LA STRATEGIA PER USCIRE DALLA CRISI ECONOMICA

 

La crisi economica in cui siamo precipitati dura ormai da più di dieci anni. Essa ha gravemente impoverito tutto il paese. La disoccupazione è raddoppiata, con dati devastanti per quanto riguarda i giovani: un terzo di essi sono disoccupati, la metà nel Meridione. Una crisi ancora più grave perché è capitata in anni di forte crescita dell’economia mondiale.

Con la crisi sono aumentati anche il debito pubblico e le tasse. Inoltre la disoccupazione è stata aggravata dall’invasione, perché molti degli immigrati che hanno trovato un lavoro lo hanno sottratto ai residenti.

Però arginare l’invasione non basta. Bisogna anche far ripartire l’economia per creare molti nuovi posti di lavoro, sia per gli italiani che per gli immigrati. E per farlo bisogna prima di tutto correggere la politica energetica degli anni passati e poi rilanciare i nostri prodotti di qualità e il turismo.

 

La politica energetica

 

La causa principale della crisi economica è stata la politica energetica basata sulle rinnovabili, scelte come alternativa ai combustibili fossili allo scopo di diminuire le emissioni di anidride carbonica e il conseguente surriscaldamento del pianeta.

A prevedere un grande aumento della temperatura globale entro la fine del secolo in conseguenza delle emissioni di anidride carbonica è stato l’IPCC, l’ente dell’ONU che si occupa del clima. Esso ha delineato diversi scenari nei quali l’economia cresce sempre. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 2100 il volume dell’economia nell’ipotesi minima quadruplica e in quella massima aumenta di 18 volte. Ma se cresce l’economia, cresce il consumo di energia. Se cresce il consumo di energia, cresce il consumo dei combustibili fossili. Infine, se aumenta il consumo dei combustibili fossili aumentano, sempre nella stessa misura, le emissioni di anidride carbonica. E dato che molti scienziati hanno collegato l’aumento della temperatura degli ultimi decenni alle emissioni antropiche di questo gas serra, una forte crescita dell’economia provocherà il surriscaldamento del clima con effetti catastrofici. Da qui la necessità di sostituire i combustibili fossili.

A prima vista questo discorso sembra plausibile. In realtà, se prendiamo per buona l’affermazione che un aumento dell’anidride carbonica atmosferica fa aumentare la temperatura globale, tutti gli altri passaggi di questo ragionamento sono smentiti da quello che sta accadendo. Inoltre le rinnovabili non sono in grado di sostituire le centrali elettriche e quindi di diminuire le emissioni di gas serra.

Innanzitutto il presupposto di una crescita sostenuta che prosegue all’infinito non è realistico, e lo stesso vale per i consumi energetici. Nel 1980 nei paesi sviluppati la produzione dei beni materiali ha raggiunto i limiti del mercato e nel complesso ha smesso di crescere. Da allora a crescere sono quasi solo i servizi, tanto che oggi essi occupano i tre quarti dell’economia e continuano ad espandersi. Ma i servizi, essendo beni immateriali, comportano consumi di energia molto più ridotti. Inoltre essi soddisfano dei bisogni meno fondamentali e quindi trainano l’economia con meno forza. Infine è venuta meno anche la spinta della crescita demografica. Con il risultato che dal 1980 la crescita del PIL si è quasi fermata (ma aveva già rallentato nel corso degli anni Settanta). La frenata è stata ancora maggiore per i consumi energetici, che per quasi tutti gli anni Ottanta sono rimasti stabili. Poi negli anni Novanta hanno ripreso a crescere, ma al ritmo più lento dell’1% annuo.

Per quanto riguarda i paesi emergenti, essi stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Anche loro nei prossimi anni arriveranno al punto in cui le loro economie e i loro consumi energetici subiranno un forte rallentamento. Lo dimostra la Turchia che ha appena raggiunto il livello di reddito dei paesi più sviluppati. Questo è un grandissimo risultato: la sconfitta di una povertà plurimillenaria. Ma proprio perché i principali bisogni sono stati soddisfatti, i mercati dei beni materiali che servono a soddisfarli sono stati saturati, con il risultato che la crescita economica si è quasi fermata. E questo ancora una volta dimostra che l’attuale trend di crescita degli emergenti non continuerà all’infinito, ma solo fino a quando anch’essi avranno raggiunto lo stesso alto livello di vita. E dato che, a secondo del loro stadio di sviluppo, essi si trovano, quasi tutti, al punto in cui noi eravamo negli anni Cinquanta Sessanta e Settanta, nel giro di 10, 20 o 30 anni anche lo loro crescita è destinata a rallentare fin quasi a fermarsi.

Infine non è vero nemmeno il presupposto secondo il quale uguali consumi di energia producono sempre la stessa quantità di anidride carbonica. Dalla metà degli anni Novanta nei paesi più sviluppati molti consumi energetici sono stati trasferiti dal carbone e dal petrolio al gas naturale e alle centrali a turbogas. Le centrali a turbogas hanno un’efficienza molto più alta; inoltre a parità di calorie il gas produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Pertanto dal 1990 ad oggi, nonostante un certo aumento dei consumi energetici, nei paesi sviluppati le emissioni di gas serra sono diminuite di oltre il 20 %. Ma se consideriamo anche le conseguenze indirette della diffusione delle centrali a turbogas, la diminuzione è di circa il 50%.

Infatti fino alla metà degli anni Novanta quasi tutto il gas naturale che saliva in superficie quando si estraeva il petrolio, veniva incendiato appena usciva dai pozzi (una quantità da una a due volte superiore a quella del petrolio stesso). Questo perché il metano, il principale componente del gas naturale, miscelato con l’aria forma una miscela esplosiva. Per evitare questo pericolo fin dall’inizio delle estrazioni petrolifere il gas veniva incendiato appena usciva in superficie. Solo pochi paesi, tra cui l’Italia, da un po’ di tempo si erano dotati degli impianti per distribuirlo e utilizzarlo. Ma adesso che il metano è diventato quasi più importante del petrolio questo spreco, e le relative emissioni di anidride carbonica, sono cessati quasi del tutto.

Inoltre oggi c’è la tecnologia per estrarre il gas naturale contenuto nelle rocce argillose e impermeabili (shale gas). Questi giacimenti sono molto più grandi di quelli a gas convenzionali, che a loro volta sono almeno 3 o 4 volte più grandi di quelli del petrolio. Dopo avere imparato ad estrarre lo shale gas a costi bassi e sempre più bassi, gli Stati Uniti stanno trasferendo i loro consumi dal carbone al gas naturale e dalle loro centrali a carbone (con efficienza circa 42%) alle centrali a turbogas (rendimento quasi 60%). E stanno abbattendo le loro emissioni di gas serra di circa il 70%, tanto che negli ultimi cinque anni a livello globale esse si sono più o meno stabilizzate, mentre prima crescevano del 2,5 % all’anno.

Anche gli altri due maggiori consumatori di carbone, la Cina e l’India, hanno sul loro territorio grandi giacimenti di shale gas sfruttabili in zone deserte o semideserte. Inoltre le loro centrali hanno un’efficienza molto più bassa, forse compresa tra il 20 % e il 25 %, e quindi consumano molto più carbone e sono anche molto inquinanti. Pertanto per questi paesi è ancora più conveniente sostituirle con quelle a turbogas. Il rendimento potrebbe persino triplicare. Quindi essi avrebbero bisogno solo di un terzo del combustibile, diminuirebbero le loro emissioni di anidride carbonica anche del 90% e in più, gratis, risolverebbero il problema dell’inquinamento (le pressioni dell’Europa sull’India perché butti i suoi soldi nelle pale eoliche possono solo ritardare di qualche anno questa decisione; in ogni caso questi impianti così poco efficienti e inquinanti dovranno per forza essere rinnovati). A livello globale le emissioni di questo gas serra, dopo essersi stabilizzate negli ultimi anni, comincerebbero a diminuire forse del 3 / 4% all’anno e continuerebbero a farlo per molto tempo.

Ma per far scendere il livello dell’anidride carbonica atmosferica c’è ancora qualcos’altro che possiamo fare e già stiamo cominciando a fare. Sulla Terra ci sono in cifra tonda 10 milioni di chilometri quadrati di terreni degradati e impoveriti da migliaia di anni di agricoltura e pascolo eccessivi, che potrebbero essere rimboschiti. E recuperare e valorizzare questi terreni è molto conveniente, dato che il territorio è la nostra principale risorsa economica e ambientale. Inoltre gli alberi che piantiamo oggi continueranno a crescere, e a sottrarre anidride carbonica all’atmosfera, per molto tempo. I progetti in corso potrebbero essere intensificati, perché la nostra società ha il know how e le risorse economiche per riparare questi e altri danni prodotti dalle attività umane nel corso di migliaia di anni, rivoluzione industriale compresa.

In conclusione l’attuale robusta crescita dei paesi emergenti non durerà all’infinito e le emissioni globali di anidride carbonica, che negli ultimi anni hanno già smesso di crescere, alla fine del secolo saranno minori o molto minori di oggi, non molto maggiori. Pertanto i presupposti su cui si basa la previsione di un forte aumento della temperatura globale per la fine del secolo non sono realistici.

 

Arrestare l’impoverimento del sistema paese.

Però sono stati proprio questi presupposti irrealistici a determinare la politica energetica di questi anni, che è la vera causa della crisi economica. Infatti quando nel 2008 sono esplosi i prezzi del petrolio, l’Italia doveva importare l’85% dell’energia che consumava. Un fiume di denaro che ogni anno se ne andava all’estero e impoveriva tutto il sistema paese, pari ad almeno 3 punti di PIL. Questo perché da 15 anni erano state bloccate le estrazioni di idrocarburi, quasi tutto gas naturale, sul suolo nazionale. Ma nel momento in cui i prezzi sono aumentati di 3 / 4 volte, anche l’impoverimento del sistema paese è aumentato di altrettanto. E’ stata questa la causa della crisi, perché nessun paese può resistere ad una diminuzione annuale del PIL a due cifre!

Poi negli anni successivi la crisi economica è stata aggravata dalla spesa per le rinnovabili, che producono sì un po’ di energia, ma per lo più nei momenti sbagliati e in maniera discontinua e imprevedibile, quindi in una forma quasi inutilizzabile nonostante i loro costi spropositati. Basti dire che per eolico e fotovoltaico l’Italia sta spendendo, tra costi diretti e indiretti, 350 miliardi di Euro - oltre 200 già spesi -, praticamente in cambio di nulla! L’insistenza con cui si parla del riscaldamento globale quindi ha il solo scopo di giustificare questa politica energetica folle che, senza diminuire le emissioni di gas serra, sta provocando danni infiniti all’economia e alla società italiana. Una politica più che mai sostenuta dall’Europa, che adesso sta cercando di spingere anche l’India, per non parlare dell’Africa, a investire le sue preziose risorse economiche nelle inutili e costosissime pale eoliche.

(A questo punto bisogna chiedersi qual’é la vera ragione di questa strana politica che, con un pretesto ambientale, combatte l’unica soluzione efficace contro l’inquinamento e le emissioni di anidride carbonica. E la risposta è che molti sono convinti che la società moderna sia la causa di ogni male e che debba essere combattuta con ogni mezzo, compresa la disinformazione. Però un lavoro di vent’anni sui temi dell’ambiente e dello sviluppo è arrivato alla conclusione che la società in cui viviamo è l’unica sostenibile sul piano sociale perché è l’unica nella Storia che riesce a sconfiggere la povertà; ma, dopo la farse di crescita che porta dalla povertà al benessere, essa è anche l’unica sostenibile sul piano ambientale, come dimostrano i paesi più sviluppati che sono oggi, da ogni punto di vista, molto più sostenibili rispetto a 40 o 50 anni fa).

Quindi la prima cosa da fare per superare la crisi è abbandonare la politica energetica delle rinnovabili. Poi dobbiamo continuare a estrarre il gas naturale presente sul nostro territorio per avvicinarci il più possibile all’indipendenza energetica. Infatti diminuire le importazioni di energia significa diminuire l’impoverimento del sistema paese o, che è la stessa cosa, aumentare il PIL rispetto ad oggi. Le rinnovabili, nonostante i loro costi esorbitanti, non sono la soluzione. I problemi globali dell’inquinamento e delle emissioni di anidride carbonica saranno risolti solo quando la Cina e l’India cominceranno ad estrarre il gas presente sul loro territorio e ad usarlo al posto del carbone.

La crisi ha anche aumentato il nostro debito pubblico e le già altissime aliquote delle tasse. Un peso enorme che soffoca l’economia e che dovremmo cercare a tutti i costi di alleggerire. Ma questo è un compito tanto più difficile e, nello stesso tempo tanto più conveniente, quanto maggiore è il livello del debito. Come uscirne? Il modo più semplice è rilanciare l’economia.

 

Rilanciare l’economia

Per rilanciare l’economia e creare nuovi posti di lavoro abbiamo due grandi opportunità che molti altri paesi non hanno: i nostri prodotti di qualità e il turismo. E la crescita globale degli ultimi decenni ha creato per la nostra economia dei mercati immensi.

Alla fiera di Shangai del 2008 il padiglione italiano è stato il più visitato dopo quello cinese: per entrare bisognava fare una coda di quattro ore! E la Cina è un paese venti volte più grande dell’Italia. Perché non ne abbiamo approfittato? Da allora il volume della sua economia è più che raddoppiato. Oggi il PIL cinese sta aumentando al ritmo del 7% annuo. Se questo trend di crescita continuasse per altri 10 anni, l’economia cinese raddoppierebbe di nuovo! Quindi un mercato sterminato che ama i nostri prodotti, e basterebbe conquistarne anche solo una piccola fetta per risolvere i nostri problemi.

Ma la Cina, pur essendo il paese più grande del mondo, è solo un paese. Tutte le altre regioni del mondo sono in crescita a ritmi analoghi: Centro e Sud America, Russia, India, Sud Est asiatico e molti paesi dell’Africa. Bisogna cercare di conquistare questi immensi mercati, e per farlo è necessario intensificare l’attività di promozione dei nostri prodotti, di sostegno alle imprese che esportano, di difesa dei nostri marchi e di contrasto alle contraffazioni. Dato che questa attività è così strategica, essa dovrebbe avere la massima priorità. Dobbiamo organizzarci per fare sempre di più e sempre meglio, e arrivare almeno al livello degli altri paesi europei.

E poi dobbiamo promuovere il turismo. E’ proprio vero, abbiamo i più grandi giacimenti di arte classica del mondo. E nell’epoca in cui il mondo sta uscendo da una povertà millenaria per merito della società moderna, che ha le sue radici nella cultura classica, questa non è cosa da poco. D’altra parte che il turismo sia importante per la nostra economia non è una scoperta. Ma anche qui quello che serve è un salto di qualità, perché anche dal turismo potremmo ottenere molto di più.

Non solo la Cina, anche molti altri paesi raddoppieranno il volume della propria economia nei prossimi 10 anni. E se non saranno 10, saranno 11, 12 o 13. E anche questi, man mano che emergono dalla povertà, guardano all’Europa per cercare altre cose utili o interessanti, e scoprono i valori dell’arte e della cultura classica. Per esempio il Giappone, un paese così distante dall’Europa, ama la musica classica e l’opera italiana più dell’Italia stessa!

Ma cosa dobbiamo fare per aumentare il numero dei turisti? La prima cosa, previo accordo con i paesi più grandi, è riprogettare i principali itinerari. Questa è necessario, perché non possiamo mandare tutti i turisti in piazza S. Marco a Venezia: semplicemente non c’è spazio a sufficienza. E allora l’unica alternativa è distribuire i turisti su diversi percorsi. Per fortuna abbiamo un patrimonio diffuso in tutte le regioni italiane.

Oltre a questo, però, c’è ancora qualcos’altro che dovremmo fare per vendere meglio i nostri prodotti e il nostro turismo, ed è migliorare la nostra immagine all’estero. Sono molte le cose che potremmo fare, per lo più a basso costo, per richiamare continuamente l’attenzione del mondo sul nostro grande patrimonio di arte, di storia e di cultura. E l’Italia potrebbe proporsi come capofila di un grande progetto internazionale di ricerca sulla storia, l’arte e la cultura classica.