La grande Muraglia Verde



I grandi temi dell’ambiente e dello sviluppo

L’ambientalismo è un movimento d’opinione nato in epoca moderna come risposta ai danni inferti all’ambiente dall’economia industriale. A causa di questi danni molti sono convinti che non ci possa essere crescita economica senza distruzione progressiva degli ecosistemi naturali e che i problemi ambientali non abbiano delle vere soluzioni. Questa era anche l’opinione di un libro come “I Limiti dello Sviluppo” pubblicato nel 1972, che ebbe a suo tempo una vasta eco. Ed era anche l’opinione di chi scrive.

Queste convinzioni pessimistiche si basavano su due presupposti. Il primo era che l’economia coincidesse con la produzione dei beni materiali, che evidentemente non può aumentare all’infinito. Eppure già allora il settore dei servizi, che non sono altro che beni immateriali, era importante e in continua crescita. E mancavano solo pochi anni al 1980, quando i mercati dei beni materiali avrebbero raggiunto i loro limiti. Da allora a crescere è stato quasi solo il settore dei servizi che oggi, nei paesi più sviluppati, occupa i tre quarti dell’economia. Inoltre i beni agricoli e industriali vengono prodotti con sempre maggiore efficienza. Questo significa che consumano sempre meno risorse primarie, che è quello che conta.

Il secondo presupposto era quello di una crescita demografica inarrestabile. In effetti all’epoca i due terzi della popolazione mondiale avevano tassi di natalità ancora molto alti e i più erano scettici sulla possibilità di arrivare all’equilibrio demografico, che però era già stato raggiunto nei paesi più sviluppati. Ma oggi la situazione è cambiata, e a dirlo sono i dati ufficiali dell’ONU: i tassi di natalità sono crollati al punto che già da una dozzina d’anni, in media mondiale, il numero di nuovi nati si è stabilizzato, cioè non aumenta più!

Col senno di poi oggi possiamo dire che i paesi emergenti stanno percorrendo in tutto la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. 
Molti però o non lo sanno o non ne tengono conto. E poi c’è una strana sfiducia nella nostra capacità di affrontare i problemi, nonostante che veniamo da due secoli di continue innovazioni che hanno triplicato la lunghezza media della vita. In realtà per i principali problemi dell’ambiente e dello sviluppo le soluzioni ci sono, tanto che chi scrive, partito vent’anni fa dalla convinzione opposta, oggi è quasi diventato un “collezionista di soluzioni”. E l’ultimo gioiello di questa collezione sono le soluzioni per recuperare e rinverdire i territori degradati o desertificati. In questo campo il paese all’avanguardia è la Cina.


La grande muraglia verde cinese

Di solito l’avanzata del deserto è causata dall’abbattimento degli alberi e dallo sfruttamento eccessivo del pascolo. Nei secoli passati la crescita demografica ha trasformato un po’ dovunque nel mondo grandi superfici verdi in deserti. Questo è vero anche per gran parte dell’Asia e della Cina occidentale. Qui ci sono grandi aree che 2000 anni fa erano abitate da pastori e che adesso sono coperte da dune di sabbia. Questa situazione è stata aggravata dai disboscamenti decisi nel 1958 dal regime maoista, che hanno provocato anche un  aumento delle tempeste di sabbia che investono la città di Pechino. Ed è stato proprio per difendere la capitale cinese dalle nubi di sabbia provenienti dall’Ovest e dal deserto di Gobi a Nord che fin dalla fine degli anni ’70 è partito il progetto Grande Muraglia Verde.

All’inizio il lavoro procedeva lentamente e con fatica. Gli operai scavavano delle buche nella sabbia, che ricadendo subito di nuovo le riempiva. Poi veniva messa a dimora la piantina. Infine bisognava portare l’acqua per innaffiarla, e il tutto manualmente. 
Oggi l’acqua viene portata con delle autocisterne. Un forte getto scava una buca e la riempie d’acqua. La piantina proveniente dai vivai viene messa a dimora e rincalzata: il tutto in pochi secondi. Nel primo anno le nuove piante devono essere innaffiate una volta alla settimana, nel secondo una volta ogni due settimane e negli anni successivi, e finché non saranno diventate abbastanza grandi, con un impianto goccia a goccia. Ma la Cina ha dovuto investire grandi risorse umane ed economiche in questo progetto. 

Nel tempo sono state sperimentate diverse essenze arboree. Ma il pioppo, che in un primo tempo era stato scelto perché a crescita rapida, non si è dimostrato in grado di resistere al clima arido del deserto. Inoltre è un albero dal ciclo di vita breve e che poi deve essere ripiantato. Non solo sono state selezionate le piante più adatte per i diversi ambienti e aree geografiche, ma ci si è accorti ne servono di almeno due tipi diversi per resistere agli attacchi dei parassiti. In questo modo però l’80% sopravvivono, e nell’Ovest è stata già ricoperta di alberi una superficie di deserto sabbioso grande come l’Inghilterra.
Vengono anche studiati i movimenti delle dune, in modo da prevederne gli spostamenti e programmare gli interventi di rimboschimento, e anche per individuare i percorsi più adatti quando c’è bisogno di costruire una strada o una ferrovia. Adesso ci sono migliaia di chilometri di strade e di ferrovie che non vengono più ricoperte dalla sabbia del deserto. 

Vengono impiegate anche molte risorse nella ricerca. Si è scoperto che irrorando la sabbia con acqua nella quale sono stati fatti crescere dei ciano batteri, si forma una crosta superficiale che, quando c’è vento, impedisce alla sabbia di sollevarsi. Inoltre sopra vi possono crescere dei licheni, e ne sono stati selezionati alcuni che impiegano un anno a svilupparsi invece di venti. Con i licheni cominciano a comparire i primi insetti, poi dei piccoli animali che se ne nutrono. E tutto questo aiuta la crescita delle piante. Oggi si sta progettando di irrorare il terreno con acqua e ciano batteri con mezzi aerei.

Considerati i danni provocati dal pascolo, l’attività dei pastori è stata regolamentata, in modo da limitarla a certi periodi dell’anno. A Nord Ovest di Pechino un lago col tempo si è prosciugato, lasciando in superficie una sottile crosta di sale. E quando tira il vento, non si solleva solo la sabbia ma anche il sale, che costituisce un grosso problema per i terreni coltivati. Problema che è stato risolto coltivando sul fondo di questo antico lago una pianta alofila (che ama il sale) che ricopre tutta la superficie. Una pianta che per di più è commestibile e la cui vendita copre i costi di recupero del territorio.

La grande muraglia verde cinese ha già conseguito importanti successi. All’inizio la città di Pechino veniva investita da tempeste di sabbia 80 volte all’anno, mentre oggi solo 3 o 4 volte. Ma la battaglia contro il deserto non è ancora vinta e il programma verrà portato avanti ancora per decine di anni.


La grande muraglia verde africana

Il progetto africano porta lo stesso nome di quello cinese, che a sua volta si ispira alla
Grande Muraglia di pietra. Esso è stato approvato dagli Stati del Sahel e del Sahara nel 2005 ed è partito nel 2007.

All’inizio l’idea era di realizzare una fascia alberata larga 50 Km e lunga 8000, che corresse ininterrottamente dal Mar Rosso all’Oceano Atlantico. Poi il progetto è stato ridimensionato e la larghezza ridotta a 15 Km. Ma, date le difficoltà incontrate e la scarsità dei finanziamenti, invece di una fascia continua sono nate una miriade di piccoli progetti. Finanziato fino a questo momento con tre miliardi di dollari dalla Banca Mondiale, il progetto sta comunque funzionando e, quello che più conta, con i risultati già raggiunti sta dimostrando che rinverdire il Sahel è possibile. Del resto questo non è un vero e proprio deserto o un deserto di dune di sabbia come in Cina, ma un territorio che, senza la presenza umana, sarebbe ricoperto di savana o di boscaglia. I Paesi che finora si sono distinti sono l’Etiopia e il Senegal, dove sono già stati piantati decine di milioni di alberi.

Anche qui, come in Cina, con l’aiuto di mezzi meccanici vengono messe a dimora le piantine coltivate nei vivai. La manodopera è locale e il lavoro è organizzato da personale esperto, in gran parte francese. Le operazioni procedono velocemente, anche se quello di piantare alberi, per lo più acacie, è solo una parte del lavoro. Non meno importanti sono le opere che servono a conservare l’acqua e ad usarla in maniera razionale, in modo che possa esser impiegata per l’agricoltura e per l’allevamento del bestiame. I risultati sono già spettacolari: meravigliosi paesaggi verdi che ricordano i giardini dell’Eden dove fino a pochi anni fa c’era un territorio arido e spoglio.

Il progetto iniziale, però, è stato molto ridimensionato, prima di tutto per mancanza di finanziamenti. C’è anche la difficoltà di realizzarlo in zone disabitate. Inoltre a volte gli animali al pascolo distruggono le piantine appena messe a dimora. Per questo, oltre ai finanziamenti e ai tecnici esperti, è necessario anche il coinvolgimento degli Stati e delle popolazioni locali. Ma non dovrebbe essere difficile, perché questi interventi equivalgono alla conquista di un nuovo territorio che può creare occasioni di vita e di lavoro per milioni di persone. Quante guerre sono state intraprese per conquistare nuovi territori? 

Per quanto riguarda i finanziamenti, ad essere interessata dovrebbe essere per prima l’Europa. Finora l’Occidente e l’Europa hanno speso somme enormi in “aiuti allo sviluppo”, che però di sviluppo non ne hanno mai prodotto perché alla crescita economica viene attribuita una valenza negativa. Basti dire che, per quanto riguarda le infrastrutture, l’Africa è ancora ferma all’epoca coloniale. Purtroppo è sempre viva l’illusione che ci possa essere sconfitta della povertà e sviluppo senza crescita economica, e che anzi la crescita stessa sia un male. E per quanto riguarda il Sahel l’Europa ci ha messo finora solo pochi spiccioli.
In realtà progetti come quello della grande (per ora piccola) muraglia verde africana dimostrano che non c’è incompatibilità tra crescita, sviluppo e sostenibilità ambientale. Per l’Europa, poi, c’è ancora un altro motivo per sostenerli: l’immigrazione. 

Il progetto di rinverdire il Sahel ha bisogno di molta manodopera, e di manodopera locale. Esso quindi è in grado di creare subito molte opportunità di lavoro, e in un secondo tempo di sostenere un’agricoltura ricca e prospera. Ed è proprio dalla fascia del Sahel che partono le carovane di immigrati, tanto che molti villaggi della regione ormai sono abitati solo da donne. I loro uomini sono emigrati spendendo tutti i loro risparmi e con la speranza di una vita migliore. Molti di loro, però, si sono ridotti a chiedere l’elemosina davanti all’entrata di un bar. Creare nuove opportunità di vita e di lavoro è quindi una soluzione vera, e molto più umana, al problema dell’immigrazione.


Diminuire il tasso di anidride carbonica

Ma c’è ancora un altro motivo che giustifica gli sforzi per portare avanti questo progetto. Se l’aumento della temperatura degli ultimi decenni è dovuto all’alto tasso di anidride carbonica, quello che dovremmo fare è cercare di diminuirlo. Un risultato che si può ottenere in due modi: diminuendo le emissioni di gas serra e consumando una parte di quello presente nell’atmosfera.
Per diminuire le emissioni antropiche al momento l’unica soluzione efficace è il gas naturale. Lo dimostrano gli Stati Uniti che, dopo avere imparato a sfruttare i giacimenti di gas contenuti nelle rocce argillose (shale gas), stanno passando dal carbone al gas naturale e dalle centrali a carbone alle molto più efficienti centrali a turbogas. In questo modo stanno abbattendo i loro consumi di combustibili fossili e facendo crollare le loro emissioni di anidride carbonica (vedi l’art. U.S.A. IL GAS NATURALE FA CROLLARE IL COSTO DELL’ENERGIA). Fino al punto che a livello globale negli ultimi cinque anni esse si sono più o meno stabilizzate (mentre prima crescevano del 2,5 % all’anno). E se davvero quello che interessa è diminuire i gas serra, questo è un dato della realtà che non può essere dimenticato. L’unica soluzione efficace è il gas naturale, che è anche abbondante e pulito. Basta dire “ma è un combustibile fossile!”.

Gli altri due maggiori consumatori di carbone, la Cina e l’India, hanno anch’essi nel loro territorio sterminati giacimenti di shale gas sfruttabili. Se anche questi paesi imparassero a estrarre il gas presente sul loro territorio con manodopera propria, e a sostituire le loro centrali a carbone obsolete e a bassa efficienza con le centrali a turbogas, ridurrebbero a circa un terzo il loro fabbisogno di combustibile, che essendo metano produce il 60% in meno di anidride carbonica rispetto al carbone. Le emissioni di questo gas verrebbero abbattute anche del 90% e in più, gratis, verrebbe azzerato l’inquinamento. Le emissioni a livello globale, dopo essersi stabilizzate negli ultimi anni, comincerebbero a diminuire di un buon 3 / 4% annuo e continuerebbero a farlo per almeno vent’anni. Viceversa le pale eoliche, nonostante i loro costi astronomici, lasciano il problema immutato. A dimostrarlo è proprio l’Italia che, tra costi diretti e indiretti, ha già speso per eolico e fotovoltaico oltre 200 miliardi di Euro e altri 150 ne dovrà spendere nei prossimi anni, senza riuscire con questo a chiudere una sola centrale elettrica. 

Ma per diminuire il tasso di anidride carbonica l’altra possibilità è sottrarre un po’ di questo gas dall’atmosfera, e il modo migliore è piantare alberi. Gli alberi crescendo incorporano anidride carbonica prendendola dall’aria. Quello di rinverdire il Sahel, un’area grande venti volte l’Italia, è un progetto molto ambizioso e quindi a lungo termine, ma che nel tempo darebbe un contributo significativo. 


Sviluppo e sostenibilità ambientale non sono incompatibili

Vent’anni fa si poteva pensare che i problemi dell’ambiente fossero per loro natura senza soluzione, e che la crescita senza limiti della popolazione e dei consumi avrebbe portato alla progressiva scomparsa degli ecosistemi naturali. Ma oggi i presupposti de “I Limiti dello Sviluppo” sono venuti meno, e si può tranquillamente affermare che è vero l’esatto contrario.

Nel mondo il numero di nuovi nati si è stabilizzato e, dopo quelle dei paesi più sviluppati, anche le economie degli emergenti si stanno spostando sui servizi. Inoltre anche qui aumenta l’efficienza con cui i vari beni vengono prodotti, a partire da quelli agricoli. E così come è già avvenuto nei paesi ricchi, anche nel resto del mondo è in corso un grande esodo dalle campagne alle città, con la conseguenza che boschi e foreste stanno sostituendo l’agricoltura di sussistenza. Anche se da qualche altra parte gli alberi continuano ad essere abbattuti per fare posto a pascoli e coltivazioni, nelle zone più remote e isolate la natura sta guadagnando terreno. E questa tendenza è destinata ad intensificarsi e a continuare molto a lungo. Infine un po’ in tutto il mondo ci sono interventi per la creazione di riserve naturali e per recuperare e rimboschire terreni spogli e degradati. Questo perché conviene e i paesi emergenti cominciano a farlo non appena ne hanno la possibilità. E la Grande Muraglia Verde africana è solo il progetto più importante. 

Quindi non è vero che la crescita dell’economia mondiale, che sta togliendo dalla povertà alcuni miliardi di persone, porterà alla progressiva distruzione dei principali ecosistemi terrestri, anche se in molti casi è proprio quello che sta avvenendo. In un numero maggiore situazioni sta già accadendo l’esatto contrario. 
E non è ancora tutto, perché noi oggi abbiamo delle soluzioni efficaci per il problema del cibo che alleggerirebbero molto la pressione sull’ambiente. La prima cosa che dovremmo fare è ascoltare il suggerimento dei medici per prevenire le cosiddette “malattie del benessere”: meno proteine animali (in media dimezzare), meno cibi spazzatura, più frutta e verdura. E dato che per produrre carne latte e latticini bisogna esercitare un impatto ambientale da cinque a dieci volte superiore rispetto ai vegetali, a cosa si ridurrebbero agricoltura e allevamento?

Un’altra proposta, che viene da un importante biologo, è quella di allevare nelle regioni tropicali, ricche di foreste ma povere di terreni da pascolo, delle tartarughe acquatiche vegetariane e a crescita rapida che darebbero 400 volte più carne degli allevamenti di bovini allo stato brado. Nell’Africa occidentale, dove il fabbisogno di proteine è soddisfatto dalla caccia agli animali della foresta, questi allevamenti potrebbero alleggerire la pressione sulla fauna selvatica e produrre tutta la carne che si vuole in maniera economica. E di soluzioni per il problema del cibo ce ne sono ancora diverse altre.

Se davvero vogliamo risolvere i problemi dell’ambiente e dello sviluppo, dovremmo spingere l’opinione pubblica, la politica e l’economia verso le soluzioni efficaci, che non mancano. E dovremmo anche partire dai dati di oggi e non di 50 anni fa, che ci dicono che non c’è più incompatibilità tra sviluppo e sostenibilità ambientale. 
 


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