Proposte per rilanciare l'economia


Siamo ancora impantanati nella crisi più grave del dopoguerra, aggravata da una immigrazione incontrollata che ha creato problemi sociali che credevamo di aver superato, come l’accattonaggio. Però l’Italia ha delle opportunità che molti altri paesi non hanno: un mercato estero quasi infinito per i suoi prodotti di qualità e il più grande patrimonio storico e artistico del mondo. Ma dobbiamo migliorare la nostra immagine all’estero e spendere meglio le risorse di cui disponiamo, per esempio investendo di più nella ricerca scientifica. Ma possiamo anche aiutare l’Africa a crescere, e la nostra stessa economia ne otterrebbe dei benefici. Questa lista di proposte è indirizzata a tutto il mondo della politica. Se mai venissero realizzate, esse rilancerebbero a tal punto la nostra economia, che nessuno riuscirebbe più a fermarla per almeno trent’anni.


Puntare sull’autonomia energetica e sul gas naturale. Questo sito sostiene che la crisi economica è stata causata dalla politica energetica folle di questi anni. Un politica che ha puntato tutto sulle rinnovabili e che ha fatto la guerra al gas naturale. Proprio negli anni della crisi, tra costi diretti ed indiretti, abbiamo speso la bella cifra di oltre 200 miliardi di Euro per riempire il Sud di inutili impianti eolici, che danno un contributo risibile alla produzione di energia elettrica. Inoltre abbiamo fermato per quasi vent’anni la ricerca e la messa in produzione di idrocarburi sul suolo nazionale, quasi tutto gas naturale, che invece è tuttora la soluzione più conveniente e pulita al problema dell’energia. Perché? Perché il gas naturale è un combustibile fossile! Sì, ma esso alimenta le centrali a turbogas che hanno un rendimento molto più alto di quelle convenzionali. Inoltre il gas non inquina e a parità di calorie produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Quindi sostituire il carbone con il metano e le centrali a carbone con quelle a turbogas fa risparmiare molti combustibili fossili e riduce ancora di più le emissioni di gas serra. Mentre le rinnovabili producono poca energia e in una forma inutilizzabile, e quindi non fanno risparmiare combustibili fossili e non diminuiscono i gas serra.
Di fatto la scelta di sostituire il gas naturale con le rinnovabili è stata la vera causa della crisi perché, quando nel 2008 i prezzi dell’energia aumentarono di diverse volte, l’Italia dipendeva dalle importazioni per l’85% del suo fabbisogno, e questo extra costo si è scaricato in pieno sull’economia come un’enorme tassa aggiuntiva. Un fiume di denaro che ogni anno se ne andava all’estero e impoveriva tutto il sistema paese, pari ad almeno 3 punti di PIL. Questo perché da 15 anni erano state bloccate le estrazioni di idrocarburi, quasi tutto gas naturale, sul suolo nazionale. Ma nel momento in cui i prezzi sono aumentati di 3 / 4 volte, anche l’impoverimento del sistema paese è aumentato di altrettanto. E’ stata questa la causa della crisi, perché nessun paese può resistere ad una diminuzione annuale del PIL a due cifre!
E non è nemmeno vero che i prezzi alti dell’energia creano posti di lavoro, perché la crisi ha più che raddoppiato la disoccupazione. Poi, con i prezzi alti, a poco a poco l’attività di estrazione è ripresa, e in pochi anni la nostra dipendenza dalle importazioni è diminuita dall’85% al 60% e anche meno.
Poi la crisi economica è stata aggravata dalla spesa per le rinnovabili, che producono sì un po’ di energia, ma per lo più nei momenti sbagliati e in maniera discontinua e imprevedibile, quindi in una forma quasi inutilizzabile nonostante i loro costi spropositati. Basti dire che per eolico e fotovoltaico l’Italia sta spendendo, tra costi diretti e indiretti, 350 miliardi di Euro - oltre 200 già spesi -, praticamente in cambio di nulla! L’insistenza con cui si parla del riscaldamento globale ha quindi il solo scopo di giustificare questa politica energetica folle che, senza diminuire le emissioni di gas serra, sta provocando danni infiniti all’economia e alla società italiana. Una politica più che mai sostenuta dall’Europa, che adesso sta cercando di spingere anche l’India, per non parlare dell’Africa, a investire, anzi a buttare, le sue preziose risorse economiche nelle inutili e costosissime pale eoliche.
Pertanto la prima cosa da fare per superare la crisi è abbandonare la politica energetica folle delle rinnovabili. Poi dobbiamo continuare a estrarre il gas naturale presente sul nostro territorio per avvicinarci il più possibile all’indipendenza energetica. Infatti diminuire le importazioni di energia significa diminuire l’impoverimento del sistema paese o, che è la stessa cosa, aumentare il PIL rispetto ad oggi. Le rinnovabili, nonostante i loro costi esorbitanti, non sono la soluzione. I problemi globali dell’inquinamento e delle emissioni di anidride carbonica saranno risolti solo quando la Cina e l’India cominceranno ad estrarre il gas presente sul loro territorio e ad usarlo al posto del carbone.
La crisi ha anche aumentato il nostro debito pubblico e le già altissime aliquote delle tasse. Un peso enorme che soffoca l’economia e che dovremmo cercare a tutti i costi di alleggerire. Ma questo è un compito tanto più difficile e, nello stesso tempo tanto più conveniente, quanto maggiore è il livello del debito. Come uscirne? Il modo più semplice è rilanciare l’economia.


Promuovere il turismo e pianificare meglio i flussi turistici. Sentiamo spesso ripetere che l’Italia è il Paese con il più grande patrimonio artistico del mondo. In realtà ci sono molti altri paesi, sedi di antiche civiltà, che possono vantare un grande patrimonio di monumenti e opere d’arte: la Cina, l’India e molti paesi del Medio oriente e del Mediterraneo. Noi però abbiamo qualcosa in più. Abbiamo anche i più grandi giacimenti di arte classica, che è la forma d’arte più universale che esista. Quindi, in un’epoca in cui prevale l’economia dei servizi, siamo noi ad avere “il petrolio”. Una ricchezza distribuita in tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Il Nostro è anche un Paese ricco e vario dal punto di vista geografico e paesaggistico. Si va dalle cime innevate della catena alpina, ai grandi parchi naturali, ai boschi degli Appennini fino agli ambienti mediterranei della Penisola, delle sue coste e delle Isole. Tra i paesaggi più belli delle nostre montagne ci sono le Dolomiti, per le quali si può fare un discorso analogo a quello delle opere d’arte. Infatti anch’esse, oltre ad essere tra le montagne più belle del mondo, hanno qualcosa in più. Qui è stata combattuta la Prima guerra mondiale e i soldati, per potersi spostare tra queste rocce d’alta quota, hanno costruito molte vie ferrate – cavi d’acciaio fissati alla roccia con grossi perni – . Oggi questi percorsi vengono sfruttati dal turismo, e chiunque, anche senza essere un provetto alpinista, può avventurarsi tra queste cime in tutta sicurezza, una cosa che non si può fare in nessun altro posto al mondo. Quindi abbiamo molto da offrire, ma non siamo il Paese che attira più turisti. Quella del turismo è quindi una grande opportunità, anche perché a livello mondiale il turismo è in forte espansione. Metà dei cinesi vorrebbero visitare l’Italia, e se non li respingeremo prima o poi ci riusciranno. Ma cosa dobbiamo fare per conquistare una quota maggiore di questo immenso mercato? Prima di tutto dobbiamo migliorare, anziché peggiorare, l’immagine del nostro Paese. Poi dobbiamo organizzare e distribuire meglio i flussi turistici. Anche solo per ragioni di spazio, non si può pensare che tutti visitino piazza S. Marco, la Torre pendente e il Colosseo. Del resto l’Italia è un Paese pieno di meraviglie, e non è difficile immaginare degli itinerari turistici meglio articolati, per regione o per gruppi di regioni. Potremmo anche sfruttare di più le strutture di accoglienza, specialmente nel Meridione, che potrebbe proporsi come la California o la Florida dell’Europa. In Europa ci sono moltissimi pensionati che vivono in Paesi dove gli inverni sono lunghi, freddi e nebbiosi, e che potrebbero decidere di trasferirsi per qualche tempo nel Sud dell’Italia. Le strutture ci sono già; però in molti casi dovrebbero essere rese idonee al soggiorno invernale. Oltre che sul clima, sul mare e sulla cucina mediterranea, il Sud può contare anche su uno straordinario patrimonio d’arte e di cultura che non ha eguali al mondo.


Promuovere i nostri prodotti e difenderli dalle contraffazioni. Ma cos’altro possiamo fare per rilanciare la nostra economia? A dire la verità questa crisi è un paradosso, sia perché con una normale politica energetica non ci sarebbe mai stata, sia perché l’Italia ha delle importanti carte da giocare che molti altri paesi non hanno. I paesi emergenti con i loro bassi costi del lavoro, hanno messo fuori mercato molte delle nostre produzioni. Ma la loro crescita apre alla nostra economia dei mercati immensi. In questi paesi ci sono delle classi medie sempre più estese che desiderano i nostri prodotti di qualità. Dall’alimentare alla moda, dagli articoli per la casa ai piccoli e ai grandi elettrodomestici. Per questi beni c’è un mercato quasi infinito rispetto alle dimensioni della nostra economia. Per esempio, durante la fiera di Shanghai di qualche anno fa, il padiglione italiano è stato il più visitato dopo quello cinese. Per entrare bisognava fare una coda di quattro ore. Viene da dire: come fa la nostra economia a essere in crisi? La Cina è un paese venti volte più grande dell’Italia. Un mercato immenso che adora i nostri prodotti. Ma poi non c’è solo la Cina. Sono tante le economie emergenti in continua crescita: il Centro e Sud America, il Sud Est asiatico, l’India, l’ex Unione sovietica e anche diversi paesi arabi e africani. Tutti cercano i prodotti italiani, e spesso è sufficiente la bandierina bianca rossa e verde per giustificare un aumento di prezzo del 50%, come negli alimentari. Quello che dobbiamo fare, o che i nostri governanti dovrebbero fare, è promuovere i prodotti italiani e difenderli dalle contraffazioni, più di quanto riusciamo a fare oggi.


Garantire una migliore sicurezza. Però per rilanciare i nostri prodotti e il turismo bisogna migliorare la nostra immagine, e la prima cosa da curare è la sicurezza. L’immigrazione incontrollata di questi anni ha creato molti problemi sociali, e aumentato dovunque il degrado e l’insicurezza: milioni di persone che non hanno nulla di cui vivere, che non parlano la nostra lingua e non conoscono le nostre leggi. Interi quartieri senza legge e centri storici pieni di mendicanti. Una “invasione” che l’Europa, le ONG e i governi hanno voluto imporre alla cittadinanza, evidentemente per punire l’ingiusta società in cui viviamo e per farla tornare al Medioevo. Ma se questa società è così cattiva e ingiusta, perché tutti ne vogliono un pezzo? E perché lo Stato italiano dovrebbe rinunciare ad esercitare la sovranità sul proprio territorio e sui propri confini? Una cosa che il Vaticano, per esempio, non farà mai. Un’invasione che non è nemmeno nell’interesse degli immigrati, che per venire in Italia hanno speso tutti i loro risparmi o si sono indebitati, e poi qui fanno la fame e sono spinti verso l’illegalità. E’ anche necessario abbandonare la filosofia demenziale della decrescita che è all’origine della folle politica energetica di questi anni, della crisi economica e della perdita di tanti posti di lavoro. Ma anche delle politiche anti sviluppo verso i paesi emergenti. Solo affrontando in maniera adeguata i problemi di fondo la nostra immagine, oggi molto deteriorata, potrà migliorare.


Ponte sullo Stretto. Il Ponte sullo stretto di Messina avrà “anche” un’utilità pratica. Abbrevierà di un’ora e più, specialmente nella stagione estiva, la distanza tra la Calabria e la Sicilia. Questo è sufficiente a giustificarne il costo. E’ stato quindi un grosso errore impedirne la costruzione solo perché era stata voluta da un governo “nemico”. E il pretesto che avrebbe deturpato il paesaggio è paradossale, perché negli stessi anni in cui avrebbe dovuto essere costruito abbiamo speso ben 200 miliardi di Euro per tante inutili pale eoliche che deturpano il paesaggio del Meridione, compresi siti archeologici di fama mondiale come quello di Agrigento. Non solo il Ponte non deturperebbe il paesaggio ma, con la sua struttura leggera ed elegante, sarebbe esso stesso un’attrattiva turistica. Infatti stiamo parlando del ponte sospeso più grande del mondo. Chi non vorrebbe arrivare fin lì per vederlo? Chi, trovandosi nel Meridione, non vorrebbe fare una deviazione? Ma poi non rinuncerebbe a vedere i Bronzi di Riace, farebbe un salto in Sicilia ecc. Qualsiasi altro paese a quest’ora il Ponte lo avrebbe già costruito.


Ricerca scientifica. Oltre a promuovere l’immagine dell’Italia, il turismo e i nostri prodotti, ci sono molte altre cose che possiamo fare. La prima è puntare di più sulla ricerca scientifica. La ricerca, sia pura che applicata, rimane sempre uno dei migliori investimenti. Questo è ovvio per la ricerca applicata. Essa però dovrebbe essere indirizzata verso i problemi più importanti e strategici. Un esempio sono le biotecnologie per migliorare agricoltura e allevamento, o per produrre della “carne artificiale” moltiplicando delle cellule in coltura. Questa potrebbe sostituire almeno in parte gli allevamenti, ma anche ridurre l’impatto della pesca sugli ecosistemi marini. Ma anche la ricerca pura è sempre un buon investimento. Non solo perché ci fa conoscere sempre meglio come funziona il mondo, e la Natura trova sempre il modo di stupirci, ma anche perché essa ha bisogno di tecnologie sempre più sofisticate, di strumenti di misura più precisi e di nuovi materiali dalle caratteristiche particolari. Cose che alla fine hanno sempre delle importanti ricadute pratiche. Ma c’è una grande sfiducia nell’innovazione tecnologica, come se le sue possibilità si fossero esaurite o se comportasse solo dei rischi. In realtà le potenzialità della ricerca di risolvere sempre meglio i problemi di oggi sono immense, e non si sono certo esaurite con le scoperte degli ultimi due secoli! L’Italia però, tra i paesi più sviluppati, è uno di quelli che spendono meno per la ricerca. Le nostre università riescono a formare scienziati di valore, che però troppo spesso sono costretti a cercare lavoro all’estero. Finanziare di più la ricerca significa quindi anche offrire maggiori opportunità di carriera ai giovani migliori e più capaci, anziché spingerli a scappare. Tutto giusto. Ma poi, dove trovare le risorse economiche? Negli ultimi vent’anni abbiamo buttato qualcosa come 200 miliardi di Euro nelle pale eoliche, che danno un contributo risibile alla produzione di energia (vedi sopra). Ecco come trovare le risorse: facendo cessare questi sperperi colossali. Oltretutto è solo la ricerca che può trovare delle soluzioni per l’energia sempre più avanzate. Come per esempio verificare la possibilità di costruire una vera auto elettrica, ma in maniera semplice e senza nessuno dei problemi impossibili dell’auto a idrogeno.


Centri di servizi. Nelle città, dove si svolge l’80% di tutto il traffico auto, la circolazione è spesso rallentata e convulsa, con la conseguenza di grandi perdite di tempo, di denaro e di un maggiore inquinamento. Ma come si fa a rendere il traffico più scorrevole? La ricetta è semplice: bisogna concentrare in uno o più luoghi opportuni uffici, negozi, studi professionali e altre attività terziarie che richiamano pubblico e generano i principali flussi del traffico. In questo modo diminuirà il numero degli spostamenti, e una percentuale maggiore di questi avverrà con i mezzi del trasporto pubblico. Questi centri di servizi verrebbero realizzati dai privati e con capitali privati, mentre la mano pubblica dovrebbe acquisire e mettere a disposizione le aree ed assicurare gli indispensabili collegamenti. Dato che molte di queste spese esulano dalla normale amministrazione, esse potrebbero essere sostenute dal Governo nell’ambito di un piano nazionale per i trasporti urbani, che sarebbe almeno altrettanto giustificato di quello per le grandi opere, ma costerebbe molto di meno. Questo sito ha elaborato una proposta specifica per la città di Ferrara, che purtroppo finora non è stata realizzata, ma che può servire come esempio. Vedi la “Proposta per i problemi del traffico di una città italiana”. Questi interventi urbanistici alleggerirebbero la pressione del traffico sui centri storici, ridurrebbero i consumi di benzina e i tempi morti, creerebbero nuove opportunità di lavoro per molte aziende e migliorerebbero i bilanci dei sistemi di trasporto pubblico. Una soluzione applicabile a tutte le città italiane, sul modello del resto dell’Europa.


Coltivazione della canapa. La pianta della canapa è stata coltivata fin dall’antichità sia in Oriente che in Occidente per la fibra tessile. Per questo scopo il raccolto deve essere fatto prima della fioritura, e si ottiene come sottoprodotto della fibra di scarto, usata in passato per fare le corde. In alternativa si può coltivare la canapa per ottenere come prodotto principale i semi, che hanno importanti proprietà dietetiche e sono la base di prodotti di grande valore che vanno dai cosmetici alle vernici. Anche qui si ottiene come sottoprodotto fibra industriale e legno, e in grande quantità. Con la fibra e il legno si possono fabbricare molti prodotti per l’edilizia e la falegnameria e anche la carta. Questa pianta ha anche delle importanti qualità agronomiche, ben conosciute dai contadini. Essa migliora il terreno e reintroduce almeno in parte la rotazione delle colture. Il rilancio di questa coltivazione è stato però ostacolato dal problema della “proibizione”. Ci sono molte varietà di canapa, alcune con un alto tasso di cannabinoidi, il principio attivo delle sigarette di marijuana, e altre che quasi non ne contengono, coltivate per gli usi industriali. Tutte però appartengono ad un’unica specie botanica, la Cannabis sativa e non sono distinguibili a vista. Il fatto di non poter distinguere la canapa tessile dalla marijuana, ha reso difficile il rilancio della coltivazione per uso industriale. Adesso però sono stati messi a punto dei test rapidi, come quelli che si usano negli aeroporti, con i quali le Forze dell’ordine possono controllare in pochi istanti con cosa hanno a che fare. Basta un piccolo campione da mettere in una bustina, e in pochi secondi si ottiene il responso. Così oggi la discussione sulla legalizzazione della cannabis e la coltivazione della canapa industriale possono andare ciascuna per la propria strada, su percorsi separati. In questo momento è già partita la filiera dei semi, compresa una fabbrica che trasforma la fibra industriale e il legno. Prodotti come i pannelli truciolati, di qualità migliore e che pesano la metà, hanno un mercato potenziale immenso. Altrettanto interessante è la filiera della canapa tessile. Il tessuto di canapa (chi non l’ha provato non lo può sapere!) è fresco d’estate e caldo d’inverno. Le lenzuola di canapa possono davvero migliorare il comfort, e quindi anche questa filiera ha un grande potenziale commerciale, e in più la coltivazione della canapa è molto più sostenibile di quella del cotone. Per far partire la filiera del tessile, però, è necessario riprogettare tutte le macchine per le successive lavorazioni: mietitura, macerazione, estrazione e separazione della fibra tessile, filatura e tessitura. La proposta al Governo è quindi di sostenere il costo della progettazione di questi impianti, in modo da dare agli agricoltori, e ai consumatori, questa nuova opportunità. Questa pianta potrebbe sostituire una quota consistente delle nostre importazioni di cotone creando anche qualche nuovo posto di lavoro. Obiezione: non è coltivando la canapa che usciremo dalla crisi! No. Però un po’ di posti di lavoro qui, un po’ di posti di lavoro lì, è così che si rilancia l’economia.


Acqua calda dalle centrali elettriche. In Italia la maggior parte dell’energia elettrica è prodotta dalle centrali a turbogas. Poiché sono meno ingombranti e più pulite, spesso sono state costruite vicino alle zone industriali e alle città. Diventa quindi più facile usare l’acqua che è servita per raffreddare questi impianti, che si trova alla temperatura di 80/90° C., per diversi usi civili. Per scaldare case, uffici, serre o in qualche processo industriale. La maggior parte della distanza verrà percorsa dall’acqua in tubi di grande diametro, interrati e isolati, con una minima dispersione del calore. Poi l’acqua verrà distribuita agli utilizzatori, per esempio agli impianti centralizzati dei condomini. A questo punto i bruciatori potranno essere spenti, con un conseguente risparmio di combustibile. Questa soluzione è la più virtuosa che si possa immaginare, perché risolve il problema dell’energia diminuendone il fabbisogno invece di produrne di nuova. Essa è conveniente anche dal punto di vista economico, perché risparmia il costo del combustibile. Per esempio a Torino la cogenerazione di calore ed elettricità ha portato il rendimento di due centrali elettriche all’85%. Però di solito questa soluzione è stata rifiutata, e si è preferito costruire degli impianti eolici e fotovoltaici, che hanno costi enormi e producono dell’energia in una forma quasi del tutto inutilizzabile. La proposta è quella di un piano nazionale per usare l’acqua calda delle centrali, che si pagherebbe da solo con quello che farebbe risparmiare.


Interventi minimi antisismici. Quasi tutto il territorio italiano, Nord, Centro e Sud, è a rischio sismico. Molte faglie lo attraversano. E’ a rischio anche la pianura padana, e i terremoti di una certa gravità si succedono ogni circa dieci anni. I danni sono sempre molto gravi. Specialmente in montagna i muri delle case sono spesso costruiti con i sassi, tenuti insieme da una malta povera. E dopo ogni terremoto i cumuli di macerie sono sempre gli stessi, come se non si potesse fare nulla per prevenirli. Le norme anti sismiche non mancano, ma sono poco rispettate. Gli edifici crollati o gravemente lesionati dimostrano non era stata adottata alcuna misura preventiva. Addirittura abbiamo visto un paese nell’isola di Ischia semidistrutto da un terremoto del quarto grado! Sicuramente tutte queste case crollate erano state costruite o restaurate nel dopoguerra, e altrettanto sicuramente non avevano adottato nemmeno le misure minime. Alla fine ci sono le vittime, le solite immagini di macerie e le ingenti spese dello Stato per la ricostruzione. La proposta è di obbligare i proprietari di edifici che non hanno provveduto, ad adottare le misure stabilite da tecnici qualificati, e che possano essere attuate anche senza un restauro completo (tiranti per collegare le pareti, misure per rafforzare gli angoli ecc.), stabilendo un termine che potrebbe essere di 5 anni per il progetto e di altri 5 per l’esecuzione del lavoro. Per gli inadempienti dovrebbe essere prevista una sanzione, che potrebbe essere uguale alla metà del costo dell’intervento. Oltre ai minori danni e costi, ci sarebbero anche delle occasioni di lavoro per le imprese.


Ricostruzione post terremoto: la casa a graticci. Questa tipologia edilizia, così diffusa in Europa ma assente in Italia, è la più anti sismica che si possa immaginare. Nei centri storici della Francia e della Germania si vedono spesso queste abitazioni con le travi in vista, che a volte sono vecchie quanto le grandi cattedrali gotiche.
La struttura portante, costituita da travi di legno di circa 20 X 15cm, ben connesse alle estremità, è in grado di resistere a qualsiasi terremoto. Le travi, come sempre in questi casi, non poggiano sul terreno, ma su una base di pietre o di mattoni.
Una volta costruita l’intelaiatura, rimangono da riempire gli spazi vuoti che formeranno le pareti. La tecnica è semplice (è più difficile da dire che da fare), e i materiali sono poco costosi e facilmente reperibili. Innanzi tutto bisogna inserire delle assicelle spesse 3 cm e larghe il doppio nelle scanalature predisposte nelle travi, distanziandole di circa 15 cm. Poi bisogna intrecciare dei rametti flessibili intorno a queste assicelle, lasciando tra loro un po’ di spazio. Questo è il sostegno. Adesso bisogna mescolare i tre ingredienti che formeranno le pareti, cioè paglia, sabbia e argilla. Si stende un telo per terra, grande come un asciugamano da spiaggia, che può essere anche di plastica. Si dispone sopra di esso uno strato di paglia di 5 o 6 cm e lo si cosparge con sabbia e argilla un po’ liquida. Si prendono i due capi del telo e li si tirano verso gli altri due. Poi si prendono gli altri due capi e si tira nella direzione opposta, e si ripete questa operazione alcune volte. Si forma un rotolo in cui i tre ingredienti si mescolano. Con questo composto bisogna riempire tutti gli spazi tra le assicelle e i rametti, avendo cura di spingerlo bene con le dita negli interstizi. Si compatta il tutto dall’interno e dall’esterno fino ad ottenere una superficie piana e uno spessore di 13/14 cm. A questo punto bisogna lasciare riposare il tutto per due mesi e poi si può applicare l’intonato, all’interno e all’esterno. Queste pareti sono resistenti nel tempo e anche isolanti e traspiranti.


Iniziative per lo sviluppo dell’Africa. Negli ultimi anni un’immigrazione incontrollata ha portato in Italia 5 o 6 milioni di persone, per lo più provenienti dall’Africa. Metà di queste lavorano, imparano la nostra lingua e cercano di integrarsi. Altrettanti però non hanno nulla con cui vivere, fanno la fame o vivono di attività illegali, e costituiscono un grosso problema sociale. Bisogna cercare di trasformare questo problema in opportunità. Sia rilanciando l’economia per creare nuove occasioni di lavoro, sia adottando verso i paesi africani delle politiche che siano veramente finalizzate allo sviluppo (anziché usare gli aiuti allo sviluppo per costringere questi paesi a politiche anti sviluppo!). Ma cosa bisogna fare perché l’economia africana si metta in moto? La formula del benessere, che ha funzionato dovunque sia stata applicata, è questa: istruzione tecnica e scientifica, economia di mercato e libertà. Oggi ci sono molte associazioni umanitarie che costruiscono scuole e ospedali, per lo più nelle zone rurali. Ma bisognerebbe preoccuparsi anche della popolazione che vive nelle città, e aprire scuole professionali per formare elettricisti, idraulici, ragionieri, geometri, agronomi ecc. Queste e altre competenze tecniche sarebbero preziose in Africa, aiuterebbero la crescita e attirerebbero investimenti stranieri. Poi bisogna favorire il commercio. Sia costruendo vie di comunicazione (sono molto rare in questo continente le buone strade e le ferrovie), sia creando le “infrastrutture” normative adatte a favorire le attività produttive e commerciali e a tutelare la proprietà privata. Ma le leggi devono essere adattate alla situazione di questi paesi ancora poco sviluppati, in modo che siano realmente applicabili. Mettere il timbro dello Stato sui titoli di proprietà significherebbe anche rendere disponibile un’enorme quantità di capitale morto, che potrebbe essere usato per chiedere prestiti alle banche allo scopo di finanziare delle iniziative economiche. Ma servirebbe anche ad evitare che i terreni migliori vengano espropriati con la forza dalla speculazione o dalla criminalità. Infine la libertà, il cui presupposto è la libertà dai bisogni, che si ottiene proprio con la crescita economica. Più in generale, se vogliamo che i paesi dell’Africa comincino a crescere, dobbiamo aiutarli a darsi tutte quelle infrastrutture, fisiche e amministrative, che sappiamo essere necessarie a casa nostra. Poi potremo andare anche oltre, portando avanti dei progetti per risolvere qualche problema particolare o per creare delle nuove opportunità economiche. Per esempio realizzare un’idea per produrre carne a basso costo e in maniera sostenibile, come quella descritta nel paragrafo seguente. L’economia africana è poco sviluppata; ma proprio perché gli africani hanno ancora molti bisogni fondamentali insoddisfatti, l’Africa ha davanti a sé un lungo periodo di robusta crescita economica. Infatti sono proprio i bisogni primari che trascinano con più forza i consumi. Tutto quello che bisogna fare è creare le infrastrutture minime per i trasporti e il commercio, ed eliminare gli impedimenti alla crescita, come le tante leggi e regolamenti non necessari o inapplicabili. A questo punto la crescita verrà da sola. L’Italia può aiutare l’Africa a crescere, e nello stesso tempo cogliere qualche opportunità. Può sviluppare delle attività in loco, fornire know-how e attrezzature, costruire opere pubbliche. E gli immigrati che conoscono la nostra lingua possono fare da tramite e diventare uno dei motori di un lungo periodo di crescita e sviluppo.


Carne a basso costo e a basso impatto ambientale. L’idea risale all’ormai lontano 1992 e proviene da un biologo molto noto, il prof. Edward O. Wilson. Questo scienziato ha lavorato per molti anni in Sud America nel bacino amazzonico, e vedeva che sempre nuovi tratti di foresta venivano abbattuti per ricavarne terreni da pascolo. Egli sapeva che lì vivono sette specie di tartarughe appartenenti ad un unico genere, tutte molto ricercate per la loro carne e per questo intensamente cacciate. Sono tartarughe acquatiche e vegetariane a crescita rapida, la più grande delle quali, Podocnemis espansa, raggiunge i 50 chili di peso e quasi il metro di lunghezza. Il professor Wilson propose di allevarle in bacini chiusi e di alimentarle con piante acquatiche raccolte in paludi vicine o con frutta di scarto, sostenendo che avrebbero reso 400 volte più carne per ettaro rispetto agli allevamenti di bovini allo stato brado (vedi “La diversità della vita” - BUR Rizzoli editore – anno 2009 – pag. 404 / 405). Questa idea però, contenuta in un libro che è divenuto un classico dell’ambientalismo, non è mai stata raccolta da nessuno, forse perché in Sud America non c’è interesse per una produzione di carne alternativa. Però va bene per l’Africa, e forse anche per il Sud Est asiatico. Nell’Africa occidentale il fabbisogno di carne è in gran parte soddisfatto dalla caccia agli animali della foresta. Con la crescita demografica dell’ultimo secolo, però, la pressione sulla fauna selvatica è diventata insostenibile. Per rifornire i mercati cittadini vengono cacciati anche scimpanzé e gorilla, i nostri parenti più prossimi nel regno animale, che per questo sono stati decimati. Ma tra le prede che vengono cacciate ci sono anche delle tartarughe. La proposta è di incaricare dei biologi che lavorano in Africa di individuare una specie adatta e di studiarne le condizioni di vita fino ad arrivare ad un prototipo di allevamento. Bisognerebbe anche scegliere una località in cui le condizioni geografiche e il contesto generale siano favorevoli. Potrebbe essere un paese affacciato sul lago Vittoria, dove è diffuso il giglio d’acqua, una pianta a rapida crescita che impedisce il passaggio della luce e impoverisce l’ambiente sottostante. Una volta creati i primi allevamenti, questi potranno essere replicati dovunque ci siano le condizioni, e in particolare nell’Africa occidentale ricca di foreste, paludi e corsi d’acqua, ma povera di terreni da pascolo. La validità di simili allevamenti è stata già dimostrata per i coccodrilli e i caimani. Il mercato richiede la pelle di coccodrillo per farne scarpe e borse, e fino a poco tempo fa la domanda era soddisfatta dalla caccia di frodo, che però aveva ridotto ad un decimo il numero di questi rettili. Ma da quando sono stati creati gli allevamenti, il bracconaggio è stato messo fuori gioco e i coccodrilli e i caimani che vivono allo stato selvatico sono tornati ai valori originari. Per questi allevamenti le uova vengono raccolte nei nidi dei rettili che vivono allo stato selvatico. Ma per le tartarughe potrebbero essere allevati degli esemplari a scopo riproduttivo. Anzi, forse le uova potrebbero essere prodotte anche per il consumo diretto. Ma, oltre alla carne, si potrebbe ottenere un altro prodotto di grande valore, il guscio o carapace, che renderebbe questi allevamenti ancora più convenienti dal punto di vista economico. La scelta della specie da allevare dovrebbe quindi tenere conto anche di questo fattore. La “tartaruga” con cui una volta si facevano i pettini più eleganti, le montature degli occhiali o i plettri per le chitarre, veniva da alcune tartarughe marine oggi specie protette. E il materiale che si otterrebbe dagli allevamenti non avrà una qualità paragonabile. Ma è comunque un materiale adatto per molti prodotti artigianali. Un esempio potrebbe essere il pettinino usato per la grafica di questo sito. L’unico limite è la fantasia.




Vedi anche:


A CHI E’ INTERESSATO
Tre proposte per tre importanti operazioni di recupero dell’arte e della cultura classica, che avrebbero anche l’effetto di aiutare la nostra economia.