A CHI E' INTERESSATO

Tre proposte per il recupero di pezzi importanti dell’arte e della cultura classica, che avrebbero ricadute positive anche per la nostra economia.



La crisi economica, oggi aggravata dalla pandemia, dura ormai da 12 anni e non dà segni di recedere. Essa è stata causata dal rifiuto di tutte le principali tecnologie sviluppate in questi anni, che potrebbero invece risolvere quasi ogni nostro problema. Ma la condanna della società moderna e una campagna di disinformazione che dura da decenni ci impediscono di usarle. Adesso un’altra grande meraviglia tecnologica, che abbatterà i consumi di energia e ancora di più le emissioni di anidride carbonica, sta per partire: verrà criminalizzata anche l’auto elettrica?
In Italia però non abbiamo solo le nuove tecnologie. Proprio negli anni che per noi sono stati della crisi, il resto del mondo ha conosciuto una crescita straordinaria. Oggi la nostra è un’economia sempre più piccola all’interno di un mercato sempre più grande, e ci basterebbe conquistarne anche solo una piccola fetta per risolvere i nostri problemi.
I paesi emergenti, con la parentesi speriamo breve della pandemia, stanno sconfiggendo la povertà per avere adottato la società moderna, che ha le sue radici nella cultura classica. Però siamo proprio noi, piccolo paese, ad avere i più grandi giacimenti di arte e di cultura classica del mondo.
Già questa è una grande opportunità che dobbiamo sfruttare sempre meglio. Ma non è ancora tutto, perché solo noi in Italia possiamo recuperare altri pezzi importanti della classicità considerati perduti e che per il loro valore universale interessano tutto il mondo. Queste operazioni di recupero dovremmo comunque farle per il loro valore intrinseco, ma esse otterrebbero anche il risultato di migliorare la nostra immagine all’estero e di aiutarci a vendere i nostri prodotti di qualità e il nostro turismo.
Queste proposte sono indirizzate a tutti. A chi è al governo, se per caso fosse interessato, e a chi sta all’opposizione, che potrebbe sostenerle se le ritenesse utili.


Cercare la tomba di Alarico.
Una prima cosa che solo noi in Italia possiamo fare è cercare la tomba di Alarico. Nell’anno 410 i Visigoti di Alarico, nel pieno dell’estate e in soli tre giorni, hanno saccheggiato la città di Roma. In questo breve lasso di tempo questa tribù, finora relegata ai confini dell’impero, è riuscita ad entrare nella città eterna, ha preso il controllo dei punti strategici, ha forzato le porte dei templi e delle residenze più ricche e ne ha depredato i tesori. Poi i carri trainati da buoi con il loro carico prezioso sono usciti lentamente dalla città e infine se ne sono andati anche i guerrieri che la presidiavano.
Gli assalitori hanno avuto poco tempo, e in queste ore concitate, lavorando anche di notte e nel semibuio, non hanno potuto selezionare quello che caricavano sui carri. Il loro criterio deve essere stato: “Se è qui, deve essere qualcosa di grande valore; lo prendiamo e poi vedremo meglio che cos’è”. Catturarono anche degli ostaggi per evitare di essere inseguiti e se ne andarono il più in fretta possibile. Si diressero verso Sud, arrivarono in Calabria in autunno e per svernare si accamparono ai piedi della città di Cosenza.
Adesso finalmente potevano esaminare il loro bottino: da una parte l’oro e l’argento e dall’altra tutto il resto. “Il resto” erano tanti oggetti più o meno ingombranti di grande valore simbolico (trofei di guerra, simboli del potere romano, cimeli di ogni genere e svariati oggetti d’arte), ma all’epoca di nessun valore economico. I Visigoti erano un popolo nomade: si sarebbero portati dietro tutta questa paccottiglia?
Nel frattempo era morto il loro re Alarico. Ecco quindi a cosa sarebbero serviti quei cimeli: avrebbero arricchito la tomba del loro valoroso condottiero!
Questo significa che in questa tomba non troveremo di certo le 70 tonnellate d’oro e le 150 d’argento di cui parlano gli storici, ma molti oggetti di grandissimo valore storico e artistico e forse alcuni anche di interesse scientifico. Oggetti della civiltà classica finiti a Roma come bottino di guerra a seguito delle conquiste del mondo greco - ellenistico. Ecco perché questa sarebbe la scoperta archeologica più importante di ogni tempo!
Quello che si può dire di sicuro è che questa tomba sicuramente esiste, si trova sotto il letto di un fiume della zona e non è mai stata scoperta. E per trovarla adesso ci sono strumenti come i georadar e i magnetometri, che sono sempre più potenti, economici e facili da usare.
Nei dintorni di Cosenza non ci sono molti fiumi, ma tra i pochi candidati ce n’è uno che dovrebbe avere la precedenza. Se negli ultimi 1600 anni il suo corso fosse rimasto invariato, sarebbe sufficiente montare questi strumenti su di un piccolo catamarano e poi metterli in funzione mentre viene trasportato dalla corrente. Se invece il percorso del fiume fosse cambiato, bisognerebbe individuarlo. Questa è quindi una ricerca che si può fare (e che a quest’ora qualsiasi altro paese avrebbe già fatto).
La scoperta di questa famosa tomba attirerebbe per molti anni l’attenzione di tutto il mondo sul nostro Paese. E, in un’epoca in cui l’immagine è tutto, essa darebbe una forte spinta al turismo e ai nostri prodotti di qualità, mentre i costi e le difficoltà dell’operazione sarebbero irrisori. Vedi anche l’articolo: CACCIA AL TESORO DI ALARICO


Riscoprire la grande musica dimenticata.
La musica classica porta questo nome anche se è stata sviluppata in epoca moderna. Essa ha comunque delle radici antiche, che si estendono in profondità fino all’epoca greco- romana. Sono la musica gregoriana, la tradizione di registrare per iscritto i motivi musicali e l’organo a canne.
Dopo il crollo dell’impero romano e a partire dalla musica monodica gregoriana, già però ricchissima di motivi, l’arte della musa Euterpe è stata a poco a poco sviluppata nel corso dei secoli fino ai suoi massimi livelli raggiunti nella seconda metà del Settecento. Allora l’Italia era all’avanguardia in tutti i settori della musica. Le capitali musicali dell’Europa erano Venezia, Roma e Napoli. Però proprio questo periodo, il più alto della musica di ogni tempo, è stato stravolto da un’operazione sciagurata che aveva lo scopo di esaltare i musicisti germanici e oscurare tutti gli altri.
E’ uscita qualche anno fa l’opera in due grossi volumi intitolata “Mozart - la caduta degli dei” di Luca Bianchini e Anna Trombetta, stampata da Youcanprint. Questi due studiosi, sulla scorta di una conoscenza profonda della documentazione e della saggistica in materia, hanno ricostruito la biografia del salisburghese e ne hanno analizzato la produzione musicale.
M non ha mai frequentato scuole di alcun tipo, nemmeno di musica. L’unico suo insegnante in tutto è stato suo padre, che però nel campo della musica era un autodidatta. I documenti riguardanti l’esame sostenuto a Bologna presso la scuola di Padre Martini dimostrano che a 14 anni M non sapeva nulla di composizione, perché suo padre non era stato capace di insegnargliela. Ma anche dopo non ha mai avuto insegnanti di musica. Ma allora come ha fatto a comporre le straordinarie sinfonie che gli sono state attribuite? Se anche fosse stato il più grande genio dell’universo, ma non lo era, come avrebbe fatto ad inventarsi tutti i progressi di quest’arte dall’anno zero della civiltà fino al 1770?
Del resto quando era in vita M non è mai stato considerato un musicista importante. In realtà era un plagiario sistematico. Ha legato il suo nome a 155 composizioni musicali. Per alcune di queste ci sono le copie di lavoro, ne parla nelle sue lettere e siamo sicuri che sono sue. Ma si tratta di cose di scarso valore, portate avanti con fatica e a volte lasciate incompiute. Il resto sono dei plagi.
Alcuni decenni dopo la sua morte è stato creato il mito del genio e, prima per ragioni commerciali e poi nazionalistiche, gli sono state attribuite molte altre composizioni, rubate ad altri autori quasi tutti italiani, fino a superare il migliaio.
Oggi questo numero si è ridotto a 600, e questo significa che più di 400 sono già state riconosciute dalla critica come non sue. Ma anche quelle che restano non sono state composte da lui. Per esempio chi scrive, che non è un esperto di musica, si trova in casa un CD con le sinfonie n. 40 e 41“Jupiter”. Lo spartito della Jupiter è stato rinvenuto senza nome nel fondo Luchesi, proveniente da Bonn e conservato a Modena.
Andrea Luchesi è stato uno dei musicisti più importanti della sua epoca e ha lavorato per vent’anni a Bonn dove è stato anche il maestro di Beethoven. Le annotazioni sulla copia manoscritta dimostrano che la Jupiter è stata scritta da un musicista di questa città. Inoltre essa ha molti punti di contatto con la n. 40 e la n. 39, che quindi probabilmente sono state composte dalla stessa mano.
Di chi è questa mano? Data la straordinaria qualità di queste composizioni, che M con la sua formazione approssimativa non poteva nemmeno avvicinare, esse devono essere state composte da uno dei musicisti più importanti del tempo. E poiché il manoscritto si trova nel fondo che porta il suo nome, l’unica attribuzione ragionevole è ad Andrea Luchesi. Infine queste sinfonie sono riconoscibilmente simili all’ouverture dell’Ademira. Un’Opera scritta da Luchesi e che non gli può essere rubata perché non si può sottrarre al suo autore una composizione così complessa per attribuirla a qualcun altro.
La sottrazione di una composizione musicale al suo autore per attribuirla a qualche musicista germanico, non solo a M ma anche ad Haydn (incolpevole) e ad altri, è stata ripetuta molte centinaia di volte, forse migliaia. L’esaltazione della musica germanica è stata anche uno dei pilastri della propaganda nazista. Il risultato di questa operazione sciagurata non è solo che un musicista di quart’ordine è stato trasformato in un grande genio musicale, ma che la storia del periodo più alto della musica di ogni tempo è stata stravolta.
Quasi tutti i principali musicisti dell’epoca sono stati oscurati. I più penalizzati sono stati i maestri italiani, dato che quella italiana era allora la tradizione musicale di gran lunga più importante. Ne rimane un ricordo nelle parole presenti sugli spartiti, che sono ancora in italiano. Nel ‘700 e fino alla prima metà dell’800 i musicisti italiani ricoprivano quasi tutti i principali incarichi nelle più importanti città o corti europee. Lì hanno creato delle scuole e hanno diffuso la loro arte nel resto dell’Europa. Ma adesso sono quasi tutti dimenticati e le loro composizioni sono state attribuite a chi non le ha scritte.
Per esempio quello che era considerato il principale musicista della sua epoca, Muzio Clementi, ha scritto almeno 21 tra Sinfonie e Ouverture, ma se ne conoscono solo otto (molto meno di quelle attribuite a M e Haydn!). Ma anche queste, almeno in Italia, non vengono mai eseguite. Così come non viene quasi mai eseguita la musica di Viotti, Salieri, Cherubini, Porpora e tanti altri.
Prima della comparsa della società moderna gli Stati intraprendevano delle guerre di conquista per assoggettare altri paesi e ridurli a colonie. E quando potevano facevano incetta di opere d’arte (e anche qui il paese più derubato è stato l’Italia, data la ricchezza del suo patrimonio). E’ stata proprio questa mentalità, nazionalista, razzista e predatoria, che ha portato alle due guerre mondiali. Ma è anche la mentalità che ha portato all’esaltazione dei musicisti germanici a scapito di tutti gli altri.
Nella società di oggi, però, questi atteggiamenti non dovrebbero più avere cittadinanza. E quindi tutti dovrebbero collaborare per riscrivere la storia della musica europea e recuperare quella dimenticata. Anche gli studiosi tedeschi, che del resto hanno già dato il principale contributo alla revisione critica delle opere di M.
Molti manoscritti sono andati perduti e molti altri non potranno più essere attribuiti ai loro veri autori; ce ne sono però ancora molti altri negli archivi che possono essere recuperati. Tra gli archivi storici da digitalizzare ci sono quindi anche quelli musicali (vedi più avanti). Ma bisogna evitare di ricadere nei nazionalismi, perché le tradizioni musicali dei diversi paesi non possono più essere separate: oggi si può parlare solo di musica europea.
Questa importante operazione culturale potrebbe sfociare nella compilazione di un pacchetto di qualche centinaio di CD da pubblicare con il titolo “La musica più bella del mondo da tanto tempo dimenticata”. Questa iniziativa dovrebbe essere sostenuta dai nostri Governi, perché migliorerebbe l’immagine all’estero del nostro Paese con positivi riflessi sull’economia. Possiamo invadere il mondo con la musica più bella del mondo, quasi tutta italiana, da tanto tempo dimenticata. Perché non lo facciamo?


La villa dei papiri.
All’inizio del Settecento, scavando dei pozzi per l’acqua, è stata scoperta ai piedi del Vesuvio la villa dei papiri. Per tutta la prima metà del secolo questa grande villa romana è stata esplorata alla ricerca di tesori scavando dei cunicoli. Il re Carlo di Borbone promuoveva queste ricerche allo scopo di arricchire le sue collezioni. Ma nell’anno 1752, oltre alle statue e ai mosaici, furono scoperti anche centinaia di rotoli di papiro carbonizzati.
Già le scoperte coeve di Pompei, di Ercolano e di molte ville romane avevano dato lustro e fama al Regno delle due Sicilie, diventato da poco uno stato indipendente. Ma la scoperta di questi antichi rotoli aveva attirato sulla città di Napoli l’attenzione dell’intera Europa.
Tutti speravano che in questi papiri ci fossero delle opere famose dell’antichità considerate perdute. Ma intanto, prima di accorgersi che questi oggetti cilindrici più o meno deformati, sepolti nella malta che riempiva le stanze, erano papiri carbonizzati e non legna da ardere, c’era voluto un po’ di tempo. Al momento della scoperta molti rotoli erano già stati distrutti dall’eruzione del Vesuvio e molti altri erano stati dispersi dagli scavatori. Altre decine andarono perduti nei primi tentativi di svolgerli e di leggerli.
I tentatici di svolgere e leggere i rotoli di papiro erano iniziati subito. Il re e la regina erano talmente interessati che spesso assistevano di persona a queste operazioni. Ma le tecniche erano ancora approssimative. Era la prima volta, infatti, che si tentava di leggere degli antichi papiri, per di più molto fragili e deperibili. Se è pur vero che col tempo gran parte di questi scritti sono stati recuperati e poi pubblicati, è anche vero che in queste prime fasi sono state causate molte perdite e danni irreparabili.
Ma cosa conteneva questa biblioteca? Per lo più opere di filosofi epicurei. L’autore più rappresentato è Filodemo di Gadara (110 / 35 a C.), di sui si sapeva che era amico di Lucio Calpurnio Pisone suocero di Giulio Cesare, e che aveva soggiornato nella sua villa in Campania. Quella dei papiri, quindi, era quasi sicuramente la villa dei Pisoni.
Anche se il lavoro continua e altre scoperte sono ancora possibili, finora il testo più importante che è stato scoperto è l’opera principale di Epicuro “Sulla Natura”. Ma anche questa è stata recuperata in forma incompleta e frammentaria (vedi il libro da poco pubblicato “La villa dei papiri. Una residenza antica e la sua biblioteca” - Editore Carocci).
Quindi questa biblioteca, fin dal ‘700, ha deluso molte aspettative. Però la speranza di trovarne un’altra più interessante, non monotematica ma generalista, non è svanita. E l’unico luogo al mondo in cui se ne potrebbe trovare una è proprio il tratto di costa compreso tra il Vesuvio e il mare.
E’ lì che sono state scoperte la città di Ercolano, la confinante villa dei papiri e altre importanti ville romane. Per esempio ad Oplonti c’è quella di Poppea Sabina (seconda moglie dell’imperatore Nerone e da lui uccisa 14 anni prima dell’eruzione del Vesuvio). Ville in gran parte ancora da scavare o, come la stessa villa dei papiri, non esplorate completamente. Del resto anche la città di Ercolano è stata scavata solo per il 15 / 20%.
Questo tratto di costa era il più ambito dalle grandi famiglie romane, sia perché affacciato sul mare, sia perché offriva da una posizione un po’ rialzata una visione panoramica su tutto il Golfo. I ricchi romani trascorrevano diversi mesi all’anno nelle loro ville dove, liberi da altri impegni, avevano più tempo da dedicare alla lettura. Per questo alcune di esse avevano una biblioteca. Inoltre questo territorio è stato investito dal flusso piroclastico, che con i suoi gas caldissimi ma privi di ossigeno ha incenerito tutti i materiali organici, senza però bruciarli e distruggerli come a Pompei.
Quindi almeno in teoria è ancora possibile trovare un’altra biblioteca di rotoli carbonizzati e scoprire delle opere importanti, di carattere storico, letterario o scientifico, considerate perdute. Inoltre oggi, con due secoli e mezzo di esperienza alle spalle, tutti i rotoli scoperti potrebbero essere letti senza i danni e le perdite del passato.
Le indagini archeologiche in questa area dovrebbero quindi proseguire ed essere intensificate. Anzi, esse dovrebbero avere la massima priorità strategica, perché la scoperta di un’altra biblioteca, oltre a restituirci qualche antico capolavoro, come già nel ‘700 richiamerebbe l’attenzione del mondo sulla città di Napoli e sul suo immenso patrimonio di arte e cultura classica. Con benefici effetti, diretti e indiretti, sulla sua stessa economia.


Digitalizzare gli archivi storici.
Ci sono però ancora alcune altre cose che possiamo fare per recuperare delle opere dell’antichità considerate perdute. Infatti il nostro paese forse possiede anche il più importante patrimonio archivistico del mondo.
Però i documenti d’archivio non sono facilmente accessibili. Oggi per trovarli bisogna sapere che esistono e conoscere il loro indirizzo di catalogo. Ma per quanto riguarda i manoscritti, non sempre la voce di catalogo è rappresentativa del contenuto. E così molti documenti importanti potrebbero rimanere nascosti.
E poi c’è l’esigenza di mettere al sicuro una volta per tutte questi preziosi manoscritti. Dato che si tratta di oggetti unici, se il supporto fisico di carta o pergamena viene distrutto, da incendi, furti, umidità, insetti ecc., viene perduto per sempre anche il suo contenuto.
La soluzione è digitalizzarli. Qualcuno lo sta già facendo, ma manca ancora un piano nazionale per digitalizzare in maniera sistematica tutti i nostri archivi storici più antichi e importanti e per metterli su internet in un portale unico a disposizione degli studiosi di tutto il mondo (e tra gli archivi da digitalizzare ci sono anche quelli degli spartiti musicali).
Poi si potrebbe allargare il discorso. L’Italia potrebbe farsi capofila di un progetto internazionale per aiutare gli altri paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente a digitalizzare e mettere in salvo i loro archivi storici. Purtroppo le guerre recenti o in corso in Iraq e in Siria hanno già fatto molti danni. Ma proprio questi eventi tragici dimostrano quanto sia urgente mettere in salvo le biblioteche e gli archivi storici di questi paesi.
In epoca ellenistica la Siria e l’Iraq facevano parte del regno dei Seleucidi, altrettanto importante di quello egiziano dei Tolomei, ma meno conosciuto e famoso. In compenso al posto dei papiri venivano usate come materiale scrittorio le tavolette d’argilla che si conservano molto meglio, tanto che gli archeologi hanno trovato numerose biblioteche, che datano dalle più antiche civiltà mesopotamiche all’epoca ellenistica. Anche lì potrebbero essersi conservate molte opere importanti di carattere storico, letterario o scientifico. E con la guerra in corso molti di questi documenti rischiano di andare perduti.


Il salvataggio di parti importanti del nostro patrimonio di arte e di cultura non è altro che il recupero delle nostre tradizioni, della nostra storia e della nostra stessa identità, e per questo troverà sempre nel Paese un ampio consenso. Ma ci saranno anche delle ricadute positive per la nostra economia, che andrebbero ad aggiungersi ai benefici dell’innovazione tecnologica e a quelli di una politica energetica fondata sulla realtà e non su finzioni ideologiche (vedi le PROPOSTE PER RILANCIARE L’ECONOMIA).
Possiamo rilanciare la nostra economia e superare una crisi economica che dura da 12 anni, non stravolgendo l’ambiente o svendendo il nostro patrimonio di arte e di cultura, ma al contrario salvaguardando la natura e valorizzando la nostra storia e le nostre tradizioni più radicate.
La crisi economica italiana è davvero un paradosso.