Lo sviluppo come soluzione dei problemi della povertà e dell’ambiente – Seconda parte

La condanna della società moderna

Se l’Europa non avesse scoperto la formula del benessere, vivremmo ancora adesso nelle stesse terribili condizioni di vita dei secoli passati. La nostra esistenza sarebbe quasi certamente breve, segnata dalla fatica e dalla fame, dalla precarietà, dalla violenza, dall’ignoranza e da terribili condizioni igieniche. Ed è importante capire come abbiamo fatto ad uscire dalla trappola della povertà, per progettare il nostro futuro e per far uscire il resto del mondo dalla stessa secolare miseria.
Molti però considerano la società moderna la causa delle disparità e delle ingiustizie sociali, e condannano la crescita economica e “questo modello di sviluppo”, come se ce ne potesse essere un altro.
La società moderna ha moltiplicato la disponibilità dei beni con l’innovazione tecnologica, che ha trasformato la produzione da artigianale a industriale. La modernizzazione dell’agricoltura ha aumentato di decine di volte sia le rese per ettaro che l’efficienza del lavoro. Quasi tutta la forza lavoro agricola si è trasferita nelle città, per produrre, con metodi non più artigianali ma industriali, tutti gli altri beni e servizi che rendono prospero un paese.
Questi cambiamenti nell’economia hanno innescato delle trasformazioni sociali altrettanto profonde, alle quali è stato necessario adattarsi. Le persone hanno dovuto cambiare le proprie abitudini di vita e imparare a svolgere nuove attività. Per questo molti condannano l’economia e la società moderna, perché vedono i problemi di oggi ma non quelli delle epoche passate, quando la vita era molto più dura e le disparità sociali molto più profonde. In realtà la società moderna ha talmente migliorato le condizioni di vita che la sua durata media è triplicata. Già da molto tempo la miseria assoluta di tutte le altre epoche storiche non esiste più in alcuna parte del mondo.
La società moderna è anche accusata di essere la causa dei danni all’ambiente. In effetti, moltiplicando la produzione dei beni materiali, ha molto aumentato la pressione sull’ambiente, che è stata ulteriormente aggravata dalla transizione demografica.
L’abbondanza di beni di ogni tipo ha fatto crollare i tassi di mortalità. Ma per molto tempo i tassi di natalità sono rimasto alti, con il risultato di un boom demografico che ha moltiplicato di circa sette volte la popolazione mondiale, che a sua volta ha consumi pro capite molto più alti.
Però sia la popolazione che la produzione dei beni materiali alla fine hanno raggiunto i loro limiti. Ad un certo punto le migliorate condizioni di vita hanno fatto scendere i tassi di natalità fino al raggiungimento di un nuovo equilibrio, con bassi tassi di natalità e di mortalità. E per quanto riguarda i beni materiali, una volta raggiunti i limiti del mercato, la loro produzione è destinata a crollare, come è avvenuto già da molto tempo nei paesi che si sono modernizzati per primi.
Tutti gli altri paesi, prima poveri, poi in via di sviluppo e oggi emergenti, stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Anche loro ben presto vedranno crollare la produzione dei beni materiali; sta già avvenendo in quelli più avanzati.
Quindi non è vero che la società moderna non è sostenibile. In realtà, una volta superata la fase di crescita che porta dalla povertà al benessere, essa è l’unico modello sostenibile sia sul piano sociale che ambientale.


La scelta tra crescita e decrescita.
Molti però pensano che per salvare l’ambiente sia necessario trasformare la crescita in decrescita, e anche che sia possibile una decrescita “dolce”. Altri invece, come questo sito, sostengono che la crescita è necessaria anche per la sostenibilità ambientale, e che coltivare il mito della decrescita, meglio conosciuta come crisi economica, sia l’errore più grande che si possa fare.
A prima vista, dato che i danni all’ambiente sono sempre dovuti alle attività economiche, la decrescita sembrerebbe la soluzione obbligata: se la produzione e il commercio diminuiscono, diminuiranno anche i danni all’ambiente. Del resto questa era anche l’opinione di chi scrive prima di cominciare ad occuparsi di questo argomento. Sì, le moderne tecnologie hanno molto migliorato le nostre condizioni di vita, ma al prezzo di uno sfruttamento sempre più radicale, e quindi sempre più distruttivo, delle risorse naturali. Andando avanti di questo passo finiremo col distruggere la vita sulla Terra!
In realtà queste affermazioni devono essere quasi rovesciate perché, anche se questa per molti è un’affermazione sorprendente, i paesi sviluppati sono oggi, quasi da ogni punto di vista, molto più sostenibili rispetto agli anni Sessanta quando avevano raggiunto il loro massimo impatto ambientale.
Lo sviluppo, infatti, superata la fase di crescita che porta dalla povertà al benessere, è anche l’unica vera soluzione dei problemi ambientali. Nel passato, quando le tecnologie rimanevano sempre le stesse, l’unico modo per aumentare la produzione era intensificare lo sfruttamento delle risorse naturali. Per esempio per produrre più cibo era necessario coltivare sempre più terra, sottraendola alla natura.
Per questo molti pensano che la crescita economica sia sempre dannosa. Però la produzione può crescere anche grazie alle tecnologie che aumentano la produttività, e che diventano sempre più convenienti man mano che le risorse primarie diventano scarse e costose. E quando la produttività aumenta, e quando aumenta più dei consumi, diminuisce il fabbisogno di materie prime energia e territorio, e quindi l’impatto ambientale.
Inoltre la produzione dei beni materiali non aumenta all’infinito. Infatti una volta soddisfatti i principali bisogni materiali, cioè una volta che i beni materiali hanno saturato il mercato, la loro produzione crolla, come è avvenuto anche nel nostro Paese negli anni Settanta. E una volta soddisfatti i bisogni più importanti, passano in prima linea dei bisogni più sofisticati che vengono soddisfatti dall’economia dei servizi, cioè dalla produzione di beni immateriali. E tra i nuovi bisogni c’è anche quello di migliorare lo stato dell’ambiente e di salvaguardare gli ecosistemi naturali. E allora progettiamo delle tecnologie che hanno proprio lo scopo di difendere l’ambiente.
Questo spiega i miglioramenti avvenuti nei paesi più sviluppati negli ultimi cinquant’anni: la superficie dei boschi è molto aumentata, nel bosco sono tornati gli animali, l’inquinamento è fortemente diminuito, i consumi di energia si sono stabilizzati e il consumo delle altre materie prime è crollato. Infine negli ultimi 25 anni le centrali a turbogas hanno fatto diminuire anche le emissioni di anidride carbonica.
Ma l’elemento più importante che rende le società moderne più sostenibili di quelle del passato, è il fattore demografico. I paesi sviluppati hanno già raggiunto da tempo uno stabile equilibrio demografico, che è la condizione principale della sostenibilità.


Lo sviluppo come soluzione del problema demografico
Tutte le specie viventi cercano di occupare ogni spazio disponibile alla massima velocità consentita dal proprio potenziale di crescita demografica. Una femmina di cinghiale partorisce 8 /10 figli una o due volte all’anno, e i piccoli in poco tempo diventano adulti e possono a loro volta procreare. In condizioni ottimali (territorio libero in cui espandersi e assenza di nemici naturali) il potenziale di crescita dei cinghiali è forse del 1500% annuo. Un potenziale di crescita così elevato è utile per occupare prima della concorrenza un nuovo ambiente, per esempio i boschi degli Appennini di 30 anni fa. Ma un grande spazio libero è una situazione insolita. In condizioni normali non ci sono nuovi spazi in cui scaricare l’eccesso della popolazione, che quindi non può crescere. E se la popolazione non aumenta, vuol dire che la mortalità deve essere tale da compensare il tasso di natalità, quindi molto alta. Una condizione che vale per tutti gli esseri viventi presenti in natura, e anche per l’umanità fino all’epoca moderna.
Il potenziale di crescita demografica della specie umana è almeno del 5% annuo. Molto più basso di quello dei cinghiali, ma comunque in grado di raddoppiare la popolazione ogni 14 anni. A questo tasso di crescita in 1.000 anni una popolazione raddoppierebbe 71,43 volte, raggiungendo numeri spropositati. Ma anche il tasso di crescita più modesto dell’1% annuo, nel medio – lungo periodo sarebbe insostenibile. Infatti nel corso di 2.000 anni esso farebbe raddoppiare la popolazione 28 volte e mezza (28 raddoppi più un ulteriore aumento del 50%), il che equivale a moltiplicare la popolazione iniziale per 200 milioni!
E come per i cinghiali, anche per gli esseri umani è raro che ci siano degli spazi liberi da occupare. Questo è avvenuto in Europa nei primi tre secoli dello scorso millennio, che hanno visto la popolazione crescere, sia pure lentamente per via delle primitive condizioni di vita, fino ad occupare tutti i terreni coltivabili. Ma, una volta che questi si sono esauriti, è sopraggiunta la crisi, che ha fatto aumentare il tasso di mortalità fino ad eguagliare quello di natalità. Così l’Europa è tornata alla situazione descritta da Malthus, identica a quella degli animali in natura, che non a caso è stata posta da Darwin a fondamento della sua teoria della selezione naturale e dell’evoluzione.
Ma la società moderna nata dalla rivoluzione industriale sfugge a questo destino. Secondo la logica maltusiana, quando aumenta la produttività e quindi la disponibilità di cibo, la popolazione dovrebbe aumentare fino ad esaurire questa maggiore disponibilità, poi la mortalità dovrebbe riprendere a crescere fino ad eguagliare il tasso di natalità. Invece, raggiunto un certo livello di benessere, succede il contrario: la natalità comincia a diminuire e alla fine la popolazione si stabilizza in uno stato di equilibrio, con bassi tassi di natalità e di mortalità.
Gli esseri umani erano già gli unici animali dotati di cultura e di linguaggio (vedi l’articolo “Perché gli esseri umani sono diversi”). Sono ancora unici perché sono i soli animali sociali che hanno superato i limiti della tribù per costruire società di milioni di persone per arrivare alla fine ad un’unica società globale (vedi l’articolo “Lo scambio di rende unici”). Infine siamo l’unica specie animale che ha raggiunto uno stabile equilibrio demografico (i paesi sviluppati) o che lo sta raggiungendo (il resto del mondo). Un equilibrio che è la principale condizione sia della sostenibilità sociale, cioè della sconfitta della povertà, che di quella ambientale. Ma vediamo in concreto come è migliorato in questi anni lo stato dell’ambiente nei paesi più sviluppati.


L’aumento della produttività agricola fa crescere il bosco
L’agricoltura moderna è l’esempio più importante di come un aumento della produttività possa diminuire la pressione sugli ecosistemi naturali. Lo sviluppo della chimica ha messo a disposizione i fertilizzanti sintetici. Quello della meccanica le macchine per la lavorazione del terreno, che hanno anche liberato la maggior parte della manodopera, rendendola disponibile per la produzione di altri beni e servizi. Infine la selezione incrociata ha aumentato la produttività sia delle piante che degli animali d’allevamento. Altri aumenti sono stati ottenuti con l’irrigazione forzata, con gli antiparassitari e con migliori tecniche di conservazione dei raccolti. Negli ultimi 200 anni la produzione è aumentata di decine di volte, e oggi l’agricoltura riesce a nutrire molto meglio di prima una popolazione che nel frattempo è cresciuta di sei o sette volte. Ma dato che le rese per ettaro sono aumentate molto di più, è diminuita la pressione sul territorio.
A causa dell’aumento della produttività agricola e dei redditi, nel dopoguerra molti terreni di montagna, una volta sfruttati nell’ambito di un’agricoltura di sussistenza, sono stati abbandonati e restituiti alla natura, che li ha di nuovo ricoperti di boschi. I boschi stessi, molto meno sfruttati, sono stati ripopolati da animali che erano da tempo scomparsi: cinghiali, daini, caprioli, cervi, lupi, orsi.

I dati sono eloquenti. Verso la metà dell’800 i boschi coprivano 5.025.000 ettari pari al 16,7% dell’attuale superficie nazionale, e nel 1948 /’49 la copertura verde era salita a 5.600.000 ha. Secondo l’Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi forestali di Carbonio del Ministero Agricoltura e Foreste (pagina web non più disponibile), nell’anno 2005 la superficie forestale era di 10.467.533 ha (34,9%), di cui 8.759.200 costituiti da boschi veri e propri, e i restanti 1.708.333 da altre superfici boscate, cioè da arbusteti e macchia mediterranea. In altre parole la superficie dei boschi è passata dal 16,7% del 1850 al 18,6% del 1948 al 34,9 % del 2005, e continua ad aumentare anche se a ritmo un po’ rallentato. Attualmente dovrebbe aver superato il 38%, con un aumento nel dopoguerra di oltre il 100%. A questi vanno aggiunti i terreni restituiti alla natura ma che sono rimasti a prato, perché la crescita degli alberi è impedita dagli erbivori. Alla crescita delle foreste hanno contribuito i rimboschimenti, ma d’altro canto essa è stata rallentata dagli incendi.

La situazione dell’Italia è analoga a quella di tutti gli altri paesi sviluppati. In America ci sono più boschi adesso che al tempo degli Indiani, mentre in Giappone, uno dei paesi più industrializzati e popolati del mondo, i boschi coprono i due terzi della superficie.

Questi dati sono importanti. Non è la prima volta che diminuiscono le superfici coltivate e aumentano i boschi. Era già successo dopo la caduta dell’Impero Romano. Ma questa volta l’aumento della copertura verde e il ritorno degli animali selvatici non sono la conseguenza di un crollo demografico; al contrario essi coincidono con il massimo livello della popolazione e dei consumi. Un fatto che dimostra che il nostro modello di economia è diverso dal passato: un’agricoltura che quando cresce fa aumentare la superficie dei boschi! Se aumenta la produttività, cioè l’efficienza con cui viene usata la risorsa territorio, e se aumenta più dei consumi, è vero il contrario. E il discorso che riguarda il territorio lo si può estendere anche alle altre risorse primarie: se aumenta l’efficienza, a parità di beni prodotti diminuisce il consumo di materie prime ed energia.



Un’economia matura consuma meno materie prime e inquina di meno
Nella prima metà del dopoguerra sono aumentati i consumi di materie prime ed energia, e quindi anche l’inquinamento e l’impatto ambientale, che hanno raggiunto i valori massimi negli anni Sessanta. La crescita produttiva è stata veloce, perché trainata da molti bisogni insoddisfatti, e anche da una popolazione che continuava ad aumentare.
Ma questa crescita non è durata a lungo perché nel corso degli anni Settanta, man mano che i mercati dei beni materiali venivano saturati, c’era sempre meno bisogno di produrne di nuovi, mentre una quota crescente della capacità di spesa si dirigeva sui servizi, cioè sui beni immateriali. Anche i consumi energetici durante gli anni Ottanta si sono fermati. Poi hanno ripreso a crescere, ma al ritmo più lento dell’1% all’anno (mentre prima crescevano del 2,5% all’anno e negli anni del boom economico molto di più). Per questo l’economia è diventata sempre più sostenibile, e non solo perché sono stati presi degli specifici provvedi menti per abbattere le emissioni inquinanti, depurare le acque di scarico e riciclare i rifiuti. A questo punto però è opportuno esaminare l’andamento dell’economia settore per settore.
Generi alimentari. Subito dopo la guerra l’Italia era ancora un paese povero e arretrato, con in più i danni dei bombardamenti. L’alimentazione era insufficiente in quantità e qualità, ma ben presto queste carenze sono state colmate. Poi i consumi alimentari non sono più cresciuti in termini quantitativi, sia perché più di tanto non possiamo mangiare, sia perché la popolazione stava smettendo di crescere. A questo punto le aziende del settore, per aumentare il valore dei loro prodotti, hanno puntato sulla qualità, mentre le moderne tecniche agronomiche continuavano ad aumentare la produttività e a diminuire la pressione sul territorio.
Certamente l’agricoltura moderna usa una discreta quantità di energia sotto forma di fertilizzanti e macchine agricole. Ma non bisogna dimenticare che il territorio è la nostra principale risorsa ambientale, e che i problemi dell’energia, come si vedrà più avanti, possono a loro volta avere delle soluzioni. Infine la produttività agricola potrebbe aumentare ancora molto in futuro, per esempio man mano che si diffonderanno le coltivazioni idroponiche.
Attività edilizia. Alla fine della guerra metà della forza lavoro era impiegata nell’agricoltura; oggi solo il 3,5%. L’espulsione di quasi tutta la forza lavoro agricola ha determinato un vero e proprio esodo dalle campagne alle città. Inoltre subito dopo la guerra vivevamo in media in quattro per stanza, ma con l’aumento dei redditi è aumentato il fabbisogno di spazi abitativi pro capite e oggi abbiamo più di una stanza a testa. La domanda di nuove abitazioni ha fatto esplodere le città. Ma nel corso degli anni Settanta, man mano che questa grande fame di case veniva soddisfatta, c’era sempre meno bisogno di costruirne di nuove.
Un discorso analogo riguarda tutti gli altri sottosettori dell’edilizia: strade, autostrade, fabbriche, uffici, negozi ecc. Per esempio, negli anni Sessanta abbiamo costruito tutto il nostro sistema autostradale; ma proprio perché le autostrade le avevamo già costruite tutte, negli anni Settanta non ne abbiamo costruito nessun’altra. Quindi tutto il settore dell’economia che costruiva autostrade ha chiuso. Alla fine del decennio l’attività edilizia si era ridotta a poca cosa, e con essa era crollato anche il consumo di materie prime industriali come acciaio, rame e cemento. Nel 1980 ci fu la crisi dell’acciaio, una crisi di sovrapproduzione. I paesi più sviluppati dell’epoca dovettero accordarsi per suddividersi le quote di produzione, che si attestarono sul 40% o anche meno dei valori precedenti. In altre parole la produzione di un bene industriale così significativo come l’acciaio in un solo anno è crollato di oltre il 60%! Anche il consumo delle altre materie prime minerarie è crollato, per esempio il rame. Negli anni successivi molte grandi miniere di rame in Nord e Sud America avevano chiuso, e per tutti gli anni Novanta sembrava che non dovessero più riaprire. Poi invece hanno ripreso l’attività e i prezzi sono tornati alti, ma a causa della domanda dei paesi emergenti. Se fosse stato per quelli più sviluppati queste miniere non avrebbero mai più riaperto.
Mobili ed elettrodomestici. Anche questo settore, nella prima metà del dopoguerra, ha conosciuto una forte espansione. Finché una famiglia su due aveva la lavatrice e l’altra no, chi non l’aveva faceva di tutto per comprarla, e questo trainava il mercato. Ma nel momento in cui tutti hanno in casa la lavatrice, perché l’industria possa venderne un’altra bisogna che una di quelle che ha venduto prima si rompa. Cioè si passa da un mercato in crescita a uno di sostituzione, con volumi produttivi molto più bassi. Alla diminuzione delle vendite le industrie hanno risposto con diverse strategie: hanno accorciato la vita di molti prodotti o li hanno rinnovati più spesso in modo da accelerarne il ricambio. Oppure ne hanno creati di nuovi come i computer e i telefonini, e hanno cercato di espandersi sui mercati esteri. Ma se ci si limita al mercato interno, queste misure sono riuscite a compensare solo in parte il calo delle vendite.
Servizi. Se non siamo portati a pensare che la produzione di molti beni materiali possa essere diminuita, è perché il loro consumo non è affatto diminuito. Per esempio non abbiamo smesso di andare in autostrada, anche se per tanto tempo non ne abbiamo più costruite altre. Inoltre, dato che non è diminuita la capacità di spesa, quella che non veniva più impiegata nell’acquisto dei beni materiali si dirigeva sui servizi, che sono cresciuti al punto che oggi coprono i tre quarti dell’economia.
Dato che i servizi soddisfano dei bisogni meno fondamentali, essi spingono l’economia con meno forza. L’economia quindi non può più crescere come prima e rallenta. In compenso, proprio perché i servizi soddisfano dei bisogni più sofisticati, essi fanno fare alla società un salto di qualità. Molti di essi come l’istruzione e la sanità sono pubblici e gli altri sono forniti dai privati: commercio, trasporti, informazione, cultura, servizi alla persona, turismo, ristorazione ecc.
I servizi, dato che sono beni immateriali, hanno un impatto ambientale molto minore. E’ pur vero che tra i servizi ci sono i trasporti che consumano molta energia. D’altra parte i beni materiali che produciamo incorporano una grande quantità e una quantità crescente di servizi che ne aumentano la qualità e il valore. Siamo davvero una società in grande prevalenza di servizi.
Automobili. Se la produzione dei beni materiali è crollata, i consumi di energia hanno solo rallentato il loro trend di crescita, e la colpa è principalmente dell’automobile. Anche le quattro ruote hanno raggiunto i limiti del mercato alla fine degli anni Settanta. Ma da quel momento le case automobilistiche hanno convinto i loro clienti a comprare auto sempre più grandi e sempre più potenti, che però hanno bisogno di più materie prime per essere fabbricate e consumano più carburante. E questa crescita ha più che compensato il calo dei consumi energetici negli altri settori produttivi. Se anche quello dell’auto avesse avuto lo stesso andamento degli altri settori economici, la sostenibilità di un’economia industriale matura sarebbe risultata molto più evidente. Questo d’altra parte significa che basterebbe introdurre dei modelli di auto più efficienti per far crollare i consumi energetici. Del resto nel nostro prossimo futuro ci sono le auto elettriche, che consumeranno tre o quattro volte meno energia e metalli delle auto di oggi. Nonostante l’aumento dei consumi energetici delle auto degli ultimi decenni, però, a partire dalla metà degli anni Novanta le emissioni di anidride carbonica sono molto diminuite.
Centrali a turbogas. Nel campo dell’energia l’innovazione più importante degli ultimi anni sono le centrali a turbogas. Questi impianti usano il metano, un combustibile più abbondante, pulito e meno costoso del petrolio, e lo usano con molta maggiore efficienza. Il loro rendimento è prossimo al 60%, molto più alto cioè del limite teorico del 39% del ciclo di Carnot. E poiché sono pulite e meno ingombranti, vengono costruite vicino alle città, e questo comporta altri vantaggi. In particolare diventa più facile usarne l’acqua di raffreddamento per scaldare case, uffici, serre ecc. Il rendimento complessivo in media d’anno può così arrivare al 75%. Per un confronto le migliori centrali a carbone e a nafta avevano rendimenti di circa il 35% e quelle a metano del 30%. Questo significa che le centrali a turbogas, che nei paesi sviluppati producono la maggior parte dell’energia elettrica, hanno rendimenti quasi doppi di quelle che hanno sostituito, e quindi producono la stessa quantità di energia elettrica con poco più della metà del combustibile. E un combustibile che a parità di calorie produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Il metano ha sostituito la nafta e il gasolio, una volta molto usati, anche nel riscaldamento degli edifici (in compenso nel dopoguerra è molto aumentato il volume degli edifici riscaldati, che poi in un secondo momento sono stati isolati molto meglio). Le emissioni del principale gas serra, però, sono diminuite anche per un altro motivo.
Nei giacimenti petroliferi c’è quasi sempre del gas naturale che sale in superficie insieme con il petrolio, una quantità in media più grande del petrolio stesso che viene estratto. Però fin dall’inizio dell’era delle estrazioni petrolifere il gas naturale veniva incendiato appena saliva in superficie, perché il metano miscelato con l’aria forma una miscela esplosiva. Solo nel secondo dopoguerra alcuni paesi, tra cui l’Italia, si erano dotati di una infrastruttura per distribuirlo e utilizzarlo. Però fino alla metà degli anni Novanta forse l’80% di tutto il gas che saliva in superficie insieme al petrolio veniva distrutto in questo modo.
Le centrali a turbogas hanno fatto diventare il gas naturale quasi più importante del petrolio stesso e sono stati costruiti molti metanodotti per trasportarlo fino ai luoghi di consumo. Oggi questo gas alimenta delle centrali molto più efficienti e sostituisce una quantità quasi doppia di nafta o di carbone. Ma anche quando non ci sono i metanodotti, il gas naturale non viene quasi mai bruciato inutilmente, ma reimmesso in pressione nel sottosuolo per un uso futuro. Grazie alle centrali a turbogas il nostro Paese negli ultimi 25 anni ha circa dimezzato le proprie emissioni di anidride carbonica.


La sostenibilità dei paesi emergenti
In definitiva i paesi sviluppati sono oggi da ogni punto di vista molto più sostenibili di 50 anni fa, e sostenibili col tempo lo diventeranno sempre di più. Ma come stanno i paesi emergenti? Per molti aspetti il loro impatto ambientale sta aumentando. E molti temono che se la loro crescita dovesse continuare fino a raggiungere i paesi più sviluppati, la pressione sull’ambiente diventerebbe insostenibile.
In realtà non è difficile capire quello che sta avvenendo oggi nei paesi emergenti e anche quello che avverrà nei prossimi anni, perché essi stanno percorrendo la stessa strada di quelli sviluppati con solo qualche decennio di ritardo (è per questo che è importante risalire indietro nel tempo fino ai primi anni del dopoguerra). Per completare il loro sviluppo essi dovranno crescere ancora, a seconda dei casi, per altri 5, 10 o 20 anni, non di più.
C’è un dato importante di provenienza ONU. Nel 2017 il 9% più povero della popolazione mondiale aveva una speranza di vita di 62 anni. Questa era la speranza di vita in Italia subito dopo la II Guerra mondiale. Per questo e per altri indicatori – percentuale di forza lavoro agricola e tasso di natalità – il livello di sviluppo dell’Italia di allora era più o meno quello della parte più povera della popolazione mondiale di oggi. Partendo da lì, quanto tempo ci abbiamo impiegato per arrivare alla fine del nostro boom economico? Una ventina d’anni o poco più. E quanto tempo ci impiegherà questo 9% a raggiungere lo stesso risultato? Più o meno lo stesso tempo.
Certo, se un paese non cresce, di tempo ce ne vorrà di più. Però la maggior parte dei paesi emergenti sta crescendo a ritmi ancora più alti dell’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta. Oppure, invece che di paesi, si può parlare di aree di classe media in espansione all’interno dei paesi. Aree in cui i bisogni fondamentali sono già stati soddisfatti e l’economia si sta spostando sui servizi. Ma alla fine la sostanza del discorso non cambia. In un primo momento le aree urbane e le regioni meglio connesse con il commercio internazionale crescono più velocemente di quelle più remote e isolate. Però, una volta raggiunti i limiti del mercato, la loro crescita rallenta. Mentre le aree più arretrate, man mano che migliorano i collegamenti, proseguono la loro risalita e alla fine la situazione tende ad equilibrarsi.
La produzione del cibo. Molti oggi sono preoccupati anche dal problema della produzione del cibo, perché pensano che la Terra non possa nutrire i nove miliardi di abitanti previsti per il 2050, oppure che ci sarà un aumento drammatico della pressione ambientale. In effetti negli ultimi decenni molte foreste tropicali sono state abbattute per fare posto a pascoli e coltivazioni. Come faremo quindi a rendere sostenibile la produzione del cibo? In realtà è molto probabile che nei prossimi decenni il problema sarà piuttosto la sovrapproduzione agricola, non il suo contrario.
Proprio perché i paesi più poveri hanno un’agricoltura arretrata, possono aumentare molto le rese per ettaro. Inoltre, non appena cominciano ad avere un po’ di risorse da spendere, le investono in interventi per il recupero del territorio, per la creazione di parchi naturali ecc. Secondo una ricerca recente ci sono una decina di milioni di chilometri quadrati di territorio, impoverito da secoli o millenni di sfruttamento eccessivo, che possono essere recuperati. E sono già in corso in tutto il mondo numerosi piani di rimboschimento, come per esempio il progetto Grande muraglia verde del Sahel.
La crescita demografica. Molti altri sono preoccupati dalla crescita demografica. Eppure negli ultimi 50 anni tutti i tassi di natalità sono crollati, e sono crollati al punto che già da una quindicina d’anni il numero di nuovi nati in media mondiale si è stabilizzato: un risultato epocale! In pratica la stabilità demografica è stata già raggiunta anche a livello mondiale, anche se in termini assoluti la popolazione continuerà ad aumentare, a ritmo decrescente, ancora per altri 30 o 40 anni. Ma questo è solo il completamento della transizione demografica. A crescere di numero saranno le classi di età adulte, mentre il numero dei bambini e poi dei giovano già da alcuni anni non aumenta più.
L’esodo su scala globale dalle campagne alle città. Il resto del mondo sta seguendo quello più sviluppato anche sulla strada dell’urbanizzazione. Nel 2008 la popolazione urbana ha superato quella rurale, e continua ad aumentare. Però molti pensano che questo sia un male. Perché abbandonare la tranquilla vita di campagna, il contatto diretto con la natura, per la confusione e il degrado della grande città? Perché la vita nei villaggi e nelle località più remote e isolate di solito è molto peggiore. Nei villaggi e nelle realtà rurali i condizionamenti sociali impediscono alla maggior parte della gente di compiere delle scelte veramente libere. Inoltre il lavoro è spesso senza orario e senza retribuzione. Nelle città ci saranno altri problemi, ma si è liberi da questi pesanti condizionamenti sociali. E poi ci sono molte più opportunità economiche, si è molto più connessi ed è più facile accedere a servizi fondamentali come l’istruzione e la sanità. Questi sono i motivi che spingono le famiglie a lasciare campagne e villaggi; un esodo compensato in misura sempre minore da una natalità demografica in declino.
In equilibrio con la natura? A questo punto non si può non accennare alle tante trasmissioni televisive che mostrano delle tribù primitive o delle famiglie contadine che vivono ancora “in equilibrio con la natura”, e che di fatto vengono contrapposte alla società moderna che, come sappiamo, è la causa di ogni male. In realtà più primitive sono queste società, più basso è il loro livello di vita. E anche se esse hanno “un grande rispetto per tutti gli animali”, più tempo impiegheranno ad uscire dalla primitività, maggiore sarà il rischio di estinzione per elefanti, rinoceronti, tigri ecc.
Di fatto, così come è avvenuto a suo tempo nei paesi che si sono sviluppati per primi, l’abbandono delle campagne ha conseguenze molto positive per l’ambiente. Perché se è vero che in alcuni casi continuano ad essere abbattute delle foreste per ricavarne legname e terreni agricoli (e anche per produrre biocarburanti!), i terreni abbandonati e non più coltivati vengono ben presto ricoperti dalla foresta, e la ricrescita supera di molto gli abbattimenti. Già adesso nella fascia tropicale ci sono diversi milioni di chilometri quadrati di foresta secondaria, ricresciuta dopo l’abbandono dell’agricoltura di sussistenza.
Infine, una volta che la produzione dei beni materiali avrà saturato il mercato, anche negli attuali paesi emergenti la produzione dei beni materiali e il consumo delle risorse primarie subiranno una forte diminuzione. Quindi sono proprio la crescita e lo sviluppo le condizioni della sostenibilità ambientale. La soluzione non è la decrescita ma la crescita.