Proposte per rilanciare l'economia

Puntare sull’autonomia energetica e sul gas naturale. Questo sito sostiene che la crisi economica è stata causata dalla politica energetica folle di questi anni. Una politica che ha puntato tutto sulle rinnovabili e che ha fatto la guerra al gas naturale. Proprio negli anni della crisi, tra costi diretti ed indiretti, abbiamo speso la bella cifra di 200 miliardi di Euro per riempire il Sud di inutili impianti eolici, che danno un contributo risibile alla produzione di energia elettrica. Inoltre abbiamo fermato per quasi vent’anni la ricerca e la messa in produzione di idrocarburi sul suolo nazionale, quasi tutto gas naturale, che invece è tuttora la soluzione più conveniente e pulita al problema dell’energia. Perché? Perché il gas naturale è un combustibile fossile! Sì, ma esso alimenta le centrali a turbogas che hanno un rendimento molto più alto di quelle convenzionali. Inoltre il gas non inquina e a parità di calorie produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Quindi sostituire il carbone con il metano e le centrali a carbone con quelle a turbogas fa risparmiare molti combustibili fossili e riduce ancora di più le emissioni di gas serra, mentre le rinnovabili producono poca energia e in una forma inutilizzabile, e quindi non fanno risparmiare combustibili fossili e non diminuiscono i gas serra (vedi l’art. “Politiche ambientali sbagliate”). Di fatto la scelta di sostituire il gas naturale con le rinnovabili è stata la vera causa della crisi perché, quando i prezzi aumentarono di diverse volte, l’Italia dipendeva dalle importazioni per l’85%, e questo extra costo si è scaricato in pieno sull’economia come un’enorme tassa aggiuntiva. E non è nemmeno vero che i prezzi alti dell’energia creano posti di lavoro, perché la crisi ha più che raddoppiato la disoccupazione. Poi, con i prezzi alti, a poco a poco l’attività di estrazione è ripresa, e in pochi anni la nostra dipendenza dalle importazioni è diminuita dall’85% al 60%. Continuando su questa strada potremo diminuire ancora di più la nostra dipendenza energetica, perché abbiamo una situazione geografica favorevole. Potremmo anche aumentare il numero delle auto a metano, che costa quattro volte meno della benzina, non inquina e produce un terzo in meno di anidride carbonica. Dovremmo anche cercare di diminuire i costi delle rinnovabili caricati sulle bollette delle famiglie. Lo Stato costringe le società elettriche a comprare questa energia di cui non sanno cosa farsene, ed esse si rifanno aumentando le bollette delle famiglie, che ogni anno pagano per questo 10 miliardi di Euro in più. L’ideale sarebbe abolire questo obbligo in modo da riportare il costo pagato dalle famiglie italiane al livello degli altri paesi europei.

Promuovere i nostri prodotti e difenderli dalle contraffazioni. Oltre a una corretta politica energetica, cos’altro possiamo fare per rilanciare la nostra economia? A dire la verità questa crisi è un paradosso, sia perché con una normale politica energetica non ci sarebbe mai stata, sia perché l’Italia ha delle importanti carte da giocare che molti altri paesi non hanno. I paesi emergenti con i loro bassi costi del lavoro, hanno messo fuori mercato molte delle nostre produzioni. Ma la loro crescita apre alla nostra economia dei mercati immensi. In questi paesi ci sono delle classi medie sempre più estese che desiderano i nostri prodotti di qualità. Dall’alimentare alla moda, dagli articoli per la casa ai piccoli e grandi elettrodomestici. Per questi beni c’è un mercato quasi infinito rispetto alle dimensioni della nostra economia. Per esempio, durante la fiera di Shanghai di qualche anno fa, il padiglione italiano è stato il più visitato dopo quello cinese. Per entrare bisognava fare una coda di quattro ore. Viene da dire: come fa la nostra economia a essere in crisi? La Cina è un paese venti volte più grande dell’Italia. Un mercato immenso che adora i nostri prodotti. Ma poi non c’è solo la Cina. Sono tante le economie emergenti in continua crescita: il Centro e Sud America, il Sud Est asiatico, l’India, l’ex Unione sovietica e anche diversi paesi arabi e africani. Tutti cercano i prodotti italiani, e spesso è sufficiente la bandierina bianca rossa e verde per giustificare un aumento di prezzo del 50%, come negli alimentari. Quello che dobbiamo fare, o che i nostri governanti dovrebbero fare, è promuovere i prodotti italiani e difenderli dalle contraffazioni, più di quanto riusciamo a fare oggi.

Promuovere il turismo e pianificare meglio i flussi turistici. Sentiamo spesso ripetere che l’Italia è il Paese con il più grande patrimonio artistico del mondo. In realtà ci sono molti altri paesi, sedi di antiche civiltà, che possono vantare un grande patrimonio di monumenti e opere d’arte: la Cina, l’India e molti paesi del Medio oriente e del Mediterraneo. Noi però abbiamo qualcosa in più. Abbiamo anche i più grandi giacimenti di arte classica, che è la forma d’arte più universale che esista. Quindi, in un’epoca in cui prevale l’economia dei servizi, siamo noi ad avere “il petrolio”. Una ricchezza distribuita in tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Il Nostro è anche un Paese ricco e vario dal punto di vista geografico e paesaggistico. Si va dalle cime innevate della catena alpina, ai grandi parchi naturali, ai boschi degli Appennini fino agli ambienti mediterranei della Penisola, delle sue coste e delle Isole. Tra i paesaggi più belli delle nostre montagne ci sono le Dolomiti, per le quali si può fare un discorso analogo a quello delle nostre opere d’arte. Infatti anch’esse, oltre ad essere tra le montagne più belle del mondo, hanno qualcosa in più. Qui è stata combattuta la Prima guerra mondiale e i soldati, per potersi spostare tra queste rocce d’alta quota, hanno costruito molte vie ferrate – cavi d’acciaio fissati alla roccia con grossi perni – . Oggi questi percorsi vengono sfruttati dal turismo, e chiunque, anche senza essere un provetto alpinista, può avventurarsi tra queste cime in tutta sicurezza, una cosa che non si può fare in nessun altro posto al mondo. Quindi abbiamo molto da offrire, ma non siamo il Paese che attira più turisti. Quella del turismo è quindi una grande opportunità, anche perché a livello mondiale essa è in forte espansione. Metà dei cinesi vorrebbero visitare l’Italia, e se non li respingeremo prima o poi ci riusciranno. Ma cosa dobbiamo fare per conquistare una quota maggiore di questo immenso mercato? Prima di tutto dobbiamo migliorare, anziché peggiorare, l’immagine del nostro Paese. Poi dobbiamo organizzare e distribuire meglio i flussi turistici. Anche solo per ragioni di spazio, non si può pensare che tutti visitino piazza S. Marco, la Torre pendente e il Colosseo. Del resto l’Italia è un Paese pieno di meraviglie, e non è difficile immaginare degli itinerari turistici meglio articolati, per regione o per gruppi di regioni. Potremmo anche sfruttare di più le strutture di accoglienza, specialmente nel Meridione, che potrebbe proporsi come la California o la Florida dell’Europa. In Europa ci sono moltissimi pensionati che vivono in Paesi dove gli inverni sono lunghi, freddi e nebbiosi, e che potrebbero decidere di trasferirsi per qualche tempo nel Sud dell’Italia. Le strutture ci sono già; però in molti casi dovrebbero essere rese idonee al soggiorno invernale. Oltre che sul clima, sul mare e sulla cucina mediterranea, il Sud può contare anche su uno straordinario patrimonio d’arte e di cultura che non ha eguali al mondo.

 

RILANCIARE L’IMMAGINE DELL’ITALIA

Garantire una migliore sicurezza. Però per rilanciare i nostri prodotti e il turismo bisogna migliorare la nostra immagine, e la prima cosa da curare è la sicurezza. L’immigrazione incontrollata di questi anni ha creato molti problemi sociali, e aumentato dovunque il degrado e l’insicurezza: milioni di persone che non hanno nulla di cui vivere, che non parlano la nostra lingua e non conoscono le nostre leggi. Interi quartieri senza legge e centri storici pieni di mendicanti. Una “invasione” che l’Europa, le ONG e i governi hanno voluto imporre alla cittadinanza, evidentemente per punire l’ingiusta società in cui viviamo e per farla tornare al Medioevo. Ma se questa società è così cattiva e ingiusta, perché tutti ne vogliono un pezzo? E perché lo Stato italiano dovrebbe rinunciare ad esercitare la sovranità sul proprio territorio e sui propri confini? Una cosa che il Vaticano, per esempio, non farà mai. Un’invasione che non è nemmeno nell’interesse degli immigrati, che per venire in Italia hanno speso tutti i loro risparmi o si sono indebitati, e poi qui fanno la fame e sono spinti verso l’illegalità. E’ anche necessario abbandonare la filosofia demenziale della decrescita che è all’origine della folle politica energetica di questi anni, della crisi economica e della perdita di tanti posti di lavoro. Ma anche delle politiche anti sviluppo verso i paesi emergenti. Solo affrontando in maniera adeguata i problemi di fondo la nostra immagine, oggi molto deteriorata, potrà migliorare.

Digitalizzare gli archivi storici. Ci sono però molte altre cose che possiamo fare. L’Italia non possiede solo il più grande patrimonio artistico, ma anche il più importante patrimonio archivistico del mondo. Lì sono conservati moltissimi documenti sulla nostra storia, ma sulla storia della civiltà occidentale. Però conservarli non è sufficiente, bisogna anche renderli accessibili. Adesso per accedere ad un documento d’archivio bisogna sapere che esiste e conoscere il suo indirizzo di catalogo. Di solito i cataloghi si possono anche consultare, nella sede dell’archivio. Ma per quanto riguarda i manoscritti non sempre la voce di catalogo è rappresentativa del contenuto. Con la conseguenza che molti documenti importanti potrebbero rimanere sconosciuti. E poi c’è l’esigenza di mettere al sicuro una volta per tutte i nostri archivi. Dato che si tratta di documenti unici, se il supporto fisico di carta o pergamena viene distrutto, da incendi, furti, umidità ecc., viene perduto per sempre anche il suo contenuto. La soluzione è digitalizzarli. Qualcuno ha già iniziato questo lavoro, ci sono già sufficienti esperienze, ma manca ancora un piano nazionale per digitalizzare in maniera omogenea e sistematica tutti i nostri archivi storici più antichi e importanti, e per metterli su internet in un portale unico a disposizione degli studiosi di tutto il mondo. Ecco qualcosa che attirerebbe l’attenzione sull’Italia, con positive ripercussioni sul turismo e la nostra economia. Potrebbero essere scoperti dei documenti importanti, per esempio opere antiche di cui si erano perdute le tracce. Queste scoperte non farebbero che rinnovare l’interesse per il nostro Paese, per la  sua Storia e per il suo patrimonio d’arte e di cultura, unico al mondo.

Digitalizzare i monumenti e le opere d’arte. Le moderne tecniche di scansione oggi rendono possibile registrare in maniera digitalizzata e in tre dimensioni i monumenti antichi e persino i centri storici, e qualcuno ha già cominciato a farlo. Per esempio è in corso la scansione di tutti gli edifici dell’intera città di Pompei, interno ed esterno, con un alto livello di dettaglio. Ai monumenti vanno aggiunte le opere d’arte conservate nei musei e nei loro, a volte immensi, sotterranei. Il patrimonio da registrare è davvero molto grande, ma questo è anche uno dei modi migliori per valorizzarlo, e anche per salvarlo, perché col tempo le perdite sono sempre possibili, anzi inevitabili. Un lavoro che farà aumentare, non diminuire, le visite turistiche. Ai reperti conservati nei musei bisogna aggiungere i libri antichi, i codici miniati, i disegni ecc. Si tratta di un lavoro immane, destinato a proseguire per decine di anni. Un lavoro che qualcuno ha già cominciato a fare, ma che dovrebbe essere fatto in maniera sistematica. Dato che l’Italia possiede il più grande patrimonio monumentale, artistico e archivistico, ha il dovere di conservarlo e di farlo conoscere. Un dovere che però costituisce anche una grossa opportunità per la nostra immagine, per il nostro turismo e per la nostra economia.

Riscoprire la grande musica dimenticata. E’ uscita da poco l’opera in due grossi volumi intitolata “Mozart la caduta degli dei” di Luca Bianchini e Anna Trombetta, stampata da Youcanprint, che è diventata subito un best seller. Questi due studiosi, sulla scorta di una conoscenza profonda della documentazione e della saggistica in materia, ne hanno ricostruito la biografia e analizzato la produzione musicale. M non ha mai frequentato alcuna scuola e non ha mai avuto maestri di musica. L’unico insegnante è stato suo padre, che però in questo campo era un autodidatta. I documenti riguardanti l’esame sostenuto a Bologna presso Padre Martini dimostrano che a 14 anni non sapeva nulla di composizione, perché suo padre non era stato capace di insegnargliela. E anche dopo M non ha mai avuto insegnanti di musica. Quindi dove avrebbe imparato a scrivere delle sinfonie? Se anche fosse stato il più grande genio dell’universo, ma non lo era, come avrebbe fatto ad inventarsi tutti i progressi di quest’arte dall’anno zero della civiltà fino al 1770? Del resto quando era in vita non è mai stato considerato un musicista importante. Tutto questo spiega perché era un plagiario sistematico. Ha legato il suo nome a 155 composizioni musicali. Per alcune di queste ci sono le copie di lavoro, ne parla nelle sue lettere e siamo sicuri che sono sue. Ma sono di scarso valore, portate avanti con fatica e che non meritano di essere eseguite. Il resto sono dei plagi. Dopo morto è stato creato il mito del genio, e per ragioni prima commerciali e poi nazionalistiche, gli sono state attribuite molte altre composizioni fino a superare il migliaio. Oggi questo numero si è ridotto a 600, e questo significa che oltre 400 sono già state riconosciute dalla critica come non sue. Ma anche quelle che restano non sono state composte da lui. Per esempio chi scrive, che non è un esperto di musica, si trova in casa un CD con le sinfonie n. 40 e 41“Jupiter”. Lo spartito della 41 è stato rinvenuto senza nome nel fondo Luchesi, proveniente da Bonn e conservato a Modena. Andrea Luchesi ha lavorato per vent’anni in questa città, è stato uno dei musicisti più importanti della sua epoca e anche il maestro di Beethoven. Le annotazioni sulla copia manoscritta dimostrano che la sinfonia è stata eseguita a Bonn e che è stata scritta da un musicista di questa città. Inoltre la Jupiter ha molti punti di contatto con la n. 40 (e la n. 39), e quindi probabilmente è stata scritta dalla stessa mano. Di chi è questa mano? Data la straordinaria qualità di queste composizioni, che M con la sua formazione incompleta non poteva nemmeno avvicinare, esse devono essere state scritte da uno dei musicisti più importanti del tempo. E poiché il manoscritto si trova nel fondo che porta il suo nome, l’unica attribuzione ragionevole è ad Andrea Luchesi. La sottrazione di una composizione musicale al suo autore per attribuirla a qualche musicista germanico, non solo a M ma anche ad Haydn e altri, è stata ripetuta molte centinaia di volte, forse migliaia. L’esaltazione della musica germanica è stata anche uno dei pilastri della propaganda nazista. Il risultato di questa operazione sciagurata non è solo che un musicista di quart’ordine è stato trasformato in un grande genio musicale, ma che la storia del periodo più alto della musica europea è stata completamente devastata. Quasi tutti i musicisti dell’epoca a partire dai più grandi sono stati oscurati. I più penalizzati sono stati i Maestri italiani, dato che quella italiana era allora la tradizione più importante. Le loro opere sono andate perdute, oppure sono state dimenticate o attribuite a chi non le ha scritte. Per esempio il principale musicista dell’epoca, Muzio Clementi, ha scritto almeno 21 tra Sinfonie e Ouverture, ma se ne conoscono solo otto (molto meno di quelle attribuite a M e Haydn!), ma anche queste non vengono mai eseguite. Così come non viene quasi mai eseguita la musica da orchestra di Viotti, Salieri, Cherubini e tanti altri. Prima della comparsa della società moderna gli Stati intraprendevano delle guerre di conquista per assoggettare altri paesi e ridurli a colonie. E’ stata proprio questa mentalità, nazionalista e razzista, che ha portato alle due guerre mondiali. Ma è anche la mentalità che ha portato all’esaltazione dei musicisti germanici a scapito di tutti gli altri. Nella società moderna, però, questi atteggiamenti non dovrebbero più avere cittadinanza. E quindi tutti dovrebbero collaborare per riscrivere la storia della musica europea e per recuperare quella dimenticata. Anche gli studiosi tedeschi, che del resto hanno già dato un grosso contributo al riesame critico delle opere di M. Molti manoscritti sono andati perduti e molti altri non potranno più essere attribuiti ai loro veri autori; ce ne sono però ancora tanti conservati negli archivi che possono essere recuperati. Tra gli archivi storici da digitalizzare ci sono quindi anche quelli musicali. Ma bisogna evitare di ricadere nei nazionalismi perché le tradizioni musicali dei diversi paesi non possono essere tenute separate: si può parlare solo di musica europea. Questa importante operazione culturale potrebbe sfociare nella compilazione di un pacchetto di qualche centinaio di CD da pubblicare con il titolo “La musica più bella del mondo da tanto tempo dimenticata”. E questa iniziativa dovrebbe essere sostenuta anche dal nostro Governo, perché contribuirebbe a salvare la tradizione musicale più ricca del mondo, e anche a rivalutare l’immagine del nostro Paese.

Ponte sullo Stretto. Il Ponte sullo stretto di Messina avrà “anche” un’utilità pratica. Abbrevierà di un’ora e più, specialmente nella stagione estiva, la distanza tra la Calabria e la Sicilia. Questo è sufficiente a giustificarne il costo, tanto più che esso verrà sostenuto dai privati, a dimostrazione della sua reale utilità. È vero che lo Stato si accollerebbe il 40% della spesa, ma questo è proprio ciò che l’Erario incasserà sotto forma di tasse sui lavori. Quindi lo Stato non spenderà nulla e alla fine risulterà proprietario del 40%. E’ stato quindi un grosso errore impedirne la costruzione solo perché era stata voluta da un governo “nemico”. E il pretesto che avrebbe deturpato il paesaggio è paradossale, perché negli stessi anni in cui avrebbe dovuto essere costruito abbiamo speso ben 200 miliardi di Euro per tante inutili pale eoliche che deturpano il paesaggio del Meridione, compresi siti archeologici di fama mondiale come quello di Agrigento. Non solo il Ponte non deturperebbe il paesaggio ma, con la sua struttura leggera ed elegante, sarebbe esso stesso un’attrattiva turistica. Infatti stiamo parlando del ponte sospeso più grande del mondo. Chi non vorrebbe arrivare fin lì per vederlo? Chi, trovandosi nel Meridione, non vorrebbe fare una deviazione? Ma poi non rinuncerebbe a vedere i Bronzi di Riace, farebbe un salto in Sicilia ecc. Qualsiasi altro paese a quest’ora il Ponte lo avrebbe già costruito.

 

ALTRE PROPOSTE

Ricerca scientifica. Oltre a promuovere l’immagine dell’Italia, il turismo e i nostri prodotti, ci sono molte altre cose che possiamo fare. La prima è puntare di più sulla ricerca scientifica. La ricerca, sia pura che applicata, rimane sempre uno dei migliori investimenti. Questo è ovvio per la ricerca applicata. Essa però dovrebbe essere indirizzata verso i problemi più importanti e strategici. Un esempio sono le biotecnologie per migliorare agricoltura e allevamento, o per produrre dei filetti di carne moltiplicando delle cellule in coltura. Queste bistecche “artificiali” potrebbero sostituire almeno in parte gli allevamenti, ma anche ridurre l’impatto della pesca sugli ecosistemi marini. Un altro esempio sono le ricerche sulla “fusione fredda”, che hanno possibilità molto maggiori di risolvere una volta per tutte i problemi dell’energia, rispetto ai grandi impianti per la fusione dell’idrogeno. Ma anche la ricerca pura è sempre un buon investimento. Non solo perché ci fa conoscere sempre meglio come funziona il mondo, e la Natura trova sempre il modo di stupirci, ma anche perché essa ha bisogno di tecnologie sempre più sofisticate, di strumenti di misura più precisi e di nuovi materiali dalle caratteristiche particolari. Cose che alla fine hanno sempre delle importanti ricadute pratiche. Ma c’è una grande sfiducia nell’innovazione tecnologica, come se portasse solo guai. In realtà le potenzialità della ricerca di risolvere sempre meglio i problemi di oggi sono immense, e non si sono certo esaurite con le scoperte degli ultimi due secoli! L’Italia però, tra i paesi più sviluppati, è uno di quelli che spendono meno per la ricerca. Le nostre università riescono a formare scienziati di valore, che però troppo spesso sono costretti a cercare lavoro all’estero. Finanziare di più la ricerca significa quindi anche offrire maggiori opportunità di carriera ai giovani migliori e più capaci, anziché spingerli a scappare. Tutto giusto. Ma poi, dove trovare le risorse economiche? Negli ultimi vent’anni abbiamo buttato qualcosa come 200 miliardi di Euro nelle pale eoliche, che danno un contributo risibile alla produzione di energia (vedi sopra). Ecco come trovare le risorse: facendo cessare questi sperperi colossali. Oltretutto è solo la ricerca che può trovare delle soluzioni per l’energia sempre più avanzate. Come per esempio verificare la possibilità di costruire una vera auto elettrica, ma in maniera semplice e senza nessuno dei problemi impossibili dell’auto a idrogeno.

 

Centri di servizi. Nelle città, dove si svolge l’80 % di tutto il traffico auto, la circolazione è spesso rallentata e convulsa, con la conseguenza di grandi perdite di tempo, di benzina e di un maggiore inquinamento. Ma come si fa a rendere il traffico più scorrevole? La ricetta è semplice: bisogna concentrare in uno o più luoghi opportuni uffici, negozi, studi professionali e altre attività terziarie che richiamano pubblico e generano i principali flussi del traffico. In questo modo diminuirà il numero degli spostamenti, e una percentuale maggiore di questi avverrà con i mezzi del trasporto pubblico. Questi centri di servizi verrebbero realizzati dai privati e con capitali privati, mentre la mano pubblica dovrebbe acquisire e mettere a disposizione le aree ed assicurare gli indispensabili collegamenti. Dato che molte di queste spese esulano dalla normale amministrazione, esse potrebbero essere sostenute dal Governo nell’ambito di un piano nazionale per i trasporti urbani, che sarebbe almeno altrettanto giustificato di quello per le grandi opere, ma costerebbe molto di meno. Questo sito ha elaborato una proposta specifica per la città di Ferrara, che purtroppo finora non è stata realizzata, ma che può servire come esempio. Vedi la “Proposta per i problemi del traffico di una città italiana”. Questi interventi urbanistici alleggerirebbero la pressione del traffico sui centri storici, ridurrebbero i consumi e i tempi morti, creerebbero nuove opportunità di lavoro per molte aziende e migliorerebbero i bilanci dei sistemi di trasporto pubblico. Una soluzione applicabile a tutte le città italiane, sul modello del resto dell’Europa.

 

Coltivazione della canapa. La pianta della canapa è stata coltivata fin dall’antichità sia in Oriente che in Occidente per la fibra tessile (vedi il sito sugli usi industriali della canapa). Per questo scopo il raccolto deve essere fatto prima della fioritura, e si ottiene come sottoprodotto della fibra di scarto, usata in passato per fare le corde. In alternativa si può coltivare la canapa per ottenere come prodotto principale i semi, che hanno importanti proprietà dietetiche e sono la base di prodotti di grande valore che vanno dai cosmetici alle vernici. Anche qui si ottiene come sottoprodotto fibra industriale e legno, e in grande quantità. Con la fibra e il legno si possono fabbricare molti prodotti per l’edilizia e la falegnameria e anche la carta. Questa pianta ha anche delle importanti qualità agronomiche, ben conosciute dai contadini. Essa migliora il terreno e reintroduce almeno in parte la rotazione delle colture. Il rilancio di questa coltivazione è stato però ostacolato dal problema della “proibizione”. Ci sono molte varietà di canapa, alcune con un alto tasso di cannabinoidi, il principio attivo delle sigarette di marijuana, e altre che quasi non ne contengono, coltivate per gli usi industriali. Tutte però appartengono ad un’unica specie botanica, la Cannabis sativa e non sono distinguibili a vista. Il fatto di non poter distinguere la canapa tessile dalla marijuana, ha reso sempre difficile il rilancio della coltivazione per gli usi industriali. Adesso però sono stati messi a punto dei test rapidi, come quelli che si usano negli aeroporti, con i quali le Forze dell’ordine possono controllare in pochi istanti con cosa hanno a che fare. Basta un piccolo campione da mettere in una bustina, e in pochi secondi si ottiene il responso. Così oggi la discussione sulla legalizzazione della cannabis e la coltivazione della canapa industriale possono andare ciascuna per la propria strada, su percorsi separati. In questo momento è già partita la filiera dei semi, compresa una fabbrica che trasforma la fibra industriale e il legno. Prodotti come i pannelli truciolati, di qualità migliore e che pesano la metà, hanno un mercato potenziale immenso. Altrettanto interessante è la filiera della canapa tessile. Il tessuto di canapa (chi non l’ha provato non lo può sapere!) è fresco d’estate e caldo d’inverno. Le lenzuola di canapa possono davvero migliorare il comfort, e quindi anche questa filiera ha un grande potenziale commerciale, e in più la coltivazione della canapa è molto più sostenibile di quella del cotone. Per far partire la filiera del tessile, però, è necessario riprogettare tutte le macchine per le successive lavorazioni: mietitura, macerazione, estrazione e separazione della fibra tessile, filatura e tessitura. La proposta al Governo è quindi di sostenere il costo della progettazione di questi impianti, in modo da dare agli agricoltori, e ai consumatori, questa nuova opportunità. Questa pianta potrebbe sostituire una quota consistente delle nostre importazioni di cotone creando anche qualche posto di lavoro. Obiezione: non è coltivando la canapa che usciremo dalla crisi! No. Però un po’ di posti di lavoro qui, un po’ di posti di lavoro lì, è così che si rilancia l’economia.

 

Acqua calda dalle centrali elettriche. In Italia la maggior parte dell’energia elettrica è prodotta dalle centrali a turbogas. Poiché sono meno ingombranti e più pulite, spesso sono state costruite più vicine alle zone industriali e alle città. Diventa quindi più facile usare l’acqua che è servita per raffreddare questi impianti, che si trova alla temperatura di 80/90° C., per diversi usi civili. Per scaldare case, uffici, serre o in qualche processo industriale. La maggior parte della distanza verrà percorsa dall’acqua in tubi di grande diametro, interrati e isolati, con una minima dispersione del calore. Poi l’acqua verrà distribuita agli utilizzatori, per esempio agli impianti centralizzati dei condomini. A questo punto i bruciatori potranno essere spenti, con un conseguente risparmio di combustibile. Questa soluzione è la più virtuosa che si possa immaginare, perché risolve il problema dell’energia diminuendone il fabbisogno invece di produrne di nuova. Essa è conveniente anche dal punto di vista economico, perché risparmia il costo del combustibile. Per esempio a Torino la cogenerazione di calore ed elettricità ha portato il rendimento di due centrali elettriche all’85%. Però di solito questa soluzione è stata rifiutata, e si è preferito costruire degli impianti eolici e fotovoltaici, che hanno costi enormi e producono dell’energia in una forma quasi del tutto inutilizzabile. La proposta è quella di un piano nazionale per usare l’acqua calda delle centrali, che si pagherebbe da solo con quello che farebbe risparmiare.

 

Interventi minimi antisismici. Quasi tutto il territorio italiano, Nord, Centro e Sud, è a rischio sismico. Molte faglie lo attraversano. E’ a rischio anche la pianura padana, e i terremoti di una certa gravità si succedono ogni circa dieci anni. I danni sono sempre molto gravi. Specialmente in montagna i muri delle case sono spesso costruiti con i sassi, tenuti insieme da una malta povera. E dopo ogni terremoto i cumuli di macerie sono sempre gli stessi, come se non si potesse fare nulla per prevenirli. Le norme anti sismiche non mancano, ma sono poco rispettate. Gli edifici crollati o gravemente lesionati dimostrano non era stata adottata alcuna misura preventiva. Addirittura abbiamo visto un paese nell’isola di Ischia semidistrutto da un terremoto del quarto grado! Sicuramente tutte queste case crollate erano state costruite o restaurate nel dopoguerra, e altrettanto sicuramente non avevano adottato nemmeno le misure minime. Alla fine ci sono le vittime, le solite immagini di macerie e le ingenti spese dello Stato per la ricostruzione. La proposta è di obbligare i proprietari di edifici che non hanno provveduto, ad adottare le misure stabilite da tecnici qualificati, e che possano essere attuate anche senza un restauro completo (tiranti per collegare le pareti, misure per rafforzare gli angoli ecc.), stabilendo un termine che potrebbe essere di 5 anni per il progetto e di altri 5 per l’esecuzione del lavoro. Per gli inadempienti dovrebbe essere prevista una sanzione, che potrebbe essere uguale alla metà del costo dell’intervento. Oltre ai minori danni e costi, ci sarebbero anche delle occasioni di lavoro per le imprese.

 

Iniziative per lo sviluppo dell’Africa. Negli ultimi anni un’immigrazione incontrollata ha portato in Italia 5 o 6 milioni di persone, per lo più provenienti dall’Africa. Metà di queste lavorano, imparano la nostra lingua e cercano di integrarsi. Altrettanti però non hanno nulla con cui vivere, fanno la fame o vivono di attività illegali, e costituiscono un grosso problema sociale. Bisogna cercare di trasformare questo problema in una opportunità. Sia rilanciando l’economia per creare nuove occasioni di lavoro, sia adottando verso i paesi africani delle politiche che siano veramente finalizzate allo sviluppo (anziché usare gli aiuti allo sviluppo per costringere questi paesi a politiche anti sviluppo!). Ma cosa bisogna fare perché l’economia africana si metta in moto? La formula del benessere, che ha funzionato dovunque sia stata applicata, è questa: istruzione tecnica e scientifica, economia di mercato e libertà. Oggi ci sono molte associazioni umanitarie che costruiscono scuole e ospedali, per lo più nelle zone rurali. Ma bisognerebbe preoccuparsi anche della popolazione che vive nelle città, e aprire scuole di istruzione media per formare elettricisti, idraulici, ragionieri, geometri, agronomi ecc. Queste e altre competenze tecniche sarebbero preziose in Africa, aiuterebbero la crescita e attirerebbero investimenti stranieri. Poi bisogna favorire il commercio. Sia costruendo vie di comunicazione (sono molto rare in questo continente le buone strade e le ferrovie), sia creando le “infrastrutture” normative adatte a favorire le attività produttive e commerciali e a tutelare la proprietà privata. Ma le leggi devono essere adattate alla situazione di questi paesi ancora poco sviluppati, in modo che siano realmente applicabili. Mettere il timbro dello Stato sui titoli di proprietà significherebbe anche rendere disponibile un’enorme quantità di capitale morto, che potrebbe essere usato per chiedere prestiti alle banche allo scopo di finanziare delle iniziative economiche. Ma servirebbe anche ad evitare che i terreni migliori vengano espropriati con la forza dalla speculazione o dalla criminalità. Infine la libertà, il cui presupposto è la libertà dai bisogni, che si ottiene proprio con la crescita economica. Più in generale, se vogliamo che i paesi dell’Africa comincino a crescere, dobbiamo aiutarli a darsi tutte quelle infrastrutture, fisiche e amministrative, che sappiamo essere necessarie a casa nostra. Dopo potremo andare anche oltre, portando avanti dei progetti per risolvere qualche problema particolare o per creare delle nuove opportunità economiche. Per esempio realizzare un’idea per produrre carne a basso costo e in maniera sostenibile, come quella descritta nel paragrafo seguente. L’economia africana è poco sviluppata; ma proprio perché gli africani hanno ancora molti bisogni fondamentali insoddisfatti, l’Africa ha davanti a sé un lungo periodo di robusta crescita economica. Infatti sono proprio i bisogni primari che trascinano con più forza i consumi. Tutto quello che bisogna fare è creare le infrastrutture minime per i trasporti e il commercio, ed eliminare gli impedimenti alla crescita, come le tante leggi e regolamenti non necessari o inapplicabili. A questo punto la crescita verrà da sola. L’Italia può aiutare l’Africa a crescere, e nello stesso tempo cogliere qualche opportunità. Può sviluppare delle attività in loco, fornire know-how e attrezzature, costruire opere pubbliche. E gli immigrati che conoscono la nostra lingua possono fare da tramite e diventare uno dei motori di un lungo periodo di crescita e sviluppo.

 

Carne a basso costo e a basso impatto ambientale. L’idea risale all’ormai lontano 1992 e proviene da un biologo molto noto, il prof. Edward O. Wilson. Questo scienziato ha lavorato per molti anni in Sud America nel bacino amazzonico, e vedeva che sempre nuovi tratti di foresta venivano abbattuti per ricavarne terreni da pascolo. Egli sapeva che lì vivono sette specie di tartarughe appartenenti ad un unico genere, tutte molto ricercate per la loro carne e per questo intensamente cacciate. Sono tartarughe acquatiche e vegetariane a crescita rapida, la più grande delle quali, Podocnemis expansa, raggiunge i 50 chili di peso e quasi il metro di lunghezza. Il professor Wilson propose di allevarle in bacini chiusi e di alimentarle con piante acquatiche raccolte in paludi vicine o con frutta di scarto, sostenendo che avrebbero reso 400 volte più carne per ettaro rispetto agli allevamenti di bovini allo stato brado (vedi “La diversità della vita” – BUR Rizzoli editore  – anno 2009 – pag. 404 / 405). Questa idea però, contenuta in un libro che è divenuto un classico dell’ambientalismo, non è mai stata raccolta da nessuno, forse perché in Sud America non c’è interesse per una produzione di carne alternativa. Però va bene per l’Africa, e forse anche per il Sud Est asiatico. In Africa il fabbisogno di carne è in gran parte soddisfatto dalla caccia agli animali della foresta. Con la crescita demografica dell’ultimo secolo, però, la pressione sulla fauna selvatica è diventata insostenibile. Per rifornire i mercati cittadini vengono cacciati anche scimpanzé e gorilla, i nostri parenti più prossimi nel regno animale, che per questo sono stati decimati. Ma tra le prede che vengono cacciate ci sono anche delle tartarughe. La proposta è di incaricare dei biologi che lavorano in Africa di individuare una specie adatta e di studiarne le condizioni di vita fino ad arrivare ad un prototipo di allevamento. Bisognerebbe anche scegliere una località in cui le condizioni geografiche e il contesto generale siano favorevoli. Potrebbe essere un paese affacciato sul lago Vittoria, dove è diffuso il giglio d’acqua, una pianta a rapida crescita che impedisce il passaggio della luce e impoverisce l’ambiente sottostante. Una volta creati i primi allevamenti, questi potranno essere replicati dovunque ci siano le condizioni, e in particolare nell’Africa occidentale ricca di foreste, paludi e corsi d’acqua, ma povera di terreni da pascolo. La validità di simili allevamenti è stata già dimostrata per i coccodrilli e i caimani. Il mercato richiede la pelle di coccodrillo per farne scarpe e borse, e fino a poco tempo fa la domanda era soddisfatta dalla caccia di frodo, che però aveva ridotto ad un decimo il numero di questi rettili. Ma da quando sono stati creati gli allevamenti, il bracconaggio è stato messo fuori gioco e i coccodrilli e i caimani che vivono allo stato selvatico sono tornati ai valori originari. Per questi allevamenti le uova vengono raccolte nei nidi dei rettili che vivono allo stato selvatico. Ma per le tartarughe potrebbero essere allevati degli esemplari a scopo riproduttivo. Anzi, forse le uova potrebbero essere prodotte anche per il consumo diretto. Ma, oltre alla carne, si potrebbe ottenere un altro prodotto di grande valore, il guscio o carapace, che  renderebbe questi allevamenti ancora più convenienti dal punto di vista economico. La scelta della specie da allevare dovrebbe quindi tenere conto anche di questo fattore. Il guscio di tartaruga è un materiale straordinario, ma che da molto tempo non è più presente sul mercato. Solo per darne un’idea, una volta con la “tartaruga” si facevano le montature per gli occhiali, i pettini più belli o i plettri per le chitarre, che ne imitano ancora il colore caldo e variegato. E’ un materiale tenace e robusto (altrimenti non si potrebbero fare i denti dei pettini), ma facile da lavorare e da lucidare. E’ persino più bello dell’ambra, ma molto più versatile. Se ne potrebbero ricavare anche delle tavolette di una certa dimensione per oggetti di pregio di ogni tipo: cofanetti, abat-jour, cruscotti per auto di lusso ecc. L’unico limite è la fantasia. Un esempio sono i due pettinini che sono serviti per la grafica di questo sito. Gli originali erano in osso, ma sarebbero molto più belli in tartaruga! Per questo materiale e per questa oggettistica di lusso c’è un mercato immenso: l’intero mercato mondiale. Quindi con questi allevamenti, facili da replicare e da gestire, si potrebbero ottenere questi risultati:

  • Produrre carne pregiata a basso costo, in qualsiasi quantità, con un impatto ambientale limitato;
  • Alleggerire la pressione della caccia sugli animali della foresta;
  • Rifornire il mercato mondiale con un prodotto di grande pregio e di grande valore economico;
  • Creare dal nulla un intero nuovo settore di attività artigianali a impatto zero.

 

 

Siamo ancora impantanati nella crisi più grave e più lunga del dopoguerra, aggravata da una immigrazione incontrollata che ha creato problemi sociali che credevamo di aver superato, come l’accattonaggio. Però l’Italia ha delle opportunità che molti altri paesi non hanno: un mercato estero quasi infinito per i suoi prodotti di qualità e il più grande patrimonio storico e artistico del mondo. Ma dobbiamo migliorare la nostra immagine e spendere meglio le  risorse di cui disponiamo, per esempio investendo di più nella ricerca scientifica. Ma possiamo anche aiutare l’Africa a crescere, e la  nostra stessa economia ne otterrebbe dei benefici. Questa lista di proposte è indirizzata a tutto il mondo della politica. Se mai venissero realizzate, esse rilancerebbero a tal punto la nostra economia, che nessuno riuscirebbe più a fermarla per almeno trent’anni.

 

Ferrara, 25 ottobre 2017