ami autenticamente la natura e consideri Gaia sua vera e insostituibile madre. […] O per concludere, esiste una forte necessità di una politica “verde” che combatta l’antropocentrismo, che non consideri l’uomo come il bene supremo dell’universo”. (2)
Questa visione della realtà si salda con la condanna dell’economia di mercato da parte dell’ideologia comunista, e insieme costituiscono un sostegno ideologico fortissimo alla critica del modello occidentale. Ha affermato Patrick Moore, membro fondatore e direttore per 15 anni di Greenpeace: “Oggi gran parte dei leader verdi sono in realtà attivisti politici che si servono della retorica ambientalista per promuovere iniziative che hanno più a che fare con la lotta di classe e con l’anti-globalizzazione che con l’ecologia e la scienza”. (2)
Dunque, come si coglie dalle parole di Fulco Pratesi, l’uomo non è solo l’obbiettivo da colpire come cancro del pianeta. Egli è anche accusato di essersi messo su di un piedistallo troppo alto, dato che non può vantare, è la scienza stessa ad affermarlo, alcuna superiorità sul resto del mondo vivente.
Ma le cose stanno veramente così?
E cosa si può imparare sulla natura dell’uomo dalla ricostruzione della nostra storia evolutiva?

La nostra storia evolutiva.
La specie Homo sapiens appartiene all’ordine dei Primati o Scimmie, e all’interno di questo al gruppo delle grandi scimmie antropomorfe, che comprende anche orango, gorilla e scimpanzè. Le indagini molecolari, che stimano la velocità con cui si accumulano le mutazioni genetiche casuali, suggeriscono che il distacco dalle scimmie a noi più prossime dovrebbe essere avvenuto tra i 6 e gli 8 milioni di anni fa.
Il Miocene (da 22 a 5,5 milioni di anni fa) è stata l’era delle scimmie antropomorfe. Le scimmie si erano sviluppate ed evolute in Africa, ma nel Miocene, approfittando di un lungo periodo di clima caldo e umido che aveva favorito la diffusione in quella regione delle foreste equatoriali, si sono insediate in tutto il subcontinente eurasiatico. In questo ambiente favorevole si sono sviluppate diverse scimmie antropomorfe – se ne contano ben un centinaio di specie. Ma, verso la fine di questa era felice, di nuovo il clima è diventato fresco e asciutto, cosa che ha fatto sparire dall’Eurasia le foreste equatoriali, e con esse la maggior parte delle antropomorfe. Ne sono sopravvissute solo alcune: in Oriente gli antenati dell’orango nelle foreste dell’Indocina, mentre in Occidente i progenitori di gorilla, scimpanzè e uomo sono tornati per tempo in Africa. Delle antropomorfe superstiti faceva parte anche il gigantopiteco, uno scimmione alto tre metri e pesante più di mezza tonnellata, che si è estinto 100.000 anni fa.
Il momento del ritorno in Africa e della separazione dalla linea evolutiva di scimpanzè e gorilla dovrebbe coincidere con la fine delle foreste eurasiatiche, databile a 9 milioni di anni fa: una data compatibile con la previsione delle indagini molecolari. Dopo di allora la storia evolutiva dell’uomo si è svolta in Africa da dove, a partire da 2 milioni di anni fa, i nostri progenitori si sono irradiati a più riprese nel sub continente eurasiatico, fino all’ultimo episodio che 50.000 anni fa ha portato l’Homo sapiens moderno alla conquista del mondo.

Ma chi erano i nostri più antichi antenati?

La documentazione fossile dimostra che la stazione eretta era già completamente acquisita sei milioni di anni fa. Quindi il corpo era già allora umano, a partire dai piedi, ma con le braccia più lunghe e robuste delle nostre, e la statura ancora molto bassa.
A partire da oltre quattro milioni di anni fa è disponibile una documentazione fossile più abbondante, che dimostra che il volume del cervello è gradualmente aumentato, la scatola cranica si è ingrandita e arrotondata, e la faccia appiattita.
La testa, pur mantenendo alcuni caratteri arcaici, in particolare le forti arcate sovraorbitali ed il muso sporgente, aveva subìto una profonda a ristrutturazione, per adattarsi ad un corpo che era diventato verticale.
La dentatura era come la nostra, a dimostrazione di una dieta già onnivora, mentre il cervello all’inizio doveva essere grande più o meno come quello di uno scimpanzè (circa 400 centimetri cubici, a confronto con i 1.450 cc dell’uomo moderno).

 

L’Australopitecus afarensis (3,8 – 3 milioni di anni fa) aveva un volume cranico di 450/520 cc, mentre Austalopitecus africanus (3 – 2,3 milioni di anni fa) aveva un cervello di 450 /600 cc, e Homo abilis (2,5 – 1,8 miloni di anni fa) di 500 / 780.
Vanno poi aggiunte le linee laterali dell’Australopitecus robustus e dei parantropi, e diversi altri rami e rametti, più o meno divergenti da quello che dovrebbe essere il tronco principale dell’evoluzione.
L’ambiente era ancora la foresta.

 

Almeno fino a quattro milioni di anni fa, i nostri antenati vivevano sugli alberi e non nella savana, ed è quindi smentita, e non sostituita da nient’altro, l’ipotesi secondo la quale la stazione eretta sarebbe stata acquisita per conquistare l’ambiente di prateria aperta.
I resti dei nostri più antichi antenati vengono sempre trovati in prossimità di corsi d’acqua circondati da foresta a galleria, oppure in prossimità degli antichi laghi per lo più salati, presenti allora più di oggi, nella profonda depressione della Great Rift Valley.

La teoria acquatica.

 

Questo è quello che si può dire in base alla documentazione fossile. Ma altro ancora si può ricavare dalle indagini di anatomia comparata.
Secondo un’ipotesi formulata per la prima volta da Sir Alister Hardy nel 1960, tutte le principali caratteristiche che differenziano il corpo degli uomini e delle donne dalle scimmie, sono spiegabili come un adattamento alla vita acquatica, arrivato fino ad un certo punto, e non portato a compimento. Prima di tutto la stazione eretta, che è la caratteristica umana più antica che si riscontra in base alla documentazione fossile.
Elaine Morgan, una giornalista che ha sviluppato in tutti i suoi aspetti la teoria acquatica, (3) immagina che una popolazione di scimmie, che viveva in una zona di foresta a poca distanza dal mare, abbia cominciato a frequentare la spiaggia per raccogliervi dei frutti di mare, e ad addentrarsi in acqua per sfuggire ai predatori. Come le altre antropomorfe, era già in grado di stare in piedi per brevi periodi, e in caso di necessità poteva allontanarsi dalla riva e addentrarsi nel mare, stando in piedi, più di quanto potessero fare dei felini. Col tempo quella di frequentare le spiagge e di sguazzare nell’acqua sarebbe diventata un’abitudine, tanto più che questo nuovo ambiente era in confronto alla savana pressochè privo di pericoli, e poteva anche offrire facili risorse alimentari che avevano solo bisogno di essere raccolte. Da qui un adattamento sempre più spinto alla vita acquatica, che alla lunga ebbe l’effetto di “raddrizzare” il corpo per adattarlo al nuoto, e che consentì a quei nostri lontani antenati di sopravvivere quando le foreste equatoriali dell’Eurasia si ritirarono. Probabilmente fu attraverso la colonizzazione delle coste marine che a poco a poco approdarono in Africa, e si inoltrarono nella depressione della Rift Valley (vedi la cartina), dove oggi vengono ritrovati i loro resti. Per tutto questo tempo, mentre il corpo si abituava sempre più al nuoto, di notte si rifugiavano su qualche albero vicino, dove si costruivano dei nidi di rami e foglie come fanno gli scimpanzè, e quindi conservarono almeno alcune delle caratteristiche delle scimmie arboricole. Quando poi, circa 3/4 milioni di anni fa, la terraferma divenne un posto allettante in cui vivere, cominciarono a spingersi sempre di più verso gli spazi aperti, ma senza mai abbandonare del tutto l’ambiente acquatico e la foresta.
Questa teoria potrebbe sembrare bizzarra, anche perchè non è stata ancora accolta dagli antropologi che studiano sul campo i nostri antenati fossili, ma le evidenze anatomiche che la sostengono sono impressionanti. Prima o poi si dovrà arrivare ad un confronto con le ricostruzioni della nostra storia evolutiva basate sulla documentazione fossile, in particolare per quanto riguarda il periodo più antico. (La Morgan è stata oggetto di critiche feroci da parte dei paleo antropologi per la sua interpretazione radicalmente femminista dell’evoluzione umana, questa sì fantasiosa e gratuita; d’altra parte le caratteristiche anatomiche spiegabili solo con la teoria acquatica sono un fatto ineludibile)
La prima caratteristica ad essere spiegata dalla teoria acquatica è, appunto, la stazione eretta. Solo gli animali che si sono adattati alla vita acquatica assumono una forma affusolata e idrodinamica. Se sono quadrupedi, quando tornano a terra rimangono in assetto orizzontale; ma se in origine il loro assetto era più verticale che orizzontale, come nel caso degli uccelli o delle scimmie, quando tornano sulla terraferma assumono una perfetta posizione verticale. Così hanno fatto i pinguini, e noi abbiamo seguito la stessa strada.
Anche la perdita della pelliccia e la formazione di uno strato di grasso sottocutaneo vengono spiegati dalla teoria acquatica. Solo i mammiferi acquatici, più facilmente nelle regioni calde, perdono la pelliccia, che rallenta il nuoto e richiede tempo per asciugarsi, e la sostituiscono con uno strato di grasso. Di nuovo, i soli mammiferi con uno strato di grasso sottocutaneo, sono quelli adattati alla vita acquatica. Inoltre, i peli residui rimasti sul nostro corpo, visibili ancora più chiaramente su un feto quando ancora non si è liberato del suo mantello peloso, sono disposti diversamente da quelli di tutti gli altri primati, e seguono esattamente le linee dello scorrere dell’acqua su un corpo che nuotasse. Un altro dettaglio è la sensibilità dei polpastrelli, che sono in grado di riconoscere gli oggetti immersi nell’acqua, capacità che le scimmie non possiedono. Ancora: l’uomo, come tutti gli animali acquatici, è in grado di controllare il proprio respiro, mentre negli animali terrestri il respiro è involontario come il battito cardiaco.
Un’altra caratteristica degli animali acquatici è il rallentamento dell’attività del cuore quando si tuffano in acqua. Anche noi possediamo questa dote, anche se in misura inferiore rispetto alle foche o alle iguane marine. Se non fosse così, uomini sia pure allenati come Pellizzari, non potrebbero starsene in apnea sul fondo di una piscina per sette o otto minuti di fila.
Un’altra caratteristica anatomica che può essere spiegata solo come adattamento al nuoto, è la particolare forma del nostro naso, che è idrodinamico e protegge le narici durante il nuoto. Solo un’altra scimmia è dotata di un vero e proprio naso, la scimmia nasica, un primate che ha l’abitudine di sguazzare nell’acqua e di spostarsi con un nuoto tipo cane.
Inoltre gli essere umani piangono lacrime salate, e anche questa è una caratteristica che hanno in comune solo con gli animali che, per le loro abitudini di vita, possono ingurgitare acqua di mare. E dato che i soli uccelli piangenti sono uccelli marini, e i soli coccodrilli, serpenti, lucertole, tartarughe e mammiferi piangenti sono quelli che frequentano l’ambiente marino, non ci si dovrebbe meravigliare se l’unico primate piangente sia stato un tempo un primate marino.
Altre modificazioni anatomiche riguardano il corpo femminile, e sono anch’esse il risultato dell’adattamento alla vita acquatica e alla stazione eretta. Innanzi tutto lo spostamento in avanti del canale vaginale, che comporta come conseguenza il rapporto sessuale frontale. Ma in realtà è tutto il corpo umano, dell’uomo e della donna, che viene rimodellato. Il bacino si trasforma allargandosi per contenere i visceri e per l’attacco, dall’altra parte, dei potenti muscoli glutei che servono a equilibrare il tronco, che a sua volta diventa più flessibile assumendo un’ampia curvatura ad “S”. Una conseguenza di questa trasformazione è la modifica della sezione del canale del parto, prima più largo in un senso e poi nell’altro, che costringe il bambino a una rotazione di 90 gradi, al suo interno, per poter nascere. Cosa che avrebbe reso necessario, fin dal momento in cui è stata ottenuta la stazione eretta, l’aiuto di una levatrice. (4)
Anche le mammelle, del tutto assenti negli altri primati, e che si possono trovare invece solo in alcuni mammiferi marini, possono essere spiegate con la teoria acquatica. Nelle scimmie i piccoli si aggrappano alla pelliccia della madre per attaccarsi ai capezzoli che sporgono da un petto piatto. Ma una volta che la nostra scimmia acquatica aveva perso la pelliccia, il bambino non aveva più niente a cui aggrapparsi. Due seni sporgenti e morbidi, che possono essere afferrati dalle piccole mani, sarebbero stati la soluzione.
Infine la capigliatura. Proviamo ad immaginare una nostra antenata di alcuni milioni di anni fa mentre si trovava in acqua con il suo piccolo. Il bambino se la cava da solo a galleggiare, ma naturalmente non può perdere il contatto con la madre. Il modo più semplice è tenersi attaccato con una manina ai suoi lunghi capelli che galleggiano tutto intorno alla sua testa, l’unica cosa che sporge dall’acqua. Resta il fatto, non facilmente spiegabile altrimenti, che le donne in prossimità del parto sono soggette a una vigorosa ricrescita dei capelli di maggiore spessore.
E del resto anche il neonato ha una naturale acquaticità, e se le condizioni lo permettono, impara prima a nuotare che a camminare. Bambini piccolissimi possono essere lasciati su una spiaggia a contatto con l’acqua del mare. Imparano da soli a nuotare, esplorando gradualmente l’acqua, senza spingersi mai al di là del punto in cui cominciano a sentirsi insicuri.
In definitiva, praticamente tutte le principali caratteristiche anatomiche che ci differenziano dalle scimmie, sono spiegabili come adattamenti alla vita acquatica e all’acqua salata, e non possono essere spiegate in nessun altro modo. Alle caratteristiche anatomiche, poi, bisogna aggiungere gli adattamenti verso risorse alimentari che si trovano o si trovavano facilmente sulle spiagge marine, dai frutti di mare alle uova di nido, ai mammiferi marini facili da uccidere come le foche. (5)
Dallo studio dell’anatomia del corpo umano si possono ricavare ancora altri dati utili. In generale, più una caratteristica anatomica è antica, più appare precocemente nel bambino o nel feto. Certo, questo non è un criterio che possa fornire una datazione precisa, però è certamente un elemento indicatore. Ora, la forma umana dei piedi, non più prensili, e la pelle nuda compaiono già alla nascita, e questo è un chiaro segno che queste due caratteristiche si sono formate già in epoca molto antica. Non stupisce quindi che la stazione eretta sia il carattere umano più antico che emerge dalla documentazione fossile. I resti fossili nulla invece possono dirci circa la perdita della pelliccia, ma le ricostruzioni televisive di nostri antenati di qualche decina o centinaia di migliaia di anni fa, che appaiono completamente ricoperti di pelo, sono fuori dalla realtà. Come sono fuori dalla realtà le ricostruzioni di neandertaliani capaci di emettere solo suoni gutturali: nel bambino l’articolazione delle parole compare dopo pochi mesi, e un vero e proprio linguaggio a partire dai due anni.
A proposito di linguaggio, in generale i mammiferi acquatici articolano meglio i suoni degli animali terrestri (basti pensare ai delfini), sia perchè sono gli unici animali che possono controllare il respiro, sia perchè in acqua non possono più usare le altre forme di comunicazione olfattive e del linguaggio del corpo. E potrebbe essere stato proprio l’adattamento alla vita acquatica la spinta decisiva verso una più efficiente comunicazione vocale.

Un ulteriore elemento a favore dell’ipotesi acquatica emerge dalle recenti ricerche sul DNA. Le mutazioni che colpiscono i geni e le relative proteine necessarie ai processi vitali, vengono eliminate quasi tutte dalla selezione naturale. Se però, a causa delle mutate condizioni ambientali, una data proteina non è più necessaria e non viene più “vista” dalla selezione naturale, le mutazioni rendono ben presto quel tratto di DNA non più funzionale. Le scimmie, dopo aver abbandonato le abitudini di vita tipiche dei mammiferi, hannodovuto potenziare le capacità visive, mentre quelle olfattive risultavano meno utili. Quindi hanno sviluppato la visione completa dei colori e disattivato molti geni olfattivi. Dalla comparazione dei rispettivi genomi, risulta che i lemuri e le scimmie del Nuovo Mondo hanno il 18% dei geni olfattivi non più funzionali; nelle scimmie del Vecchio Mondo questa percentuale sale al 29%, e nelle scimmie antropomorfe raggiunge il 33%. Nell’uomo i geni olfattivi non più funzionali sono il 50% (nota n. 8 – pag. 105). Secondo le ipotesi convenzionale la stazione eretta sarebbe una conseguenza dell’adattamento all’ambiente di prateria aperta, a partire da tre o quattro milioni di anni fa. Ma allora come si spiega la percentuale molto più alta di geni “disabilitati”? Dato che sul terreno il senso dell’olfatto è di nuovo importante, noi dovremmo avere la capacità di percepire gli odori un po’ più sviluppata di scimpanzè e gorilla, e non molto meno sviluppata. L’unica spiegazione possibile è che nella nostra storia evolutiva per un lungo arco di tempo ci siamo adattati ad un ambiente in cui il senso dell’olfatto non serviva a nulla. Un ambiente in cui il senso dell’olfatto dei mammiferi non serve a nulla è proprio quello acquatico. Questa non sarà ancora una prova definitiva, ma è indubbiamente un altro elemento a favore della teoria acquatica. (nota aggiunta in data 20/2/2009)

L’ipotesi acquatica, però, ancora non viene presa in considerazione dai paleo-antropologi, forse perchè finora non era possibile verificarla sulla scorta della documentazione fossile. Però non è incompatibile con i dati attualmente disponibili. Infatti le più antiche forme umane vengono sempre trovate in prossimità dell’acqua, sia che si tratti di antichi laghi salati, o di fiumi circondati da foresta a galleria, oppure di paludi sul fondo della Rift Valley.
Ma adesso c’è anche un reperto preciso che forse può essere spiegato solo dalla teoria acquatica, ed è un reperto che ha l’età giusta, sei milioni di anni.

Il progenitore delle Tugen Hills.
Nella primavera del 2001 sono stati trovati nella Rift Valley, in Kenia, diversi resti di quello che è strato denominato Orrorin tugenensis, un nome un po’ strano ma che significa “il progenitore delle Tugen Hills”. Essi comprendono frammenti di mandibola, ossa delle dita e del braccio e alcune parti di femori. In particolare il femore è molto simile come forma a quello umano, cosa che indicherebbe una stazione eretta, ma per altri aspetti Orrorin era primitivo, come dimostrano le ossa delle dita e del braccio adatte ad arrampicarsi sugli alberi. L’esame della TAC mostra però una distribuzione del tessuto osseo del femore analoga a quella dello scimpanzè: un indicatore importante delle sollecitazioni sostenute dalle gambe durante la locomozione (mentre in A.afarensis la distribuzione del tessuto osseo è già tipicamente umana).
La combinazione di queste caratteristiche apparentemente contraddittorie ha creato perplessità fra gli antropologi. Ma la teoria acquatica le potrebbe dissipare facilmente: siamo nella fase in cui i nostri antenati si stanno ancora adattando all’ambiente acquatico. Hanno già acquisito la stazione eretta, non per camminare diritti, ma per le esigenze del nuoto. E il nuoto non avrebbe richiesto il rafforzamento della struttura ossea, che quindi sarebbe rimasta ancora quella tipica delle scimmie arboricole.
A questo punto si può provare a delineare un ritratto dei nostri antenati di sei milioni di anni fa quando si trovavano nella fase cruciale della nostra storia evolutiva, quella alla quale dobbiamo quasi tutte quelle caratteristiche anatomiche che ci differenziano dalle scimmie.
Possiamo immaginare degli esseri alti 100/120 centimetri, le femmine più minute, a dimostrazione un certo dimorfismo. Il corpo era quello di esseri umani adulti in miniatura, nudo, la pelle nera, e modellato come il nostro, ma con alcune differenze. Le braccia, più lunghe e robuste, arrivavano quasi alle ginocchia. I piedi già completamente umani, erano in proporzione più larghi, con le dita alquanto divaricate e, come ha ipotizzato Sir Alister Hardy, forse palmate (ancora oggi molti di noi hanno alcune dita dei piedi unite tra loro).
Ma le differenze maggiori riguardano la testa. Se fossero vivi oggi, probabilmente ci farebbero una strana impressione perchè, ad un aspetto a prima vista umano, sarebbero associate alcune caratteristiche piuttosto esotiche. L’aspetto generale, a parte la statura, è umano, perchè la morfologia del corpo è già tutta umana, compresa la posizione della testa su di un corpo diritto, e l’abbondante capigliatura che la ricopre. Ma quando ci soffermiamo ad osservare il volto sbirciando tra le ricadute laterali dei capelli, siamo costretti a registrare qualcosa di non consueto. Il volto è paffuto (a causa di uno strato di grasso più spesso), largo, le labbra rosse e carnose. Ma quello che si nota di più è l’assenza della fronte e la prominenza del muso, che danno al viso un aspetto quasi caricaturale. Non che siano brutti, tutt’altro, ma a causa della prominenza delle mascelle, durante la risata la bocca si allarga in maniera impressionante, e mostra dei canini non più grandi dei nostri, ma appuntiti. La pelle è morbida e vellutata come quella di tutto il corpo, il naso un po’ schiacciato e altrettanto carnoso. E poi gli occhi: ben protetti dal cespuglio di capelli neri da robuste arcate sovraorbitali, lasciano appena intravedere il bianco della sclarea.
Nel complesso si tratta di esserini graziosi e anche un po’ giocherelloni. Ottimi nuotatori, trascorrono intere ore a sguazzare nell’acqua, tra continui richiami e schiamazzi. Ce n’è sempre qualcuno seduto su quelle rocce ad asciugarsi e a riposare. Nelle ore più fresche del mattino e della sera si disperdono in piccoli gruppi lungo alcuni chilometri di costa, dove li si possono vedere accovacciati mentre sono intenti a raccogliere e mangiare dei frutti di mare. Si può sentire ogni tanto il rumore dei ciotoli con cui rompono il guscio delle ostriche. Il resto della giornata lo trascorrono sugli alberi poco lontani dalla spiaggia dove, alla sera, tutto il gruppo di una sessantina di individui si riunisce per dormire.

Perchè siamo diversi?
Ma ritorniamo al tema da cui siamo partiti. E’ vero o non è vero che siamo diversi? E se è vero, cosa abbiamo in più rispetto a tutti gli altri animali?
L’uomo, da qualche migliaio di anni, è il dominatore della natura. E’ l’unica specie animale che è stata in grado di modificare profondamente l’ambiente in cui vive. Ha trasformato il territorio per praticare l’agricoltura e l’allevamento degli animali, ha costruito città ponti e strade, e ha creato la civiltà.
Per questi motivi gli esseri umani hanno sempre avuto la certezza di essere superiori a tutte le altre forme viventi, e hanno espresso questa loro convinzione con le tradizioni culturali. La Bibbia afferma che l’uomo è al vertice del creato, ma la stessa convinzione è espressa da tutte le culture, a tutte le latitudini e in tutte le epoche. In tempi più recenti si è cercato di capire meglio le ragioni di questa superiorità, e di dare ad essa, se possibile, una spiegazione scientifica.
Il carattere che definisce l’unicità e la superiorità dell’uomo è stato individuato di volta in volta nell’andatura bipede, nel grosso cervello, nella capacità di costruire utensili ecc. Ma anche altri animali sono capaci di costruire e manipolare utensili, sia pure non con la stessa abilità. Altri animali hanno un grosso cervello e una ricca vita sociale, oppure, come i pinguini, una perfetta stazione eretta. Altri ancora sono o più forti, o più aggressivi, o più veloci di noi; oppure hanno una vista migliore, un olfatto molto più sviluppato e così via. Ma non per questo dominano come noi il mondo della natura.
In realtà ciò che veramente ci rende superiori, e ci situa ad una distanza immensa dai primati e da tutti gli altri animali, è il linguaggio.

Il linguaggio.
Anche gli animali hanno qualche forma di linguaggio: il linguaggio del corpo, i segnali olfattivi e diversi segnali vocali. Ma queste forme di comunicazione hanno dei limiti oltre ai quali non possono andare. Gli elefanti adulti, per esempio, pur essendo molto intelligenti, da milioni di anni insegnano agli elefanti più giovani sempre le stesse cose. Sono come un computer con solo lo schermo, ma senza la tastiera e le altre unità di input – output: si vede sempre lo stesso film.
Certi animali hanno qualcosa di più dei segnali del corpo. Alcuni delfini hanno notevoli capacità vocali, e imparano presto ad imitare la voce umana, ma ciò nonostante sono privi di un vero e proprio linguaggio. Forse non sono nemmeno capaci di usare dei simboli vocali per indicare cose reali. Cosa che invece sa fare benissimo un bambino di pochi mesi, che comincia ad usare le parole nel loro giusto significato e contesto ancor prima di saperle ben pronunciare, mentre all’età di circa due anni ha già un linguaggio vero e proprio, fatto di frasi sia pure semplici, domande e risposte.
Nessun animale possiede le capacità linguistiche di un bambino di due anni. Gli scimpanzè Bonobo adeguatamente addestrati arrivano a conoscere alcune centinaia di parole, che esprimono premendo un tasto con il disegno della “cosa” corrispondente. Ma anche per un Bonobo non si può parlare di linguaggio, perchè gli manca completamente la possibilità di sostenere un dialogo; e se non c’è scambio di informazioni, che linguaggio potrà mai essere? (6) In ogni caso queste scimmie dimostrano di saper conoscere molte parole, che però in natura potrebbero esprimere solo con il linguaggio del corpo e non con emissioni vocali. Infatti, salvo rare eccezioni, gli animali con i suoni esprimono solo stati emozionali che non sono in grado di controllare.
Questo è dunque il primo gradino da superare per acquisire un vero e proprio linguaggio: emettere dei suoni che simboleggino cose presenti e non presenti, e in modo controllato. Questo passo è stato quasi sicuramente compiuto dai nostri progenitori nel periodo di adattamento alla vita acquatica. Non una maggiore vocalità, non una maggiore abilità nell’emettere suoni (gli scimpanzè già emettono una ventina di suoni che possono modulare in infiniti modi). Quello che mancava era la capacità di emettere suoni in maniera volontaria. Cosa che è stata ottenuta attraverso il controllo della respirazione, e sotto la spinta della necessità di comunicare con i propri simili anche quando si stava in acqua e non si poteva usare il linguaggio del corpo.
I paleo-antropologi hanno cercato nella documentazione fossile le modifiche anatomiche correlate con le capacità vocali. Da queste indagini risulta che i primi segni di una capacità vocale cominciano ad apparire poco meno di due milioni di anni fa con Homo ergaster, mentre una vocalità matura quale quella che abbiamo noi era presente già 600.000 anni fa in un esemplare di Homo heidelbergensis rinvenuto in Etiopia.
L’interpretazione di questi dati, però, non soddisfa. L’opinione prevalente dei paleo-antropologi, infatti, è che siano apparse prima le capacità vocali, forse in modo casuale, e solo in un secondo tempo, e in tempi relativamente recenti, il linguaggio. Questa convinzione è fondata sul fatto che i prodotti “culturali” che appaiono nella documentazione fossile risalgono a poche decine di migliaia di anni fa, e sarebbero questi ad indicare il momento in cui sono comparsi nella mente dell’uomo le idee astratte e i simboli. Prima dell’apparizione di queste rappresentazioni mentali non sarebbe stata possibile l’esistenza delle parole, che altro non sono che simboli.
Ma gli studi sugli scimpanzè Bonobo dimostrano che le parole precedono la capacità di pronunciarle. Quindi non dovremmo stupirci di trovare questa capacità nel nostro progenitore di sei milioni di anni fa. Del resto nel bambino le stesse modifiche anatomiche cominciano ad apparire all’età di 5 mesi, e questo sta ad indicare che le capacità vocali devono essere comparse in epoca molto antica. Sembra più probabile, quindi, che il linguaggio abbia preceduto, forzando l’evoluzione, oppure accompagnato, le modifiche anatomiche legate alla vocalizzazione.

 

Anche la pretesa che la comparsa del linguaggio debba andare di pari passo con la produzione di oggetti culturali, è priva di fondamento, perchè pure negli uomini moderni esso serve prima di tutto per le esigenze della vita sociale. In altre parole il linguaggio dovrebbe essersi sviluppato per le esigenze delle relazioni sociali, e solo in un secondo tempo sarebbe stato usato sempre più spesso per fare arte, storia, scienza ecc.
Naturalmente è vero che certe conquiste intellettuali negli ultimi periodi della preistoria si sono diffuse rapidamente. Ma qui non c’entra più l’evoluzione: è merito della cultura. Una cultura che ha fatto sì che rimanesse una sola specie di umani, tanto grande era il vantaggio di possedere non dico il linguaggio, ma anche un linguaggio appena un po’ più evoluto, o semplicemente qualche buona idea in più.  La cultura, infatti, consente miglioramenti che vanno ben al di là delle possibilità dell’evoluzione, ed è questa precisamente la ragione della nostra incolmabile superiorità su tutti gli altri esseri viventi.
Nessun altro animale possiede il linguaggio, anche solo al livello minimo di un bambino di due anni. Quindi con nessun altro animale è possibile instaurare un dialogo, scambiare domande e risposte, comunicare e ricevere anche le informazioni o le idee più semplici. E se per caso ad un certo punto ci accorgessimo che un simile animale esiste, potremmo raccontargli qualcosa di noi anche sotto forma di favolette, e raccogliere le sue istanze per farle arrivare fino alle più alte assemblee. Ma per quello che ne sappiamo gli animali parlanti non esistono e non esisteranno mai perchè, nella migliore delle ipotesi, sono separati da noi da milioni e milioni di anni di evoluzione.

Cultura, libertà e responsabilità.

 

E sono proprio l’esplosione della cultura e la capacità di accumulare e conservare conoscenze e di inventare ogni giorno nuove e sempre più efficaci forme di comunicazione (scrittura, libri, stampa, giornali, cinema, radio, televisione e internet) che ci situano ad una distanza siderale rispetto a tutti gli altri animali.
Ma il linguaggio e la cultura comportano anche un’altra conseguenza: non solo abbiamo la capacità di migliorare noi stessi ad una velocità supersonica rispetto ai ritmi dell’evoluzione, ma siamo anche in notevole misura padroni di decidere il nostro comportamento. In altre parole siamo liberi.
Secondo il materialismo la libertà sarebbe soltanto un’illusione, perchè il nostro comportamento sarebbe completamente determinato dalla natura e dalla storia. Ma questo è un discorso che al massimo può valere per gli animali, che non hanno la nostra cultura e sono governati dagli istinti. Noi, così come ci siamo liberati dai limiti dell’evoluzione, ci siamo liberati anche dai limiti degli istinti, perchè il nostro comportamento è sempre più determinato dalla cultura, e la nostra cultura ce la costruiamo ogni giorno con le nostre mani.
L’uomo quindi è libero, è capace di autodeterminazione, è capace di scegliere tra il bene e il male, ma questo ne fa un essere morale, responsabile delle sue azioni. (7)
I creazionisti, fondando la superiorità dell’uomo su una interpretazione letterale della Bibbia non sostenibile sul piano scientifico, non fanno che dare spazio alla pretesa materialista di chi afferma che, in fin dei conti, egli non ha nulla in più rispetto agli altri animali.
In realtà la superiorità e l’unicità dell’uomo hanno fondamenta solide, ed è a queste che bisogna fare riferimento, se si vuole che egli possa assumersi le sue responsabilità verso il mondo della natura.

Ferrara, 15 febbraio 2006

 

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(1) Per una discussione delle basi scientifiche dell’Intelligent Design, vedi anche l’articolo pubblicato su Le Scienze del mese di ottobre 2005.
(2) Da ” Le Bugie degli ambientalisti” di R.Cascioli e A. Gaspari.
(3) Vedi “L’origine della donna” di Elaine Morgan – Einaudi Editore – 1974
(4) Vedi l’articolo “L’evoluzione del parto” di Karen R. Rosenberg e Wenda R. Trevahan nel volumetto “Le origini dell’uomo” pubblicato da Le Scienze nel mese di agosto 2005.
(5) Vedi in proposito il capitolo sugli adattamenti alimentari nel  Breve saggio sull’alimentazione naturale.
(6) Vedi il capitolo sul linguaggio nella parte che tratta di biologia nel libro “Che cos’è l’uomo?” di Luc Ferry e Jean-Didier Vincent – Garzanti Libri s.p.a. – Milano.
(7) Vedi la trattazione filosofica nel libro “Che cos’è l’uomo?” di Luc Ferry e Jean-Didier Vincent – Garzanti Libri s.p.a. – Milano

(8) Al di là di ogni ragionevole dubbio. La teoria dell’evoluzione alla prova dell’esperienza. Di Sean B. Carrol – Codice Edizioni – 2008