Lo sviluppo come soluzione dei problemi della povertà e dell’ambiente – Seconda parte

Seconda parte

La scelta tra crescita e decrescita
Se negli ultimi mille anni l’Europa non avesse scoperto la formula del benessere, vivremmo ancora adesso nelle stesse terribili condizioni di vita di un tempo. La nostra esistenza sarebbe quasi certamente breve, segnata dalla fatica e dalla fame, dalla precarietà, dalla violenza, dall’ignoranza e da terribili condizioni igieniche. Ed è importante capire come abbiamo fatto ad uscire dalla trappola della povertà, per progettare il nostro futuro e per far uscire il resto del mondo dalla stessa secolare miseria.
Molti però considerano la società moderna la causa delle disparità e delle ingiustizie sociali, e condannano la crescita economica e “questo modello di sviluppo”, come se ce ne potesse essere un altro. In realtà è la povertà abissale di tutte le altre epoche la vera causa delle ingiustizie e delle disparità sociali, mentre la società moderna è l’unica nella storia che è riuscita a debellarla, e quindi è tra tutte di gran lunga la meno ingiusta.
Ma l’accusa alla società moderna non è solo questa. Oggi essa viene accusata di essere responsabile anche dei danni all’ambiente. Danni destinati ad aumentare man mano che il nostro modello “consumista” si estenderà a tutto il mondo, e man mano che continuerà ad aumentare la popolazione mondiale. Per questo molti pensano che per salvare l’ambiente sia necessario trasformare la crescita in decrescita, e anche che sia possibile una decrescita “dolce”. Altri invece, come questo sito, sostengono che la crescita è necessaria anche per la sostenibilità ambientale, e che coltivare il mito della decrescita, meglio conosciuta col nome di crisi economica, sia l’errore più grande che si possa fare. Per quanto riguarda poi il consumismo, la crescita dei paesi poveri serve prima di tutto a soddisfare dei bisogni essenziali.
A prima vista, dato che i danni all’ambiente sono sempre dovuti alle attività economiche, la decrescita sembrerebbe la soluzione obbligata: se la produzione e il commercio diminuiscono, diminuiranno anche i danni all’ambiente. Del resto questa era anche l’opinione di chi scrive prima di cominciare a lavorare a questo sito. Sì, le moderne tecnologie hanno molto migliorato le nostre condizioni di vita, ma al prezzo di uno sfruttamento sempre più radicale, e quindi sempre più distruttivo, delle risorse naturali. Andando avanti di questo passo finiremo col distruggere la vita sulla Terra.
In realtà queste affermazioni devono essere quasi rovesciate perché, anche se questa per molti è un’affermazione sorprendente, i paesi sviluppati sono oggi, da quasi ogni punto di vista, molto più sostenibili rispetto agli anni ‘60 quando avevano raggiunto il loro massimo impatto ambientale.
Le nuove tecnologie, infatti, possono anche migliorare lo stato dell’ambiente. Nel passato quando le tecnologie rimanevano sempre le stesse, l’unico modo per aumentare la produzione era intensificare lo sfruttamento delle risorse naturali. Per esempio per produrre più cibo era necessario coltivare sempre più terra, sottraendola alla natura.
Per questo molti pensano che la crescita economica sia sempre dannosa. Però la produzione può crescere anche grazie alle tecnologie che aumentano la produttività, e che diventano sempre più convenienti man mano che le risorse primarie diventano scarse e costose. E quando la produttività aumenta, e quando aumenta più dei consumi, diminuisce il fabbisogno di materie prime energia e territorio, e quindi l’impatto ambientale.
Inoltre la produzione di beni materiali non aumenta all’infinito. Infatti una volta soddisfatti i principali bisogni materiali, passano in prima linea dei bisogni più sofisticati che vengono soddisfatti dall’economia dei servizi, cioè dalla produzione di beni immateriali. E tra i nuovi bisogni c’è anche quello di migliorare lo stato dell’ambiente e di salvaguardare gli ecosistemi naturali. E allora progettiamo delle tecnologie che hanno proprio lo scopo di difendere l’ambiente.
Questo spiega i miglioramenti avvenuti nei paesi più ricchi e sviluppati negli ultimi cinquant’anni: la superficie dei boschi è molto aumentata, nel bosco sono tornati gli animali, l’inquinamento è fortemente diminuito, i consumi di energia si sono stabilizzati e il consumo delle altre materie prime è crollato. Infine negli ultimi vent’anni le centrali a turbogas hanno fatto diminuire anche le emissioni di anidride carbonica.
Ma l’elemento più importante che rende le società moderne più sostenibili di quelle del passato, è il fattore demografico. I paesi sviluppati hanno raggiunto da tempo uno stabile equilibrio demografico, che è la condizione principale della sostenibilità.
 
Lo sviluppo come soluzione del problema demografico
Tutte le specie viventi cercano di occupare ogni spazio disponibile alla massima velocità consentita dal proprio potenziale di crescita demografica. Una femmina di cinghiale partorisce 8 /10 figli due volte all’anno, e i piccoli in poco tempo diventano adulti e possono a loro volta procreare. In condizioni ottimali (territorio libero in cui espandersi e assenza di nemici naturali) il potenziale di crescita dei cinghiali è forse del 1500% annuo. Un potenziale di crescita così elevato è utile per occupare prima della concorrenza un nuovo ambiente, per esempio i boschi degli Appennini di 30 anni fa. Ma un grande spazio libero è una situazione insolita. In condizioni normali non ci sono nuovi spazi in cui scaricare l’eccesso della popolazione, che quindi non può crescere. E se la popolazione non aumenta vuol dire che la mortalità deve essere tale da compensare il tasso di natalità, quindi molto alta. Una condizione che vale per tutti gli esseri viventi presenti in natura, e anche per l’umanità fino all’epoca moderna.
Il potenziale di crescita demografica della specie umana è almeno del 5% annuo. Molto più basso di quello dei cinghiali, ma comunque in grado di raddoppiare la popolazione ogni 14 anni. A questo tasso di crescita in 1.000 anni una popolazione raddoppierebbe 71,43 volte, raggiungendo numeri spropositati. Ma anche il tasso di crescita più modesto dell’1% annuo, nel medio – lungo periodo sarebbe insostenibile. Infatti nel corso di 2.000 anni esso farebbe raddoppiare la popolazione 28 volte e mezza (28 raddoppi più un ulteriore aumento del 50%), il che equivale a moltiplicare la popolazione iniziale per 200 milioni!
E come per i cinghiali, anche per gli esseri umani è raro che ci siano degli spazi liberi da occupare. Questo è avvenuto in Europa nei primi tre secoli dello scorso millennio, che hanno visto la popolazione crescere, sia pure lentamente per via delle primitive condizioni di vita, fino ad occupare tutti i terreni coltivabili. Ma, una volta che questi si sono esauriti, è sopraggiunta la crisi, che ha fatto aumentare il tasso di mortalità fino ad eguagliare quello di natalità. Così l’Europa è tornata alla situazione descritta da Malthus, identica a quella degli animali in natura, che non a caso è stata posta da Darwin a fondamento della sua teoria della selezione naturale e dell’evoluzione.
Ma la società moderna nata dalla rivoluzione industriale sfugge a questo destino. Secondo la logica maltusiana, quando aumenta la produttività e quindi la disponibilità di cibo, la popolazione dovrebbe aumentare fino ad esaurire questa maggiore disponibilità, poi la mortalità dovrebbe riprendere a crescere fino ad eguagliare il tasso di natalità. Invece, raggiunto un certo livello di benessere, succede il contrario: la natalità comincia a diminuire e alla fine la popolazione si stabilizza in uno stato di equilibrio, con bassi tassi di natalità e di mortalità.
Gli esseri umani erano già gli unici animali dotati di cultura e di linguaggio (vedi l’articolo “Perché gli esseri umani sono diversi”).
Sono ancora unici perché sono i soli animali sociali che hanno superato i limiti della tribù per costruire società di milioni di persone e arrivare alla fine ad un’unica società globale (vedi l’articolo “Lo scambio di rende unici”).
Infine siamo l’unica specie animale che ha raggiunto uno stabile equilibrio demografico (i paesi sviluppati) o che lo sta raggiungendo (il resto del mondo). Un equilibrio che è la principale condizione sia della sostenibilità sociale (sconfitta della povertà) che di quella ambientale. Ma vediamo in concreto come è migliorato in questi anni lo stato dell’ambiente nei paesi sviluppati.
 
L’aumento della produttività agricola fa crescere il bosco
L’agricoltura moderna è l’esempio più importante di come un aumento della produttività possa diminuire la pressione sugli ecosistemi naturali. Lo sviluppo della chimica ha messo a disposizione i fertilizzanti sintetici. Quello della meccanica le macchine per la lavorazione del terreno, che hanno anche liberato la maggior parte della manodopera, rendendola disponibile per la produzione di altri beni e servizi. Infine la selezione incrociata ha aumentato la produttività sia delle piante che degli animali d’allevamento. Altri aumenti sono stati ottenuti con l’irrigazione forzata, con gli antiparassitari e con migliori tecniche di conservazione dei raccolti. Negli ultimi 200 anni la produzione è aumentata di decine di volte, e oggi l’agricoltura riesce a nutrire molto meglio di prima una popolazione che nel frattempo è cresciuta di sei volte. Ma dato che le rese per ettaro sono aumentate molto di più, è diminuita la pressione sul territorio.
A causa dell’aumento della produttività agricola e dei redditi, nel dopoguerra molti terreni di montagna, una volta sfruttati nell’ambito di un’agricoltura di sussistenza, sono stati abbandonati e restituiti alla natura, che li ha di nuovo ricoperti di boschi. I boschi stessi, molto meno sfruttati, sono stati ripopolati da animali che erano da tempo scomparsi: cinghiali, daini, caprioli, cervi, lupi, orsi.
I dati sono eloquenti. Verso la metà dell’800 i boschi coprivano 5.025.000 ettari pari al 16,7% dell’attuale superficie nazionale, e nel 1948 /’49 la copertura verde era salita a 5.600.000 ha. Secondo l’Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi forestali di Carbonio del Ministero Agricoltura e Foreste (pagina web non più disponibile), nell’anno 2005 la superficie forestale era di 10.467.533 ha (34,9%), di cui 8.759.200 costituiti da boschi veri e propri, e i restanti 1.708.333 da altre superfici boscate, cioè da arbusteti e macchia mediterranea. In altre parole la superficie dei boschi è passata dal 16,7% del 1850 al 18,6% del 1948 al 34,9 % del 2005, e continua ad aumentare anche se a ritmo un po’ rallentato. Attualmente dovrebbe aver superato il 38%, con un aumento nel dopoguerra di oltre il 100%. Poi ci sono i terreni restituiti alla natura ma che sono rimasti a prato, perché la crescita degli alberi è impedita dagli erbivori. Alla crescita delle foreste hanno contribuito i rimboschimenti, ma d’altro canto essa è stata rallentata dagli incendi.
La situazione dell’Italia è analoga a quella di tutti gli altri paesi sviluppati. In America ci sono più boschi adesso che al tempo degli Indiani, mentre in Giappone, uno dei paesi più industrializzati e popolati del mondo, i boschi coprono i due terzi della superficie.
Questi dati sono importanti. Non è la prima volta che diminuiscono le superfici coltivate e aumentano i boschi. Era già successo dopo la caduta dell’Impero Romano. Ma questa volta l’aumento della copertura verde e il ritorno degli animali selvatici non sono la conseguenza di un crollo demografico; al contrario essi coincidono con il massimo livello della popolazione e dei consumi. Un fatto che dimostra che il nostro modello di economia è diverso dal passato: un’agricoltura che quando cresce fa aumentare la superficie dei boschi! Se aumenta la produttività, cioè l’efficienza con cui viene usata la risorsa territorio, e se aumenta più dei consumi, è vero il contrario. E il discorso che riguarda il territorio lo si può estendere anche alle altre risorse primarie: se aumenta l’efficienza, a parità di beni prodotti diminuisce il consumo di materie prime ed energia.
 
Un’economia matura consuma meno materie prime e inquina di meno
Nella prima metà del dopoguerra sono aumentati i consumi di materie prime ed energia, e quindi anche l’inquinamento e l’impatto ambientale, che hanno raggiunto il loro massimo livello negli anni ‘60. La crescita produttiva è stata veloce, perché trainata da molti bisogni insoddisfatti, e anche da una popolazione che continuava ad aumentare.
Ma questa crescita non è durata a lungo, perché intorno al 1980 tutti i principali mercati dei beni materiali sono giunti a saturazione, la produzione in termini quantitativi si è stabilizzata o è diminuita mentre è cresciuto il settore dei servizi. E i servizi, con l’eccezione dei trasporti, consumano meno materie prime energia e territorio. Sono diminuiti da allora anche tutti i principali inquinanti, anche perché sono stati presi dei provvedimenti per abbattere le emissioni, depurare le acque di scarico, riciclare i rifiuti ecc. A questo punto è opportuno esaminare l’andamento dell’economia settore per settore.
Generi alimentari. Subito dopo la guerra l’Italia era ancora un paese povero e arretrato, con in più i danni dei bombardamenti. L’alimentazione era insufficiente in quantità e qualità, ma ben presto queste carenze sono state colmate. Poi i consumi alimentari non sono più cresciuti in termini quantitativi, sia perché più di tanto non possiamo mangiare, sia perché la popolazione stava smettendo di crescere. A questo punto le aziende del settore, per aumentare il valore dei loro prodotti, hanno puntato sulla qualità, mentre le moderne tecniche agronomiche diminuivano la pressione sul territorio.
Certamente l’agricoltura moderna usa una discreta quantità di energia sotto forma di fertilizzanti e macchine agricole. Ma non bisogna dimenticare che il territorio è la nostra principale risorsa ambientale, e che i problemi dell’energia, come si vedrà più avanti, possono a loro volta avere delle soluzioni. Infine la produttività agricola potrebbe aumentare ancora molto in futuro, per esempio man mano che si diffonderanno le coltivazioni idroponiche.
Abitazioni. Nella prima metà del dopoguerra c’è stato l’esodo dalle campagne alle città, e sono aumentati anche gli spazi abitativi pro capite. Nei primi anni del dopoguerra vivevamo in quattro per stanza, mentre oggi abbiamo almeno una stanza a testa. La domanda di nuove abitazioni ha trainato l’edilizia, che a sua volta ha fatto aumentare il consumo di materiali da costruzione e di aree per i nuovi quartieri, sottratte alla campagna. Ma nel corso degli anni ’70 questa grande fame di case si è esaurita, l’attività edilizia si è ridotta a poca cosa, e oggi è costituita in prevalenza da ristrutturazioni.
Mobili ed elettrodomestici. Anche questo settore nella prima metà del dopoguerra ha conosciuto una forte espansione. Finché una famiglia su due aveva la lavatrice e l’altra no, chi non l’aveva faceva di tutto per comprarla, e questo trainava il mercato. Ma nel momento in cui tutti hanno in casa la lavatrice, perché l’industria possa venderne un’altra bisogna che una di quelle che ha venduto prima si rompa. In altre parole si passa da un mercato in crescita a uno di sostituzione, con volumi produttivi molto più ridotti. Alla diminuzione delle vendite le industrie hanno risposto con diverse strategie: hanno accorciato la vita di molti prodotti o li hanno rinnovati più spesso in modo da accelerarne il ricambio, ne hanno creati di nuovi come i computer e i telefonini, e hanno cercato di espandersi sui mercati esteri. Ma se ci si limita al mercato interno, queste misure sono riuscite a compensare solo in parte il calo delle vendite.
Servizi. Se le attività produttive si riducono, a crescere sono i servizi. In Italia il settore dei servizi occupa il 70% di tutta l’economia (dati pre crisi), ma in altri paesi questa percentuale è ancora più alta. Quasi la metà dei servizi come l’istruzione e la sanità sono pubblici, e gli altri sono forniti dai privati: commercio, trasporti, informazione, servizi alla persona, ristorazione, turismo, viaggi ecc. In questo settore i consumi di risorse primarie sono di solito molto più bassi. Sono comunque consumi in crescita di cui bisogna tenere conto.
 
I paesi sviluppati sono oggi molto più sostenibili di 50 anni fa
Quindi la popolazione dei paesi sviluppati ha smesso di crescere. La superficie dei boschi è molto aumentata. Nel bosco sono tornati gli animali e in generale tutta la fauna selvatica è in ripresa. I principali inquinanti sono crollati al 10 / 20% dei valori raggiunti negli anni ‘60. Infine i consumi di energia si sono quasi stabilizzati e quelli delle altre materie prime sono crollati e non si sono più ripresi. Lo dimostra il fatto che nel 1980 i paesi sviluppati si erano accordati per suddividersi le quote di produzione dell’acciaio, che si attestarono al 35 / 40% dei valori precedenti. Anche il consumo di rame è crollato, tanto negli anni 90 molte miniere in Sud America avevano chiuso. Infine negli ultimi vent’anni, indipendentemente dalla crisi, anche le emissioni di anidride carbonica sono diminuite.
Automobili. I consumi di energia, però, sono rimasti alti, e la colpa è dell’automobile. Anche le quattro ruote hanno raggiunto i limiti del mercato alla fine degli anni ’70. Ma da quel momento il settore auto è andato in controtendenza. Le case automobilistiche hanno convinto gli automobilisti a comprare auto sempre più grandi e potenti, ma che richiedono più materie prime per essere fabbricate e consumano più carburante. E questa crescita ha più che compensato il calo dei consumi energetici negli altri settori che, dopo una pausa, hanno ripreso a crescere sia pure a ritmo rallentato.
Se anche l’automobile avesse conosciuto lo stesso andamento degli altri beni materiali, la sostenibilità di un’economia matura sarebbe risultata evidente. Questo d’altra parte significa che basterebbe introdurre dei modelli di auto più efficienti per raggiungere questo risultato. Nonostante tutto, però, le emissioni di anidride carbonica sono diminuite.
Centrali a turbogas. Nel campo dell’energia l’innovazione più importante degli ultimi vent’anni è sicuramente costituita dalle centrali a turbogas. Questi impianti usano il metano, un combustibile più abbondante, più pulito e meno costoso, e lo usano con molta maggiore efficienza. Il loro rendimento è prossimo al 60%, molto più alto cioè del limite teorico del 39% del ciclo di Carnot. E se viene usata anche l’acqua calda dopo che è servita per il raffreddamento dell’impianto, il rendimento può arrivare al 75%. Per un confronto le migliori centrali a carbone e a nafta avevano rendimenti di circa il 35% e quelle a metano del 30%. Questo significa che le centrali a turbogas, che nei paesi sviluppati producono la maggior parte dell’energia elettrica, hanno rendimenti quasi doppi di quelle che hanno sostituito, e quindi producono la stessa quantità di energia elettrica con la metà del combustibile. E un combustibile che a parità di calorie produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Il metano ha sostituito la nafta e il gasolio, una volta molto usati, anche nel riscaldamento degli edifici (in compenso nel dopoguerra è molto aumentato il volume degli edifici riscaldati, che poi in un secondo momento sono stati isolati molto meglio). Le emissioni del principale gas serra, però, sono diminuite anche per un altro motivo.
Nei giacimenti petroliferi c’è quasi sempre del gas naturale che sale in superficie insieme con il petrolio. Fino a poco tempo fa esso veniva subito incendiato perché combinato con l’aria forma una miscela esplosiva. Solo pochi paesi, tra cui l’Italia, si erano dotati di una infrastruttura per distribuirlo e utilizzarlo.
Le centrali a turbogas hanno fatto diventare il gas naturale quasi più importante del petrolio, e sono stati costruiti molti metanodotti per trasportarlo fino ai luoghi di consumo. Questo stesso gas oggi alimenta le centrali a turbogas e sostituisce una quantità doppia di nafta o di carbone. Ma anche dove non può essere trasportato con i metanodotti, non viene più bruciato inutilmente, ma reimmesso nel sottosuolo per un uso futuro. Quindi la diminuzione delle emissioni di anidride carbonica è certamente molto grande, anche se non è facilmente quantificabile (perché quasi mai si teneva nota del metano che veniva incendiato).
Probabilmente il calo delle emissioni del principale gas serra ha più che compensato la lenta crescita dei consumi energetici avvenuta dopo il 1980. A tutto questo poi bisogna aggiungere l’anidride carbonica incorporata nella massa vegetale dalla crescita dei boschi. Nonostante tutto però le emissioni globali di CO2 continuano ad aumentare, e questo introduce il discorso sulla sostenibilità della crescita dei paesi emergenti.
 
La sostenibilità dei paesi emergenti
In definitiva i paesi sviluppati sono oggi da ogni punto di vista molto più sostenibili di 50 anni fa, anche se i loro consumi di energia rimangono alti. Ma come stanno i paesi emergenti? Per molti aspetti il loro impatto ambientale sta aumentando. E molti temono che se la loro crescita dovesse continuare fino a raggiungere i paesi più sviluppati, la pressione sull’ambiente diventerà insostenibile. E’ questa, appunto, la giustificazione del mito della decrescita.
In realtà non è difficile capire quello che sta avvenendo oggi nei paesi emergenti, e quello che avverrà nei prossimi anni, perché essi stanno rifacendo la strada già percorsa da quelli sviluppati negli anni ’50, ’60 e ’70. Oggi come allora la crescita economica sta facendo aumentare i consumi di materie prime ed energia. I prezzi del rame sono saliti alle stelle, e per quanto riguarda l’energia in questi anni sono state costruite centinaia di centrali a carbone per di più poco efficienti, che sono le principali responsabili dell’aumento del tasso di anidride carbonica. Molti sono preoccupati anche dai problemi causati dalla produzione del cibo, perché pensano che la Terra non possa nutrire i nove miliardi di abitanti previsti per il 2050 senza un aumento drammatico della pressione ambientale. In effetti negli ultimi decenni molte foreste tropicali sono state abbattute per fare posto a pascoli e coltivazioni. Come faremo quindi a rendere sostenibile la produzione del cibo e dell’energia? In realtà, come si vedrà più avanti, le soluzioni non mancano.
Questa crescita, però, non ha solo effetti negativi. Prima di tutto c’è il continuo miglioramento delle condizioni di vita, dimostrato dal continuo allungarsi della sua durata. La media mondiale della speranza di vita è in crescita da decenni, e ha quasi raggiunto i 70 anni. E bloccare lo sviluppo economico, e impedire l’uscita dalla povertà di tanti paesi senza ragioni valide, non è moralmente accettabile.
Un’altra conseguenza positiva è la diminuzione del tasso di natalità in corso da decenni. In questo momento metà della popolazione mondiale ha già tassi di natalità uguali o inferiori al tasso di sostituzione, e anche i paesi che procedono più lentamente hanno almeno dimezzato la loro natalità. E anche questo è un film già visto. I paesi emergenti stanno percorrendo la stessa strada dei paesi sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Ad avanzare più lentamente è l’Africa, che è anche la regione che ha conosciuto la minore crescita economica. Un’altra dimostrazione del legame tra crescita e demografia.
Il resto del mondo sta seguendo quello più sviluppato anche sulla strada dell’urbanizzazione. Nel 2008 la popolazione urbana ha superato quella rurale, e continua ad aumentare. Molti però pensano che questo sia un male. Perché lasciare la tranquilla vita di campagna, il contatto diretto con la natura, per la confusione e il degrado della grande città? Perché la vita nei villaggi e nelle località più remote e isolate di solito è molto peggiore.
In molte realtà rurali i condizionamenti sociali impediscono alla maggior parte della gente di compiere delle scelte veramente libere. Inoltre il lavoro è spesso senza orario e senza retribuzione. Nelle città ci saranno altri problemi, ma si è liberi da questi condizionamenti sociali. E poi ci sono molte più opportunità economiche, si è molto più connessi ed è più facile accedere a servizi come l’istruzione e la sanità. Questi sono i motivi che spingono tante famiglie a lasciare campagne e villaggi; un esodo compensato in misura sempre minore da una crescita demografica in declino.
A questo punto non si può non accennare alle tante trasmissioni televisive che mostrano delle tribù primitive o delle famiglie contadine che vivono ancora “in equilibrio con la natura”, e che di fatto vengono contrapposte alla società moderna che, come sappiamo, è la causa di tutti i mali. In realtà più primitive sono queste società, più basso è il loro livello di vita. E anche se esse hanno “un grande rispetto per tutti gli animali”, più tempo impiegheranno ad uscire dalla primitività, maggiore sarà il rischio di estinzione per elefanti, rinoceronti, tigri ecc.
Di fatto, così come è avvenuto a suo tempo nei paesi sviluppati, l’abbandono delle campagne ha conseguenze positive per l’ambiente. Perché se è vero che continuano ad essere abbattute delle foreste per ricavarne legname e terreni agricoli (e per produrre biocarburanti), i terreni non più coltivati vengono ben presto ricoperti dalla foresta, e questa ricrescita compensa in gran parte gli abbattimenti. Nel giro di qualche decina d’anni, o forse molto prima, la ricrescita delle foreste prenderà il sopravvento, l’anidride carbonica comincerà a diminuire, e continuerà a farlo per molto, molto tempo.
Infine anche i paesi emergenti, a partire da quelli più progrediti, arriveranno a saturare i principali mercati dei beni materiali, con la conseguenza che anche i consumi di materie prime ed energia invertiranno la loro tendenza alla crescita.
Quindi sono proprio la crescita e lo sviluppo le condizioni della sostenibilità nel medio – lungo temine. Ma in questo momento la produzione di energia, l’agricoltura, l’allevamento e la pesca stanno esercitando una pressione crescente sugli ecosistemi naturali. La soluzione, però, non è la decrescita. Quello che invece bisogna fare è rendere più sostenibile questa indispensabile fase di crescita, tanto più che le possibilità non mancano. Ma la condizione è orientare le decisioni politiche verso le soluzioni più efficaci, abbandonando le tante pseudo soluzioni, inefficaci e controproducenti, adottate in questi anni.
 
Energia. Il problema dell’energia è due volte strategico, perché trovare delle fonti più pulite vorrebbe dire risolvere la metà dei problemi ambientali, e trovare delle fonti più economiche significherebbe abbassare il costo di qualsiasi cosa venga prodotto, e quindi dare una bella spinta all’economia. I problemi creati dalla crescita dei paesi emergenti comunque non sono semplici. Perché se è vero che l’impatto dei paesi sviluppati è diminuito, i consumi di energia sono rimasti alti, e pertanto la corsa verso il benessere degli emergenti implica un grande aumento dei loro consumi energetici. Considerato che già adesso le loro centrali elettriche stanno aumentando l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica, il problema non è di poco conto. Un problema che deve essere affrontato da due lati: diminuendo le emissioni di anidride carbonica dei paesi sviluppati, e rendendo più sostenibile la produzione di energia degli emergenti. Senza trascurare lo sviluppo delle nuove tecnologie che potrebbero cambiare i dati del problema.
Cominciamo dai paesi sviluppati. L’americano medio consuma quattro volte più energia di un europeo, che a sua volta consuma diverse volte più energia del resto del mondo. Cosa possono fare l’America e l’Europa per diminuire il loro fabbisogno o renderlo più sostenibile? Le soluzioni principali sono due: sostituire il carbone con il gas naturale, e sviluppare nuovi modelli di auto.
Negli ultimi anni ci si è accorti che ci sono immensi giacimenti di shale gas distribuiti per tutto il pianeta, cioè di idrocarburi costituiti in grande prevalenza da gas naturale contenuti in rocce argillose e impermeabili. Per estrarlo bisogna rendere porose queste rocce, in modo che il gas possa salire in superficie attraverso i tubi delle perforazioni. Il metodo impiegato è immettere acqua nel sottosuolo a fortissima pressione, in modo da fratturare la roccia e renderla permeabile. La tecnica del fracking, però, comporta diversi inconvenienti: sono necessarie molte più perforazioni, ci vuole molta acqua, parte della quale torna in superficie a volte inquinata da idrocarburi e sali minerali. Forse c’è anche la possibilità che l’acqua risalga fino alla superficie attraverso il terreno e contamini le falde freatiche. Un’altra conseguenza è che vengono provocati dei micro terremoti.
Data l’importanza del problema dell’energia e dei vantaggi del gas rispetto al carbone, c’è molto interesse per questa fonte di energia, ma molti pensano che la sua estrazione non sia sostenibile. La situazione cambierebbe se si potessero rendere porose le rocce per via chimica e anziché meccanica. Si sa che per rendere permeabile un terreno argilloso e renderlo coltivabile, è sufficiente aggiungere all’acqua usata per l’irrigazione del calcio in forma solubile, un materiale a basso costo e non inquinante. In questo modo il terreno diverta poroso e si ammorbidisce, e l’acqua e le radici delle piante possono penetrare in profondità. Allora perché non impiegare del calcio solubile per rendere permeabili le rocce argillose che contengono il gas naturale?
L’unica differenza è che a due o tre chilometri di profondità, dove di solito si trovano questi giacimenti, la pressione è molto più alta e le rocce sono molto più compatte. Ma se la cosa funzionasse, l’estrazione dello shale gas diventerebbe molto più sostenibile. Ci vorrebbe molto meno acqua, questa non risalirebbe in superficie, e non ci sarebbe più il pericolo di contaminare le falde freatiche e di provocare dei terremoti. Però rimarrebbe il problema di dover fare molte perforazioni.
D’altra parte anche l’estrazione del carbone è devastante per il territorio, e molto più del fracking. In vent’anni le miniere di carbone a cielo aperto negli Appalacchi hanno devastato più di 5.600 chilometri quadrati di territorio (Matt Ridley – Un ottimista razionale – pag. 264). Per il resto i vantaggi sono tutti per il gas. Sostituire le centrali a carbone con quelle a turbogas vorrebbe dire abbattere le emissioni di anidride carbonica dell’80% e azzerare tutti gli altri problemi: quello del trasporto di grandi volumi di materiale, quello dell’inquinamento dell’aria e quello dello smaltimento delle scorie di combustione.
Anche il confronto con le rinnovabili è a favore dello shale gas. Ci si lamenta che il fracking devasta il territorio. Ma le rinnovabili usano proprio il territorio, la nostra risorsa più preziosa, con l’aggravante che l’energia che producono è quasi inutilizzabile. E per quanto riguarda i biocarburanti, tutti gli studi dimostrano che l’energia che contengono è più o meno la stessa che è servita per produrli. Quindi non c’è nemmeno un po’ di energia in più, e vengono coltivate inutilmente vastissime aree, oppure vengono distrutte grandi quantità di derrate agricole in cambio di nulla. A proposito di spreco del cibo e di consumo del territorio! Vedi l’art. “La costosa follia delle energie alternative”.
E non vale nemmeno il discorso che per rendere convenienti le rinnovabili bisognerebbe aumentare il costo dell’energia. Infatti non è questione di prezzo, ma proprio del fatto che eolico e fotovoltaico si presentano in una forma inutilizzabile, mentre i biocarburanti sono addirittura controproducenti. Inoltre, come dimostra la crisi economica, i prezzi alti dell’energia rallentano l’economia.
Quindi se davvero vogliamo abbattere le emissioni di anidride carbonica, la prima cosa da fare è trasferire i consumi dal carbone al gas naturale. La seconda è verificare la possibilità di realizzare un’auto elettrica sfruttando una scoperta premiata qualche anno fa con un Nobel. Secondo un articolo di LeScienze del mese di febbraio 2012, con i quasi cristalli si potrebbero fare delle termocoppie così efficienti nella trasformazione del calore in elettricità che potrebbero essere usate nella normale produzione termoelettrica. Ma allora, a maggior ragione, si potrebbe trasformare il calore in elettricità a bordo di un’auto in modo da realizzare una vera auto elettrica, e senza i problemi dell’auto a idrogeno. Se poi quest’auto avesse anche una carrozzeria di fibre industriali, sarebbe anche molto più leggera e consumerebbe cinque volte di meno.
Infine non bisogna dimenticare l’energia nucleare. Le reazioni nucleari, a parità di combustibile consumato, producono centinaia di migliaia di volte più energia delle reazioni chimiche. Però le centrali nucleari hanno due grossi inconvenienti: usano materiali radioattivi pericolosi, e si basano sulla stessa tecnologia delle bombe atomiche. Ma ci sono altre reazioni nucleari, diverse dai decadimenti radioattivi, che almeno in teoria potrebbero essere sfruttate e che non hanno questi problemi. Sono le reazioni di fusione fredda, che giustificherebbero ben altri investimenti in ricerca. Per quanto riguarda i paesi emergenti, a partire da Cina e India, il principale problema è costituito dal grande numero di centrali a carbone costruite negli ultimi anni, che per di più sarebbero poco efficienti. Però anche questi paesi hanno grandi giacimenti di shale gas (vedi l’articolo di LeScienze del mese di settembre 2015). E se con questo gas sostituissero il carbone, abbatterebbero le loro emissioni di anidride carbonica dell’85%. E’ così che si diminuiscono i gas serra, non spingendo la Cina a costruire degli inutili impianti eolici in ossequio alle mode ambientaliste!
Ma anche se la Cina sostituisse le sue centrali a carbone con quelle a turbogas, molti sono convinti che la sua crescita non sarebbe comunque sostenibile. Negli Stati Uniti ci sono tre auto ogni quattro persone. Cosa succederà quando i cinesi avranno il reddito degli americani? Dato che la Cina conta 1,4 miliardi di abitanti, ci saranno 1,1 miliardi di automobili, molte di più di quelle presenti oggi nel mondo!
Il modello cinese però è diverso da quello americano. La Cina sta attuando un programma, che sarà completato nei prossimi 5 / 10 anni, per costruire grandi reti metropolitane, e per collegarle tra loro con treni ad alta velocità. Nelle città si svolge l’80% del traffico auto, e quello delle città più grandi verrà dirottato sulle metropolitane. Inoltre gli spostamenti tra le città più grosse avverranno sui treni ad alta velocità, anch’essi molto più veloci e comodi delle automobili. E i treni veloci e le metropolitane hanno anche un altro vantaggio: consumano un decimo o un ventesimo dell’energia rispetto all’auto privata.
Questa soluzione al problema dei trasporti, che è tanto più conveniente quanto maggiore è il numero degli utenti, darà alla Cina un grande vantaggio sugli S.U. e sull’Europa. A questo punto diventerà obbligatorio passare a modelli di auto veramente innovativi. Ma allora, perché non cominciare adesso?
 
Agricoltura e allevamento. Il problema di oggi è nutrire sette miliardi di persone. Sono due miliardi quelle che non si nutrono a sufficienza, in quantità o qualità. Ma ciò avviene non perché l’agricoltura moderna non sia in grado di aumentare la produzione, come dimostra la distruzione di derrate agricole con il pretesto di produrre etanolo, ma perché molte famiglie non hanno un reddito sufficiente per l’acquisto del cibo. Se però il loro reddito aumentasse, e con esso la domanda, il mercato non avrebbe difficoltà a soddisfarla.
In realtà l’agricoltura moderna potrebbe nutrire in maniera adeguata non solo la popolazione attuale, ma anche una popolazione doppia, e senza aumentare la pressione sull’ambiente. Sì, ma come? Sfruttando i pascoli in maniera più efficiente, allevando animali diversi dai bovini, e adottando una dieta più povera di proteine animali!
In un servizio di RAI Scuola presentato da Jimmy Doherty, un giornalista che ha girato il mondo per studiare i problemi dell’agricoltura, è stata mostrata una soluzione innovativa adottata da un allevatore americano (in un altro servizio della stessa serie è stato mostrato come si può rendere permeabile un terreno argilloso usando del calcio solubile). In questo ranch ogni giorno viene recintata un’area diversa del pascolo, nella quale vengono condotti i bovini. La cosa è pianificata in modo che questi animali possano trovare ogni volta dell’erba completamente cresciuta. I bovini tendono a spostarsi poco e a rimanere raggruppati. E anche se ogni tanto le mandrie vengono spostate dove l’erba è migliore, il terreno da pascolo non è mai ben sfruttato. Con una rotazione dei pascoli ben pianificata, invece, ogni riquadro di terreno viene prima concimato a dovere, e poi sfruttato in maniera ottimale. Questa innovazione è completata da un’altra soluzione fantasiosa. Dopo quattro giorni vengono trasportati sul posto dei polli che mangiano le larve degli insetti che si stanno sviluppando nello sterco lasciato dalle mucche, evitando così molti problemi sanitari. Con questo sistema, a detta del proprietario, la resa dell’allevamento è aumentata di ben 16 volte! (da 250 dollari per acro a 4.000). Se questa semplice soluzione venisse adottata universalmente, non ci sarebbe più bisogno degli allevamenti in stalla, e quindi anche delle coltivazioni necessarie per produrre i mangimi.
La produzione di carne, però, potrebbe aumentare anche allevando animali diversi dai bovini. Molto tempo fa il biologo Edward O. Wilson ha proposto di allevare tartarughe della specie Podocnemis espansa, che vivono nel bacino amazzonico, si nutrono di piante acquatiche e possono raggiungere i 50 chili di peso. Queste tartarughe sono molto ricercate per la loro carne, e per questo rischiano l’estinzione. Potrebbero essere allevate in bacini chiusi e alimentate con frutta di scarto, con una resa per ettaro 400 volte maggiore del tipico allevamento di bovini allo stato brado. Inoltre, così come è già successo con i coccodrilli, allevarle diminuirebbe la pressione su quelle selvatiche (anche i coccodrilli una volta erano cacciati di frodo per farne scarpe e borse; ma da quando ci sono gli allevamenti, il loro numero è tornato quello di una volta). Ma oltre alla carne se ne potrebbe ottenere un altro prodotto di grande pregio: il guscio o carapace. Con questo splendido materiale una volta si facevano cose come i pettini più eleganti e le montature per gli occhiali. Ma sono molti di più gli oggetti di pregio che si potrebbero fare con il guscio di tartaruga, e creare così un intero nuovo settore di attività artigianali.
Quindi la produzione di carne potrebbe aumentare ancora moltissimo. Ma in realtà non è nemmeno necessario, perché gli scienziati ci stanno dicendo che mangiamo troppe proteine animali, e che dovremmo diminuirle. La scienza che studia le conseguenze dell’alimentazione sulla salute ha dimostrato che, a di sopra di un certo livello, più alto è il consumo di proteine animali, maggiore è il rischio delle cosiddette malattie del benessere, cioè cardiopatie, cancro, obesità, diabete, osteoporosi ecc. In base ai loro attuali livelli di consumo, gli europei dovrebbero almeno dimezzare le carni rosse, il latte e i latticini, mentre gli americani, che hanno consumi più alti, dovrebbero diminuirli ancora di più. Se i consumatori seguissero questi consigli ne otterrebbero grandi benefici per la salute, e il fabbisogno di carne verrebbe dimezzato.
Inoltre l’Africa, proprio perché la sua agricoltura è arretrata, ha grandi margini per aumentare la propria produzione. Infine gli S.U., che sono i più grandi produttori del mondo, coltivano le granaglie in maniera estensiva con rese per ettaro che sono la metà di quelle europee. Quindi di quanto potrebbe aumentare in America la produzione per il consumo umano, se fosse necessario e se ci fosse la domanda sul mercato? E in Sud America? E in Africa? In questo momento, però, il problema più grosso è costituito dalla pesca.
Pesca. Così come l’agricoltura si è appropriata di tutti i terreni pianeggianti, più profondi e fertili, allo stesso modo la pesca ha dato l’assalto a tutte le principali risorse degli oceani. Ma mentre l’agricoltura e l’allevamento per svilupparsi hanno avuto a disposizione migliaia di anni, e hanno compensato l’impoverimento del suolo con i fertilizzanti e l’irrigazione, nel settore della pesca c’è quasi solo la gara a chi arraffa le risorse che rimangono. Questo è proprio il classico esempio di come dei miglioramenti tecnologici possano tradursi in uno sfruttamento sempre più radicale e distruttivo delle risorse naturali.
In questo momento quasi tutte le principali popolazioni di pesci e di grandi cetacei sono state distrutte o gravemente ridimensionate. Una volta c’erano grandi banchi di merluzzi, sardine peruviane, tonni ecc. che quasi non esistono più. E la pressione della pesca continua ad aumentare. Per esempio ogni anno vengono uccisi 140 milioni di squali per ricavarne le pinne. E il danno potrebbe essere più profondo di quello che appare a prima vista. Si parla tanto di riscaldamento globale e dell’aumento dell’anidride carbonica. Ma nel ciclo del carbonio hanno un ruolo importante anche i mari e gli oceani. Grandi quantità di carbonio vengono incorporate dagli organismi marini, che poi si depositano sul fondo del mare sottraendo CO2 all’atmosfera. Ed è difficile dire quali potrebbero essere le conseguenze per il clima di una simile distruzione della vita marina.
La crescita economica dei paesi dell’Estremo oriente, Cina in testa, ha fatto aumentare la domanda di pesce. Un esempio sono le pinne di pescecane che vengono consumate sopratutto in Cina. Però nello stesso tempo è proprio la Cina che più di ogni altro paese sta sviluppando gli allevamenti di pesce, sia nei laghi interni che nei mari costieri. Infatti, mentre con la sua flotta di pescherecci si appropria del 17% del pescato mondiale, essa produce anche il 62% di tutti i prodotti ittici di allevamento (che a loro volta sono pari al 90% del pescato mondiale). Tutto questo senza usare mangimi o fertilizzanti artificiali, ma gestendo in maniera attenta il ciclo dei nutrienti, e abbinando la produzione del pesce a quella dei molluschi e delle alghe commestibili. E poiché la domanda continua a crescere, la Cina sta facendo un grande sforzo per aumentare la produzione (Vedi l’articolo “Più pesce per tutti” pubblicato da LeScienze nel numero di giugno 2015).
Non c’è però solo la Cina. Gli allevamenti di pesce si stanno diffondendo anche in altre parti del mondo. Per esempio oggi quasi tutti i salmoni sono d’allevamento. Inoltre di recente si è riusciti a far riprodurre in cattività i merluzzi, che poi possono essere allevati in grandi gabbie in mare aperto. E i mangimi a base di farina di pesce stanno per essere sostituiti da soia geneticamente modificata contenente lisina, che arricchisce i pesci dei famosi acidi grassi Omega 3.
Però ci vorrebbero anche delle leggi migliori. Al di fuori delle acque territoriali per definizione non ci sono leggi. Ma poiché in mare non si possono mettere delle barriere, è difficile far rispettare le leggi anche all’interno delle proprie acque territoriali. Chi arriva prima prende tutto, e i governi sostengono questa gara finanziando l’acquisto di pescherecci sempre più grandi e moderni. Ciononostante da molti anni il volume del pescato mondiale non aumenta più, e questo significa che ad aumentare è la pressione della pesca sugli ecosistemi marini. Con questa politica abbiamo già distrutto quasi tutte le principali popolazioni di pesci, e di questo passo finiremo col distruggere anche quello che ancora rimane.
Per scongiurare questo esito catastrofico gli stati dovrebbero accordarsi per dirottare gli aiuti dall’acquisto di nuovi pescherecci alle attività di allevamento e alla ricerca scientifica collegata. Una politica che dovrebbe essere appoggiata anche dai pescatori, perché questa è l’unica possibilità di evitare la distruzione di tutte le specie sfruttabili. Per esempio si può immaginare quale sarebbe la situazione se i banchi di merluzzi fossero ancora quelli di 200 anni fa: sfruttati in maniera sostenibile potrebbero dare decine di volte più pesce di quello che si riesce ad ottenere oggi. E gli accordi tra gli stati potrebbero andare ancora oltre, per limitare le forme di pesca più distruttive e per alleggerire la pressione su quelle a maggior rischio.
 
Promuovere la crescita economica.
Per sconfiggere la fame bisogna sconfiggere la povertà. La Terra potrebbe nutrire non solo i 7 miliardi di abitanti attuali, ma anche una popolazione doppia. Ma a due condizioni: aumentare reddito e potere d’acquisto della parte più povera della popolazione mondiale, e orientare le decisioni politiche verso le soluzioni più efficaci e sostenibili. Per realizzare la prima condizione c’è una sola possibilità: far crescere l’economia. La domanda aumenta solo se aumenta il reddito, e se la domanda aumenta, ci sarà subito qualcuno che si darà da fare per soddisfarla.
L’economista peruviano Hernando de Soto ha studiato le economie dei paesi poveri per scoprire le ragioni della loro mancata crescita. Il principale problema che ha individuato è una insufficiente tutela del diritto di proprietà. Quasi tutti i paesi africani, anche a seguito della dominazione coloniale, hanno perso la maggior parte delle proprie istituzioni informali, con la conseguenza che i diritti di proprietà e quelli giuridici sono diventati arbitrari e incerti. Oggi per attestare una proprietà, registrare prestiti e contratti e appianare dispute, vengono redatti documenti scritti a mano, a volte firmati con impronte digitali, che poi sono sottoscritti da testimoni e dall’anziano del posto.
In Occidente gli imprenditori, quando avviano un’attività, di solito la finanziano per mezzo di mutui ipotecari, che non si possono ottenere su costruzioni abusive o su beni i cui diritti di proprietà sono incerti. De Soto ha stimato che gli africani possedevano nell’anno 2000 1.000 miliardi di dollari di capitale “morto”, cioè che non può essere usato per chiedere prestiti. Risolvere questo problema, dando ufficialità ai diritti di proprietà informali, vorrebbe dire dare una grande spinta all’economia.
La seconda condizione per la crescita individuata da de Soto è la liberalizzazione delle attività economiche. Un esempio per tutti. Come riferito nel suo libro “Il mistero del capitale” ormai introvabile in Italia, per aprire un’attività economica in Tanzania ci volevano 379 giorni e una spesa di 5.506 dollari. Non è un caso che in questo paese il 98% delle attività economiche fossero in nero. Inoltre in tutta l’Africa gli stati sono in guerra contro i mercatini spontanei che sorgono agli incroci delle strade, con le ruspe che regolarmente arrivano e spazzano via tutto. Queste attività devono essere sì regolamentate, ma non impedite o ostacolate. E non bisognerebbe imporre le regole dall’alto, ma standardizzare e ufficializzare quelle nate dal basso, come è avvenuto a suo tempo in Europa e in America. Per il resto l’economia per crescere non ha bisogno di essere “spinta”: ha da sola forza sufficiente, anche in Africa. Tutto quello che bisogna fare è non ostacolarla.
Anche gli aiuti internazionali sono finiti sotto accusa. Gli aiuti vengono dati ai governi, e così di fatto servono a solo a mantenere al potere le classi politiche locali. Questi aiuti spesso vengono concessi in cambio dell’acquisto di beni dal paese donatore, a prescindere dalla loro utilità. Peggio ancora, con il ricatto degli aiuti i paesi riceventi vengono costretti ad usare solo energie rinnovabili, che salvo casi particolari, sono del tutto inadatte a sostenere l’economia. Oppure ad impedire l’uso di piante geneticamente modificate, che potrebbero aumentare le rese agricole senza costi extra (vedi l’articolo “Piante geneticamente modificate”).
Di fatto, secondo uno studio del 2005 degli economisti Raghuram Rajan e Arvind Subramanian del FMI, gli aiuti non hanno mai prodotto alcuna crescita.
La politica degli aiuti, quindi, dovrebbe essere come minimo ripensata. Gli aiuti non dovrebbero più arrivare ai governi, ma dovrebbero servire per finanziare degli specifici progetti. Per esempio potrebbero finanziare la costruzione di una strada per togliere dall’isolamento un’intera regione. Inoltre dovrebbero valorizzare e diffondere le iniziative che stanno avendo successo. Che ci sono anche in Africa, come dimostrano per esempio i servizi giornalistici di Jimmy Doherty. L’obiettivo dovrebbe sempre essere la crescita, che è anche l’unica vera condizione per togliere i paesi dell’Africa da uno stato di minorità perpetuato proprio dalla politica degli aiuti. Una crescita che avrà anche bisogno di energia. Dove trovarla? L’Africa occidentale ha grandi giacimenti di gas di tipo convenzionale, e chissà quanti altri ne se ne potranno trovare nel resto del continente. Un modo molto concreto di interpretare la politica degli aiuti potrebbe essere di donare all’Africa delle centrali a turbogas, che in questo momento sono di gran lunga la soluzione più efficiente e sostenibile.
 
Orientare le decisioni politiche.
Quindi per risolvere i problemi dell’energia e della produzione del cibo, e quello connesso della salvaguardia degli ambienti naturali, le soluzioni non mancano. Ma la condizione è orientare le decisioni politiche nella giusta direzione.
Finora le decisioni politiche hanno preso delle strade sbagliate. I governi hanno investito risorse colossali nelle cosiddette “energie alternative”, che lasciano i problemi immutati o addirittura li aggravano. Questo sito ha cercato di fondare i temi dell’ambiente e dello sviluppo sulla razionalità e sulla realtà dei fatti. Ma quali ragionamenti hanno ispirato la decisione di destinare tante derrate agricole alla produzione di biocarburanti, quando si sa che il loro contenuto in energia è uguale a quello che è stato speso per produrli? Stesso discorso per eolico e fotovoltaico: spese colossali e deturpamento del territorio praticamente in cambio di nulla!
I paesi sviluppati sono oggi molto più sostenibili perché hanno raggiunto uno stabile equilibrio demografico, perché hanno stabilizzato i loro consumi di energia, perché usano molto di più il metano, perché lo usano in modo molto più efficiente nelle centrali a turbogas, e infine perché le loro foreste non fanno che crescere.
Ma a livello globale i problemi si sono ingigantiti. Per l’energia bisogna prima di tutto trasferire i consumi dal carbone al gas naturale, e poi verificare la fattibilità delle tecnologie che potrebbero risolvere in maniera definitiva i problemi energetici.
Uno studioso di storia della scienza come Lucio Russo afferma che i finanziamenti pubblici alla ricerca “si concentrano di fatto su ricerca di base priva di ricadute tecnologiche reali”. E Poco più avanti “La ricerca accademica, indebolendo fino a vanificarli i rapporti con lo sviluppo tecnologico, rischia di avvolgersi su se stessa in modo autoreferenziale, perdendo anch’essa utilità sociale” (“Stelle, atomi e velieri – Mondadori Università 2015 – pag. 16). L’analisi a tutto campo dei temi dell’ambiente e dello sviluppo proposta da questo sito serve anche ad individuare le tecnologie più promettenti per affrontare i principali problemi del nostro tempo. E la ricerca dovrebbe prima di tutto verificare la fattibilità di cose come la fusione fredda, l’auto elettrica, l’estrazione più sostenibile dello shale gas, la rotazione dei pascoli, gli allevamenti alternativi a quelli bovini ecc. Verifiche importanti, che per di più costerebbero ben poco.
Ma oltre ad indirizzare nelle giuste direzioni la ricerca e le decisioni politiche, è anche necessario promuovere la crescita economica dei paesi più poveri, sia per innalzare il loro tenore di vita sia per aumentare la loro capacità di spesa. Ma anche perché queste sono le condizioni perché venga completata la transizione demografica, il presupposto principale della sostenibilità.
Per la prima volta nella storia abbiamo la possibilità di sconfiggere la povertà e di rendere sostenibile la società umana. Con la crescita e non con la decrescita. Non dobbiamo lasciarcela sfuggire.
 
Ferrara, 10 ottobre 2015