Riscaldamento globale e politiche sbagliate

Gli unici dati certi sul clima sono il tasso di anidride carbonica e la temperatura globale, ambedue in crescita. Sulla base di essi l’IPCC (Intergovernmental Panel of Climate Change)  ha previsto che la temperatura globale continuerà ad aumentare come conseguenza della crescita economica che ci sarà da qui alla fine del secolo. Perché, questo è il ragionamento, se l’economia cresce aumenta il consumo dei combustibili fossili, e di conseguenza aumentano anche le emissioni di anidride carbonica e la temperatura globale. Ma la storia recente dei paesi più sviluppati smentisce questa previsione. Infatti, dopo la crescita economica della prima metà del dopoguerra, i mercati dei beni materiali sono stati saturati, e a partire circa dal 1980, a seconda dei settori la produzione si è stabilizzata o è diminuita. Inoltre è cambiato anche il mix dei combustibili fossili a favore del metano, un gas che bruciando produce molto meno anidride carbonica, specialmente quando viene usato per alimentare le centrali a turbogas.

Quindi la soluzione non è la decrescita dei paesi emergenti, che in questo momento stanno aumentando le loro emissioni di gas serra. Infatti, se saranno lasciati crescere, ben presto anch’essi arriveranno al punto, molti ci stanno già arrivando, in cui la produzione di beni materiali e il consumo di energia non possono più aumentare. E questo elemento da solo è sufficiente a dimezzare la previsione di aumento della temperatura per la fine del secolo. Se poi sostituissimo il carbone con il metano nella produzione di energia elettrica, le emissioni di anidride carbonica crollerebbero.

 

Riscaldamento globale

L’aumento della temperatura degli ultimi decenni, il riscaldamento globale di cui tutti parlano, è un problema di cui dobbiamo preoccuparci? A dire la verità un riscaldamento moderato sarebbe per lo più vantaggioso. Infatti se la temperatura aumenta, aumenta anche l’evaporazione degli oceani e quindi la piovosità. E piogge più abbondanti e temperature più alte, insieme a un più alto tasso di anidride carbonica, sono tutti fattori che accelerano la crescita delle piante. Ma se la temperatura dovesse aumentare per altri 100 o 200 anni, le conseguenze sarebbero sicuramente negative.

L’IPCC, l’ente dell’ONU che studia il clima, sta cercando di capirci qualcosa. Raccoglie dati da ogni parte del mondo e ha costruito un complesso modello matematico per tentare delle previsioni su quello che potrà accadere in futuro. Questo però è un compito arduo, perché il sistema atmosferico, così come quello dei mari e degli oceani, è in larga misura caotico e imprevedibile. Inoltre i fattori che possono influire sul clima, sia antropici che naturali, sono molteplici e per lo più poco conosciuti. Tra le attività antropiche, oltre alle emissioni di anidride carbonica, ci sono le attività agricole, i disboscamenti e la bonifica di paludi che possono modificare l’albedo del suolo e quindi la quantità di radiazione solare assorbita o riflessa. Può influire sul clima anche l’inquinamento di gas e polveri che, a seconda dei casi, potrebbe avere un effetto riscaldante o raffreddante.

E poi ci sono le possibili cause naturali, in particolare la diversa intensità della radiazione solare e le eruzioni vulcaniche, che emettono gas, polveri e anidride carbonica. Nessuno però è in grado di dire se l’attività vulcanica degli ultimi secoli sia nella media, sopra la media o sotto la media, tanto più se si tiene conto del fatto che l’80% dei vulcani sono sottomarini. E per quanto riguarda il Sole, i satelliti che lo studiano hanno misurato finora solo delle piccole variazioni della sua attività. Ma è probabile che nei tempi lunghi queste variazioni siano molto più ampie. Un indizio è che durante il minimo di Maunder, che bizzarramente più o meno coincide con il lungo regno del Re Sole (1643 – 1715), le macchie solari e le aurore boreali erano quasi scomparse. Inoltre durante le eclissi solari gli astronomi europei e cinesi, invece di una brillante corona, vedevano solo un tenue alone luminoso, chiari segni di una diminuita attività solare. Durante questo periodo il clima aveva raggiunto punte di grande freddo. In inverno il Tamigi ghiacciava al punto che ci passavano sopra le carrozze e vi si tenevano i mercati. Qualche volta era ghiacciata anche l’acqua della laguna di Venezia.

Quello che si può dire con certezza è che il clima è sempre stato mutevole, e sicuramente per cause naturali. Le carote di ghiaccio prelevate in Antartide si spingono indietro nel tempo per un milione di anni, e permettono di ricostruire l’andamento della temperatura in questo arco di tempo. Dal grafico che se ne ricava emergono prima di tutto i grandi cicli delle glaciazioni della durata di 100.000 anni, con sbalzi di 7 o 8 gradi. Ma anche all’interno di questi cicli il clima è sempre stato mutevole. E dato che nella vicina e lontana preistoria le attività umane non potevano influenzarlo, questi continui cambiamenti non potevano che essere dovuti a cause naturali. E il principale indiziato è il Sole. Ed è ragionevole aspettarsi che stesse le cause naturali che hanno sempre modificato il clima siano all’opera ancora oggi.

Però su queste possibili cause, naturali o antropiche, gli scienziati non possono dire molto. I soli dati di cui dispongono sono la temperatura globale e il tasso di anidride carbonica. Ma persino il ruolo di questo gas è tutt’altro che chiaro. Infatti esso non è solo un gas serra, ma anche il principale fattore di crescita delle piante, e come tale potrebbe influire sul clima in maniera indiretta. Infatti quando aumenta l’anidride carbonica le piante crescono più in fretta, perché aumenta la velocità della reazione clorofilliana. E la reazione clorofilliana si alimenta dal punto di vista energetico con l’energia radiante del sole, una quota maggiore della quale viene assorbita dalle foglie e sottratta all’effetto riscaldante. Infatti in estate, dove c’è più vegetazione, la temperatura è più fresca. D’altra parte una crescita vegetativa più veloce ha anche molte altre conseguenze difficili da quantificare. Alla fine l’unico dato certo è l’effetto riscaldante dell’anidride carbonica dovuto alla sua natura di gas serra.

In più c’è il trend in crescita della temperatura globale e del tasso di anidride carbonica, e molti scienziati pensano che questa non sia una coincidenza. In ogni caso, la sola possibilità che le nostre emissioni possano modificare il clima è motivo sufficiente per cercare di diminuirle

L’IPCC nel suo quarto rapporto ha previsto che tra l’anno 1990 e l’anno 2100 la temperatura globale aumenterà da un minimo di 1,8 a un massimo di 4° C. Il ventaglio di previsioni riguardante la temperatura è poi affiancato da un’analoga previsione sulla crescita economica. Anche l’economia cresce sempre, da un minimo di 4 ad un massimo di 18 volte, e le due previsioni sono collegate nel senso che, più veloce sarà la crescita, più alta sarà la temperatura alla fine del secolo. L’insistenza con cui i media parlano dei danni del riscaldamento globale trasmette un messaggio chiaro: se vogliamo evitare i disastri del clima dobbiamo fermare la crescita economica. La complessità tecnica, quindi, potrebbe fare da schermo ad un pregiudizio ideologico contro l’economia moderna. Ed è certamente così che molti interpretano l’ipotesi del riscaldamento globale, per esempio quando parlano di decrescita o paragonano chi osa avanzare dei dubbi ai neonazisti che negano l’olocausto.

Ma gli scenari che prevedono  una crescita economica molto superiore a quella degli ultimi decenni non sono realistici, e quindi non è realistica nemmeno la previsione di un aumento di temperatura superiore a circa 2° C. Inoltre queste previsioni devono essere ulteriormente ridimensionate, perché esse considerano, ed esagerano, solo le conseguenze negative della crescita economica, mentre non tengono conto, o non tengono abbastanza conto, delle conseguenze positive, che sono invece fondamentali.

 

Le conseguenze positive della crescita economica

Innanzi tutto la crescita economica come tale è un bene, perché è l’unico modo per sconfiggere la povertà. La crescita economica degli ultimi due secoli ha aumentato il volume dell’economia mondiale di circa 60 volte. Questa crescita si è tradotta in un grande aumento della speranza di vita alla nascita, che nei paesi sviluppati è passata da 25 a 80 anni, mentre nel resto del mondo è arrivata a circa 70. La media mondiale è di 72 e continua ad aumentare al ritmo di tre mesi ogni anno.

Grazie alla crescita economica degli ultimi due secoli, i paesi sviluppati hanno completato il ciclo della transizione demografica, e sono andati anche oltre. Infatti sono ormai decine i paesi che hanno tassi di natalità inferiori al tasso di sostituzione (di 2,1 figli per donna). Ma anche nel resto del mondo, per effetto della crescita degli ultimi decenni, i tassi di natalità sono da anni in crollo verticale. E persino nei paesi in cui questo processo è più lento, i tassi di natalità si sono almeno dimezzati.

Estrapolando le tendenze attuali i demografi prevedono che la popolazione mondiale raggiungerà un picco di 9,2 miliardi di persone intorno all’anno 2070, per poi cominciare a diminuire. Ora, in uno degli scenari dell’IPCC, nell’anno 2100 la popolazione mondiale dovrebbe invece raggiungere i 15 miliardi. Ma prevedere una forte crescita dell’economia e della popolazione è contraddittorio. Infatti se la crescita economica dovesse continuare, la natalità continuerebbe a diminuire, e la popolazione nell’anno 2100 non sarebbe di 15 miliardi, ma la metà. E una popolazione dimezzata avrebbe anche emissioni di anidride carbonica dimezzate. Elemento, questo, che ridimensiona la temperatura prevista per la fine del secolo.

Un’altra conseguenza importante della crescita economica è l’espulsione di manodopera dall’agricoltura. Anche questa transizione è già avvenuta nei paesi sviluppati, mentre è in corso in quelli emergenti. Duecento anni fa dovunque nel mondo l’80 / 90% della forza lavoro era impiegata in agricoltura. Solo una minoranza della popolazione viveva nelle città, che erano piccole anche perché la popolazione era un sesto dell’attuale. Nei paesi sviluppati la manodopera rurale si è ridotta al 3% o meno, e la forza lavoro così liberata si è trasferita nelle città per produrre tutti gli altri beni e servizi che rendono prospero un paese. Per esempio in Italia dopo la Seconda guerra mondiale la forza lavoro agricola era ancora il 50%. Nella prima metà del dopoguerra c’è stato l’esodo dalle campagne alle città, che sono cresciute in maniera tumultuosa. Una delle conseguenze è stata l’abbandono di molti terreni marginali, una volta coltivati nell’ambito di un’agricoltura di sussistenza. Con il risultato che la superficie dei boschi è raddoppiata e continua tuttora ad aumentare.

La fuga dalle campagne è in corso da tempo anche nel resto del mondo, ed è compensata in misura sempre minore dalla crescita demografica. Il dato significativo è che nel 2008 la popolazione urbana ha superato quella rurale, e continua ad aumentare. Un altro dato importante è che ci sono otto milioni di chilometri quadrati di foreste tropicali secondarie. Lì una volta c’erano delle foreste primarie, che sono state abbattute per ricavarne legname e terreni per pascoli e coltivazioni. In seguito questi terreni sono stati abbandonati, e sono stati riconquistati dalla foresta. A volte l’abbandono è avvenuto subito dopo il taglio del legname; altre volte le aree deforestate sono state coltivate solo per qualche anno fino ad esaurire la fertilità del suolo, per poi passare ad altre foreste. Ma nella maggior parte dei casi queste terre sono state abbandonate da famiglie che sono andate a vivere in città.

Se nei prossimi anni  la crescita economica dovesse continuare, continuerà l’esodo dalle campagne, e altri immensi territori saranno abbandonati alla natura, che li ricoprirà di nuovo di boschi e foreste: nel Centro e Sud America, in Africa, nel sub continente indiano e nel Sud Est asiatico Cina compresa. A questi si aggiungeranno i grandi piani di rimboschimento, come per esempio in Cina nell’immenso bacino idrografico del Fiume Giallo per contenere le piene, e lungo il confine Nord Ovest, per una lunghezza di 4.500 km, per difendere il territorio dalle tempeste di sabbia del deserto di Gobi.

La crescita delle aree verdi, quindi, continuerà a lungo, e ancora più a lungo quella degli alberi. E poiché le piante crescendo incorporano anidride carbonica, faranno diminuire quella contenuta nell’aria, e di conseguenza anche la temperatura prevista per la fine del secolo. Se il tasso di anidride carbonica oggi continua ad aumentare, è perché la ricrescita delle foreste è stata più che compensata dal gran numero di centrali a carbone costruite in questi anni, e anche perché altre foreste tropicali continuano ad essere abbattute, anche per produrre biocarburanti.

Infine c’è una terza conseguenza della crescita economica che è stata ignorata: la saturazione dei mercati dei beni materiali. Di nuovo un processo che si è già compiuto nei paesi sviluppati, ma che è ancora all’inizio nei paesi emergenti. Nella fase di crescita che porta dalla povertà al benessere aumenta la produzione dei beni materiali – cibo, abitazioni, mobili ed elettrodomestici, mezzi di trasporto ecc. Quindi aumentano anche il consumo di materie prime ed energia, l’inquinamento e l’impatto ambientale. Sono proprio queste conseguenze negative che rendono a prima vista plausibili gli allarmi sul clima. Ma questa fase non è eterna, perché nel giro di qualche decennio i principali mercati dei beni materiali verranno saturati (come è già successo nei paesi sviluppati), e da allora non cresceranno più in termini quantitativi, anzi in molti casi si assesteranno su livelli più.

Queste produzioni industriali saranno a poco a poco sostituite dai servizi, che hanno un impatto ambientale molto più limitato. E poiché anche la popolazione avrà smesso di crescere, l’espansione delle foreste comincerà a far diminuire il tassi di anidride carbonica.

 

Le conseguenze negative della crescita

In definitiva, proprio partendo dal presupposto che una maggiore quantità di anidride carbonica faccia aumentare la temperatura globale, le conseguenze positive della crescita sono tali da ridimensionare la previsione di un forte aumento della temperatura nel lungo termine. Non c’è dubbio però che la crescita in corso dei paesi emergenti stia creando, oggi, grossi problemi, che sono destinati ad aggravarsi nei prossimi anni. Sono in crescita i consumi di materie prime ed energia, diverse forme di inquinamento, l’impatto delle attività agricole e la pressione della pesca sugli ecosistemi marini. Inoltre ci sono degli elementi che fanno pensare che il clima si stia modificando, forse proprio a causa dell’aumentata pressione antropica: per esempio negli ultimi decenni i ghiacci artici si sono ridotti, e sono state registrate temperature insolitamente alte alle latitudini settentrionali.

Ma la soluzione non è trasformare la crescita in decrescita, ma affrontare i problemi più strategici dello sviluppo e della sostenibilità, che sono quelli della produzione del cibo e dell’energia. Perché, almeno a livello globale le soluzioni ci sono e sono alla nostra portata (vedi l’art. “Politica e ambiente”) . www.ecofantascienza.it/?p=655

 

Le false soluzioni dei problemi ambientali

Prima ancora, però, bisogna abbandonare le politiche sbagliate di questi anni. Al primo posto ci sono le distruzioni di derrate agricole e di foreste equatoriali per produrre biocarburanti.

Gli Stati Uniti hanno destinato ai biocarburanti il 30% della loro produzione cerealicola; ma molti studi hanno dimostrato che l’energia contenuta nell’etanolo è uguale a quella che è servita per produrlo. Quindi non c’è alcuna energia prodotta in più, e tutta l’operazione si risolve in una colossale distruzione di risorse alimentari (a proposito di sperpero del cibo!). Inoltre molte foreste tropicali sono state abbattute negli ultimi anni per coltivare canna da zucchero in Brasile e palma da olio nelle grandi isole dell’Estremo Oriente, sempre per produrre biocarburanti. In questi ultimi casi l’operazione è conveniente dal punto di vista economico per via del basso costo della manodopera, ma il prezzo è la distruzione di importanti ecosistemi e il rilascio di grandi quantità di anidride carbonica e protossido di azoto (un gas serra 300 volte più potente).

Altri danni sono prodotti dalle famose “energie alternative”, eolico e fotovoltaico. Ma perché sono dannose per l’ambiente? Non dovrebbe essere questa l’alternativa pulita ai combustibili fossili? Sono dannose perché producono sì un po’ di energia, ma una in una forma quasi inutilizzabile, e a costi altissimi. Solo in Italia per riempire il Centro Sud di pale eoliche – che danno un contributo risibile alla produzione di energia elettrica e deturpano il paesaggio – sono stati spesi 200 miliardi di Euro. (1) Peggio ancora, è stato fatto credere all’opinione pubblica che questa è la soluzione del problema dell’energia, e sono state abbandonate o ostacolate tutte le altre opzioni. Dalle centrali a turbogas, ai rigassificatori, alla ricerca e messa in produzione di giacimenti di idrocarburi.

Quindi la prima cosa da fare è liberarsi da queste politiche ambientali sbagliate: si otterrebbe subito un grosso miglioramento senza penalizzare l’economia. Ma poi bisogna affrontare i  problemi generati dalla crescita. Per esempio l’inquinamento delle tante centrali a carbone costruite negli ultimi anni in Cina e in India, oppure la pressione eccessiva esercitata dalla pesca oceanica.

 

Affrontare i problemi causati dalla crescita

Recentemente l’America, che doveva importare la metà della sua energia, ha raggiunto l’autonomia energetica, ma non certo con le pale eoliche. Ha aumentato la produzione di gas naturale con la tecnica del fracking, e i prezzi dell’energia si sono dimezzati. E la diminuzione del costo dell’energia è un bene perché abbassa i costi di produzione di qualsiasi cosa venga prodotta. Di questi prezzi più bassi stanno beneficiando anche l’Italia e l’Europa. Ma l’Italia e l’Europa dovrebbero puntare anche loro all’indipendenza energetica. Come? Cercando il metano. Il metano si trova dovunque sul fondo del mare, o dove una volta c’era il mare. Se si scava a sufficiente profondità, poco o molto lo si trova sempre. Invece in Italia la ricerca e la messa in produzione di giacimenti di idrocarburi è stata impedita per vent’anni, e continua ad essere ostacolata. Come a Formignana vicino a Ferrara, dove qualcuno si è subito mobilitato per impedire la messa in produzione di un giacimento di gas appena scoperto.

Il calo dei prezzi dell’energia darà una spinta all’economia mondiale, metterà fuori mercato i biocarburanti, e forse farà cessare questa colossale distruzione di foreste e di derrate agricole. Gli Stati Uniti, dopo avere ottenuto l’indipendenza energetica, potrebbero decidere di aumentare la produzione di gas per sostituire le centrali a carbone con quelle a metano. Sono sempre combustibili fossili, ma c’è una grande differenza tra il carbone e il metano. Il metano è pulito, e può essere usato nelle centrali a ciclo combinato per produrre elettricità con un rendimento di quasi il 60%, che può arrivare all’80% se viene usata l’acqua di raffreddamento degli impianti per usi civili. Mentre le centrali a carbone hanno rendimenti intorno al 40%. Questo significa che per produrre la stessa quantità di energia elettrica servirebbe poco più della metà del gas rispetto al carbone. Inoltre, a parità di calorie, il metano produce il 60% in meno di anidride carbonica, e quindi le emissioni di questo gas serra si ridurrebbero dell’80%.

Negli ultimi anni la Cina e l’India hanno costruito un gran numero di centrali a carbone che oltretutto sono poco efficienti (con rendimenti tra il 20 e il 25%) e senza filtri per l’abbattimento di gas e polveri. Una soluzione potrebbe venire dal rinnovo degli impianti, un problema che prima o poi questi paesi dovranno porsi.

 

La crescita deve continuare, ma deve diventare più sostenibile

Nel corso della storia ci sono state molte fiammate di crescita, che hanno migliorato qua o là e per breve tempo le condizioni di vita, finché la crescita demografica non annullava questi vantaggi. Oggi per la prima volta abbiamo la possibilità di completare la transizione demografica, sconfiggere ovunque la povertà, e rendere l’economia più sostenibile. Però è necessario che la crescita economica continui. Poi bisogna abbandonare le finte soluzioni di chi lancia allarmi sul clima, e rendere più sostenibile l’attuale fase di crescita. E come si è visto le possibilità non mancano. Per esempio gli ambientalisti potrebbero usare la loro visibilità mediatica per informare il pubblico sui benefici per la salute di una alimentazione più povera di proteine animali

Se il consumo di carne latte e latticini diminuisse fino ai livelli consigliati dalla scienza, l’impatto delle attività agricole potrebbe dimezzarsi, e la ricrescita di boschi e foreste diventerebbe ancora più imponente. La crescita, economica sociale e civile, non è il nemico da combattere, ma la soluzione.