RISCALDAMENTO GLOBALE?


 

RISCALDAMENTO GLOBALE?


E’vero che il riscaldamento globale farà aumentare il livello dei mari al punto da sommergere le città costiere? E’vero che farà scomparire gli atolli del Pacifico e le barriere coralline? E che saremo costretti a trasferirci tutti su Marte?
Anche se è difficile interpretare i dati raccolti dagli scienziati, quello che si può prevedere è che le emissioni di anidride carbonica nei prossimi anni diminuiranno, non che aumenteranno. E quindi viene meno il presupposto su cui si basa la previsione di un grande aumento della temperatura globale per la fine del secolo. Previsioni alternative però non se ne possono fare, perché il clima è determinato sia da fattori più o meno conosciuti, sia da fattori sconosciuti o imprevedibili.  

I dati degli ultimi anni
Dal 1850 la temperatura globale è aumentata di un grado. Ma quasi la metà di questo aumento si è verificato tra il 1910 e il 1940. L’altro aumento consistente, di 0,4 gradi, è avvenuto nell’ultima ventina d’anni del secolo scorso. Bisogna però ricordare che tra la seconda metà del Seicento e i primi decenni del Settecento eravamo al culmine della “piccola glaciazione”, un periodo di grande freddo nel quale in inverno il Tamigi a Londra ghiacciava, e il ghiaccio era così spesso che sopra ci camminavano le carrozze.
Se siamo usciti dalla piccola glaciazione è perché da allora la temperatura è aumentata, e l’aumento della prima metà del Novecento potrebbe essere la continuazione di questa tendenza. All’epoca il livello dell’anidride carbonica atmosferica era ancora piuttosto basso, e non ancora veniva misurato.
Da trent’anni i ghiacci artici stanno diminuendo, ma fino a dieci anni fa questo calo era compensato dell’espansione delle banchise dell’Antartide. Nell’ultimo decennio, però, anche le banchise antartiche stanno arretrando. E ciò sarebbe dovuto alla temperatura più calda dell’acqua, che scioglie i ghiacci da sotto. Allora, hanno ragione coloro che lanciano degli allarmi sul clima?
E’ molto difficile interpretare questi dati. L’arretramento dei ghiacci artici e antartici potrebbe dipendere da molte possibili cause. Per esempio da un aumento dell’attività vulcanica sottomarina. L’80% dei vulcani sono sottomarini, ma non sappiamo se in questi anni la loro attività sia nella media, sopra la media o sotto la media. L’altra possibilità è che tutto dipenda dal riscaldamento dell’atmosfera, anche se l’aumento è di solo mezzo grado in 80 anni. Ad ogni modo questo è ciò che pensano molti scienziati. E se le cose stanno così, tutto quello che possiamo fare, se non altro per ragioni di prudenza, è diminuire le nostre emissioni di anidride carbonica. Però questo sta già avvenendo, tanto che già da cinque anni esse si sono stabilizzate. E per quanto riguarda i prossimi anni, la previsione più ragionevole è che da qui alla fine del secolo esse subiranno una forte diminuzione, non il forte aumento che è stato previsto.

Il pianeta si sta surriscaldando?
A fare questa previsione è stato l’IPCC, l’ente dell’ONU che si occupa del clima. Esso ha delineato diversi scenari nei quali l’economia cresce sempre. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 2100 il volume dell’economia nell’ipotesi minima quadruplica e in quella massima aumenta di 18 volte. Ma se cresce l’economia, cresce il consumo di energia. Se aumenta il consumo di energia, aumenta il consumo dei combustibili fossili. Infine, se aumenta il consumo dei combustibili fossili aumentano, sempre nella stessa misura, anche le emissioni di anidride carbonica. E dato che molti scienziati hanno collegato l’aumento della temperatura globale alle emissioni antropiche di questo gas serra, una forte crescita dell’economia provocherà il surriscaldamento del pianeta con effetti catastrofici. La previsione media è che la temperatura aumenti di altri due gradi da qui alla fine del secolo. Da qui la necessità di sostituire i combustibili fossili. Con le energie rinnovabili.
A prima vista questo discorso sembra plausibile. Però se prendiamo per buona l’affermazione che un tasso più alto di CO2 fa aumentare la temperatura globale, tutti gli altri passaggi di questo ragionamento sono smentiti da quello che sta accadendo. Per di più le rinnovabili non sono in grado di sostituire le centrali elettriche e quindi di diminuire le emissioni di questo gas serra.
Innanzitutto il presupposto di una crescita economica sostenuta che prosegue all’infinito non è realistico, e lo stesso vale per i consumi energetici. La riprova è che negli anni Settanta nei paesi sviluppati la produzione dei beni materiali è molto diminuita, per essere sostituita dai servizi che oggi costituiscono i tre quarti dell’economia. Ma i servizi sono beni immateriali che usano molte meno risorse primarie, cioè territorio, materie prime o energia.

La produzione dei beni materiali non aumenta all’infinito
Per esempio nel corso degli anni Sessanta abbiamo costruito tutte le nostre autostrade. Ma proprio perché le avevamo già costruite tutte, durante gli anni Settanta non ne abbiamo più costruita nessun’altra, e quindi questo importante settore dell’economia ha chiuso l’attività. Sono rimaste solo la loro gestione e manutenzione. Ma il discorso è generale e si applica a tutti i beni materiali: strade e autostrade, fabbriche, uffici, negozi, abitazioni, mobili, elettrodomestici, automobili ecc.
Un altro esempio: finché negli anni Cinquanta e Sessanta c’erano delle famiglie che ancora non avevano la lavatrice, esse facevano di tutto per comprarla, perché il passaggio dal lavaggio dei panni a mano a quello meccanizzato cambia la vita di una famiglia. E la domanda in crescita spingeva le aziende ad aumentare la produzione. Ma una volta che tutte le famiglie arrivano ad avere la lavatrice, perché l’industria ne possa vendere un’altra bisogna che una di quelle che ha venduto prima si rompa. Cioè si passa da un mercato in crescita a un mercato di sostituzione, con volumi produttivi molto più bassi. Se siamo portati a pensare che la produzione sia rimasta sugli stessi livelli, è perché il consumo dei vari beni materiali non è affatto diminuito. Perché allora dovrebbe essere diminuita la loro produzione?
Un altro esempio riguarda le case d’abitazione. La grande fame di case della prima metà del dopoguerra è andata esaurendosi nel corso degli anni Settanta, e man mano che questo succedeva il volume dell’attività edilizia si riduceva fino a raggiungere i valori minimi del 1980. E’ per questo che in quello stesso anno la produzione di acciaio è crollata del 60% (ma era già diminuita nel decennio precedente) e lo stesso vale per le altre principali materie prime e per il cemento. Per esempio in quegli anni le grandi miniere di rame in Nord e Sud America avevano chiuso.
Un discorso a parte riguarda l’automobile. Anche il mercato dell’auto aveva rallentato fino a toccare i suoi limiti intorno al 1980. Le auto però consumano molta energia, e poiché negli anni Settanta quelle presenti sulle strade erano aumentate, erano aumentati anche i loro consumi energetici. Poi, dopo 1980, le Case costruttrici hanno convinto i loro clienti a comprare veicoli sempre più grandi e potenti, ma che consumano sempre di più. Pertanto i consumi energetici hanno continuato a salire, compensando il calo negli altri settori.
Il consumo complessivo dei beni materiali era diminuito, ma non la capacità di spesa, che adesso in misura maggiore si rivolgeva si servizi, che da allora sono aumentati al punto che oggi coprono i tre quarti dell’economia. Però i servizi soddisfano dei bisogni meno fondamentali e pertanto spingono l’economia con meno forza. Inoltre, essendo beni immateriali, usano meno risorse primarie. Infine a quel punto era venuto meno anche la crescita demografica. Con il risultato che dopo gli anni Cinquanta e Sessanta crescita del PIL è molto rallentata mentre il consumo delle risorse primarie è crollato.
Al crollo hanno contribuito anche gli aumenti di efficienza. Siamo circondati da aumenti di efficienza. Innanzi tutto l’aumento delle rese agricole che ha provocato l’abbandono di molti terreni poveri e marginali nelle zone di montagna. Terreni che col tempo sono stati riconquistati dal bosco, la cui superficie è raddoppiata. Poi ci sono i frigoriferi, che consumano forse un ventesimo dell’energia rispetto agli anni Sessanta; i condizionatori d’aria, che consumano un quinto o un sesto di quelli di vent’anni fa. Le lampadine a basso consumo, gli edifici sempre meglio coibentati ecc. E in questo momento in tutto il mondo migliaia di scienziati stanno lavorando per aumentare l’efficienza in ogni direzione.
Per quanto riguarda i paesi emergenti, essi stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Adesso essi si trovano nella fase in cui la produzione dei beni materiali sta ancora aumentando, ma non ci vorrà molto perché anche loro arrivino al punto in cui noi ci trovavamo nel 1970. Lo dimostra la Turchia che, dopo una straordinaria crescita, ha da poco raggiunto i paesi più sviluppati. Un grandissimo risultato. Ma proprio perché i principali bisogni sono stati soddisfatti, i mercati dei beni materiali che servono a soddisfarli hanno raggiunto i loro limiti, con il risultato che la crescita economica si è quasi fermata. E questo ancora una volta dimostra che l’attuale trend di crescita degli emergenti non continuerà all’infinito, ma solo fino a quando anch’essi avranno raggiunto lo stesso alto livello di vita. In questo momento quasi tutti si trovano dove noi eravamo negli anni Cinquanta e Sessanta. Quindi, a secondo del loro stadio di sviluppo, nel giro di 10 o 20 anni anche loro arriveranno al punto in cui la produzione dei beni materiali comincerà a diminuire.

Le centrali a turbogas
Ma poi non è vero nemmeno il presupposto secondo il quale ad uguali consumi di energia corrispondono sempre uguali emissioni di anidride carbonica. Nei paesi più sviluppati dopo la metà degli anni Novanta molti consumi sono stati trasferiti dal carbone e dal petrolio al gas naturale e dalle centrali tradizionali a quelle a turbogas. Le centrali a turbogas hanno un’efficienza che in media è quasi doppia di quelle che hanno sostituito. Inoltre a parità di calorie il gas produce un terzo in meno di anidride carbonica rispetto alla nafta e il 60% in meno rispetto al carbone. Pertanto dal 1990 ad oggi, nonostante un discreto aumento dei consumi energetici dovuto alla maggiore dimensione delle automobili, le emissioni di gas serra sono diminuite di oltre il 20%. Ma se consideriamo anche le conseguenze indirette, la diminuzione potrebbe essere almeno doppia.
Quando si estrae il petrolio, sale in superficie anche una grande quantità di gas naturale, che fin da quando sono iniziate le estrazioni petrolifere veniva incendiato appena usciva dai pozzi. Questo perché il metano, la componente di gran lunga principale del gas naturale, mescolato con l’aria forma una miscela esplosiva. Solo pochi paesi, tra cui l’Italia, nel dopoguerra si erano dotati degli impianti per distribuirlo e utilizzarlo. Ma con le centrali a turbogas il metano è diventato quasi più importante del petrolio e da allora questo spreco è quasi cessato. Per esempio in Italia le centrali a turbogas hanno quasi dimezzato il consumo di combustibile, emettono ancora meno anidride carbonica e vengono alimentate con il gas che una volta veniva bruciato inutilmente nel deserto libico. Di quanto sono diminuite le nostre emissioni di gas serra?
Poi negli ultimi anni è stata sviluppata la tecnologia per estrarre il gas naturale contenuto nelle rocce argillose e impermeabili (shale gas). Questi giacimenti sono diverse volte più grandi dei giacimenti di gas convenzionali. Dopo avere imparato ad estrarre lo shale gas a costi bassi e sempre più bassi, gli Stati Uniti stanno trasferendo i loro consumi dal carbone al gas naturale e dalle centrali a carbone (con efficienza circa 42%) alle centrali a turbogas (efficienza quasi 60%). E stanno abbattendo le loro emissioni di gas serra al punto che negli ultimi cinque anni a livello globale esse si sono più o meno stabilizzate. Mentre prima crescevano del 2,5% all’anno.
Anche gli altri due maggiori consumatori di carbone, la Cina e l’India, hanno sul loro territorio grandi giacimenti di shale gas sfruttabili in zone disabitate. Inoltre le loro centrali hanno un’efficienza molto bassa, forse tra il 20 e il 25%, e quindi consumano molto più carbone e sono anche molto inquinanti. Pertanto per questi paesi é ancora più conveniente sostituirle con quelle a turbogas. Il rendimento potrebbe al limite triplicare. Quindi essi avrebbero bisogno solo di un terzo del combustibile, diminuirebbero le loro emissioni di anidride carbonica anche del 90% e in più, gratis, risolverebbero il problema dell’inquinamento (le pressioni dell’Europa sull’India perché butti i suoi soldi nelle pale eoliche possono solo ritardare di qualche anno questa decisione). In ogni caso non si può pensare che queste centrali obsolete rimangano in esercizi fino alla fine del secolo. A livello globale le emissioni di anidride carbonica, dopo essersi stabilizzate negli ultimi anni, comincerebbero a diminuire forse del 3 / 4%  l’anno e continuerebbero a farlo per molto tempo.

Crescita delle foreste e auto elettriche  
E poi bisogna tenere conto degli aumenti di efficienza futuri, in particolare nel settore dell’automobile, e della crescita delle foreste che assorbiranno una parte dell’anidride carbonica atmosferica.
L’esodo in corso su scala globale dalle zone rurali alle città è la replica di quello che noi abbiamo vissuto nella prima metà del dopoguerra. Esso sta aumentando la superficie forestale globale nonostante che in molti casi continuino i disboscamenti per espandere pascoli e coltivazioni. Inoltre, secondo una ricerca recente, sulla Terra ci sarebbero nove milioni di chilometri quadrati di terreni spogliati da secoli o millenni di super sfruttamento di agricoltura e pascolo e che potrebbero essere rimboschiti. In realtà proprio in questo momento sono in corso in tutto il mondo molte attività di rimboschimento. Per esempio negli ultimi decenni le aree forestali in Cina e in India sono ben più che raddoppiate. E gli alberi che piantiamo oggi continueranno a crescere, e a sottrarre anidride carbonica all’atmosfera, per molti anni.
E quando ci saranno le auto elettriche, non manca molto, tra una cosa e l’altra esse consumeranno appena un quarto o un quinto dell’energia e dei metalli di cui hanno bisogno le auto di oggi.
In conclusione l’attuale robusta crescita dei paesi emergenti non durerà all’infinito, la produzione dei beni materiali subirà una forte diminuzione, gli aumenti di efficienza diminuiranno ancora di più il consumo di risorse primarie e la crescita della foreste sottrarrà quote crescenti di anidride carbonica dall’atmosfera. Pertanto la previsione più ragionevole è che le emissioni di anidride carbonica, che negli ultimi anni si sono stabilizzate, alla fine del secolo saranno molto minori di oggi, non molto maggiori. Di conseguenza viene meno il presupposto su cui si basa la previsione di un forte aumento della temperatura globale per la fine del secolo. 

L’importanza dell’anidride carbonica
Ma anche per quanto riguarda gli effetti di un  clima più caldo e di una maggiore quantità di anidride carbonica, ci sarebbe qualcosa da dire. Il biossido di carbonio è il principale nutrimento delle piante perché, tramite la fotosintesi, esso viene convertito in massa vegetale. Da questo punto di vista, più ce n’è, meglio è.
Centinaia di milioni di anni fa, quando sono comparse le piante terrestri, la quantità di CO2 presente in atmosfera era venti volte maggiore di oggi. Poi col tempo, man mano che questo gas veniva incorporato nei depositi carboniferi o nelle rocce calcaree, è diminuito fino a raggiungere i bassissimi livelli attuali. Senza la combustione massiccia dei combustibili fossili dell’era industriale, infatti, in solo un milione di anni (nulla in termini geologici) il livello sarebbe diventato così basso da impedire la sopravvivenza di molte piante. Quindi l’aumento recente del tasso di CO2 ,  almeno da questo punto di vista, è stato provvidenziale..
Ma anche per quanto riguarda gli effetti sul clima, un moderato aumento della temperatura comporta quasi solo conseguenze positive. Certo, se la temperatura dovesse aumentare ancora di diversi gradi, ci sarebbero dei cambiamenti profondi ai quali sarebbe necessario e costoso adeguarsi. Ma, come si è visto sopra, la previsione più ragionevole è che nei prossimi anni il tasso di CO2 diminuisca invece di aumentare.
Attualmente, tutto quello che di negativo può succedere al mondo, siccità, allagamenti, tornado ecc., viene attribuito al riscaldamento globale. Rimane fuori, per adesso, solo la caduta di meteoriti. E non si parla mai delle conseguenze positive. Eppure, rispetto alla prima metà del Settecento, le cose vanno molto meglio. La temperatura da allora è aumentata di almeno un paio di gradi (eravamo al culmine della “piccola glaciazione”). Con la temperatura è aumentata l’evaporazione dei mari e degli oceani e quindi la piovosità. Infine con l’industrializzazione è aumentata l’anidride carbonica atmosferica. Questi sono tutti fattori che aumentano la velocità di crescita delle piante, comprese quelle coltivate, tanto che oggi essa è in media più alta di circa il 20 / 30%.
Molti oggi preferiscono parlare di “cambiamento climatico” e sottolineano la velocità con cui è aumentato il livello della CO2. Ma nell’emisfero settentrionale anche le foreste sono aumentate altrettanto velocemente: per esempio in Europa negli ultimi due secoli sono triplicate, ma lo stesso vale per il Nord America, la Cina, l’India ecc. Le piante emettono una grande quantità di vapore acqueo che, come è noto, è il gas serra più importante. Se un giorno si scoprisse, cosa molto probabile, che anche la crescita delle foreste influenza il clima, dovremmo decidere di abbatterle?

I primi a non crederci sono gli allarmisti del clima
In realtà i primi a non credere ai loro stessi allarmi sono proprio gli allarmisti del clima. Infatti, se fossero davvero preoccupati, essi sosterrebbero le soluzioni più efficaci per diminuire le emissioni di CO2. Invece fanno l’esatto contrario, tanto che in Italia hanno ostacolato il gas naturale e le centrali a turbogas, la soluzione migliore che abbiamo al momento, per imporre l’assoluta non soluzione delle rinnovabili. Rinnovabili che, al di là dei loro costi, non sono e non saranno mai in grado di sostituire le centrali elettriche e quindi di diminuire le emissioni di gas serra.
Patrick Moore è stato uno dei fondatori di Greenpeace e per diversi anni il suo presidente. Poi ha adottato la filosofia dello sviluppo sostenibile proprio mentre la sua associazione abbracciava posizioni massimaliste. Così ne è uscito ed ha assunto da allora una posizione critica. Come ha riferito nel suo libro (L’Ambientalista Ragionevole – Confessioni di un fuoriuscito da Greenpeace – Dalai editore - anno 2011- pag. 278), questa multinazionale dell’ambientalismo è contraria ai combustibili fossili (perché causano il riscaldamento globale), alle centrali nucleari, alle dighe e quindi all’energia idroelettrica, al taglio degli alberi e quindi ai combustibili naturali. L’unica cosa alla quale questo e altri movimenti ambientalisti sono favorevoli sono le energie rinnovabili, che però nel 2010 costituivano solo lo 0,8% di tutta l’energia prodotta. Per di più questa è una fonte di energia discontinua e imprevedibile, che deve avere alle spalle una centrale elettrica che brucia combustibili fossili pronta ad accendersi quando cala il vento o il sole è oscurato da una nuvola. E’ una posizione responsabile?


La crisi economica
Eppure è proprio questa la politica adottata dall’Europa e attuata con grande zelo dai governi italiani. Infatti la UE ha deciso che entro il 2020 il 20% dell’energia debba provenire da fonti rinnovabili. Poi ha rilanciato imponendo che entro il 2030 questa percentuale salga al 32% . La follia di questa decisione consiste nel fatto di aver imposto queste fonti di energia nonostante che esse non siano in grado di sostituire le centrali elettriche e quindi di diminuire le emissioni di gas serra. Inoltre, con un altro diktat di tipo sovietico, ha deciso che entro il 2025 il 15% delle automobili debbano essere elettriche.
Quest’ultima decisione ha avuto almeno il merito di stimolare la ricerca sulle batterie. Ci sono diverse tecnologie promettenti che potrebbero moltiplicare di diverse volte la capacità delle batterie al litio e abbassarne i costi, condizioni per arrivare all’auto elettrica. Tra le altre una batteria allo stato liquido che potrebbe essere versata in un serbatoio come se fosse benzina. Anche una batteria al sodio, adatta ad immagazzinare l’energia intermittente delle rinnovabili.
Però bisogna dire subito che anche delle batterie molto più performanti (che sono di là da venire) non renderebbero le rinnovabili idonee a sostituire le centrali elettriche. Infatti quanta energia elettrica dovrebbero immagazzinare per superare periodi di settimane o mesi di copertura nuvolosa o di assenza di vento? In realtà proprio questi tentativi di rendere utili le rinnovabili ne dimostrano per contrasto l’inutilità. Ciò nonostante i paesi europei sono stati costretti, con una decisione che replica nell’Europa occidentale la pianificazione sovietica dell’economia, a spendere delle cifre folli per delle rinnovabili che non servono a nulla, deturpano il paesaggio e con i loro costi esorbitanti soffocano l’economia.
Un’altra dimostrazione, se ce ne fosse bisogno, della loro inutilità è che le società elettriche di questa energia non sanno cosa farsene. Sono però costrette dalla legge a comprarla, e per compensare il danno che subiscono hanno aumentato le bollette delle famiglie che in Italia pagano per questo 10 miliardi di Euro all’anno in più.
Qual è allora la vera ragione di questa politica folle, che ha già provocato e continua a provocare così tanti danni? L’unica possibile spiegazione è che molti sono convinti che la società moderna sia la causa di ogni male e che debba essere combattuta con ogni mezzo. Con la politica energetica autolesionista di questi anni e anche con tanta disinformazione.
Però vent’anni di lavoro sui temi dell’ambiente e dello sviluppo sono arrivati alla conclusione che la società moderna non è il male assoluto. Al contrario, essa è l’unico modello sostenibile sia sul piano sociale che ambientale. Questa è quindi una guerra sbagliata, che lancia degli allarmi sul clima e sul riscaldamento globale per giustificare delle decisioni punitive per l’economia e per la stessa società civile.
In realtà il male viene dal passato ed è la società moderna che a poco a poco lo sta facendo diminuire. Lo sviluppo è la soluzione, non il problema!