SVILUPPO E SOSTENIBILITA'

SVILUPPO E SOSTENIBILITA’
dalla Preistoria alla Storia, fino a oggi
 
 
La Storia e la Preistoria inserite nel contesto più ampio della Storia Naturale
Tra le tante differenze che ci rendono diversi dagli altri animali, ce n’è una che non costituisce per noi motivo di vanto. Infatti, in tutto il mondo naturale, siamo gli unici capaci di ridurre in schiavitù i nostri simili.
Molti altri animali vivono in società. A volte sono società di complessità paragonabile alla nostra. Al loro interno ci può essere chi riveste una posizione dominante e chi subordinata. Tutti però fanno parte della stessa famiglia, più o meno allargata. Tutti collaborano al fine comune della sopravvivenza. Tutti combattono contro i gruppi rivali e godono o soffrono per i successi o gli insuccessi del loro gruppo.
Questo è vero anche per le società umane della preistoria. Anche queste erano delle famiglie allargate, nelle quali tutti si conoscevano ed erano legati da vincoli di parentela. Facevano tutti parte della stessa comunità, e nonostante le rivalità interne, tutti erano solidali contro il mondo esterno e i nemici comuni. In queste società non c’erano né padroni né schiavi. La schiavitù, infatti, è un portato della civiltà.
Possiamo allora concludere che le condizioni di vita nella preistoria erano migliori che nelle varie epoche storiche? Si e no, a seconda dei punti di vista.
Tutte le specie, e anche l’umanità allo stato di natura, sono soggette alla selezione naturale. La competizione è dovuta al fatto che il numero dei figli è sempre maggiore di quello dei genitori. E poiché nel medio – lungo periodo la popolazione deve rimanere costante, non tutti i figli possono raggiungere l’età adulta e riprodursi. Gli altri vengono eliminati dalla selezione naturale, che è anche il motore dell’evoluzione darwiniana.
La natura è spietata, e ogni giorno commette molti crimini e miete moltissime vittime. Per esempio, solo una su mille di quelle graziose creaturine, di quelle piccole tartarughe che escono dalla sabbia e corrono verso il mare, riuscirà a sopravvivere: tutte le altre verranno divorate vive prima di raggiungere l’età adulta. Ciononostante per i superstiti la vita è bella! Abbastanza da meritare di essere vissuta. Anche perché essi vivono nell’ambiente a loro più congeniale, al quale si sono adattati in molti milioni di anni. E per quanto riguarda i perdenti, essi scompaiono dalla scena e non si vedono più. Per questo la natura ci sembra un paradiso anche se per molti aspetti è un inferno.
Ma gli animali non lo sanno! Ogni essere vivente ha un numero incalcolabile di antenati che hanno vinto la competizione per la vita. Tutti quindi hanno una fiducia innata nel proprio successo. Poi molti verranno eliminati. Ma quelli che sopravvivono, anche se fossero solo uno su mille, vedono confermata la loro fiducia. Sono questi i motivi per cui, nonostante tutte le sue vittime, la natura ci appare così amabile e gioiosa.
 
La nascita delle civiltà: i perdenti diventano schiavi
Quindi in natura ci sono solo vincitori e vinti. E la gara per la vita la si può vincere sia con la competizione che con la collaborazione, che è la ragion d’essere delle società animali. Ma con il sorgere delle civiltà qualcosa cambia. Non ci sono più solo vincitori e vinti, perché una parte degli sconfitti vengono risparmiati affinché lavorino per migliorare la vita dei vincitori. Sono “gli schiavi”.
La mortalità però non solo non diminuisce, ma è addirittura più alta che in epoca preistorica. Infatti, con il passaggio dall’economia nomade di caccia e di raccolta a quella agricola, aumenta il tasso di natalità. Di conseguenza deve aumentare anche il tasso di mortalità, che si traduce in un peggioramento delle condizioni generali di vita. A subire questo peggioramento però sono prima di tutto gli schiavi, che costituiscono la grande maggioranza della popolazione.
Con il passaggio dalla preistoria alla storia cambiano molte cose: compaiono l’agricoltura e l’allevamento, la popolazione diventa stanziale, di conseguenza aumento il tasso di natalità e l’economia agricola alimenta la crescita demografica. La maggiore densità della popolazione e la comparsa delle città riducono o annullano le distanze tra le persone. Adesso tutti sono costretti a vivere a stretto contatto con degli estranei. Inoltre le società, che si stanno trasformando in stati, sono così estese che solo pochi dei suoi componenti possono conoscersi di persona. Questa circostanza, insieme alla necessità di difendere il proprio territorio e i confini dello stato, genera forti tensioni e conflitti, dai quali emergono pochi vincitori e molti perdenti.
In epoca preistorica le tribù, della dimensione media di 500 persone e suddivise in bande nomadi di una trentina di individui, occupavano ciascuna un proprio territorio. E la crescita demografica, anche se più bassa che in epoca storica, tendeva ad espandere le rispettive popolazioni. Pertanto ai confini si creavano delle tensioni che si traducevano in uno stato di guerriglia permanente.
In epoca storica la pressione demografica aumenta, ma gran parte delle tensioni si scaricano all’interno della società, perché adesso essa è in gran parte costituita da gente estranea.
Queste forti tensioni hanno reso la società molto più violenta e l’hanno stratificata. Essa si è strutturata in una elite dominante di guerrieri e sacerdoti (due ruoli che all’inizio spesso coincidevano), in una ristretta classe di “collaboratori”, soldati, funzionari, artigiani, commercianti, e in una moltitudine di contadini e di manodopera a giornata, di ceto sociale infimo.
Gli stati si ingrandiscono con le continue guerre di conquista, intraprese in via preventiva, per acquisire nuovi territori e per fare nuovi schiavi. Con l’aumento delle dimensioni lo stato diventa sempre più impersonale. La classe di comando è sempre più lontana e inaccessibile e la burocrazia sempre più anonima. Ecco come sono nate le profonde differenze sociali e i rapporti di sudditanza padroni – schiavi che contraddistinguono le civiltà.
 
Migliaia di anni di Storia
Adesso molti degli sconfitti vengono risparmiati e non solo sopravvivono, ma possono avere dei figli. E’ un miglioramento o un peggioramento? Per un verso è un peggioramento, perché gli schiavi vivono in uno stato di sofferenza prolungata sconosciuta nel mondo animale. Nello stesso tempo, però, questo è un miglioramento, perché alla fine dei conti è meglio sopravvivere e riprodursi che finire nel nulla. Inoltre gli schiavi possono almeno sperare in una vita migliore per i loro figli.
In sostanza gli schiavi accettano il loro stato servile in cambio della sopravvivenza. A loro volta i padroni hanno bisogno del loro lavoro per migliorare le proprie condizioni di vita. Ma così si creano delle differenze sociali molto profonde, accompagnate da una miseria assoluta che consente a mala pena una precaria sopravvivenza.
Spesso si legge che l’agricoltura ha consentito l’accumulo delle eccedenze necessarie per lo sviluppo delle civiltà. Bisogna solo aggiungere che le eccedenze sono state accumulate a beneficio delle elite dominanti, in un contesto generale di miseria assoluta. Però è stata questa concentrazione di ricchezza a rendere possibili le grandi opere pubbliche, la nascita della cultura in forma scritta, lo sviluppo delle arti e l’accumulo delle conoscenze tecniche e scientifiche.
Tecniche più progredite hanno reso l’economia sempre più produttiva. Ciò ha causato non un miglioramento delle condizioni di vita, ma un aumento continuo della popolazione, che a sua volta ha consentito la formazione di stati più grandi in grado di accumulare sempre più risorse. E sono stati proprio questi sviluppi, tra civiltà che scomparivano e altre che rinascevano dalle loro ceneri, insieme a qualche precaria esperienza di democrazia, che alla fine hanno prodotto la società moderna.
Per quanto riguarda l’impatto ambientale, l’agricoltura e l’allevamento, combinate con la pressione demografica, hanno apportato all’ambiente danni profondi ed estesi, che hanno causato la riduzione o la scomparsa di molti habitat. I terreni oggi coltivati erano in origine per lo più ricoperti da boschi che sono stati abbattuti. Man mano che la popolazione cresceva, era necessario mettere a coltura sempre nuovi terreni con nuovi disboscamenti, tanto che oggi praticamente tutti i terreni alluvionali sono coltivati. Altri boschi sono stati abbattuti per ricavarne terreni da pascolo, così come sono stati eliminati gli erbivori selvatici e i loro predatori. Molti animali si sono estinti o sono scomparsi da vasti territori. Inoltre sia l’agricoltura che l’allevamento hanno spesso impoverito il terreno fino a renderlo sterile o a desertificarlo.
Negli ultimi secoli l’economia moderna ha moltiplicato i danni. Ha introdotto tecniche più progredite ed efficienti nello sfruttamento del territorio, ma spesso più distruttive. La pesca industriale ha esteso i danni agli ecosistemi marini. Il maggior fabbisogno di energia ha comportato un consumo crescente di combustibili, che a loro volta hanno prodotto inquinamento e grandi quantità di gas serra.
 
L’avvento della società moderna
Anche la società moderna ha portato con sé grandi cambiamenti. I combustibili fossili e le macchine hanno moltiplicato la produzione dei beni. Così la crescita della popolazione e dell’impatto ambientale hanno subito una forte accelerazione. Inoltre l’economia industriale ha fatto scomparire molte attività di sussistenza, non abbastanza produttive, e le tradizioni ad esse collegate. Per questo molti rimpiangono le società più semplici del passato e accusano l’economia moderna di essere la causa di ogni male.
Ma la crescita economica è stata tale da sorpassare la crescita demografica. Negli ultimi due secoli il volume dell’economia mondiale è aumentato di 60 volte, la popolazione di 6 volte e la disponibilità di beni e servizi pro capite in media di 10 volte. Di conseguenza è molto aumentata la qualità della vita, ed è aumentata al punto che la natalità ha cominciato a diminuire. I paesi più sviluppati hanno raggiunto da tempo la stabilità demografica, e oggi questo stesso risultato lo sta raggiungendo anche il resto del mondo. Il benessere si sta diffondendo, tanto che la lunghezza media della vita, media mondiale, è triplicata. La povertà assoluta non esiste quasi più, e i poveri di oggi hanno per molti aspetti un livello di vita più alto delle elite del passato.
E per quanto riguarda l’impatto ambientale, se è vero che è molto aumentato insieme alla produzione dei beni materiali, già da tempo nei paesi più sviluppati i mercati di questi beni hanno raggiunto i loro limiti, e da allora a crescere sono solo i servizi la cui produzione ha un impatto molto minore. Inoltre questi stessi beni materiali vengono fabbricati con sempre maggiore efficienza, cioè con un consumo molto minore di risorse primarie, territorio, materie prime ed energia. Con l’aumento della produttività agricola e dei redditi molti terreni poveri e marginali sono stati abbandonati e restituiti alla natura, i boschi non fanno che crescere ed è tornata la fauna selvatica. Infine i livelli dei principali inquinanti sono crollati. E per quanto riguarda i paesi emergenti, essi stanno percorrendo questa stessa strada con solo qualche decennio di ritardo.
 
Oggi stiamo risolvendo sia i problemi dello sviluppo che della sostenibilità
Oggi però, dopo migliaia di anni di povertà estrema e di danni all’ambiente, stiamo finalmente risolvendo sia i problemi dello sviluppo che della sostenibilità.
Cinquanta anni fa, quando il mondo era ancora diviso tra ricchi e poveri e l’economia poteva ancora essere identificata con la produzione di beni materiali, molti si chiedevano se la crescita potesse continuare all’infinito. Evidentemente no, tanto più che la crescita demografica dei paesi poveri sembrava inarrestabile. Ma oggi le cose sono cambiate. Come ben illustrato nel libro FACRFULLNESS di Hans Rosling uscito di recente, nell’ultimo mezzo secolo tutti gli indicatori dello sviluppo hanno conosciuto uno straordinario miglioramento: reddito, speranza di vita, mortalità infantile, istruzione, cure mediche, accesso all’acqua potabile e all’elettricità ecc. L’autore è un accademico svedese, morto nel 2017, che ha speso gli ultimi vent’anni della sua vita per divulgare i dati sullo sviluppo, i più importanti dei quali vengono riportati in nota (*). Certo, per sconfiggere del tutto la povertà c’è ancora molta strada da fare, ma non c’è dubbio che il più è stato fatto e che la crescita continuerà.
E poi stiamo risolvendo anche il principale problema ambientale, quello dei limiti. Limiti alla crescita demografica e all’aumento dell’impatto ambientale. In questo momento il 90% della popolazione mondiale ha tassi di natalità circa uguali o inferiori, e in media un po’ inferiori, al tasso di sostituzione, mentre il restante 10% ha ancora una natalità relativamente alta. E questi due dati si compensano, tanto che il totale dei nuovi nati anno dopo anno si è ormai stabilizzato. Ormai da diversi anni quasi tutti i bambini nascono in famiglie di piccole dimensioni, e anche se spesso sono ancora povere, i genitori possono investire molto di più sulla salute e sull’educazione dei loro figli. Un altro risultato epocale. Nonostante questo in termini assoluti la popolazione continuerà ad aumentare fino a raggiungere i 10 / 12 miliardi nel 2070 (per poi cominciare a diminuire), perché nei paesi che hanno appena raggiunto o stanno raggiungendo bassi tassi di natalità, le classi più giovani sono più numerose di quelle adulte. Pertanto nei prossimi decenni, man mano che i giovani diventeranno adulti, le classi di età più alte raggiungeranno le dimensioni di quelle giovani, che però già adesso non crescono più.
E anche per quanto riguarda la pressione antropica globale, secondo una ricerca pubblicata dalla rivista Nature (**), nel periodo dal 1993 al 2009 essa è stata in media solo un po’ superiore allo dello 0,5% annuo. Ma da allora è già trascorsa un’altra decina d’anni e questa percentuale potrebbe essere ancora diminuita fino a diventare nulla. In altre parole ormai anche la pressione antropica globale non aumenta più. Ma non ci fermeremo lì perché, man mano che un numero sempre maggiore di paesi raggiungerà il livello di quelli più sviluppati, anche per loro l’impatto sull’ambiente comincerà a diminuire.
Ancora un risultato epocale. Eppure possiamo andare ancora oltre. Infatti per i problemi più importanti e strategici, che sono quelli della produzione del cibo e dell’energia, ci sono già adesso delle soluzioni vere, praticabili, convenienti e alla nostra portata, con le quali potremmo sia rendere ancora un po’ più veloce l’uscita dalla povertà di miliardi di persone che far crollare l’impatto ambientale (vedi l’art. Politica e Ambiente). www.ecofantascienza.it/?p=655
 
Una festa dello sviluppo
Quindi la società moderna, a cui dobbiamo questi risultati, sta risolvendo sia il problema ancestrale della povertà che quello della sostenibilità ambientale. E’ un grande risultato che merita di essere festeggiato. E’ venuto il momento di istituire la festa mondiale dello sviluppo. Hans Rosling sarebbe d’accordo, perché è stato il primo a dire che bisogna festeggiare.
Una festa mondiale dello sviluppo avrebbe diversi significati. Prima di tutto bisogna festeggiare l’uscita dalla povertà, già avvenuta o in corso, di alcuni miliardi di persone: l’evento più importante degli ultimi 200.000 anni, cioè da quando esiste la specie umana!
La seconda ragion d’essere di questa festa è sollevare l’attenzione dell’opinione pubblica sui dati più importanti dello sviluppo e della sostenibilità, che oggi ben pochi conoscono. Quasi tutti infatti sono convinti che le cose stiano peggiorando, che il mondo sia ancora diviso tra ricchi e poveri e che le disparità stiano aumentando. Invece sta avvenendo l’esatto contrario: i paesi emergenti si stanno sempre più avvicinando a quelli più sviluppati e a poco a poco li raggiungeranno.
Questo perché le economie emergenti stanno crescendo a ritmi almeno due o tre volte più veloci, perché le loro economie sono basate sulla soddisfazione dei bisogni primari. E il desiderio di soddisfare i bisogni più fondamentali rende più robusta la crescita. Mentre quelle dei paesi sviluppati sono basate sui servizi che soddisfano dei bisogni più sofisticati, ma non altrettanto importanti. E’ per questo che negli scorsi decenni molti paesi si sono avvicinati o hanno raggiunto quelli più sviluppati, e per le stesse ragioni questo trend proseguirà anche nei decenni a venire. E questo significa che le disparità tra paesi stanno velocemente diminuendo e sono destinate ad annullarsi.
La terza ragion d’essere di questa festa è far conoscere le soluzioni dei principali problemi del nostro tempo, in modo da spingere le decisioni politiche nella giusta direzione.
Dopo migliaia di anni, e attraverso un percorso che ha moltiplicato le ingiustizie sociali e i danni all’ambiente, stiamo oggi venendo a capo sia delle une che degli altri. Dall’equilibrio naturale della Preistoria basato sulla eliminazione dei perdenti, alla trasformazione dei perdenti in schiavi. Dalla povertà assoluta di tutte le altre epoche alla sconfitta della povertà. Dalla moltiplicazione di migliaia di volte dell’impatto ambientale ad un nuovo equilibrio con la natura, stabile e duraturo.
E’ questo il progresso!
 
 
(*)
Ecco i dati principali sullo sviluppo. Fonte: FACTFULLNESS di Hans Rosling – Rizzoli editore – 2018.
 
Dal 1966 al 2017 la percentuale di persone che vive nella classe di reddito inferiore a 2 dollari al giorno è scesa dal 50% al 9%.
La situazione comunque è migliorata anche per questo 9%: per esempio il 60% delle bambine termina la scuola primaria, mentre la speranza di vita media è di 62 anni (la stessa dell’Italia subito dopo la II Guerra mondiale!).
Dal 1970 al 2015 la percentuale di individui denutriti è scesa dal 28% all’11%.
Dal 1950 al 2016 i bambini morti prima di compiere un anno di età sono passati da 14,4 milioni a 4,2 milioni (dal 15% al 3%).
Nel 2017 la percentuale mondiale di bambini vaccinati è del 88%.
Dal 1980 al 2015 le bambine che frequentano la scuola primaria è salita dal 65% al 90% (la percentuale per i maschi è del 92%).
Dal 1991 al 2014 le persone che hanno accesso all’elettricità sono aumentate dal 72% al 85%, e quelle che hanno accesso all’acqua potabile dal 58% al 88%.
Dal 1965 al 2017 il numero medio di figli per donna è diminuito da 5 a 2,4, tanto che il numero di nuovi nati da un anno all’altro si è stabilizzato.
Dal 1973 al 2017 la media mondiale della speranza di vita è aumentata da 60 a 73 anni.
 
(**)
A dimostrarlo c’è un articolo dal titolo “Global terrestrial Human Footprint maps for 1993 and 2009” pubblicato in settembre da Nature Communications. Nel periodo di 16 anni considerato la popolazione mondiale è cresciuta del 23%, il volume dell’economia mondiale del 153%, mentre l’impronta ecologica globale è aumentata del 9%, meno della metà della crescita della popolazione. Per quanto riguarda i paesi più sviluppati, in gran parte delle regioni dell’Europa occidentale e del Nord America in questi stessi 16 anni la pressione antropica è diminuita di oltre il 20%. Vedi LeScienze del mese di ottobre 2016 – pag. 19. Questa è la conferma che nei paesi più sviluppati la pressione antropica è in diminuzione già da molto tempo.