Piante geneticamente modificate

Le piante gm sono utili o dannose per l’ambiente?

E’ scoraggiante dover andare sempre controcorrente, solo per sostenere le ragioni del più elementare buon senso. Ma come si può accettare il completo rovesciamento della realtà dei fatti?
Con le tecniche di ricombinazione genetica gli alimenti sono più sicuri, e nello stesso tempo si possono tenere sotto controllo i parassiti senza far uso di pesticidi. Inoltre, attraverso i miglioramenti qualitativi e della produttività, se ne possono ricavare grandi benefici economici. E anche l’ipotizzata dipendenza dalle grosse multinazionali è un falso problema: solo se non sapremo valorizzare le nostre varietà tipiche finiremo col dipendere dai brevetti stranieri.
Di fronte alle grandi opportunità offerte dalle nuove tecnologie, l’atteggiamento giusto dovrebbe essere quello dell’entusiasmo: finalmente anche l’agricoltura può svilupparsi oltre i suoi attuali limiti, riducendo nel contempo la pressione sull’ambiente, mentre nei paesi più poveri le piante gm daranno un contributo fondamentale per sconfiggere la fame. Già oggi diversi paesi del Terzo mondo ne stanno traendo grandi vantaggi. Eppure in Italia molti ecologisti, la quasi totalità della stampa, e anche ambienti politici sia di destra che di sinistra, hanno verso le piante geneticamente modificate un atteggiamento di totale chiusura.
Non è la prima volta che gli ambientalisti contrari all’economia di mercato e allo sviluppo calpestano il buon senso, negano la realtà dei fatti e creano allarme nell’opinione pubblica per costringere i politici a prendere provvedimenti penalizzanti per l’economia. E’ già avvenuto diverse volte, e non desta più meraviglia.
Ma in Italia a dar loro manforte sono intervenute alcune associazioni di agricoltori, e anche i Ministri delle politiche agricole. Il motivo? Proteggere l’agricoltura biologica e il made in Italy nel settore alimentare. Ma con questa politica miope si otterranno risultati esattamente contrari a quelli che ci si propone.


Utilità e vantaggi delle piante gm.

Si sente parlare spesso di piante geneticamente modificate. E c’è grande diversità di opinioni tra chi ne sottolinea i molti vantaggi, e chi invece sostiene che comportano grandi rischi per la salute, per la biodiversità, per l’ambiente, e persino per l’economia.
Chi ha ragione? Davvero le piante gm sono innaturali e pericolose?
A dire la verità, ad essere poco naturali sono per prime le normali piante coltivate. Esse infatti sono sempre il risultato di incroci e selezioni, e di solito assomigliano ben poco alle piante selvatiche da cui sono derivate. Per esempio le mele in origine erano grandi come le ciliegie, le pannocchie di mais erano più piccole delle attuali spighe di grano, e queste ultime, qualche migliaio di anni fa, erano composte di soli tre chicchi.
Ma anche l’agricoltura in quanto tale è poco naturale: far crescere una sola pianta dove prima viveva una pluralità di specie animali e vegetali, è quasi contro natura (però è necessario per produrre gli alimenti di cui abbiamo bisogno). Inoltre coltivare una pianta significa sovra esporla agli attacchi dei parassiti, dagli insetti ai virus, che hanno la capacità di evolversi e di adattarsi molto più velocemente.
Questo spiega perchè le piante coltivate hanno bisogno di dosi crescenti di pesticidi e antiparassitari, e ciò nonostante alla fine si arriva al punto che non si riesce più ad impedire la distruzione dei raccolti. Quindi non ci si può limitare a conservare le nostre varietà più pregiate e famose così come sono: se non si fa niente, alla fine sono destinate a scomparire.
Non fa eccezione la cosiddetta “agricoltura biologica”. Le piante che possono essere coltivate senza veleni chimici sono poche, e si tratta quasi sempre di varietà che erano state coltivate per poco tempo, o perchè poco interessanti, o perchè ben presto sostituite da altre ritenute migliori. Riprendere a coltivarle significa quindi, di solito, fare un passo indietro sia in termini di quantità che di qualità, ed esporle da quel momento agli attacchi dei parassiti.
Le coltivazioni biologiche escludono certi veleni, quelli sintetici, ma ne ammettono comunque altri; certe volte possono evitare i soliti trattamenti grazie a trappole sessuali che impediscono la riproduzione degli insetti, un metodo che però può essere usato solo in un numero limitato di casi. L’agricoltura biologica non è quindi una soluzione, ma solo un palliativo.
Ma cosa si può fare per rendere le piante resistenti ai parassiti?
Prima dell’ingegneria genetica si provava ad incrociarle con altre varietà immuni. Ma è molto difficile ottenere un ibrido che sia ad un tempo resistente ad un determinato parassita, e che abbia qualità almeno pari a quelle della pianta da cui si è partiti. E se anche dopo molti tentativi l’operazione avrà avuto successo, il risultato sarà comunque una pianta diversa da quella che si voleva salvare.
La soluzione di questo fondamentale problema viene invece dalle tecniche di manipolazione genetica. Tutto quello che bisogna fare è individuare una specie resistente al parassita, isolare il gene che conferisce l’immunità, e trasferirlo nel DNA della pianta.
Per esempio il pomodoro San Marzano qualche anno fa è stato attaccato da un virus. All’inizio i danni erano modesti, ma poi la malattia si è aggravata e oggi distrugge tutto il raccolto. Nel 1999, grazie all’inserimento di un singolo gene, è stato reso immune dal virus. Purtroppo però, a causa dei pregiudizi contro gli ogm, non è ancora possibile coltivarlo, e viene sostituito da altre varietà di pomodoro “tipo San Marzano” prodotte con sementi comprate all’estero. Risultato: è scomparso un elemento importante dell’Italian food, e la pizza non è più quella di prima!
Sono oltre una trentina le varietà tipiche italiane (dal riso Carnaroli, al radicchio rosso di Rovigo, alla vite Nero d’Avola ecc.) che non possono più essere coltivate, o che vengono coltivate con sempre maggiori difficoltà, a causa della loro crescente debolezza verso i parassiti. Ma, come nel caso del San Marzano, il problema sarebbe facilmente risolvibile.
Inoltre con l’ingegneria genetica si potranno ottenere piante sempre più nutrienti e produttive. Infatti è molto più semplice ottenere dei miglioramenti aggiungendo un’altra qualità ad una pianta che per il resto rimane la stessa, piuttosto che cercare di crearne una nuova e migliore attraverso gli incroci selettivi. In particolare si potranno arricchire le piante di vitamine, proteine e antiossidanti, e le coltivazioni potranno essere adattate ai climi e ai terreni più difficili. Infine le piante gm potranno servire per produrre vaccini e farmaci. Già adesso l’insulina per i diabetici viene ottenuta in questo modo.
Ma allora, perchè le piante geneticamente modificate trovano, specialmente in Italia, tanti oppositori? Sono davvero “piante Frankenstein”, così innaturali da comportare inediti e terribili rischi?

L’ingegneria genetica.

Le tecniche di manipolazione genetica sono una conquista recente, e come tutte le novità possono suscitare timori e sospetti. Ma dopo oltre 20 anni di ricerca, diversi paesi hanno deciso che le piante gm sono sicure e hanno cominciato a coltivarle. Nello stesso tempo però molti ambientalisti mantengono verso queste stesse piante un’assoluta contrarietà.
Le critiche riguardano i possibili danni per la salute, l’ambiente e la biodiversità, ma anche la natura stessa di queste manipolazioni, che sarebbe tale da rendere le piante “ingegnerizzate” qualcosa di anomalo e di profondamente innaturale.
Eppure critiche e timori, alla luce sia della teoria che dell’esperienza, sul piano scientifico appaiono infondati. Ma riescono ugualmente a generare apprensione in un’opinione pubblica talmente disinformata che la metà di essa (in Italia) è convinta che i geni siano presenti solo nelle piante gm e non nelle altre.
Prima di tutto, quindi, è necessario spiegare che tutti gli esseri viventi, e quindi tutte le piante, hanno DNA, geni e cromosomi. Ogni pianta di geni ne ha circa 30.000, ed essi sono sempre il risultato del rimescolamento dell’eredità dei genitori, anche se bisogna subito aggiungere che la trasmissione dei geni dai genitori ai figli non è l’unico meccanismo con cui opera l’evoluzione naturale.
Durante l’esistenza di un individuo, per effetto sia della radioattività naturale che della possibile presenza di sostanze mutagene, nei geni avvengono delle mutazioni casuali, che possono cioè interessare in pari misura tutti i geni. Altre modifiche casuali avvengono, con maggiore o minore frequenza, durante la replicazione cellulare. Quando da una cellula ne nasce un’altra, evento che capita milioni di volte nel corso di un’esistenza, la lunga sequenza dei geni viene copiata, e la copia passa in dote alla cellula figlia. Ma durante la trascrizione possono avvenire degli errori di copiatura, sempre del tutto casuali.
Infine è molto frequente in natura il trasferimento e lo scambio di geni esogeni, appartenenti cioè a specie diverse, anche molto diverse. Molti virus e batteri sono specializzati nel trasferire alcuni dei propri geni all’interno del DNA delle piante, che in questo modo vengono costrette a produrre delle proteine che vengono utilizzate dall’agente infestante.
Le tecniche con cui l’uomo cerca di migliorare il patrimonio genetico dei vegetali coltivati, non fanno che replicare quello che già avviene in natura. Il metodo più antico è la selezione artificiale: le piante vengono fatte incrociare fra di loro, poi si selezionano gli ibridi. Un altro metodo è di provocare mutazioni casuali con forti dosi di radiazioni o esponendo le piante a sostanze chimiche mutagene. Le piante con il DNA così modificato vengono poi sottoposte a selezione per individuare eventuali mutazioni vantaggiose.
In questo modo sono state ottenute tutte le attuali varietà coltivate. Ma oggi si può andare oltre, si può cioè manipolare un singolo gene replicando quello che fanno in natura molti virus e batteri. Fondamentale è la mappatura del DNA e l’individuazione del gene che svolge quella determinata funzione. Il resto del lavoro, cioè il trasferimento del gene utile nella pianta, è un compito relativamente semplice, e si possono usare diverse tecniche, tra cui far eseguire il lavoro proprio ai batteri.
La manipolazione genetica non è, quindi, meno naturale degli incroci selettivi e della mutagenesi, ma rispetto a queste consente di ottenere i risultati che si desiderano in maniera sicura, in minor tempo e con meno incognite.
In particolare diventa molto semplice rendere una pianta resistente ai parassiti, senza per il resto alterarne le caratteristiche. Praticamente tutto quello che si deve fare è individuare una pianta affine resistente al parassita (si ricorre alle specie più vicine perchè per esperienza l’operazione riesce più facilmente), isolare il gene che conferisce l’immunità, e il gioco è fatto. Il resto sono controlli per evitare eventuali effetti indesiderati.

Le accuse alle piante gm.

Ma qui sorge una prima domanda: cosa succederà quando i parassiti saranno diventati resistenti anche ai nuovi geni? Non si rischia di rendere il problema insolubile?
La risposta viene dall’esperienza. Dopo oltre vent’anni si può dire che non capita facilmente che una pianta gm venga attaccata da parassiti vecchi o nuovi. Ma se per caso questo succedesse, sarà sufficiente individuare in qualche specie affine il gene che conferisce la resistenza, e inserirlo nel DNA della pianta. E ci saranno sempre in natura delle piante che hanno selezionato delle caratteristiche in grado di immunizzarle da quel determinato parassita.
Un’altra critica che si sente fare spesso è che, con il loro polline, le piante gm possono trasferire geni esogeni nella vegetazione circostante, e se si tratta di erbe infestanti, possono renderle resistenti ai parassiti.
In realtà le condizioni perchè il polline possa disperdersi fuori dal campo coltivato sono diverse per ogni tipo di pianta e possono essere facilmente controllate. Per fare un esempio, il polline del riso rimane vitale per pochi minuti, e si diffonde solo alla distanza di poche decine di centimetri, mentre per il mais la contaminazione può avvenire fino alla distanza di qualche decina di metri. In sostanza la situazione non è diversa da come si presenta nell’agricoltura tradizionale, per la quale questo tipo di contaminazione, dalle conseguenze limitatissime, non ha mai costituito un problema. E per quanto riguarda le infestanti, proprio con la manipolazione genetica si può rendere una pianta coltivata resistente ad un determinato erbicida, che così può essere scelto tra quelli meno dannosi e che si degradano velocemente.
Poi ci sono delle accuse che non sono mai state avanzate da alcuno scienziato, e che costituiscono delle vere e proprie barzellette dal punto di vista scientifico.
La prima è che nei terreni argillosi si possono conservare per molto tempo dei frammenti di DNA, e quindi, se dopo una coltivazione gm si pratica una coltivazione “normale”, le nuove piante potrebbero incorporare i geni esogeni presenti nel terreno. Ora, se è vero che in certi terreni può conservarsi del materiale genetico, questo però non viene mai assorbito dalle radici delle piante. Se ci fosse anche solo la più piccola probabilità che questo possa succedere, col tempo il patrimonio genetico dei vegetali che crescono in una certa zona tenderebbe ad uniformarsi, e alla fine ci sarebbe un solo tipo di pianta! Non è mai stato osservato nulla del genere.
Ugualmente qualcuno ha ipotizzato che, se mangiamo del mais gm, quel particolare gene esogeno che gli è stato inserito potrebbe essere assorbito dal nostro stomaco o dal nostro intestino, e alla fine integrarsi nel nostro DNA. Ma, di nuovo, non c’è alcuna probabilità che questo possa avvenire. Se una cosa simile capitasse anche solo raramente, ogni volta che mangiamo dell’insalata rischieremmo di incorporare il gene che sintetizza la clorofilla. E se questo avvenisse, al mare, invece della tintarella, prenderemmo un bel colore verde…
Un’altra critica ricorrente è che, nel momento in cui si inserisce in una pianta il gene che conferisce l’immunità ad un determinato parassita, la si induce a produrre una sostanza chimica velenosa per l’aggressore. E se quella sostanza è un veleno per il parassita, lo sarà in definitiva anche per noi. E così anche noi, mangiando quel frutto o quella verdura, saremmo costretti ad ingurgitare chissà quale veleno!
Ma anche questa obiezione è inconsistente. Infatti, se un vegetale è finito nel nostro piatto, significa che è riuscito a crescere e a maturare senza essere divorato da qualche parassita. E poichè di parassiti ce ne sono sempre tanti, vuol dire che la pianta ha incorporato nel suo DNA chissà quanti agenti immunizzanti. Infatti, nella maggior parte dei casi, le sostanze chimiche che le piante fabbricano per la loro difesa sono per noi innocue, e nel caso di molte piante aromatiche, addirittura utili e curative. Questo perchè i microorganismi e gli insetti sono molto diversi da noi. Per esempio il sistema respiratorio degli insetti funziona in base a principi diversi, e molte sostanze che lo bloccano sono per noi del tutto innocue. Aggiungere un altro gene immunizzante, la cui innocuità viene attentamente verificata, non farà quindi aumentare i rischi, ma piuttosto li farà diminuire, perchè non ci sarà più bisogno dei veleni sparsi nel campo dal contadino.
Con le piante gm, quindi, si corrono meno rischi per la salute, anche rispetto alle piante “biologiche”, se non altro perchè queste crescono meno sane e vengono sottoposte a meno controlli. E poi, il fatto che un gene finisca all’interno di una pianta in un modo anzichè in un altro, non lo fa diventare per questo più pericoloso.
Da un certo punto di vista, infatti, tutti i geni sono uguali. Essi sono costituiti da sequenze di quattro diversi caratteri, e contengono i piani di costruzione delle sostanze di cui sono fatti gli esseri viventi. Assomigliano quindi, in definitiva, ai programmi per computer, che sono formati da lunghe serie di due caratteri, 0 e 1.
E come per i programmi in codice binario, il fatto che nei geni ci siano dei gruppi di istruzioni identiche a quelle presenti nelle altre forme di vita, non costituisce nè un problema nè una rarità. Tant’è vero che gran parte del nostro stesso DNA di esseri umani è uguale a quello di innumerevoli altre specie viventi, comprese le piante e i lieviti. Per esempio gli scimpanzè hanno in comune con noi il 99% dei loro geni, mentre un piccolo verme, il Cenorabditis elegans, condivide con l’uomo ben 7.000 dei suoi 17.000 geni. Aggiungere ad una pianta un gene preso da una specie vicina, non può quindi trasformarla in un nuovo Frankenstein.
Ma c’è ancora un’altra considerazione da fare. Anche se tutti gli organismi viventi hanno lo stesso codice genetico, ci sono grandi differenze tra piante e animali per quanto riguarda i meccanismi di riproduzione. Infatti, mentre è facile clonare una pianta, cioè far nascere una nuova pianta con l’identico codice genetico della pianta madre, è invece molto difficile clonare gli animali. Con i mammiferi ci si riusciti solo con la pecora “Dolly”, e dopo centinaia di tentativi. Viceversa, qualsiasi giardiniere alla prime armi, con una semplice talea, può creare il clone di una pianta. Volendo, da una foglia si potrebbero ottenere decine di piante figlie tutte identiche. E l’auto replicazione tramite cloni vegetali avviene spontaneamente anche in natura, per gemmazione, polloni ecc., in aggiunta alla riproduzione sessuale.
Altrettanto frequente e “naturale” è il trasferimento nel DNA delle piante di geni esogeni, per lo più da parte di batteri. Pertanto, paragonare le piante gm alla creazione di nuovi Frankenstein, costituisce un grave travisamento della realtà. Un travisamento che non è privo di conseguenze: l’Italia rischia lo stesso disastro in termini di degrado e mancato miglioramento genetico delle varietà coltivate provocato nella Russia sovietica dal lisenkismo.

Il paese anti-gm più integralista del mondo.

Grazie alla ricombinazione genetica sta nascendo l’agricoltura del futuro, con prodotti sempre più sani, migliori e abbondanti, che non avranno bisogno di pesticidi e che comporteranno meno inconvenienti di qualsiasi altro tipo. Ma l’Italia è quasi l’unico paese al mondo che non ne sta approfittando.
Negli altri paesi, dopo una ventina d’anni di sperimentazione, ci si è resi conto che l’ingegneria genetica riduce i rischi per la salute e offre enormi opportunità, e già oggi vengono coltivati su larga scala cotone, mais, soia e colza. E anche per quanto riguarda il riso, la Cina e l’India stanno per adottare le piante gm. Persino l’Europa, originariamente su posizioni molto prudenti, si sta gradualmente aprendo a questi nuovi prodotti.
Invece nel paese in cui tutto funziona alla rovescio (vedi il racconto ispirato ai Viaggi di Gulliver), prevale ancora un atteggiamento di totale chiusura. Infatti agli ecologisti contrari all’economia di mercato e allo sviluppo si sono affiancati i coltivatori “biologici”, che vorrebbero eliminare la concorrenza di prodotti migliori e più competitivi. La conseguenza è che l’Italia è diventato il paese anti gm più integralista del mondo.
Il fatto è che i prodotti biologici, nonostante che non comportino vantaggi per la salute, ma forse qualche svantaggio, vengono venduti ad un prezzo piuttosto alto, e per questo qualcuno pensa che il futuro dell’agricoltura italiana consista nell’ampliare questo remunerativo mercato. Speranza che però è contraddetta dalla percentuale crescente di frutta e verdura biologica acquistata all’estero dalla grande distribuzione, in quanto più conveniente. Inoltre, se le attuali varietà tipiche italiane non verranno migliorate e difese dai parassiti, saranno gradualmente sostituite da prodotti di importazione.
Il bando alle piante gm è quindi una politica miope e autolesionista perchè, per difendere coltivazioni biologiche che interessano solo l’1,5% della superficie coltivata, sta spingendo fuori dal mercato tutta la nostra agricoltura. Per non parlare del danno che subiscono i consumatori, che dovrebbero essere convinti a comprare prodotti di qualità inferiore a prezzi più alti, mentre in tutto il resto del mondo sta succedendo l’esatto contrario.
Del resto già oggi le conseguenze sono paradossali. L’Italia è membro del WTO, l’organizzazione internazionale del commercio, e come tale non può impedire l’importazione di prodotti dagli altri paesi senza una adeguata giustificazione. Poichè dal punto di vista scientifico non esiste alcuna giustificazione al bando degli alimenti gm, già adesso gli scaffali dei nostri supermercati sono pieni di prodotti realizzati in tutto o in parte con piante gm. Inoltre anche molto del cotone e quasi tutti i mangimi d’importazione sono gm.
In sostanza queste piante non le possiamo coltivare, ma non possiamo evitare di importarle dall’estero e di consumarle.

Il parere degli scienziati e della Chiesa.

Qualcuno però potrebbe ancora pensare che, vista la forte opposizione agli ogm anche da parte di organi istituzionali, la questione della sicurezza sia ancora un problema aperto. Ma così non è. Le diciotto principali società scientifiche italiane e l’Accademia Nazionale delle Scienze, che raggruppano più di 10.000 scienziati, hanno emesso un documento comune, che si può leggere nel sito della Società Italiana di Genetica Agraria, nel quale tra l’altro si afferma che “spesso si osserva una contrapposizione tra naturale e gli ogm. Questa posizione appare difficilmente sostenibile, a meno di non considerare innaturale l’agricoltura stessa…. Le nuove tecnologie, mimando processi che avvengono già in natura, permettono modifiche mirate del DNA molto più prevedibili e controllabili di quelle fino ad ora accettate perchè considerate naturali… La probabilità che esistano effetti a lungo termine diversi da quelli associati alle piante convenzionali non appare sostenibile”.
A questo punto rimane ancora un’ultima domanda: “E’ lecito modificare le specie viventi, o crearne di nuove, come se volessimo fare concorrenza al Creatore?” Non potrebbe essere questo un buon motivo per tenersi alla larga da queste inquietanti tecnologie?
La risposta viene dalla Chiesa.
Secondo quanto è scritto nel Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che tutti i cattolici sono tenuti ad osservare “La visione cristiana della creazione comporta un giudizio positivo sulla liceità degli interventi dell’uomo sulla natura, ivi inclusi gli esseri viventi, e, allo stesso tempo, un forte richiamo alla responsabilità”.
In termini più espliciti si è espressa la Pontificia Accademia delle Scienze, della quale fanno parte diversi premi Nobel. Un documento pubblicato il 12 maggio 2003, constatando che non vi è alcun rischio nella modifica genetica delle piante, ricorda che “tutte le piante oggi coltivate sono comunque geneticamente modificate, che lo scambio di geni è molto frequente in natura, e che è parte integrante dell’evoluzione”.
Infine per la Chiesa le biotecnologie sono uno strumento fondamentale per combattere la fame del mondo, e gli scienziati devono essere impegnati nella ricerca delle migliori soluzioni per i più gravi e urgenti problemi dell’alimentazione e della salute.
Versione del 30/9/2010

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GLI OGM SONO DAVVERO PERICOLOSI?

di Francesco Sala – Editori Laterza – Roma – Bari – 2005
Le piante geneticamente modificate producono di più, in modo più sano, a costi più bassi e nel rispetto dell’ambiente? O minacciano la salute dell’uomo, la biodiversità, l’economia dei paesi poveri? E i cibi biologici sono realmente più sicuri e di miglior qualità? Una risposta chiara e razionale alle nostre incertezze su quale agricoltura per il futuro del nostro paese e del mondo.

SCIENZA E SENTIMENTO

di Antonio Pascale – Giulio Einaudi Editore – Torino 2008
Un letterato (non succede spesso) ci parla con vera competenza di Ogm e di agricoltura biologica, e più in generale dell’atteggiamento dell’uomo moderno verso la scienza e le biotecnologie.

ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI

Storia di un dibattito truccato
di Anna Meldolesi – Giulio Einaudi Editore – Torino 2001
Il dibattito sugli organismi geneticamente modificati è rimasto prigioniero di una serie di equivoci, sul versante scientifico,economico e politico. Sugli Ogm si è creata una spaccatura tra mondo scientifico e società civile che non ha eguali nella storia recente.

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