Proposte per rilanciare l'economia

PROPOSTE PER RILANCIARE L’ECONOMIA



Siamo ancora impantanati nella crisi più grave del dopoguerra, aggravata da una immigrazione incontrollata che ha creato problemi sociali che credevamo di aver superato, come l’accattonaggio. Però l’Italia ha delle opportunità che molti altri paesi non hanno: un mercato estero quasi infinito per i suoi prodotti di qualità e il più grande patrimonio storico e artistico del mondo. Ma dobbiamo migliorare la nostra immagine all’estero e spendere meglio le risorse di cui disponiamo, per esempio investendo di più nella ricerca scientifica. Possiamo anche aiutare l’Africa a crescere, e la nostra stessa economia ne otterrebbe dei benefici. Ma prima di tutto dobbiamo cambiare la nostra politica energetica, perché quella basata sulle energie alternative si è dimostrata un fallimento.


Puntare sull’autonomia energetica.
Questo sito sostiene che la crisi economica è stata causata da una politica che ha fatto di tutto per aumentare la nostra dipendenza dalle importazioni di energia (invece di fare il contrario). E il costo di queste importazioni, già in tempi normali, ma ancora di più durante le ricorrenti crisi energetiche, ha impoverito a tal punto la nostra economia da farci diventare un paese di serie B. A tutto questo poi abbiamo aggiunto la spesa folle e inutile delle “energie alternative”.
Prima della crisi energetica del 2008 l’Italia dipendeva dalle importazioni di energia per l’85% del suo fabbisogno. Questo perché da 15 anni erano state bloccate le estrazioni di idrocarburi, quasi tutto gas naturale, sul suolo nazionale. E questo extra costo pesava sull’economia come un’enorme tassa aggiuntiva: un fiume di denaro che ogni anno se ne andava all’estero, pari a circa 3 punti di PIL, che impoveriva tutto il sistema paese. Ma quando nel 2008 i prezzi sono aumentati di 3 / 4 volte, anche l’impoverimento del sistema paese è aumentato di altrettanto. E’ stata questa la causa della crisi economica che dura da allora, perché nessun paese può resistere ad una diminuzione annuale del PIL a due cifre protratta per molti anni.
Poi, con i prezzi alti, a poco a poco l’attività di estrazione del gas era ripresa, e in poco tempo la nostra dipendenza dalle importazioni si era ridotta al 60% o anche meno.
Ma qualche anno fa questi stessi impianti di estrazione sono stati ancora una volta smantellati, con il risultato che le nostre importazioni di energia hanno di nuovo superato l’80%.
Poi la crisi economica è stata aggravata dalla spesa per le rinnovabili, che producono sì un po’ di energia, ma per lo più nei momenti sbagliati e in maniera discontinua e imprevedibile, quindi in una forma quasi inutilizzabile nonostante i loro costi spropositati.
Proprio negli anni della crisi, tra costi diretti ed indiretti, abbiamo speso la bella cifra di 250 miliardi di Euro per riempire intere regioni di inutili impianti eolici e fotovoltaici, che danno un contributo risibile alla produzione di energia elettrica e che oggi ci costringono addirittura a comprare il gas russo e a finanziare la guerra contro l’Ucraina!
Quindi la prima cosa da fare è ripristinare il più in fretta possibile l’estrazione del gas sul suolo nazionale. Gas naturale che alimenta le centrali a turbogas, la cui alta efficienza potrebbe aumentare ancora molto se usassimo il calore di scarto per scaldare case e uffici in inverno, come fanno a Torino. Poi dovremmo dare una spinta ai veicoli elettrici, che consumano solo un quinto dell’energia delle auto con motore a scoppio. Così diminuiremmo ancora di più le nostre importazioni di energia e le emissioni di anidride carbonica.
Ma la soluzione ideale è l’energia nucleare. Le centrali nucleari possono produrre tutta l’energia di cui abbiamo bisogno a costi bassi e in maniera quasi miracolosa, cioè senza bruciare combustibili fossili. Inoltre esse azzerano le emissioni di anidride carbonica e diminuiscono ancora di più le importazioni di energia.
Che l’energia nucleare sia conveniente lo dimostra la Francia che ha il costo dell’energia più basso d’Europa. Ma le centrali nucleari aumentano anche l’autonomia energetica, e quindi comportano l’ulteriore vantaggio di diminuire l’impoverimento che il sistema paese subisce a causa delle importazioni di energia. Infatti in una centrale convenzionale il 90% del costo dell’energia elettrica è costo del combustibile, mentre in una centrale nucleare esso si riduce al 5 / 10%. E quindi diminuisce moltissimo il costo del combustibile nucleare che bisogna importare.
A questo punto, dati gli enormi vantaggi dell’energia nucleare, sia per l’economia che per l’ambiente, dovremmo verificare se ci sono dei motivi che ci impediscono di usarla, e allora ci accorgeremmo che in realtà le centrali nucleari sono gli impianti industriali più sicuri che esistano (vedi l’articolo: ENERGIA NUCLEARE PULITA E SICURA).
Poi, liberata l’economia da peso delle importazioni di energia, bisogna rilanciare l’economia.


Promuovere il turismo.
Sentiamo spesso ripetere che l’Italia è il Paese con il più grande patrimonio artistico del mondo. In realtà ci sono diversi altri paesi, sedi di antiche civiltà, che possono vantare un grande patrimonio di monumenti e opere d’arte: la Cina, l’India e molti paesi del Medio oriente e del Mediterraneo. Noi però abbiamo qualcosa in più. Abbiamo anche i più grandi giacimenti di arte e di cultura classica del mondo, che è la forma d’arte più universale che esista.
Quindi, in un’epoca in cui il settore più importante dell’economia è quello dei servizi, tra cui il turismo, siamo noi ad avere “il petrolio”. Una ricchezza distribuita in tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Il Nostro è anche un Paese ricco e vario dal punto di vista geografico e paesaggistico. Si va dalle cime innevate della catena alpina, ai grandi parchi naturali, ai boschi degli Appennini fino agli ambienti mediterranei della Penisola, delle sue coste e delle isole.
Tra i paesaggi più belli delle nostre montagne ci sono le Dolomiti, per le quali si può fare un discorso analogo a quello delle opere d’arte. Infatti anch’esse, oltre ad essere tra le montagne più belle del mondo, hanno qualcosa in più. Qui è stata combattuta la Prima guerra mondiale e i soldati, per potersi spostare tra queste rocce d’alta quota, hanno costruito molte vie ferrate – cavi d’acciaio fissati alla roccia con grossi perni. Oggi questi percorsi vengono sfruttati dal turismo, e chiunque, anche senza essere un provetto alpinista, può avventurarsi tra queste cime in tutta sicurezza, una cosa che non si può fare in nessun altro posto al mondo.
Quindi l’Italia ha molto da offrire ai turisti, ma non è il Paese più turistico del mondo perché altri paesi ci superano.
Il turismo quindi è una grande opportunità, anche perché a livello mondiale i flussi turistici sono destinati ad aumentare ancora per molto tempo. Metà dei cinesi vorrebbero visitare l’Italia, e se non li respingeremo prima o poi ci riusciranno. Ma cosa dobbiamo fare per conquistare una quota maggiore di questo immenso mercato? Prima di tutto dobbiamo migliorare, anziché peggiorare, l’immagine del nostro Paese. Poi dobbiamo organizzare e distribuire meglio i flussi. Anche solo per ragioni di spazio, non si può pensare che tutti visitino piazza S. Marco, la Torre pendente e il Colosseo. Del resto l’Italia è un Paese pieno di meraviglie, e non è difficile immaginare degli itinerari turistici meglio articolati, per regione o per gruppi di regioni.
Inoltre potremmo sfruttare meglio le strutture di accoglienza, specialmente nel Meridione, che potrebbe proporsi come la California o la Florida dell’Europa. In Europa ci sono moltissimi pensionati che vivono in Paesi dove gli inverni sono lunghi, freddi e nebbiosi, e che potrebbero desiderare di trasferirsi per qualche tempo nel Sud dell’Italia. Le strutture ci sono già; però in molti casi dovrebbero essere rese idonee al soggiorno invernale. Oltre che sul clima, sul mare e sulla cucina mediterranea, il Sud può contare anche su uno straordinario patrimonio d’arte e di cultura che non ha eguali al mondo.


Promuovere i nostri prodotti e difenderli dalle contraffazioni.
Ma cos’altro possiamo fare per rilanciare la nostra economia? A dire la verità questa crisi è un paradosso, sia perché con una normale politica energetica non ci sarebbe mai stata, sia perché l’Italia ha delle importanti carte da giocare che molti altri paesi non hanno. I paesi emergenti con i loro bassi costi del lavoro, hanno messo fuori mercato molte delle nostre produzioni. Ma la loro crescita apre alla nostra economia dei mercati immensi. In questi paesi ci sono delle classi medie sempre più estese che desiderano i nostri prodotti di qualità. Dall’alimentare alla moda, dagli articoli per la casa ai piccoli e ai grandi elettrodomestici. Per questi beni c’è un mercato quasi infinito rispetto alle dimensioni della nostra economia. Per esempio, durante la fiera di Shanghai di qualche anno fa, il padiglione italiano è stato il più visitato dopo quello cinese. Per entrare bisognava fare una coda di quattro ore. Viene da dire: come fa la nostra economia a essere in crisi? La Cina è un paese venticinque volte più grande dell’Italia. Un mercato immenso che adora i nostri prodotti. Ma poi non c’è solo la Cina. Sono tante le economie emergenti in continua crescita: il Centro e Sud America, il Sud Est asiatico, l’India, l’ex Unione sovietica e anche diversi paesi arabi e africani. Quello che dobbiamo fare, o che i nostri governanti dovrebbero fare, è promuovere i prodotti italiani e difenderli dalle contraffazioni, più di quanto riusciamo a fare oggi.


Garantire una migliore sicurezza.
Però per rilanciare i nostri prodotti e il turismo bisogna migliorare la nostra immagine all’estero, e la prima cosa da curare è la sicurezza. L’immigrazione incontrollata di questi anni ha creato molti problemi sociali e aumentato il degrado e l’insicurezza. Interi quartieri senza legge e centri storici pieni di mendicanti. Una “invasione” che l’Europa, le ONG e i governi hanno voluto imporre alla cittadinanza italiana, evidentemente per punire l’ingiusta società in cui viviamo e per farla tornare al Medioevo. Ma se questa società è così cattiva e ingiusta, perché tutti ne vogliono un pezzo? E perché lo Stato italiano dovrebbe rinunciare ad esercitare la sovranità sul proprio territorio e sui propri confini? Una cosa che il Vaticano, per esempio, non farà mai. Un’invasione che non è nemmeno nell’interesse degli immigrati, che per venire in Italia hanno speso tutti i loro risparmi o si sono indebitati, e poi qui fanno la fame e sono spinti verso l’illegalità.
E’ anche necessario abbandonare la filosofia demenziale della decrescita che è all’origine della folle politica energetica di questi anni, della crisi economica e della perdita di tanti posti di lavoro. Ma anche delle politiche anti sviluppo verso i paesi emergenti. Solo affrontando in maniera adeguata i problemi di fondo la nostra immagine, oggi molto deteriorata, potrà migliorare.


Ricerca scientifica.
Oltre a migliorare la nostra immagine all’estero, ci sono molte altre cose che possiamo fare. La prima è puntare di più sulla ricerca scientifica. La ricerca, sia pura che applicata, rimane sempre uno dei migliori investimenti. Questo è ovvio per la ricerca applicata. Essa però dovrebbe essere indirizzata verso i problemi più importanti e strategici. Un esempio sono le biotecnologie per migliorare agricoltura e allevamento, o per produrre la “carne sintetica” moltiplicando le cellule staminali in coltura, che potrebbe ridurre l’impatto della pesca sugli ecosistemi marini.
Ma anche la ricerca pura è sempre un buon investimento. Non solo perché ci fa conoscere sempre meglio come funziona il mondo, ma anche perché essa ha bisogno di tecnologie sempre più sofisticate, di strumenti di misura più precisi e di nuovi materiali dalle caratteristiche particolari. Cose che alla fine hanno sempre delle ricadute pratiche. Ma c’è una grande sfiducia nell’innovazione tecnologica, come se le sue possibilità si fossero esaurite o se comportassero solo dei rischi. In realtà le potenzialità della ricerca di risolvere i principali problemi di oggi sono immense, e non si sono certo esaurite con le scoperte degli ultimi due secoli!
Però l’Italia, nonostante le sue forti tradizioni, a causa dell’impoverimento della sua economia ha sempre meno risorse da spendere per la ricerca scientifica. Le nostre università riescono a formare degli scienziati di valore, che però troppo spesso sono costretti a cercare lavoro all’estero. Finanziare di più la ricerca significa anche offrire maggiori opportunità di carriera ai giovani migliori e più capaci, invece di costringerli a scappare.


Centri di servizi.
Nelle città, dove si svolge l’80% di tutto il traffico auto, la circolazione è spesso rallentata e convulsa, con la conseguenza di grandi perdite di tempo, di denaro e di un maggiore inquinamento. Ma come si fa a rendere il traffico più scorrevole? La ricetta è semplice: bisogna concentrare in uno o più luoghi opportuni uffici, negozi, studi professionali e altre attività terziarie che richiamano pubblico e generano i principali flussi del traffico. In questo modo diminuirà il numero degli spostamenti, e una percentuale maggiore di questi avverrà con i mezzi del trasporto pubblico.
I centri di servizi verrebbero realizzati dai privati con capitali privati, mentre la mano pubblica dovrebbe acquisire e mettere a disposizione le aree ed assicurare gli indispensabili collegamenti. Dato che molte di queste spese esulano dalla normale amministrazione, esse potrebbero essere sostenute dal Governo nell’ambito di un piano nazionale per i trasporti urbani, che sarebbe almeno altrettanto giustificato di quello per le grandi opere, ma costerebbe molto di meno.
Questo sito ha elaborato una proposta specifica per la città di Ferrara, che purtroppo finora non è stata realizzata, ma che può servire come esempio. Vedi la “Proposta per i problemi del traffico di una città italiana”.
Questi interventi urbanistici alleggerirebbero la pressione del traffico sui centri storici, ridurrebbero i consumi di benzina e i tempi morti, creerebbero nuove opportunità di lavoro per molte aziende e migliorerebbero i bilanci dei sistemi del trasporto pubblico. Una soluzione applicabile a tutte le città italiane, sul modello del resto dell’Europa.


Interventi minimi antisismici.
Quasi tutto il territorio italiano, Nord, Centro e Sud, è a rischio sismico. Molte faglie lo attraversano. E’ a rischio anche la pianura padana, e i terremoti di una certa gravità si succedono ogni circa dieci anni.
I danni sono sempre molto gravi. Specialmente in montagna i muri delle case sono spesso costruiti con i sassi tenuti insieme da una malta povera. E dopo ogni terremoto i cumuli di macerie sono sempre gli stessi, come se non si potesse fare nulla per prevenirli.
Le norme anti sismiche non mancano, ma sono poco rispettate. Gli edifici crollati o gravemente lesionati dimostrano non era stata adottata alcuna misura preventiva. Addirittura abbiamo visto un paese nell’isola di Ischia semidistrutto da un terremoto del quarto grado! Sicuramente tutte queste case crollate erano state costruite o restaurate nel dopoguerra, e altrettanto sicuramente non avevano adottato nemmeno le precauzioni minime.
Alla fine ci sono le vittime, le solite immagini di macerie e le ingenti spese dello Stato per la ricostruzione. La proposta è di obbligare i proprietari di edifici che non hanno provveduto ad adottare le misure antisismiche che non hanno bisogno di un rifacimento completo (tiranti per collegare le pareti, misure per rafforzare gli angoli ecc.). Oltre ai minori danni e costi, ci sarebbero anche delle occasioni di lavoro per le imprese.


Ricostruzione post terremoto: la casa a graticci.
Questa tipologia edilizia, molto diffusa in Europa ma assente in Italia, è la più anti sismica che si possa immaginare. Nei centri storici della Francia e della Germania si vedono spesso queste abitazioni con le travi in vista, che a volte sono vecchie quanto le grandi cattedrali gotiche.
La struttura portante, costituita da travi ben connesse alle estremità dello spessore minimo di 15 X 20 cm, è in grado di resistere a qualsiasi terremoto. Le travi non poggiano sul terreno, ma su una base di pietre o di mattoni.
Una volta costruita l’intelaiatura, rimangono da riempire gli spazi vuoti che formeranno le pareti. La tecnica è semplice (è più difficile da dire che da fare), e i materiali sono poco costosi e facilmente reperibili. Innanzi tutto bisogna inserire delle assicelle verticali spesse 3 cm e larghe il doppio nelle scanalature predisposte nelle travi, distanziandole di circa 15 cm. Poi bisogna intrecciare intorno a queste assicelle in senso orizzontale dei rametti flessibili, lasciando tra loro un po’ di spazio.
Questo è il sostegno. Adesso bisogna mescolare i tre ingredienti che formeranno le pareti, cioè paglia, sabbia e argilla. Si stende un telo per terra grande come un asciugamano da spiaggia. Si dispone sopra di esso uno strato di paglia di 5 o 6 cm e lo si cosparge con sabbia e argilla un po’ liquida. Si prendono i due capi del telo e li si tirano verso gli altri due. Poi si prendono gli altri due capi e si tira nella direzione opposta, e si ripete questa operazione alcune volte. Si forma un rotolo nel quale i tre ingredienti si mescolano. Con questo composto bisogna riempire tutti gli spazi tra le assicelle e i rametti, avendo cura di spingerlo bene con le dita negli interstizi. Si compatta il tutto dall’interno e dall’esterno fino ad ottenere una superficie piana e uno spessore di circa 15 cm. A questo punto bisogna lasciare riposare il tutto per due mesi e poi si può applicare l’intonato, all’interno e all’esterno. Queste pareti sono resistenti nel tempo e anche isolanti e traspiranti.


Iniziative per lo sviluppo dell’Africa.
Negli ultimi anni un’immigrazione incontrollata ha portato in Italia 5 o 6 milioni di persone, in gran parte provenienti dall’Africa. Metà di queste lavorano, imparano la nostra lingua e cercano di integrarsi. Altrettanti però non hanno nulla con cui vivere, fanno la fame o vivono di espedienti.
Bisogna trasformare questo problema in una opportunità. Sia rilanciando l’economia per creare nuove occasioni di lavoro, sia adottando verso i paesi africani delle politiche che siano veramente finalizzate allo sviluppo, anche perché i paesi poveri hanno davanti a loro un lungo periodo di crescita, e sono quindi anche un’opportunità per la nostra economia (vedi l’articolo: “Paesi poveri: problema o opportunità?”).
L’economia africana è poco sviluppata; ma proprio perché gli africani hanno ancora molti bisogni fondamentali insoddisfatti, l’Africa ha davanti a sé un lungo periodo di robusta crescita economica. L’Italia può aiutare l’Africa a crescere, e nello stesso tempo cogliere qualche opportunità. Può sviluppare delle attività in loco, trovare dei mercati per i propri prodotti, fornire know-how e attrezzature, costruire opere pubbliche. E gli immigrati che conoscono la nostra lingua possono fare da tramite e diventare uno dei motori di un lungo periodo di crescita e sviluppo.


Carne a basso costo e a basso impatto ambientale.
L’idea risale all’ormai lontano 1992 e proviene da un biologo famoso, il prof. Edward O. Wilson da poco scomparso. Questo scienziato aveva lavorato per molti anni in Sud America nel bacino amazzonico, e constatava che sempre nuovi tratti di foresta venivano abbattuti per ricavarne terreni da pascolo. Egli sapeva che lì vivono sette specie di tartarughe appartenenti ad un unico genere, tutte ricercate per la loro carne e per questo intensamente cacciate. Sono tartarughe acquatiche, vegetariane e a crescita rapida, la più grande delle quali, Podocnemis espansa, raggiunge i 50 chili di peso e quasi il metro di lunghezza. Il professor Wilson aveva proposto di allevarle in bacini chiusi e di alimentarle con piante acquatiche raccolte in paludi vicine o con frutta di scarto, sostenendo che avrebbero reso 400 volte più carne per ettaro degli allevamenti bovini allo stato brado (vedi “La diversità della vita” - BUR Rizzoli editore – anno 2009 – pag. 404 / 405). Però questa idea, presentata in un libro che è divenuto un classico dell’ambientalismo, non è mai stata raccolta da nessuno, forse perché in Sud America non c’è interesse per una produzione di carne alternativa. Ma questa proposta va bene per l’Africa, e forse anche per il Sud Est asiatico. Nell’Africa occidentale, ricca di foreste paludi e corsi d’acqua ma priva di terreni da pascolo, il fabbisogno di carne è in gran parte soddisfatto dalla caccia agli animali della foresta. Con la crescita demografica dell’ultimo secolo, però, la pressione sulla fauna selvatica è diventata insostenibile. Per rifornire i mercati cittadini vengono cacciati anche scimpanzé e gorilla, i nostri parenti più prossimi nel regno animale, che per questo sono stati decimati.
Ma tra le prede che vengono cacciate ci sono anche delle tartarughe. La proposta è di incaricare dei biologi che lavorano in Africa di individuare una specie adatta e di studiarne le condizioni di vita fino ad arrivare ad un allevamento prototipo.
La validità di simili allevamenti è stata già dimostrata per i coccodrilli e i caimani. Il mercato richiede la pelle di coccodrillo per farne scarpe e borse, e fino a poco tempo fa la domanda era soddisfatta dalla caccia di frodo, che però aveva ridotto ad un decimo il numero di questi rettili. Ma da quando sono stati creati gli allevamenti il bracconaggio è stato messo fuori gioco e i coccodrilli e i caimani che vivono allo stato selvatico sono tornati ai valori originari. Per questi allevamenti le uova vengono raccolte nei nidi dei rettili che vivono allo stato selvatico. Ma per le tartarughe potrebbero essere allevati degli esemplari a scopo riproduttivo. In realtà questi allevamenti potrebbero produrre anche delle uova per il consumo diretto. Si otterrebbe anche il guscio o carapace. Non sarà il pregiato materiale con cui una volta si facevano le montature per gli occhiali, perché esso veniva da alcune tartarughe marine che oggi sono specie protette. Ma il carapace delle tartarughe di allevamento sarebbe comunque un materiale adatto per molti prodotti artigianali. Un esempio potrebbe essere il pettinino usato per la grafica di questo sito. L’unico limite è la fantasia.




Vedi anche:


A CHI E' INTERESSATO
Tre proposte per tre importanti operazioni di recupero dell’arte e della cultura classica, che avrebbero anche l’effetto di aiutare la nostra economia.