BREVE STORIA DELLA DEMOCRAZIA
Le società del passato: poverissime e ingiuste.
Nel discorso sull’ambiente e lo sviluppo la democrazia gioca un ruolo centrale, perché è lo strumento necessario per distribuire il potere e la ricchezza al popolo e rendere la società più giusta. E anche qui bisogna partire dal dato storico più importante: in tutte le altre epoche che precedono quella moderna il livello di vita era bassissimo. La gente comune viveva in condizioni di miseria assoluta e di disparità sociali infinite. E la causa che le rendeva entrambe inevitabili era la crescita demografica.
Se la popolazione aumenta all’infinito perché la crescita è esponenziale, le risorse diventano insufficienti. È questo il fattore che rende le società del passato ad un tempo molto povere e diseguali. Infatti la crescita demografica determina una competizione dalla quale emerge una piccola minoranza che si accaparra quasi tutta la ricchezza a scapito della maggioranza che viene così a trovarsi in condizioni di miseria assoluta. E questa ineguale distribuzione delle risorse è inevitabile. Infatti, se esse fossero equamente distribuite, ben presto nessuno avrebbe cibo a sufficienza e tutti morirebbero di fame. Del resto questa è anche la condizione nello stato di natura: la crescita demografica determina una competizione per delle risorse limitate, che a sua volta è la causa della “selezione naturale”, il motore dell’evoluzione.
La democrazia ateniese.
Ma allora come abbiamo fatto ad uscire dalla trappola della povertà e a conquistare quella straordinaria abbondanza di beni di ogni tipo di cui oggi, in misura maggiore o minore, godiamo tutti? E come hanno fatto le prime democrazie ad emergere da questa condizione di miseria estrema?
A questo punto l’attenzione si sposta sulla prima democrazia del mondo, quella della Grecia antica. Una democrazia giustamente famosa, perché essa ha fatto da modello a tutte quelle che sono venute dopo.
Per una discussione sulla democrazia greca e in particolare su quella ateniese si può partire dal libro “Il mondo di Atene” dello storico Luciano Canfora. Da questa analisi emerge un ritratto dell’Atene di Pericle che è forse un po’ diverso da quello che potremmo aspettarci.
Quella ateniese era una democrazia limitata a soli 30 mila uomini. Ma lo stato dell’Attica faceva 350.000 abitanti e la grande maggioranza di essi erano schiavi. Inoltre le donne non partecipavano alla vita politica.
Un aspetto fondamentale di questa prima democrazia è la sua politica imperialista e guerrafondaia. Diversi studiosi hanno dato della democrazia ateniese dei giudizi sprezzanti. Per esempio a volte essa è stata definita “una gilda che si spartisce il bottino”.
In effetti questa era una democrazia piena di contraddizioni, se la paragoniamo a quelle moderne. Ma gli elementi fondamentali ci sono già tutti. C’era una politica (imperialista e guerrafondaia) che creava la ricchezza, un popolo (demos in greco) di cittadini / soldati o di marinai che la produceva e dei meccanismi istituzionali, controllati dal popolo stesso, che la distribuivano.
La Grecia antica era all’avanguardia un po’ in tutto. Si era dotata del primo alfabeto comprensivo delle vocali, che aveva facilitato la diffusione della parola scritta (ad Atene tutti i cittadini liberi sapevano leggere e scrivere).
L’alfabeto greco ha favorito lo sviluppo del pensiero e spiega la ricchezza degli scritti storici, letterari, filosofici e scientifici, molti dei quali sono giunti fino a noi. In questo ambiente stimolante si sono formati il pensiero critico e la filosofia razionalista, a cui è seguito uno straordinario sviluppo della scienza e della tecnologia in quasi tutti i settori. Ci sono anche i risultati straordinari, mai più superati, nelle varie forme dell’arte: pittura, scultura, architettura, poesia, musica, teatro ecc.
Gli ateniesi erano diventati esperti anche nell’arte delle costruzioni navali e della navigazione, dove pure non temevano concorrenza. È grazie a questa superiorità che avevano distrutto la flotta persiana nella battaglia di Salamina, costringendo l’esercito di terra, ormai privo del supporto logistico, a tornare nel proprio paese.
E sempre grazie a questa superiorità l’Atene di Pericle aveva attuato una politica imperialista che aveva il preciso scopo di procurare allo Stato abbondanti risorse economiche. Questo è il primo punto. Il secondo sono i meccanismi istituzionali attraverso i quali la ricchezza veniva distribuita ad un popolo di soldati o di marinai che attuava questa politica.
Senza la democrazia tutta questa ricchezza sarebbe finita nella mani delle famiglie aristocratiche, che non avrebbero voluto condividere proprio nulla, mentre il popolo sarebbe stato ridotto alla fame.
Nonostante i giudizi sprezzanti di molti studiosi e nonostante tutti i suoi innegabili limiti, quella di Atene e della Grecia antica era quindi una vera democrazia, con un alto livello di competenza politica e una dialettica evoluta e sofisticata. Infatti fin da allora erano stati individuati i principali problemi dei sistemi democratici, che erano oggetto di vivace discussione. Per esempio la presenza nello stato dell’Attica di una maggioranza di schiavi che però, in quanto esseri umani, non erano diversi dai cittadini liberi.
La Repubblica romana e i Comuni.
Inoltre, anche se per dimensioni non era paragonabile alle democrazie moderne, quella ateniese è stata di gran lunga la democrazia più estesa dell’antichità.
La Res Publica romana era anch’essa una democrazia con un proprio parlamento, il Senato. Ma essa era limitata alle 300 famiglie nobili che erano anche le sole che avevano accesso alle cariche pubbliche attraverso il cursus honorum. Invece in Grecia era proprio il popolo che nelle Assemblee prendeva le decisioni politiche e ricopriva per sorteggio diversi uffici pubblici importanti come il Tribunale.
In un secondo tempo la repubblica romana si è trasformata nell’Impero, assumendo la forma di un principato. Anche l’Atene di Pericle potrebbe essere considerata un principato, con una figura dominante che ha tirato i fili della politica per trent’anni. Nella Roma imperiale una parte della ricchezza veniva distribuita al popolo sotto forma di derrate agricole, ludi circensi e opere pubbliche intraprese anche per creare delle occasioni di lavoro. Ma questo avveniva per decisione dell’imperatore e in maniera paternalista. Mentre ad Atene era proprio il popolo che occupava le cariche pubbliche, dove assumeva delle decisioni a proprio favore e contrarie agli interessi dell’elite. E nell’Assemblea poteva decidere persino le guerre.
Nei secoli successivi sia la democrazia greca che la repubblica romana hanno fatto da modello a tutte le altre esperienze di democrazia, compresa la prima democrazia moderna. Ma le condizioni fondamentali rimangono sempre le stesse: una fonte straordinaria di ricchezza, un popolo che direttamente la produce e delle istituzioni occupate o controllate dal popolo che la distribuiscono.
Nel Medioevo in Europa c’è stata un’epoca, quella dei Comuni, nella quale sono nate molte democrazie cittadine, come nell’antica Grecia.
Con la caduta dell’impero romano le campagne e le città si erano spopolate. La maggior parte dei terreni coltivati erano stati abbandonati ed erano tornati allo stato selvaggio ricoprendosi, a seconda dei casi, di boschi o di paludi. La popolazione era talmente diminuita che a Nord delle Alpi la maggior parte delle città erano scomparse.
In Italia le città non erano scomparse del tutto, ma si erano comunque spopolate. Il caso più estremo è quello di Roma, dove gli abitanti passarono da un milione a 30.000.
L’Europa, a causa dell’insicurezza causata dalle invasioni barbariche, è rimasta spopolata fino alla metà del decimo secolo, cioè finché non sono cessate le incursioni degli Ungari, dei Vichinghi e dei Saraceni. Ma una volta tornata la sicurezza è iniziata, prima lenta e poi più spedita, una lunga crescita economica e demografica, sia nelle campagne che nelle città, durata tre secoli e mezzo.
Una crescita eccezionalmente lunga perché per tutto questo tempo, man mano che cresceva la popolazione, c’erano sempre dei terreni liberi da mettere a coltura. E di solito non capita che ci siano dei terreni liberi da occupare e in così grande quantità.
È stata proprio questa straordinaria fonte di ricchezza la prima condizione per la nascita delle democrazie comunali.
Nelle campagne vigeva il diritto feudale perché erano i nobili a possedere la terra, mentre nelle città, dove la nobiltà non era presente o aveva un potere limitato, le corporazioni di arti e mestieri hanno imparato presto ad auto amministrarsi dotandosi di istituzioni “democratiche” sul modello della repubblica romana. Artigiani e commercianti producevano la ricchezza, la distribuivano ai soci delle corporazioni e governavano la città attraverso delle istituzioni da loro stessi create.
La democrazia rappresentativa moderna.
Anche i successivi esperimenti di democrazia rispettano queste condizioni, per esempio l’Olanda del ‘600. Dopo avere conquistato con una lunga guerra l’indipendenza dalla Spagna, l’Olanda aveva creato una prospera economia basata sia sulla produzione artigianale che su una rete di commerci oltremare che arrivava fino all’estremo Oriente. E anche questo paese si era dotato di istituzioni all’avanguardia che in seguito hanno fatto da modello sia all’Inghilterra che ai nascenti Stati Uniti.
Viceversa la storia della Spagna è la dimostrazione che una nuova straordinaria fonte di ricchezza non è di per sé sufficiente a creare una democrazia. Dopo la scoperta dell’America le miniere del Nuovo mondo avevano inondato la Spagna con un fiume d’oro e d’argento. Ma questi metalli preziosi non erano prodotti dal popolo, ma venivano estratti dai nativi americani ridotti in schiavitù. Inoltre questa ricchezza veniva spesa dal re e dalla nobiltà principalmente in consumi di lusso. E i beni di lusso erano per lo più importati dall’estero, sia perché in Spagna gli artigiani e i commercianti occupavano l’ultimo posto della scala sociale, sia perché i re cattolici avevano costretto gli Ebrei, che erano la principale forza produttiva, a rifugiarsi in altri paesi. Quindi il popolo non produceva la ricchezza e non aveva alcun potere. E nonostante l’oro e l’argento delle miniere americane, viveva in condizioni di totale miseria.
Anche gli Stati Uniti hanno potuto contare su una fonte di ricchezza straordinaria: un territorio immenso, adatto sia all’agricoltura che all’allevamento, praticamente vuoto e facile da conquistare. Anche questa una situazione eccezionale, che può essere paragonata solo a quella dell’Europa dei Comuni. E ben presto i suoi abitanti, che avevano attraversato l’Atlantico in cerca di fortuna e che non avevano più sopra le loro teste una classe nobile, hanno creato la prima democrazia moderna. E nel progettare la loro Costituzione del 1776 si sono ispirati alle precedenti esperienze di democrazia, sia della Grecia antica che dei Comuni.
La diffusione della democrazia nel mondo.
Ma poi come ha fatto questa prima democrazia rappresentativa, nella quale i cittadini non governano in maniera diretta ma attraverso i propri rappresentanti, a diffondersi in Europa e in seguito nel resto del mondo, come sta avvenendo oggi?
La diffusione della democrazia è stata resa possibile dall’economia industriale, una fonte di ricchezza ancora più grande di qualsiasi politica imperialista o di un immenso territorio libero, o quasi, da occupare.
A partire dalla metà del Settecento la rivoluzione industriale ha moltiplicato di decine di volte la produzione dei beni e ha determinato la nascita della società moderna le cui caratteristiche più importanti sono: la rivoluzione scientifica e tecnologica, l’economia di mercato e la libertà. Una formula magica che può essere copiata da qualsiasi paese e che ha dimostrato di funzionare sempre.
Il primo paese a trasformare la propria produzione da artigianale a industriale è stato l’Inghilterra, ben presto seguito dal resto dell’Europa e dall’America.
Nell’economia moderna, però, non ci sono solo una nuova straordinaria fonte di ricchezza, dei lavoratori che la producono e che eleggono i propri rappresentanti. Adesso i lavoratori assumono anche il ruolo di consumatori e diventano quindi doppiamente indispensabili.
Infatti per produrre una grande quantità di beni deve esserci anche un mercato in grado di assorbirli. Quindi deve esserci una vasta platea di compratori con un reddito sufficiente per acquistarli. Che sono i lavoratori stessi.
Si può dire quindi che l’economia moderna, per funzionare, deve essere per forza democratica. Tant’è che tutti i paesi europei, man mano che si industrializzavano, si sono anche trasformati, sia pure tra grandi crisi come le due guerre mondiali, da monarchie assolute in democrazie.
Dalla fine delle guerre napoleoniche e fino alla prima guerra mondiale l’Europa aveva conosciuto un lungo periodo di crescita che l’aveva fatta diventare la regione più avanzata e potente del pianeta, sia da punto di vista economico che militare. E anche le istituzioni si erano in qualche misura democratizzate con l’approvazione di statuti liberali e l’istituzione di parlamenti elettivi, anche se le monarchie non erano scomparse.
Questo è stato anche un periodo di grandi progressi nel campo scientifico e tecnologico, nei settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’energia, della medicina ecc. Di conseguenza anche le condizioni di vita della popolazione erano migliorate.
Poi però la prima guerra mondiale, voluta dalle teste coronate per esibire la propria potenza militare e ben presto sfuggita al controllo, aveva posto fine a questo periodo di relativa prosperità, significativamente chiamato Bell’Epoque.
La Grande guerra fece danni enormi e fu anche la causa di un’instabilità sociale che favorì la nascita dei regimi fascista e nazista. Nel frattempo in Giappone, dopo un grande disastro naturale, era andata al potere una dittatura militare. E sono stati questi regimi criminali a scatenare qualche anno dopo la seconda guerra mondiale.
Alla fine, per abbattere queste dittature è stato necessario l’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati, senza il quale il ritorno alla democrazia sarebbe stato molto lungo e difficile (adesso i paesi europei si rifiutano di aiutare gli Stati Uniti nella guerra contro una dittatura che ha riportato l’Iran indietro di mille anni e che fatto continui tentativi di fabbricare delle bombe atomiche con l’obiettivo dichiarato di lanciarle sullo stato di Israele; ma non dovrebbero dimenticare che durante la seconda guerra mondiale erano loro l’Iran e che sono stati liberati dalle dittature fascista e nazista proprio dagli Stati Uniti).
Gli Stati Uniti d’America hanno allestito due grossi eserciti con i quali hanno attraversato gli oceani Atlantico e Pacifico per combattere questi regimi imperialisti sacrificando decine di migliaia dei loro soldati. Ed è a questi soldati che noi europei dobbiamo la libertà. Senza questo intervento militare come avremmo fatto a conquistare la libertà e quello straordinario livello di benessere che oggi diamo per scontato?
Infatti una volta liberati i paesi dell’Europa occidentale e il Giappone hanno conosciuto una crescita straordinaria che, insieme agli Stati uniti, li ha fatti diventare i paesi più prosperi e sviluppati del mondo. Una crescita accompagnata da ulteriori grandi progressi in ogni campo della scienza e della tecnologia.
Così è nata la moderna società del benessere. Un benessere così straordinario che non trova paragoni in alcun’altra epoca storica e che è servito da modello per il resto del mondo.
Alla sconfitta del regime nazista ha contribuito in maniera determinante anche la Russia di Stalin, che ha compensato la propria inferiorità militare col sacrificio di decine di milioni di persone tra soldati e civili.
A differenza di quelli dell’Europa occidentale, però, i paesi dell’est occupati dalla Russia non vennero liberati, perché passarono dalla dittatura nazista a quella sovietica. L’Unione sovietica infatti non era una democrazia. Era una dittatura totalitaria che aveva abolito la libertà e il mercato. E per quanto riguarda la rivoluzione scientifica e tecnologica, essa aveva dirottato tutte le risorse verso il settore militare. Era un regime fintamente democratico, senza opposizione e libertà di stampa, che si reggeva su imponenti apparati di polizia e di propaganda e che aveva trasformato le elezioni in una farsa in cui la gente doveva votare il candidato unico imposto dal partito comunista.
Il regime sovietico ha impedito per molti anni ai paesi “satelliti” di crescere, di svilupparsi e di uscire dalla povertà. Questi paesi hanno ricominciato a crescere solo dopo che il regime sovietico è crollato e solo adesso i più avanzati tra loro stanno raggiungendo gli altri paesi dell’Europa occidentale.
Dopo la fine del comunismo anche la Russia aveva cominciato a crescere, ma poi l’apparato burocratico militare sovietico ha ripreso il sopravvento e ha imposto una nuova dittatura. Essa non ha più la giustificazione ideologica del marxismo: è solo una “normale” dittatura predatoria che si appropria di tutte le risorse del paese, al quale nel frattempo viene anche impedito di crescere.
Ma il regime sovietico non aveva privato della libertà solo i suoi cittadini e quelli dei paesi che aveva occupato; ha anche diffuso in tutto il mondo il suo modello di stato e di economia statalizzata. Ha instaurato molte dittature militari socialiste o comuniste che hanno causato danni incalcolabili. Per esempio hanno ritardato lo sviluppo dell’Africa di oltre trent’anni.
L’Unione sovietica ha anche finanziato i partiti comunisti dei paesi occidentali. E il Partito comunista italiano era quello che riceveva i più grossi finanziamenti da Mosca per la sua propaganda.
Dopo la seconda guerra mondiale gli americani hanno mobilitato più volte il loro esercito per combattere delle dittature, sia da soli che con degli alleati, anche se non sempre con i risultati sperati.
Ma, al di là dell’esito di questi interventi militari, è stato ancora più importante l’esempio dei paesi che, una volta conquistata la libertà, hanno raggiunto un livello di vita altissimo che non ha paragoni in nessun’altra epoca.
Dopo la sconfitta e la ritirata del Giappone, in Cina era salito al potere il regime maoista, che era la versione asiatica dell’Unione sovietica. Anche qui un regime totalitario che per tutta la sua durata ha mantenuto questo grande paese in uno stato di miseria assoluta. Mao però ha fatto anche delle riforme importanti. Ha abolito, anche se in maniera brutale, le grandi proprietà fondiarie e ha istituito l’istruzione e la sanità pubblica per tutti, cioè senza più differenze tra uomini e donne o tra bambini e bambine. Una rivoluzione sociale profonda che in seguito si è rivelata fondamentale per la modernizzazione della Cina.
Dopo la morte del dittatore avvenuta nell’anno 1976, i suoi successori avevano sotto gli occhi gli esempi del Giappone e della stessa città di Hong Kong che avevano raggiunto un altissimo livello di vita. E prima in via sperimentale e poi definitiva, i governi del dopo Mao hanno scelto il modello di economia moderna.
Anche l’India, dopo il crollo dell’Unione sovietica, ha capito cosa doveva fare per uscire dalla povertà. Dopo avere ottenuto l’indipendenza nel 1947 questo grande paese asiatico, che oggi supera di poco la Cina per popolazione, ha voluto dotarsi di istituzioni democratiche ed è quindi diventato la più grande democrazia elettiva del mondo. Ma, dato che era stato per molto tempo una colonia inglese, guardava con sospetto all’Europa e aveva stabilito dei rapporti privilegiati con l’Unione sovietica, perché essa si contrapponeva al blocco occidentale. Per questo aveva scelto un modello di economia statalista che per molti anni ha rallentato la sua crescita. L’India si è convinta a liberalizzare la propria economia solo dopo la fine dell’Unione sovietica e da allora sta crescendo a ritmi sostenuti.
Anche l’Africa sub sahariana dall’inizio del secolo ha cominciato a crescere. Infine negli ultimi anni hanno intrapreso la strada della modernità anche i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, o almeno quasi tutti. Qui l’esempio virtuoso è stato la Turchia, un grande paese islamico che, dopo una crescita velocissima, da qualche anno è entrato a far parte del club dei paesi ricchi.
Il modello cinese.
Dopo avere scelto con decisione l’economia moderna, la Cina ha conosciuto una crescita straordinaria, che per molto tempo è stata superiore al 10% annuo. In pochi decenni il dragone cinese è diventato una delle principali potenze mondiali. Adesso la sua velocità di crescita è “solo” del 6 / 7 % l’anno. Ma è destinata a diminuire ancora perché, man mano che il settore dei servizi sostituisce quello dei beni materiali, l’economia rallenta.
Questa frenata è fisiologica e inevitabile e non è imputabile alla qualità della governance (vedi il paragrafo “Un’economia matura consuma meno materie prime e inquina di meno” nell’articolo: lo sviluppo come soluzione dei problemi dell'ambiente).
La Cina di oggi, però, non è una democrazia rappresentativa. Essa ha ancora un modello di governo incentrato sul partito comunista. Ma un partito comunista che ha scelto la formula magica del benessere. In Cina c’è la corsa all’istruzione tecnica e scientifica, l’economia di mercato è più liberalizzata che in Europa e la gente ha uno spazio di libertà che nell’epoca maoista non poteva nemmeno sognare.
Inoltre la Cina di oggi crede così tanto nell’economia di mercato che, con la politica delle “nuove vie della seta”, sta promuovendo lo sviluppo anche nel resto del continente asiatico e in Africa. E se dall’inizio del secolo anche l’ultima grande area del pianeta ha intrapreso la strada della crescita, bisogna riconoscere che il merito non è né dell’Europa né dell’America, che hanno fatto di tutto per impedirla, ma della Cina.
A questo punto ci si può chiedere se il modello cinese sia migliore del nostro. In fin dei conti la Cina di questi anni sulle questioni più importanti ha sempre fatto le scelte giuste, cosa che non si può dire delle democrazie occidentali.
Però in Cina la discussione politica non avviene sui giornali, ma all’interno del Partito comunista che conta alcuni milioni di iscritti. Dall’esterno e da lontano la discussione dentro il PCC la si può solo immaginare, ma se si guarda ai risultati il giudizio non può che essere positivo.
In ogni caso, anche senza le elezioni, la Repubblica Popolare Cinese è una vera democrazia perché i presupposti ci sono tutti: una straordinaria fonte di ricchezza (l’economia moderna), un popolo che la produce e delle istituzioni che la distribuiscono. Infine, esattamente come in Europa e in America, il popolo ricopre anche il ruolo di consumatore.
Ma rimane un dubbio: chi garantisce che il PCC continuerà a fare gli interessi del popolo cinese? Prima o poi potrebbero prevalere quelli di un’elite. Il timore è che quando l’economia rallenterà ancora il sistema politico potrebbe perdere consensi (come è avvenuto a suo tempo in Europa) e subire una deriva autoritaria.
In Europa nel corso degli anni Settanta, man mano che la produzione dei beni materiali veniva sostituita da quella dei servizi, l’economia rallentava. Cosa che fece perdere consensi alle forze politiche di destra che erano state al governo fino a quel momento, negli anni del boom economico. Anche qui una frenata che non deve essere imputata all’incapacità dei governi. Ma le opposizioni di sinistra, sostenute anche dalla propaganda finanziata dall’Unione sovietica, ne hanno approfittato per guadagnare consensi e, dopo la fine del comunismo, per andare al governo.
Che in democrazia si succedano dei governi di segno opposto è fisiologico. In un sistema sano, infatti, è necessario che ci siano due schieramenti che si fanno concorrenza e che si alternano alla guida del paese. Ma una volta conquistato il potere le sinistre occidentali hanno adottato delle politiche punitive per l’economia che ne hanno rallentato ancora di più la crescita. Del resto anche il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta era avvenuto nonostante la loro opposizione.
Succederà qualcosa del genere anche in Cina? Il governo cinese subirà una deriva autoritaria che, riducendo la libertà, rallenterebbe ancora di più l’economia?
In entrambi i casi, sia per la Cina che per i paesi occidentali (e per qualsiasi altro paese), la soluzione è sempre la stessa: bisogna spiegare alla gente che, man mano che i servizi sostituiscono i beni materiali, l’economia inevitabilmente rallenta. Ma va bene anche così, perché il benessere raggiunto viene comunque mantenuto e, sia pure più lentamente, incrementato.
In altre parole il problema del rallentamento dell’economia dopo gli anni del boom economico deve essere affrontato razionalmente, cioè attraverso una corretta informazione dell’opinione pubblica. L’alternativa è un aggravamento della crisi.
La democrazia nell’Italia di oggi.
La crescita sbalorditiva della Cina era già un argomento convincente. Ma dopo il crollo dell’Unione sovietica quasi tutto il mondo ha capito cosa doveva fare per sconfiggere la povertà e da allora lo sta facendo con risultati straordinari. A dirlo sono i dati dell’ONU: nell’ultimo mezzo secolo tutti gli indicatori globali dello sviluppo hanno conosciuto uno straordinario miglioramento.
Fino a 250 anni fa tutti i paesi erano delle monarchie assolute, che sono equiparabili a delle dittature. Guerre, carestie ed epidemie falcidiavano la popolazione. Una volta la vita era così dura che la sua durata media era di soli 24 anni.
Oggi invece il 15 % della popolazione mondiale vive nei paesi più sviluppati nei quali la durata media della vita ha raggiunto gli 82 anni. Un altro 75 e più % vive nei paesi emergenti che stanno crescendo al ritmo del 6 – 7 – 8 % l’anno e che hanno una speranza di vita che già supera i 70 anni. E sono tutti paesi liberi. Ormai solo meno del 10 % vive sotto dittatura o in paesi che non hanno ancora iniziato un percorso di crescita. Le carestie e le epidemie sono scomparse così come molte terribili malattie, sradicate o tenute sotto controllo dai farmaci e dai vaccini.
Tutto merito della società moderna, cioè della rivoluzione scientifica e tecnologica, dell’economia di mercato e della libertà. Da una parte c’è lo straordinario successo dei paesi liberi, dall’altro il fallimento dei regimi di tipo sovietico e delle altre dittature, che anche negli ultimi anni sono diminuite.
Eppure la democrazia, come nell’antichità, ha ancora molti nemici. Quella ateniese era avversata dalle famiglie aristocratiche, che non avrebbero voluto condividere proprio nulla. E fin dai primi anni dell’Ottocento in Inghilterra e nel resto dell’Europa sono comparsi dei movimenti intellettuali che condannavano l’economia industriale e la rivoluzione sociale e politica che si portava dietro.
Il movimento che ha avuto maggior fortuna è stato quello marxista, che affonda le sue radici nella Rivoluzione francese. Questa ideologia accusa la società moderna “capitalista” di essere la causa delle ingiustizie sociali e ha promosso una propria rivoluzione allo scopo di esautorare la borghesia economica e portare al potere le masse operaie e contadine. Ma mentre la Rivoluzione francese ha dato un grosso contributo alla nascita della società moderna, che ha ridotto tantissimo sia la povertà che le ingiustizie sociali, il marxismo accusa proprio questo stesso modello economico - sociale di esserne la causa!
Però i regimi di tipo sovietico nati da questa ideologia non hanno mai portato al potere le classi popolari; hanno imposto invece delle dittature totalitarie quali non se n’erano mai viste che hanno oppresso moltissimi popoli togliendo loro la libertà e impedendone la crescita.
Oggi, dopo avere causato danni infiniti in tutto il mondo, quasi tutti questi regimi sono scomparsi. Rimangono solo Cuba e la Corea del Nord. Ma sono anche loro dei fallimenti, come dimostra il confronto impietoso, non solo con i paesi più sviluppati, ma anche con gli emergenti.
Ma a combattere la società moderna non ci sono solo gli ultimi regimi comunisti e le ultime dittature. Ci sono anche le sinistre marxiste dei paesi occidentali.
Dopo la fine del comunismo in Russia le forze politiche di sinistra si sono dovute adattare per sopravvivere a questa circostanza avversa.
Per esempio in Italia il partito comunista ha cambiato nome.
Di solito un cambiamento del nome indica un cambiamento di paradigma, in questo caso la sostituzione di una politica con un’altra. Però sulle questioni più importanti la politica della sinistra non è cambiata. Infatti essa sta continuando la sua guerra contro la società capitalista come se ci fosse ancora l’Unione sovietica. Inoltre, anche se l’ideologia marxista mette al primo posto i problemi sociali, e questo va bene, essa incita all’odio di classe, dei lavoratori contro i “padroni” e di tutti quelli che non li combattono, che sono considerati i loro complici. Per cui non c’è nemmeno il rispetto verso gli avversari politici o per delle idee diverse dalle proprie.
Inoltre le sinistre dei paesi occidentali non stanno solo continuando la loro guerra contro la società capitalista, ma hanno deciso di intensificarla strumentalizzando i temi ambientali e lanciando degli allarmi ingiustificati sul clima per far passare delle misure ancora più punitive per l’economia.
C’è persino un movimento ecologista che condanna tutte le attività economiche e che accusa l’uomo di essere il cancro del pianeta. Dimenticando però che sono stati proprio lo scambio, il baratto e il commercio, praticati da centinaia di migliaia di anni, che ci hanno consentito di superare i limiti delle piccole società naturali e di costruire delle società molto più ampie, le civiltà e gli stati, grazie alle quali abbiamo realizzato tanti grandiosi progetti nel campo della cultura, dell’arte e della scienza. Conquiste che ci pongono su un gradino più alto rispetto al resto del mondo vivente (vedi l’articolo: Lo scambio ci rende unici).
Negli ultimi due decenni la politica folle della decarbonizzazione e delle energie alternative ha impoverito il nostro Paese di almeno 600 / 700 miliardi. In cambio di nulla, perché dei dati scientifici importanti, ben conosciuti dagli esperti e che nessuno mette in discussione, dimostrano che l’anidride carbonica non può essere la causa del riscaldamento globale (che invece è il sole). Quindi è assurdo spendere delle cifre astronomiche per diminuire le emissioni di anidride carbonica e per di più con le inadatte energie alternative (vedi gli articoli: Era carbonifera, Reimpostare la discussione sul clima e La costosa follia delle energie alternative). Andrebbe ancora bene se potessimo usare l’energia nucleare, ma essa è stata criminalizzata e impedita (vedi l’articolo: Energia nucleare pulita e sicura).
Però il popolo della sinistra, cullato dalla propaganda, non si rende conto degli enormi danni causati alla società da questa assurda politica energetica.
Proprio in questo momento, per esempio, dobbiamo subire per l’ennesima volta le conseguenze della nostra forte dipendenza dalle importazioni di energia e dell’aumento del prezzo del petrolio. E ancora una volta il governo “nemico” viene accusato di non fare nulla. Ma la colpa è della politica energetica di questi anni, rigorosamente di sinistra, basata sui falsi allarmi sul clima e sul falso dogma del riscaldamento globale.
Questi costi vengono pagati prima di tutto dalle categorie sociali più fragili, come i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. Adesso quantomeno un lavoro lo trovano, ed è già qualcosa rispetto a qualche anno fa. Ma spesso si tratta di lavori sottopagati, che non consentono loro di trovare una casa in vendita o in affitto. Un problema che però la sinistra imputa a “questo modello di sviluppo” per il quale la proposta è sempre la stessa: il salario minimo garantito, cioè la sovietizzazione dell’economia!
Inoltre la sinistra italiana sta continuando ad impedire le riforme istituzionali come l’elezione diretta del Capo del governo e la separazione delle carriere dei magistrati, necessarie per dare all’Italia una democrazia compiuta.
Queste due mancate riforme danno la possibilità a chi è all’opposizione (e crede poco nella democrazia) di creare delle difficoltà al governo e anche di farlo cadere, per sostituirlo con uno di segno opposto senza passare attraverso le elezioni. Cioè rendono possibili i “ribaltoni”. L’assenza della separazione delle carriere permette infatti a dei pubblici ministeri politicizzati di lanciare sui politici “nemici” delle accuse inventate, che poi la propaganda trasforma subito in condanne allo scopo di far cadere il governo. Ribaltone che non sarebbe possibile se ci fossero il Italia, come in tutti gli altri paesi sviluppati, l’elezione diretta del capo del governo e la separazione delle carriere.
In occasione del referendum sulla giustizia la sinistra si è impegnata moltissimo per impedire questa riforma, e anche da qui si può capire che non è cambiato nulla rispetto a quando c’erano il partito comunista e l’Unione sovietica.
Infine la sinistra, e specialmente quella più radicale, continua a considerare le forze dell’ordine uno strumento di oppressione. Però sono le dittature che fondano il loro potere su degli imponenti apparati polizieschi. Come per esempio l’Unione sovietica che la sinistra italiana ha prima sostenuto e osannato e poi rimpianto. Nelle democrazie, invece, le forze dell’ordine lavorano per la sicurezza dei cittadini e lottano con abnegazione, senso dello Stato, e a volte con eroismo, per arginare la diffusione delle droghe e contro la criminalità organizzata. Cioè lavorano per la società, non contro di essa!
È importante che il popolo della sinistra si renda conto di queste contraddizioni e pretenda dai propri rappresentanti politici dei comportamenti coerenti con la loro attenzione per il sociale. Ma deve anche prendere atto che l’ideologia marxista ha ispirato dei regimi dittatoriali che hanno causato danni, catastrofi e sofferenze infinite in tutto il mondo e che alla fine sono falliti. Infine deve cambiare anche il giudizio verso la società moderna, che non è la causa di ogni nequizia, ma l’unico modello sostenibile sul piano sociale mai comparso nella storia umana e alla lunga anche l’unico sostenibile sul piano ambientale (vedi per esempio la Presentazione del sito Ecofantascienza).
Senza questa guerra insensata contro la società “capitalista” l’Italia avrebbe potuto essere il paese più prospero e sviluppato del mondo. E invece … Ma come fa un paese a migliorare se metà della politica lavora per fare il massimo danno all’economia?
Per far crescere la società bisogna prima di tutto rendere l’economia più prospera. Bisogna abbassare il costo dell’energia e il livello del debito pubblico e delle tasse. Bisogna anche aumentare la nostra autonomia energetica per diminuire l’impoverimento del sistema paese. Poi bisogna creare delle nuove occasioni di lavoro e mettere sul mercato delle case a prezzi più accessibili. Disponendo di più risorse economiche si potranno poi migliorare anche i servizi forniti dallo Stato: istruzione, sanità, sicurezza, valorizzazione del patrimonio storico e artistico, tutela del made in Italy ecc. Infine, per quanto riguarda la politica estera, bisogna fare concorrenza alla Cina nella promozione dello sviluppo dell’Africa, come sta facendo il piano Mattei. Fare tutto il contrario è da pazzi.
Dobbiamo lavorare per migliorare il mondo, non per peggiorarlo!
Nel discorso sull’ambiente e lo sviluppo la democrazia gioca un ruolo centrale, perché è lo strumento necessario per distribuire il potere e la ricchezza al popolo e rendere la società più giusta. E anche qui bisogna partire dal dato storico più importante: in tutte le altre epoche che precedono quella moderna il livello di vita era bassissimo. La gente comune viveva in condizioni di miseria assoluta e di disparità sociali infinite. E la causa che le rendeva entrambe inevitabili era la crescita demografica.
Se la popolazione aumenta all’infinito perché la crescita è esponenziale, le risorse diventano insufficienti. È questo il fattore che rende le società del passato ad un tempo molto povere e diseguali. Infatti la crescita demografica determina una competizione dalla quale emerge una piccola minoranza che si accaparra quasi tutta la ricchezza a scapito della maggioranza che viene così a trovarsi in condizioni di miseria assoluta. E questa ineguale distribuzione delle risorse è inevitabile. Infatti, se esse fossero equamente distribuite, ben presto nessuno avrebbe cibo a sufficienza e tutti morirebbero di fame. Del resto questa è anche la condizione nello stato di natura: la crescita demografica determina una competizione per delle risorse limitate, che a sua volta è la causa della “selezione naturale”, il motore dell’evoluzione.
La democrazia ateniese.
Ma allora come abbiamo fatto ad uscire dalla trappola della povertà e a conquistare quella straordinaria abbondanza di beni di ogni tipo di cui oggi, in misura maggiore o minore, godiamo tutti? E come hanno fatto le prime democrazie ad emergere da questa condizione di miseria estrema?
A questo punto l’attenzione si sposta sulla prima democrazia del mondo, quella della Grecia antica. Una democrazia giustamente famosa, perché essa ha fatto da modello a tutte quelle che sono venute dopo.
Per una discussione sulla democrazia greca e in particolare su quella ateniese si può partire dal libro “Il mondo di Atene” dello storico Luciano Canfora. Da questa analisi emerge un ritratto dell’Atene di Pericle che è forse un po’ diverso da quello che potremmo aspettarci.
Quella ateniese era una democrazia limitata a soli 30 mila uomini. Ma lo stato dell’Attica faceva 350.000 abitanti e la grande maggioranza di essi erano schiavi. Inoltre le donne non partecipavano alla vita politica.
Un aspetto fondamentale di questa prima democrazia è la sua politica imperialista e guerrafondaia. Diversi studiosi hanno dato della democrazia ateniese dei giudizi sprezzanti. Per esempio a volte essa è stata definita “una gilda che si spartisce il bottino”.
In effetti questa era una democrazia piena di contraddizioni, se la paragoniamo a quelle moderne. Ma gli elementi fondamentali ci sono già tutti. C’era una politica (imperialista e guerrafondaia) che creava la ricchezza, un popolo (demos in greco) di cittadini / soldati o di marinai che la produceva e dei meccanismi istituzionali, controllati dal popolo stesso, che la distribuivano.
La Grecia antica era all’avanguardia un po’ in tutto. Si era dotata del primo alfabeto comprensivo delle vocali, che aveva facilitato la diffusione della parola scritta (ad Atene tutti i cittadini liberi sapevano leggere e scrivere).
L’alfabeto greco ha favorito lo sviluppo del pensiero e spiega la ricchezza degli scritti storici, letterari, filosofici e scientifici, molti dei quali sono giunti fino a noi. In questo ambiente stimolante si sono formati il pensiero critico e la filosofia razionalista, a cui è seguito uno straordinario sviluppo della scienza e della tecnologia in quasi tutti i settori. Ci sono anche i risultati straordinari, mai più superati, nelle varie forme dell’arte: pittura, scultura, architettura, poesia, musica, teatro ecc.
Gli ateniesi erano diventati esperti anche nell’arte delle costruzioni navali e della navigazione, dove pure non temevano concorrenza. È grazie a questa superiorità che avevano distrutto la flotta persiana nella battaglia di Salamina, costringendo l’esercito di terra, ormai privo del supporto logistico, a tornare nel proprio paese.
E sempre grazie a questa superiorità l’Atene di Pericle aveva attuato una politica imperialista che aveva il preciso scopo di procurare allo Stato abbondanti risorse economiche. Questo è il primo punto. Il secondo sono i meccanismi istituzionali attraverso i quali la ricchezza veniva distribuita ad un popolo di soldati o di marinai che attuava questa politica.
Senza la democrazia tutta questa ricchezza sarebbe finita nella mani delle famiglie aristocratiche, che non avrebbero voluto condividere proprio nulla, mentre il popolo sarebbe stato ridotto alla fame.
Nonostante i giudizi sprezzanti di molti studiosi e nonostante tutti i suoi innegabili limiti, quella di Atene e della Grecia antica era quindi una vera democrazia, con un alto livello di competenza politica e una dialettica evoluta e sofisticata. Infatti fin da allora erano stati individuati i principali problemi dei sistemi democratici, che erano oggetto di vivace discussione. Per esempio la presenza nello stato dell’Attica di una maggioranza di schiavi che però, in quanto esseri umani, non erano diversi dai cittadini liberi.
La Repubblica romana e i Comuni.
Inoltre, anche se per dimensioni non era paragonabile alle democrazie moderne, quella ateniese è stata di gran lunga la democrazia più estesa dell’antichità.
La Res Publica romana era anch’essa una democrazia con un proprio parlamento, il Senato. Ma essa era limitata alle 300 famiglie nobili che erano anche le sole che avevano accesso alle cariche pubbliche attraverso il cursus honorum. Invece in Grecia era proprio il popolo che nelle Assemblee prendeva le decisioni politiche e ricopriva per sorteggio diversi uffici pubblici importanti come il Tribunale.
In un secondo tempo la repubblica romana si è trasformata nell’Impero, assumendo la forma di un principato. Anche l’Atene di Pericle potrebbe essere considerata un principato, con una figura dominante che ha tirato i fili della politica per trent’anni. Nella Roma imperiale una parte della ricchezza veniva distribuita al popolo sotto forma di derrate agricole, ludi circensi e opere pubbliche intraprese anche per creare delle occasioni di lavoro. Ma questo avveniva per decisione dell’imperatore e in maniera paternalista. Mentre ad Atene era proprio il popolo che occupava le cariche pubbliche, dove assumeva delle decisioni a proprio favore e contrarie agli interessi dell’elite. E nell’Assemblea poteva decidere persino le guerre.
Nei secoli successivi sia la democrazia greca che la repubblica romana hanno fatto da modello a tutte le altre esperienze di democrazia, compresa la prima democrazia moderna. Ma le condizioni fondamentali rimangono sempre le stesse: una fonte straordinaria di ricchezza, un popolo che direttamente la produce e delle istituzioni occupate o controllate dal popolo che la distribuiscono.
Nel Medioevo in Europa c’è stata un’epoca, quella dei Comuni, nella quale sono nate molte democrazie cittadine, come nell’antica Grecia.
Con la caduta dell’impero romano le campagne e le città si erano spopolate. La maggior parte dei terreni coltivati erano stati abbandonati ed erano tornati allo stato selvaggio ricoprendosi, a seconda dei casi, di boschi o di paludi. La popolazione era talmente diminuita che a Nord delle Alpi la maggior parte delle città erano scomparse.
In Italia le città non erano scomparse del tutto, ma si erano comunque spopolate. Il caso più estremo è quello di Roma, dove gli abitanti passarono da un milione a 30.000.
L’Europa, a causa dell’insicurezza causata dalle invasioni barbariche, è rimasta spopolata fino alla metà del decimo secolo, cioè finché non sono cessate le incursioni degli Ungari, dei Vichinghi e dei Saraceni. Ma una volta tornata la sicurezza è iniziata, prima lenta e poi più spedita, una lunga crescita economica e demografica, sia nelle campagne che nelle città, durata tre secoli e mezzo.
Una crescita eccezionalmente lunga perché per tutto questo tempo, man mano che cresceva la popolazione, c’erano sempre dei terreni liberi da mettere a coltura. E di solito non capita che ci siano dei terreni liberi da occupare e in così grande quantità.
È stata proprio questa straordinaria fonte di ricchezza la prima condizione per la nascita delle democrazie comunali.
Nelle campagne vigeva il diritto feudale perché erano i nobili a possedere la terra, mentre nelle città, dove la nobiltà non era presente o aveva un potere limitato, le corporazioni di arti e mestieri hanno imparato presto ad auto amministrarsi dotandosi di istituzioni “democratiche” sul modello della repubblica romana. Artigiani e commercianti producevano la ricchezza, la distribuivano ai soci delle corporazioni e governavano la città attraverso delle istituzioni da loro stessi create.
La democrazia rappresentativa moderna.
Anche i successivi esperimenti di democrazia rispettano queste condizioni, per esempio l’Olanda del ‘600. Dopo avere conquistato con una lunga guerra l’indipendenza dalla Spagna, l’Olanda aveva creato una prospera economia basata sia sulla produzione artigianale che su una rete di commerci oltremare che arrivava fino all’estremo Oriente. E anche questo paese si era dotato di istituzioni all’avanguardia che in seguito hanno fatto da modello sia all’Inghilterra che ai nascenti Stati Uniti.
Viceversa la storia della Spagna è la dimostrazione che una nuova straordinaria fonte di ricchezza non è di per sé sufficiente a creare una democrazia. Dopo la scoperta dell’America le miniere del Nuovo mondo avevano inondato la Spagna con un fiume d’oro e d’argento. Ma questi metalli preziosi non erano prodotti dal popolo, ma venivano estratti dai nativi americani ridotti in schiavitù. Inoltre questa ricchezza veniva spesa dal re e dalla nobiltà principalmente in consumi di lusso. E i beni di lusso erano per lo più importati dall’estero, sia perché in Spagna gli artigiani e i commercianti occupavano l’ultimo posto della scala sociale, sia perché i re cattolici avevano costretto gli Ebrei, che erano la principale forza produttiva, a rifugiarsi in altri paesi. Quindi il popolo non produceva la ricchezza e non aveva alcun potere. E nonostante l’oro e l’argento delle miniere americane, viveva in condizioni di totale miseria.
Anche gli Stati Uniti hanno potuto contare su una fonte di ricchezza straordinaria: un territorio immenso, adatto sia all’agricoltura che all’allevamento, praticamente vuoto e facile da conquistare. Anche questa una situazione eccezionale, che può essere paragonata solo a quella dell’Europa dei Comuni. E ben presto i suoi abitanti, che avevano attraversato l’Atlantico in cerca di fortuna e che non avevano più sopra le loro teste una classe nobile, hanno creato la prima democrazia moderna. E nel progettare la loro Costituzione del 1776 si sono ispirati alle precedenti esperienze di democrazia, sia della Grecia antica che dei Comuni.
La diffusione della democrazia nel mondo.
Ma poi come ha fatto questa prima democrazia rappresentativa, nella quale i cittadini non governano in maniera diretta ma attraverso i propri rappresentanti, a diffondersi in Europa e in seguito nel resto del mondo, come sta avvenendo oggi?
La diffusione della democrazia è stata resa possibile dall’economia industriale, una fonte di ricchezza ancora più grande di qualsiasi politica imperialista o di un immenso territorio libero, o quasi, da occupare.
A partire dalla metà del Settecento la rivoluzione industriale ha moltiplicato di decine di volte la produzione dei beni e ha determinato la nascita della società moderna le cui caratteristiche più importanti sono: la rivoluzione scientifica e tecnologica, l’economia di mercato e la libertà. Una formula magica che può essere copiata da qualsiasi paese e che ha dimostrato di funzionare sempre.
Il primo paese a trasformare la propria produzione da artigianale a industriale è stato l’Inghilterra, ben presto seguito dal resto dell’Europa e dall’America.
Nell’economia moderna, però, non ci sono solo una nuova straordinaria fonte di ricchezza, dei lavoratori che la producono e che eleggono i propri rappresentanti. Adesso i lavoratori assumono anche il ruolo di consumatori e diventano quindi doppiamente indispensabili.
Infatti per produrre una grande quantità di beni deve esserci anche un mercato in grado di assorbirli. Quindi deve esserci una vasta platea di compratori con un reddito sufficiente per acquistarli. Che sono i lavoratori stessi.
Si può dire quindi che l’economia moderna, per funzionare, deve essere per forza democratica. Tant’è che tutti i paesi europei, man mano che si industrializzavano, si sono anche trasformati, sia pure tra grandi crisi come le due guerre mondiali, da monarchie assolute in democrazie.
Dalla fine delle guerre napoleoniche e fino alla prima guerra mondiale l’Europa aveva conosciuto un lungo periodo di crescita che l’aveva fatta diventare la regione più avanzata e potente del pianeta, sia da punto di vista economico che militare. E anche le istituzioni si erano in qualche misura democratizzate con l’approvazione di statuti liberali e l’istituzione di parlamenti elettivi, anche se le monarchie non erano scomparse.
Questo è stato anche un periodo di grandi progressi nel campo scientifico e tecnologico, nei settori delle telecomunicazioni, dei trasporti, dell’energia, della medicina ecc. Di conseguenza anche le condizioni di vita della popolazione erano migliorate.
Poi però la prima guerra mondiale, voluta dalle teste coronate per esibire la propria potenza militare e ben presto sfuggita al controllo, aveva posto fine a questo periodo di relativa prosperità, significativamente chiamato Bell’Epoque.
La Grande guerra fece danni enormi e fu anche la causa di un’instabilità sociale che favorì la nascita dei regimi fascista e nazista. Nel frattempo in Giappone, dopo un grande disastro naturale, era andata al potere una dittatura militare. E sono stati questi regimi criminali a scatenare qualche anno dopo la seconda guerra mondiale.
Alla fine, per abbattere queste dittature è stato necessario l’intervento degli Stati Uniti e dei loro alleati, senza il quale il ritorno alla democrazia sarebbe stato molto lungo e difficile (adesso i paesi europei si rifiutano di aiutare gli Stati Uniti nella guerra contro una dittatura che ha riportato l’Iran indietro di mille anni e che fatto continui tentativi di fabbricare delle bombe atomiche con l’obiettivo dichiarato di lanciarle sullo stato di Israele; ma non dovrebbero dimenticare che durante la seconda guerra mondiale erano loro l’Iran e che sono stati liberati dalle dittature fascista e nazista proprio dagli Stati Uniti).
Gli Stati Uniti d’America hanno allestito due grossi eserciti con i quali hanno attraversato gli oceani Atlantico e Pacifico per combattere questi regimi imperialisti sacrificando decine di migliaia dei loro soldati. Ed è a questi soldati che noi europei dobbiamo la libertà. Senza questo intervento militare come avremmo fatto a conquistare la libertà e quello straordinario livello di benessere che oggi diamo per scontato?
Infatti una volta liberati i paesi dell’Europa occidentale e il Giappone hanno conosciuto una crescita straordinaria che, insieme agli Stati uniti, li ha fatti diventare i paesi più prosperi e sviluppati del mondo. Una crescita accompagnata da ulteriori grandi progressi in ogni campo della scienza e della tecnologia.
Così è nata la moderna società del benessere. Un benessere così straordinario che non trova paragoni in alcun’altra epoca storica e che è servito da modello per il resto del mondo.
Alla sconfitta del regime nazista ha contribuito in maniera determinante anche la Russia di Stalin, che ha compensato la propria inferiorità militare col sacrificio di decine di milioni di persone tra soldati e civili.
A differenza di quelli dell’Europa occidentale, però, i paesi dell’est occupati dalla Russia non vennero liberati, perché passarono dalla dittatura nazista a quella sovietica. L’Unione sovietica infatti non era una democrazia. Era una dittatura totalitaria che aveva abolito la libertà e il mercato. E per quanto riguarda la rivoluzione scientifica e tecnologica, essa aveva dirottato tutte le risorse verso il settore militare. Era un regime fintamente democratico, senza opposizione e libertà di stampa, che si reggeva su imponenti apparati di polizia e di propaganda e che aveva trasformato le elezioni in una farsa in cui la gente doveva votare il candidato unico imposto dal partito comunista.
Il regime sovietico ha impedito per molti anni ai paesi “satelliti” di crescere, di svilupparsi e di uscire dalla povertà. Questi paesi hanno ricominciato a crescere solo dopo che il regime sovietico è crollato e solo adesso i più avanzati tra loro stanno raggiungendo gli altri paesi dell’Europa occidentale.
Dopo la fine del comunismo anche la Russia aveva cominciato a crescere, ma poi l’apparato burocratico militare sovietico ha ripreso il sopravvento e ha imposto una nuova dittatura. Essa non ha più la giustificazione ideologica del marxismo: è solo una “normale” dittatura predatoria che si appropria di tutte le risorse del paese, al quale nel frattempo viene anche impedito di crescere.
Ma il regime sovietico non aveva privato della libertà solo i suoi cittadini e quelli dei paesi che aveva occupato; ha anche diffuso in tutto il mondo il suo modello di stato e di economia statalizzata. Ha instaurato molte dittature militari socialiste o comuniste che hanno causato danni incalcolabili. Per esempio hanno ritardato lo sviluppo dell’Africa di oltre trent’anni.
L’Unione sovietica ha anche finanziato i partiti comunisti dei paesi occidentali. E il Partito comunista italiano era quello che riceveva i più grossi finanziamenti da Mosca per la sua propaganda.
Dopo la seconda guerra mondiale gli americani hanno mobilitato più volte il loro esercito per combattere delle dittature, sia da soli che con degli alleati, anche se non sempre con i risultati sperati.
Ma, al di là dell’esito di questi interventi militari, è stato ancora più importante l’esempio dei paesi che, una volta conquistata la libertà, hanno raggiunto un livello di vita altissimo che non ha paragoni in nessun’altra epoca.
Dopo la sconfitta e la ritirata del Giappone, in Cina era salito al potere il regime maoista, che era la versione asiatica dell’Unione sovietica. Anche qui un regime totalitario che per tutta la sua durata ha mantenuto questo grande paese in uno stato di miseria assoluta. Mao però ha fatto anche delle riforme importanti. Ha abolito, anche se in maniera brutale, le grandi proprietà fondiarie e ha istituito l’istruzione e la sanità pubblica per tutti, cioè senza più differenze tra uomini e donne o tra bambini e bambine. Una rivoluzione sociale profonda che in seguito si è rivelata fondamentale per la modernizzazione della Cina.
Dopo la morte del dittatore avvenuta nell’anno 1976, i suoi successori avevano sotto gli occhi gli esempi del Giappone e della stessa città di Hong Kong che avevano raggiunto un altissimo livello di vita. E prima in via sperimentale e poi definitiva, i governi del dopo Mao hanno scelto il modello di economia moderna.
Anche l’India, dopo il crollo dell’Unione sovietica, ha capito cosa doveva fare per uscire dalla povertà. Dopo avere ottenuto l’indipendenza nel 1947 questo grande paese asiatico, che oggi supera di poco la Cina per popolazione, ha voluto dotarsi di istituzioni democratiche ed è quindi diventato la più grande democrazia elettiva del mondo. Ma, dato che era stato per molto tempo una colonia inglese, guardava con sospetto all’Europa e aveva stabilito dei rapporti privilegiati con l’Unione sovietica, perché essa si contrapponeva al blocco occidentale. Per questo aveva scelto un modello di economia statalista che per molti anni ha rallentato la sua crescita. L’India si è convinta a liberalizzare la propria economia solo dopo la fine dell’Unione sovietica e da allora sta crescendo a ritmi sostenuti.
Anche l’Africa sub sahariana dall’inizio del secolo ha cominciato a crescere. Infine negli ultimi anni hanno intrapreso la strada della modernità anche i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa, o almeno quasi tutti. Qui l’esempio virtuoso è stato la Turchia, un grande paese islamico che, dopo una crescita velocissima, da qualche anno è entrato a far parte del club dei paesi ricchi.
Il modello cinese.
Dopo avere scelto con decisione l’economia moderna, la Cina ha conosciuto una crescita straordinaria, che per molto tempo è stata superiore al 10% annuo. In pochi decenni il dragone cinese è diventato una delle principali potenze mondiali. Adesso la sua velocità di crescita è “solo” del 6 / 7 % l’anno. Ma è destinata a diminuire ancora perché, man mano che il settore dei servizi sostituisce quello dei beni materiali, l’economia rallenta.
Questa frenata è fisiologica e inevitabile e non è imputabile alla qualità della governance (vedi il paragrafo “Un’economia matura consuma meno materie prime e inquina di meno” nell’articolo: lo sviluppo come soluzione dei problemi dell'ambiente).
La Cina di oggi, però, non è una democrazia rappresentativa. Essa ha ancora un modello di governo incentrato sul partito comunista. Ma un partito comunista che ha scelto la formula magica del benessere. In Cina c’è la corsa all’istruzione tecnica e scientifica, l’economia di mercato è più liberalizzata che in Europa e la gente ha uno spazio di libertà che nell’epoca maoista non poteva nemmeno sognare.
Inoltre la Cina di oggi crede così tanto nell’economia di mercato che, con la politica delle “nuove vie della seta”, sta promuovendo lo sviluppo anche nel resto del continente asiatico e in Africa. E se dall’inizio del secolo anche l’ultima grande area del pianeta ha intrapreso la strada della crescita, bisogna riconoscere che il merito non è né dell’Europa né dell’America, che hanno fatto di tutto per impedirla, ma della Cina.
A questo punto ci si può chiedere se il modello cinese sia migliore del nostro. In fin dei conti la Cina di questi anni sulle questioni più importanti ha sempre fatto le scelte giuste, cosa che non si può dire delle democrazie occidentali.
Però in Cina la discussione politica non avviene sui giornali, ma all’interno del Partito comunista che conta alcuni milioni di iscritti. Dall’esterno e da lontano la discussione dentro il PCC la si può solo immaginare, ma se si guarda ai risultati il giudizio non può che essere positivo.
In ogni caso, anche senza le elezioni, la Repubblica Popolare Cinese è una vera democrazia perché i presupposti ci sono tutti: una straordinaria fonte di ricchezza (l’economia moderna), un popolo che la produce e delle istituzioni che la distribuiscono. Infine, esattamente come in Europa e in America, il popolo ricopre anche il ruolo di consumatore.
Ma rimane un dubbio: chi garantisce che il PCC continuerà a fare gli interessi del popolo cinese? Prima o poi potrebbero prevalere quelli di un’elite. Il timore è che quando l’economia rallenterà ancora il sistema politico potrebbe perdere consensi (come è avvenuto a suo tempo in Europa) e subire una deriva autoritaria.
In Europa nel corso degli anni Settanta, man mano che la produzione dei beni materiali veniva sostituita da quella dei servizi, l’economia rallentava. Cosa che fece perdere consensi alle forze politiche di destra che erano state al governo fino a quel momento, negli anni del boom economico. Anche qui una frenata che non deve essere imputata all’incapacità dei governi. Ma le opposizioni di sinistra, sostenute anche dalla propaganda finanziata dall’Unione sovietica, ne hanno approfittato per guadagnare consensi e, dopo la fine del comunismo, per andare al governo.
Che in democrazia si succedano dei governi di segno opposto è fisiologico. In un sistema sano, infatti, è necessario che ci siano due schieramenti che si fanno concorrenza e che si alternano alla guida del paese. Ma una volta conquistato il potere le sinistre occidentali hanno adottato delle politiche punitive per l’economia che ne hanno rallentato ancora di più la crescita. Del resto anche il boom economico degli anni Cinquanta e Sessanta era avvenuto nonostante la loro opposizione.
Succederà qualcosa del genere anche in Cina? Il governo cinese subirà una deriva autoritaria che, riducendo la libertà, rallenterebbe ancora di più l’economia?
In entrambi i casi, sia per la Cina che per i paesi occidentali (e per qualsiasi altro paese), la soluzione è sempre la stessa: bisogna spiegare alla gente che, man mano che i servizi sostituiscono i beni materiali, l’economia inevitabilmente rallenta. Ma va bene anche così, perché il benessere raggiunto viene comunque mantenuto e, sia pure più lentamente, incrementato.
In altre parole il problema del rallentamento dell’economia dopo gli anni del boom economico deve essere affrontato razionalmente, cioè attraverso una corretta informazione dell’opinione pubblica. L’alternativa è un aggravamento della crisi.
La democrazia nell’Italia di oggi.
La crescita sbalorditiva della Cina era già un argomento convincente. Ma dopo il crollo dell’Unione sovietica quasi tutto il mondo ha capito cosa doveva fare per sconfiggere la povertà e da allora lo sta facendo con risultati straordinari. A dirlo sono i dati dell’ONU: nell’ultimo mezzo secolo tutti gli indicatori globali dello sviluppo hanno conosciuto uno straordinario miglioramento.
Fino a 250 anni fa tutti i paesi erano delle monarchie assolute, che sono equiparabili a delle dittature. Guerre, carestie ed epidemie falcidiavano la popolazione. Una volta la vita era così dura che la sua durata media era di soli 24 anni.
Oggi invece il 15 % della popolazione mondiale vive nei paesi più sviluppati nei quali la durata media della vita ha raggiunto gli 82 anni. Un altro 75 e più % vive nei paesi emergenti che stanno crescendo al ritmo del 6 – 7 – 8 % l’anno e che hanno una speranza di vita che già supera i 70 anni. E sono tutti paesi liberi. Ormai solo meno del 10 % vive sotto dittatura o in paesi che non hanno ancora iniziato un percorso di crescita. Le carestie e le epidemie sono scomparse così come molte terribili malattie, sradicate o tenute sotto controllo dai farmaci e dai vaccini.
Tutto merito della società moderna, cioè della rivoluzione scientifica e tecnologica, dell’economia di mercato e della libertà. Da una parte c’è lo straordinario successo dei paesi liberi, dall’altro il fallimento dei regimi di tipo sovietico e delle altre dittature, che anche negli ultimi anni sono diminuite.
Eppure la democrazia, come nell’antichità, ha ancora molti nemici. Quella ateniese era avversata dalle famiglie aristocratiche, che non avrebbero voluto condividere proprio nulla. E fin dai primi anni dell’Ottocento in Inghilterra e nel resto dell’Europa sono comparsi dei movimenti intellettuali che condannavano l’economia industriale e la rivoluzione sociale e politica che si portava dietro.
Il movimento che ha avuto maggior fortuna è stato quello marxista, che affonda le sue radici nella Rivoluzione francese. Questa ideologia accusa la società moderna “capitalista” di essere la causa delle ingiustizie sociali e ha promosso una propria rivoluzione allo scopo di esautorare la borghesia economica e portare al potere le masse operaie e contadine. Ma mentre la Rivoluzione francese ha dato un grosso contributo alla nascita della società moderna, che ha ridotto tantissimo sia la povertà che le ingiustizie sociali, il marxismo accusa proprio questo stesso modello economico - sociale di esserne la causa!
Però i regimi di tipo sovietico nati da questa ideologia non hanno mai portato al potere le classi popolari; hanno imposto invece delle dittature totalitarie quali non se n’erano mai viste che hanno oppresso moltissimi popoli togliendo loro la libertà e impedendone la crescita.
Oggi, dopo avere causato danni infiniti in tutto il mondo, quasi tutti questi regimi sono scomparsi. Rimangono solo Cuba e la Corea del Nord. Ma sono anche loro dei fallimenti, come dimostra il confronto impietoso, non solo con i paesi più sviluppati, ma anche con gli emergenti.
Ma a combattere la società moderna non ci sono solo gli ultimi regimi comunisti e le ultime dittature. Ci sono anche le sinistre marxiste dei paesi occidentali.
Dopo la fine del comunismo in Russia le forze politiche di sinistra si sono dovute adattare per sopravvivere a questa circostanza avversa.
Per esempio in Italia il partito comunista ha cambiato nome.
Di solito un cambiamento del nome indica un cambiamento di paradigma, in questo caso la sostituzione di una politica con un’altra. Però sulle questioni più importanti la politica della sinistra non è cambiata. Infatti essa sta continuando la sua guerra contro la società capitalista come se ci fosse ancora l’Unione sovietica. Inoltre, anche se l’ideologia marxista mette al primo posto i problemi sociali, e questo va bene, essa incita all’odio di classe, dei lavoratori contro i “padroni” e di tutti quelli che non li combattono, che sono considerati i loro complici. Per cui non c’è nemmeno il rispetto verso gli avversari politici o per delle idee diverse dalle proprie.
Inoltre le sinistre dei paesi occidentali non stanno solo continuando la loro guerra contro la società capitalista, ma hanno deciso di intensificarla strumentalizzando i temi ambientali e lanciando degli allarmi ingiustificati sul clima per far passare delle misure ancora più punitive per l’economia.
C’è persino un movimento ecologista che condanna tutte le attività economiche e che accusa l’uomo di essere il cancro del pianeta. Dimenticando però che sono stati proprio lo scambio, il baratto e il commercio, praticati da centinaia di migliaia di anni, che ci hanno consentito di superare i limiti delle piccole società naturali e di costruire delle società molto più ampie, le civiltà e gli stati, grazie alle quali abbiamo realizzato tanti grandiosi progetti nel campo della cultura, dell’arte e della scienza. Conquiste che ci pongono su un gradino più alto rispetto al resto del mondo vivente (vedi l’articolo: Lo scambio ci rende unici).
Negli ultimi due decenni la politica folle della decarbonizzazione e delle energie alternative ha impoverito il nostro Paese di almeno 600 / 700 miliardi. In cambio di nulla, perché dei dati scientifici importanti, ben conosciuti dagli esperti e che nessuno mette in discussione, dimostrano che l’anidride carbonica non può essere la causa del riscaldamento globale (che invece è il sole). Quindi è assurdo spendere delle cifre astronomiche per diminuire le emissioni di anidride carbonica e per di più con le inadatte energie alternative (vedi gli articoli: Era carbonifera, Reimpostare la discussione sul clima e La costosa follia delle energie alternative). Andrebbe ancora bene se potessimo usare l’energia nucleare, ma essa è stata criminalizzata e impedita (vedi l’articolo: Energia nucleare pulita e sicura).
Però il popolo della sinistra, cullato dalla propaganda, non si rende conto degli enormi danni causati alla società da questa assurda politica energetica.
Proprio in questo momento, per esempio, dobbiamo subire per l’ennesima volta le conseguenze della nostra forte dipendenza dalle importazioni di energia e dell’aumento del prezzo del petrolio. E ancora una volta il governo “nemico” viene accusato di non fare nulla. Ma la colpa è della politica energetica di questi anni, rigorosamente di sinistra, basata sui falsi allarmi sul clima e sul falso dogma del riscaldamento globale.
Questi costi vengono pagati prima di tutto dalle categorie sociali più fragili, come i giovani che si affacciano sul mercato del lavoro. Adesso quantomeno un lavoro lo trovano, ed è già qualcosa rispetto a qualche anno fa. Ma spesso si tratta di lavori sottopagati, che non consentono loro di trovare una casa in vendita o in affitto. Un problema che però la sinistra imputa a “questo modello di sviluppo” per il quale la proposta è sempre la stessa: il salario minimo garantito, cioè la sovietizzazione dell’economia!
Inoltre la sinistra italiana sta continuando ad impedire le riforme istituzionali come l’elezione diretta del Capo del governo e la separazione delle carriere dei magistrati, necessarie per dare all’Italia una democrazia compiuta.
Queste due mancate riforme danno la possibilità a chi è all’opposizione (e crede poco nella democrazia) di creare delle difficoltà al governo e anche di farlo cadere, per sostituirlo con uno di segno opposto senza passare attraverso le elezioni. Cioè rendono possibili i “ribaltoni”. L’assenza della separazione delle carriere permette infatti a dei pubblici ministeri politicizzati di lanciare sui politici “nemici” delle accuse inventate, che poi la propaganda trasforma subito in condanne allo scopo di far cadere il governo. Ribaltone che non sarebbe possibile se ci fossero il Italia, come in tutti gli altri paesi sviluppati, l’elezione diretta del capo del governo e la separazione delle carriere.
In occasione del referendum sulla giustizia la sinistra si è impegnata moltissimo per impedire questa riforma, e anche da qui si può capire che non è cambiato nulla rispetto a quando c’erano il partito comunista e l’Unione sovietica.
Infine la sinistra, e specialmente quella più radicale, continua a considerare le forze dell’ordine uno strumento di oppressione. Però sono le dittature che fondano il loro potere su degli imponenti apparati polizieschi. Come per esempio l’Unione sovietica che la sinistra italiana ha prima sostenuto e osannato e poi rimpianto. Nelle democrazie, invece, le forze dell’ordine lavorano per la sicurezza dei cittadini e lottano con abnegazione, senso dello Stato, e a volte con eroismo, per arginare la diffusione delle droghe e contro la criminalità organizzata. Cioè lavorano per la società, non contro di essa!
È importante che il popolo della sinistra si renda conto di queste contraddizioni e pretenda dai propri rappresentanti politici dei comportamenti coerenti con la loro attenzione per il sociale. Ma deve anche prendere atto che l’ideologia marxista ha ispirato dei regimi dittatoriali che hanno causato danni, catastrofi e sofferenze infinite in tutto il mondo e che alla fine sono falliti. Infine deve cambiare anche il giudizio verso la società moderna, che non è la causa di ogni nequizia, ma l’unico modello sostenibile sul piano sociale mai comparso nella storia umana e alla lunga anche l’unico sostenibile sul piano ambientale (vedi per esempio la Presentazione del sito Ecofantascienza).
Senza questa guerra insensata contro la società “capitalista” l’Italia avrebbe potuto essere il paese più prospero e sviluppato del mondo. E invece … Ma come fa un paese a migliorare se metà della politica lavora per fare il massimo danno all’economia?
Per far crescere la società bisogna prima di tutto rendere l’economia più prospera. Bisogna abbassare il costo dell’energia e il livello del debito pubblico e delle tasse. Bisogna anche aumentare la nostra autonomia energetica per diminuire l’impoverimento del sistema paese. Poi bisogna creare delle nuove occasioni di lavoro e mettere sul mercato delle case a prezzi più accessibili. Disponendo di più risorse economiche si potranno poi migliorare anche i servizi forniti dallo Stato: istruzione, sanità, sicurezza, valorizzazione del patrimonio storico e artistico, tutela del made in Italy ecc. Infine, per quanto riguarda la politica estera, bisogna fare concorrenza alla Cina nella promozione dello sviluppo dell’Africa, come sta facendo il piano Mattei. Fare tutto il contrario è da pazzi.
Dobbiamo lavorare per migliorare il mondo, non per peggiorarlo!
