LA SOCIETA' MODERNA E' L'UNICA SOSTENIBILE

sia sul piano sociale che ambientale



Bisogna proteggere la società civile e aiutarla a crescere, non farle la guerra

Ancora oggi molti usano le categorie del marxismo come criteri interpretativi della realtà. Gente che si accorge che il mondo è pieno di ingiustizie: grandi differenze sociali, povertà, sfruttamento. E come il marxismo, ne attribuisce la colpa alla società moderna, dato che sono presenti nella società in cui viviamo.

Questa ideologia anti liberale, per imporre la sua visione della realtà, fa leva proprio sulla fame di giustizia, oltre che sull’invidia sociale. Ed è difficile anche solo iniziare un discorso che osi proporre qualcosa di diverso, perché si viene subito classificati come difensori dell’ingiustizia, dei privilegi, dei ricchi e dei potenti ecc.

Ma non si tratta solo di stabilire platonicamente chi ha ragione e chi ha torto. La questione è importante perché è proprio questa stessa società messa sotto accusa dal marxismo che ha liberato dalla povertà prima i paesi “occidentali”, e oggi sta ottenendo lo stesso risultato in quasi tutto il resto del mondo.

Sono molti anni che il benessere a livello mondiale non fa che aumentare, insieme con la speranza di vita, che nel 2015 ha raggiunto i 72 anni mentre nell’anno 1900 era ancora di 31. Questo indicatore non mente, e dimostra che del benessere ne beneficiano tutti. Di ingiustizie ce ne sono ancora molte ed è giusto preoccuparsene, ma esse sono prima di tutto un’eredità del passato, perché la causa principale è la povertà.

Quindi la società moderna è bella, buona e brava, nonostante tutto. Perché è l’unica che ha sconfitto la povertà abissale dei secoli passati, ed è quindi tra tutte di gran lunga la meno ingiusta. I regimi comunisti, però, le hanno sempre dichiarato guerra, tanto che, per realizzare il loro ideale di giustizia e parità sociale, hanno “sempre” distrutto le classi medie. Lenin e Stalin le hanno eliminate fisicamente uccidendo decine di milioni di persone. I regimi comunisti che sono venuti dopo, non potendo più tenere nascosti simili orrori, hanno continuato a distruggere le classi medie privandole della libertà e di ogni fonte autonoma di reddito. E poiché la classe media è il nerbo della società civile, i regimi comunisti hanno “sempre” distrutto la società civile. E non si possono nemmeno immaginare crimini e ingiustizie più grandi.

Questo discorso, però, potrebbe sembrare non più attuale. In fin dei conti esso riguarda paesi che hanno da tempo abbandonato il comunismo. E invece esso è attualissimo, perché interessa l’Italia, l’Italia di qualche decennio fa e quella di oggi.

Il nostro paese non ha mai avuto un regime comunista. Ma ha avuto il più grosso partito comunista del mondo occidentale, e anche quello che riceveva i maggiori finanziamenti dall’Unione sovietica. E il partito comunista italiano ha sfruttato tutte le possibilità offerte da un paese libero per fare il massimo danno all’economia, alle classi medie e alla società civile. E dopo il crollo dell’Unione sovietica ha solo cambiato nome, si è anche diviso, ma non ha mai abbandonato, o non ha mai abbandonato del tutto, questa politica. Un’affermazione quest’ultima che a molti non piacerà, ma a stabilire se sia vera o falsa possono essere solo i fatti.

Paradossalmente dopo la fine del comunismo in Russia, è diventato ancora più facile diffondere, non solo in Italia ma in tutto il mondo occidentale, delle idee originate dal marxismo ma non più legate a dei regimi dittatoriali. Idee che sono state fatte proprie anche da molte persone che non si considerano affatto marxiste. Inoltre sono stati strumentalizzati anche i temi ambientali, che sono diventati un altro forte argomento per mettere sotto accusa la società moderna, e per giustificare con questo pretesto delle politiche ambientali inefficaci e punitive per la società e l’economia. Eppure si può dimostrare che la società moderna è già oggi, per ragioni fondamentali, più sostenibile sul piano ambientale delle società povere che l’anno preceduta.

In particolare in Italia sono stati colpiti e indeboliti tutti e tre i pilastri su cui si fonda la moderna società del benessere, che sono l’innovazione scientifica e tecnologica, l’economia di mercato e la democrazia.

Per quanto riguarda il primo punto, l’Italia non solo spende pochissimo per la ricerca, ma poi indirizza gli investimenti verso tecnologie non ancora mature o che non hanno alcuna prospettiva. Questo è vero in particolare per il problema dell’energia, che è strategico sia per lo sviluppo che per la sostenibilità, e che è all’origine della crisi. Per quanto riguarda il secondo punto, in passato sono stati presi molti provvedimenti contro il mercato, che hanno soffocato o paralizzato interi settori dell’economia, con danni incalcolabili. Infine, dopo 70 anni dalla fine della guerra, non abbiamo ancora in Italia una democrazia compiuta, cioè con governi legittimati da una apposita votazione popolare, autonoma rispetto a quella del Parlamento.

Questa guerra incessante alla società civile e a ciascuno dei suoi pilastri ha prodotto e continua a produrre danni infiniti, senza i quali l’Italia sarebbe oggi uno dei paesi più prosperi e sviluppati del mondo.

Quello che dovremmo fare è l’esatto contrario, cioè indirizzare la ricerca e gli investimenti verso le tecnologie più promettenti, promuovere davvero la crescita economica, e dare agli elettori, come nelle democrazie che si rispettano, l’ultima parola nella scelta dei governi, sottraendola ai partiti. E questa, in buona sostanza, è anche la ricetta per la crisi.

Il problema non sono le critiche, che anzi in democrazia sono necessarie, e possono anche essere aspre. Ma il loro intento deve essere quello di stimolare la società civile e aiutarla a crescere, non di farle la guerra.

 

Sfruttamento e ingiustizie sociali

Non è vero che è lo sfruttamento la vera causa della povertà. Esso è invece prima di tutto la conseguenza delle disparità sociali, che hanno la loro origine nella “trappola della povertà”. La crescita demografica è esponenziale, e questo significa che la popolazione raggiunge sempre alla fine dimensioni astronomiche, a cui l’economia non potrà mai tenere dietro. La stratificazione della società diventa così inevitabile, e con essa la povertà assoluta di quasi tutta la popolazione. Con la società moderna è cresciuta a dismisura la produzione di beni materiali, e poiché la principale causa delle ingiustizie sono i bisogni primari insoddisfatti, già solo per questo il tasso di ingiustizia è molto diminuito. Ma questa abbondanza non è dovuta ad un aumento dello sfruttamento delle persone, ma prima di tutto ad un aumento dell’efficienza permesso dall’innovazione tecnologica, ad un mercato più efficiente e ad un contesto più favorevole. Un’altra conseguenza della crescita economica è l’attenuazione delle disparità sociali. Infine, quando il benessere aumenta, il tasso di natalità si riduce fino a valori di equilibrio, come è avvenuto in passato nei paesi sviluppati e sta avvenendo oggi nei paesi emergenti.

Ma la crescita economica non è mai omogenea. L’economia cresce per poli di sviluppo e linee di sviluppo: città, vie di comunicazione, regioni che crescono più in fretta, ma che poi fanno da traino alle aree più periferiche e arretrate.

Un esempio è il Brasile. Durante i recenti campionati mondiali di calcio i giornalisti italiani non hanno fatto altro che sottolineare le grandi disparità sociali presenti in questo grande paese. Ma non hanno parlato, o ne hanno parlato troppo poco, della forte crescita degli ultimi decenni, con la conseguente diminuzione epocale della povertà, testimoniata dal continuo aumento della speranza di vita. Un aumento che riguarda la generalità della popolazione, e non solo una minoranza privilegiata.

Pensare, come fa il marxismo, che questa crescita economica disomogenea sia la causa dello sfruttamento e delle ingiustizie sociali, e cercare per questo di fermarla, è l’errore più grande che si possa fare. Significa prolungare all’infinito la povertà, che è la vera causa di tutti i mali e di tutte le ingiustizie.