ENERGIA NUCLEARE PULITA E SICURA


Il problema dell’energia è strategico sia per lo sviluppo che per la sostenibilità. I paesi emergenti hanno bisogno di energia per completare la loro crescita e anche quelli più sviluppati non ne possono fare a meno. Ma è decisivo il modo con cui viene prodotta, e non c’è dubbio che l’energia nucleare sia per molti aspetti la soluzione ideale. Essa infatti non richiede l’estrazione e il consumo di combustibili di qualsiasi tipo e non produce emissioni inquinanti o gas serra.
L’energia nucleare non deriva da processi chimici come la combustione, ma da reazioni che modificano il nucleo degli atomi, da cui il nome. Le reazioni nucleari su cui si basa il funzionamento delle centrali sono i decadimenti radioattivi, che avvengono spontaneamente in alcuni elementi o in alcuni isotopi. Si parla anche di fissione nucleare o di divisione del nucleo. Gli atomi di ogni elemento radioattivo hanno una probabilità ben precisa di spaccarsi e di espellere una parte del nucleo emettendo energia. E dato che viene espulsa una parte del nucleo, l’elemento si trasforma in un altro, più leggero. Quindi la quantità del materiale radioattivo di partenza diminuisce e il tempo che ogni elemento impiega a dimezzarsi si chiama “emivita”. Un aspetto importante è che, più breve è l’emivita, più intensa è la radioattività.
Le reazioni di fissione (così come quelle di fusione nucleare che avvengono al centro delle stelle) emettono energia perché c’è sempre una piccola quantità di materia che si annichila, cioè scompare, trasformandosi in energia secondo la famosa formula di Einstein e = mc2. Questa formula ci dice in sostanza che a livello elementare materia ed energia sono la stessa cosa e che in certe condizioni piccole quantità di materia si trasformano in enormi quantità di energia. E’ proprio questo il punto di forza dell’energia nucleare: con piccole quantità di “combustibile” nucleare si possono ottenere grandissime quantità di energia.
Ma proprio perché producono così tanta energia e usano pericolosi materiali radioattivi, le reazioni nucleari sollevano preoccupazioni per la sicurezza che è necessario esaminare. Solo comprendendo la natura di questi rischi se ne può fare una valutazione in rapporto ai benefici. E i benefici sono molti, perché per ogni altro aspetto questa è la fonte di energia ideale.

Le centrali nucleari sono sicure?
Il primo problema è quello della sicurezza intrinseca delle centrali nucleari. Qual è il rischio per il personale che ci lavora o per chi vive nelle vicinanze? Il modo migliore per rispondere a questa domanda è esaminare come si sono comportate finora.
Le centrali nucleari hanno cominciato ad essere costruite dalla fine degli anni Cinquanta. Quelle in attività oggi sono più di 430 e ci sono stati finora tre grossi incidenti. Il primo è avvenuto nella centrale di Three Mile Island, Stati Uniti, nel 1979. In questo incidente un malfunzionamento delle pompe di raffreddamento ha provocato il surriscaldamento del nocciolo del reattore fino a provocarne la fusione. Ma la struttura di contenimento in cemento armato ha funzionato a dovere e non c’è stata alcuna fuoriuscita di radioattività. Il territorio circostante non è stato contaminato e nessuna persona ha assorbito radiazioni.
Questo incidente suscitò molto allarme nell’opinione pubblica, ma fu anche l’occasione per rafforzare i sistemi di sicurezza e rendere ridondanti gli impianti di raffreddamento. Da allora tutte le centrali nucleari costruite in “occidente” hanno spesse cupole di cemento e impianti multipli di raffreddamento. Ma nell’Unione sovietica le cose andavano diversamente.
Mentre al di qua della cortina di ferro le centrali nucleari erano state progettate fin dall’inizio perché la reazione rimanesse sempre sotto controllo, nei paradisi comunisti non ci si preoccupava troppo della sicurezza. L’incidente di Chernobyl è dovuto infatti alla doppia circostanza che la reazione nucleare era sfuggita al controllo dei tecnici e che la centrale era priva di una struttura di contenimento, come se fosse stata un impianto industriale qualsiasi.
Quando la reazione sfuggì al controllo, la temperatura aumentò fino a fondere il nocciolo del reattore. Poi è scoppiato un incendio, durato una settimana, che ha disperso una grande quantità di materiali radioattivi nell’atmosfera. Il territorio circostante è stato pesantemente contaminato e i materiali più volatili si sono diffusi su gran parte dell’Europa. Le vittime accertate sono state 56, compresi i pompieri eroi che si sono sacrificati per spegnere l’incendio. Ci sono stati anche 350.000 sfollati, che hanno sofferto di molti problemi di disadattamento. Però, dalle molte ricerche svolte finora, non risulta che tra di loro siano aumentate le malattie o i decessi attribuibili alle radiazioni.
Adesso il reattore è protetto da una rassicurante cupola di cemento, dotata anche delle gru che dovranno servire per il suo smantellamento. Ma non c’è fretta, perché più si aspetta, più diminuisce la radioattività, e questo chiude il discorso, perché in futuro non ci saranno altri danni.
Però persino da Chernobyl viene una notizia positiva. Gli scienziati che studiano la fauna selvatica delle aree più contaminate hanno fatto una scoperta importante. Hanno osservato che alcuni antiossidanti (principi nutritivi presenti nella frutta e nella verdura colorata) sono molto efficaci nel difendere gli animali dalle radiazioni. Per esempio in un esperimento i topolini ai quali sono stati somministrati questi nutrienti godono di buona salute, a differenza di quelli che non ne mangiano. Adesso, in caso di necessità, sappiamo come proteggerci. Bisogna però aggiungere che non è vero che qualsiasi livello di radioattività, per quanto piccolo, sia dannoso per la salute. Infatti la ricerca ha dimostrato che la radioattività naturale, anche quando è molto più alta della media, non comporta  alcun rischio per la salute. Evidentemente il nostro organismo si è ben adattato ai bassi livelli della radioattività ambiente.
Il terzo incidente è avvenuto nell’anno 2011 nelle quattro centrali di Fukushima in Giappone. Questi impianti, costruiti a partire dal 1967 e nel corso degli anni Settanta, erano obsoleti e prossimi alla chiusura. Ciò nonostante avevano resistito ad uno dei terremoti più violenti mai registrati. La reazione nucleare si era spenta da sola come previsto e le pompe di raffreddamento continuavano a funzionare.  Poi però è arrivato lo tsunami, che ha ne provocato lo spegnimento. Nel nocciolo ci sono sempre molti materiali radioattivi a breve o brevissimo periodo di dimezzamento, che sono quindi molto radioattivi ed emanano molto calore. Con l’impianto di raffreddamento bloccato la temperatura del nocciolo è salita fino al punto di fusione e, raggiunti i 700 / 800 gradi, le molecole d’acqua si sono scisse nei loro costituenti, l’idrogeno e l’ossigeno. L’idrogeno, più leggero dell’aria, si è accumulato sotto il soffitto e poco dopo una scintilla ne ha provocato l’esplosione. L’esplosione ha distrutto il tetto provocando la fuoriuscita di radioattività. Infatti queste centrali non avevano una spessa cupola di cemento armato che ne avrebbe impedito la dispersione.
A causa delle radiazioni un operaio della centrale è morto (ma secondo altre versioni sarebbe morto per annegamento) e diverse migliaia di persone sono state sfollate. Al momento, però, quasi tutte sono tornate nelle loro case. Rimane interdetta solo una piccola area a immediato contatto con la centrale. Inoltre sono già iniziate le operazioni di smantellamento. Oltre ai danni alle persone c’è quindi anche il danno economico, che comprende il costo dei lavori per contenere la diffusione delle radiazioni.
L’incidente di Fukushima è il risultato di una combinazione di circostanze che non si potranno più presentare insieme e quindi, paradossalmente, dimostra quanto in realtà le centrali nucleari siano sicure. Terremoti di quella violenza possono capitare solo in pochi posti al mondo, e lo stesso vale per gli tsunami. Inoltre ad essere coinvolte sono state delle centrali obsolete che avevano un solo impianto di raffreddamento, erano prive di una struttura di contenimento adeguata e stavano per essere chiuse. Se fossero state costruite dopo il 1979 non sarebbe successo nulla.
Questo disastro ha avuto un grande impatto sull’opinione pubblica mondiale, con la conseguenza che molti progetti di nuove centrali sono saltati. Ma il danno economico  più grande l’ha avuto l’Italia, non il Giappone. Infatti questo evento ha dato una spinta decisiva alla politica energetica europea basata sulle rinnovabili, che ha comportato per il nostro paese una distruzione di risorse economiche parecchie volte superiore a quella subita dal Giappone.
Infatti noi abbiamo già speso oltre 200 miliardi di Euro per eolico e fotovoltaico e ci siamo impegnati a spenderne altri150 nei prossimi anni, in cambio di nulla. Inoltre l’Europa pretende che buttiamo nelle rinnovabili altre centinaia di miliardi. In altre parole per prevenire il danno di un incidente nucleare abbiamo adottato un rimedio dieci volte peggiore del male! E al danno economico bisogna aggiungere il carico di sofferenze, ben superiore ai disagi sofferti dalla popolazione in Giappone, causato dalla crisi economica. Basti pensare al numero dei disoccupati che è raddoppiato, ai giovani senza lavoro ecc.

I danni di un finto ambientalismo
Perché una volta tanto non applichiamo il principio di precauzione anche a molte delle decisioni prese in nome dell’ambiente? La crisi economica italiana è però solo uno dei molti danni causati in ogni parte del mondo da un certo ambientalismo ideologizzato. Dall’opposizione a  qualsiasi uso del DDT, anche nelle dosi minime necessarie per combattere la malaria, che si stima abbia causato 50 milioni di morti (vedi l’art. “Il dramma della malaria”). Alla guerra alle piante gm, per le quali non sono mai stati dimostrati danni alle persone o all’ambiente, che costringe gli agricoltori a spargere grandi quantità di veleni e che nei paesi emergenti ostacola la modernizzazione dell’agricoltura (vedi l’art. “Piante geneticamente modificate”). Poi l’opposizione a diverse sostanze chimiche, utilissime e innocue, sempre in base al principio di precauzione. Per esempio la contrarietà a qualsiasi uso del PVC, un materiale del tutto inerte e con molti usi importanti. Oppure al cloro anche per potabilizzare l’acqua, che è l’intervento di politica sanitaria più efficace ed economico che sia mai stato preso. Infatti in passato la maggior parte delle malattie provenivano dall’acqua contaminata, e minuscole quantità di cloro la rendono potabile (vedi “L’Ambientalista Ragionevole” di Patrick Moore – pag. 191 e 418).
E che dire poi della distruzione di grandi aree di foresta per produrre biocarburanti, allo scopo di “combattere il cambiamento climatico”? Oltre al danno per la natura e la biodiversità, distruggere delle foreste è il modo più veloce per aumentare le emissioni di CO2! Per non parlare delle migliaia di pale eoliche che non potranno mai sostituire le centrali elettriche, hanno costi esorbitanti e deturpano pesantemente il paesaggio. E poi tutta la disinformazione sull’energia nucleare. Sembra quasi che le cose peggiori di questi anni siano state fatte in nome dell’ambiente!
Nello stesso tempo c’è il totale disinteresse per sostanze davvero dannose per la salute come l’alcool o il tabacco. Ma anche l’assoluto disinteresse per qualsiasi soluzione in positivo. Perché, per esempio, questi movimenti dalla grande forza mediatica non informano il pubblico sui danni alla salute di un eccesso di proteine animali, la cui produzione ha un impatto da cinque a dieci volte superiore rispetto ai vegetali? (vedi l’articolo “THE CHINA STUDY”). Oppure perché non hanno mai mosso un dito per sostenere progetti come quello di una produzione di carne alternativa, adatta ai paesi della fascia tropicale ricchi di foreste paludi e corsi d’acqua, ma privi di terreni da pascolo? (vedi l’ultimo paragrafo delle “PROPOSTE PER RILANCIARE L’ECONOMIA”).
Tornando al nucleare, oggi si può affermare che, nonostante i timori a volte alimentati ad arte, questo è il settore produttivo o industriale di gran lunga meno rischioso. La reazione non può sfuggire al controllo (non è mai successo in Occidente), le centrali hanno sempre impianti di raffreddamento multipli e sono contenute in edifici in grado di impedire la fuoriuscita dei materiali radioattivi anche in caso di fusione del nocciolo. Per di più oggi, a differenza di qualche anno fa, abbiamo un modo efficace per proteggerci dalle radiazioni. Ma l’energia nucleare suscita anche un altro genere di preoccupazioni: stiamo parlando del problema delle scorie radioattive, del rischio di proliferazione e del pericolo di attentati.

Le scorie radioattive
Le centrali nucleari hanno una sessantina d’anni, la metà dei quali trascorsi durante la guerra fredda. Allora c’era il sospetto che lo scopo principale del nucleare civile fosse quello di distribuire il costo degli arsenali atomici. In effetti le famose centrifughe, che concentrano l’uranio 235 al 4/5% per gli usi civili e al 90% per gli usi militari, servono ad ambedue gli scopi. Inoltre le centrali nucleari dovevano produrre il plutonio per le bombe, che veniva estratto dalle scorie radioattive.
In natura solo l’uranio 235, che è presente nella percentuale dello 0,7%, è fissile, cioè può sostenere la reazione a catena. Il restante 99,3% è uranio 238, che non è fissile. Di questo 0,7% ne veniva usato il 5% in un unico ciclo di combustione. Per questo si sentiva dire che di uranio non ce n’era a sufficienza. Estratto il plutonio, rimanevano molte altre scorie pericolose, la maggior parte delle quali a lungo periodo di dimezzamento, che nei primi anni venivano scaricate malamente nell’ambiente. In ogni caso esse dovevano essere sistemate da qualche parte, e molti erano preoccupati per questa pesante eredità lasciata alle generazioni future.
Ben presto però gli impianti per l’estrazione del plutonio si sono trasformati per separare dalle scorie i materiali più pesanti e a più lungo periodo di dimezzamento, che oggi vengono usati in nuovi cicli di combustione. Oggi in altrettanti paesi ci sono almeno sei impianti per il riprocessamento del combustibile esaurito. Così la quantità di combustibile è stata moltiplicata di 20 volte, con l’ulteriore vantaggio che vengono a poco a poco consumate le scorie più pericolose. Alla fine rimarranno solo poche scorie, pari ad un trentesimo dei materiali radioattivi di partenza, che dovranno essere conservate per 300 anni. Questo può sembrare un periodo lungo ma, dato che la loro quantità diminuisce velocemente, dopo 50 o 100 anni di questi materiali pericolosi ne saranno rimasti ben pochi. Dovranno comunque essere conservati finché la radioattività non sarà diminuita fino al livello di quella naturale.
Inoltre adesso ci sono i reattori autofertilizzanti che trasformano l’uranio 238, non fissile, in plutonio 239 che è fissile. In questo modo il combustibile viene moltiplicato di altre 120 volte. Infine c’è il torio, quattro volte più abbondante dell’uranio, che può essere trasformato in plutonio 233, a sua volta fissile. E sono già in funzione le prime centrali al torio.
Quindi, con la tecnologia oggi disponibile, che comprende anche i reattori veloci che bruciano il combustibile negli ultimi stati del riprocessamento, la disponibilità di combustibile nucleare è stata moltiplicata di 10.000 volte. Se prima c’era combustibile per qualche secolo, adesso ce n’è per qualche milione di anni. Forse per questo l’energia nucleare è considerata rinnovabile. E dopo che America e Russia hanno smantellato oltre il 90 % delle loro testate, anche l’uranio e il plutonio delle bombe alimenta le centrali nucleari. A questo punto non si può più sostenere che lo scopo principale di questi impianti sia quello di distribuire il costo degli arsenali nucleari. Infatti stiamo tornando allo scopo originario della pila atomica costruita da Enrico Fermi nel 1939: produrre energia per l’umanità.

Energia per l’umanità. E per l’Italia
Se non ci fosse stata la II guerra mondiale, forse non avremmo nemmeno le bombe atomiche. Infatti la tecnologia venne sviluppata per anticipare un analogo progetto del regime nazista. E furono necessarie moltissime risorse umane ed economiche che solo l’America poteva mettere insieme.
Poi sappiamo com’è andata: nonostante la segretezza del progetto Manhattan, i sovietici riuscirono ad infiltrare una spia che rubò tutti i segreti della bomba. Senza questo atto di spionaggio non ci sarebbe stato l’equilibrio del terrore, l’Unione sovietica forse sarebbe caduta prima e tutte le risorse sarebbero state indirizzate verso il nucleare civile. Senza il pericolo di proliferazione, le centrali nucleari si sarebbero diffuse più facilmente in tutto il mondo eccetera. Però questo scenario da Ecofantascienza potrebbe diventare oggi una realtà.
Infatti già da molti anni le due superpotenze alimentano le loro centrali con l’uranio e il plutonio delle bombe smantellate. E per quanto riguarda il pericolo di proliferazione, le conoscenze tecniche e scientifiche sono comunque già molto diffuse, mentre l’interesse per fabbricare ordigni atomici è diminuito. Perché, se è vero che queste sono armi potentissime, è anche vero che è molto difficile usarle.
Ad ogni modo questo non è un problema per l’Italia: noi le conoscenze tecniche le abbiamo già e non abbiamo nessuna voglia di costruire bombe atomiche.
Ma anche l’ultimo problema della sicurezza, cioè il rischio di attentati terroristici, è anch’esso superato o superabile. Finora, salvo che nei film americani, non ci sono stati tentativi di colpire delle centrali nucleari. Le centrali hanno una cupola di spesso cemento armato progettata per resistere alla caduta accidentale di un aereo. Quindi, più che degli attentati terroristici, sarebbero necessari dei veri e propri atti di guerra, che però scatenerebbero delle terribili rappresaglie.
Ad ogni modo se qualcuno pensa che questo sia un pericolo reale, la soluzione c’è: costruire le centrali sotto centinaia di metri di roccia. L’esempio sono i laboratori del Gran Sasso. Basterebbe un tunnel sotto una montagna che dia accesso ad ambienti in cui costruire le centrali. Nessun missile le potrebbe colpire. Quindi tutti i problemi di scurezza sono superati o superabili, e rimangono solo i vantaggi, che sono molti e importanti.
Intanto quella nucleare è energia a basso costo. Solo il carbone, che però è il meno sostenibile, è più economico. Il costo dell’energia elettrica prodotta nelle centrali convenzionali è per l’80 / 90% costo del combustibile e il resto costo d’impianto. In quelle nucleari la situazione è rovesciata: il costo prevalente è quello di impianto. E dato che la loro vita è stata allungata da 20/25 anni ad almeno 60, finito l’ammortamento rimane solo il costo del combustibile, che è il costo minore. Combustibile che può essere prodotto negli impianti di riprocessamento senza doverlo importare.
Inoltre oggi sono in fase di sviluppo impianti che lavorano con temperature sempre più alte allo scopo di rendere più efficiente il ciclo termodinamico o anche raddoppiarlo. E abbassare il costo unitario dell’energia non è solo vantaggioso di per sé, ma lo è anche perché potremo sostituire il riscaldamento a metano e le relative emissioni di CO2. E quando ci saranno le auto elettriche, potremo fare a meno anche della benzina.
Di solito le centrali elettriche, anche quelle nucleari, di notte girano al minimo perché la domanda di energia crolla. Le auto elettriche, che avranno consumi molto più bassi di quelle di oggi, ricaricheranno le batterie per lo più di notte usando questa potenza inutilizzata e ad un costo che è solo quello del combustibile.

L’esempio della Francia
Per esempio la Francia, che ha una sessantina di centrali nucleari che producono l’80% della sua energia elettrica, ha già tutta la potenza necessaria per alimentare le auto elettriche. E ne sta costruendo delle altre per sostituire anche gli impianti di riscaldamento (mentre la Germania, che di centrali ne ha 19, le vuole chiudere).
La Francia ha fatto le scelte giuste, ed è già pronta per un futuro con pochi combustibili fossili, poche importazioni di energia e tante auto elettriche (e sta facendo le cose giuste anche in Africa, perché è l’unico paese europeo impegnato nel progetto Grande muraglia verde del Sahel). L’Italia e l’Europa, invece, continuano a fare le scelte sbagliate, e una delle conseguenze è la crisi economica.
E’ ora che anche noi cominciamo a fare le scelte giuste. L’Italia dovrebbe dotarsi di un piano nucleare a lungo termine, con l’obiettivo di produrre con questa forma di energia tutta l’elettricità di cui abbiamo e avremo bisogno. Un piano che potremmo finanziare con i capitali risparmiati tagliando gli incentivi alle inutili e costosissime rinnovabili. Purtroppo ci sono ancora degli scienziati che sostengono, per esempio in qualche trasmissione di RAI Scuola, che eolico e fotovoltaico sono la soluzione al problema del riscaldamento globale (vedi in proposito l’art. RISCALDAMENTO GLOBALE?). Forse però non si rendono conto che questa politica energetica assurda, con i suoi immensi e inutili costi, sta limitando anche le risorse per la ricerca.
Un piano nucleare è necessario per superare la crisi economica. Prima di tutto perché diminuirebbe la portata del fiume di denaro che ogni anno se ne va all’estero per comprare energia, impoverendo tutto il sistema paese. E poi perché creerebbe delle nuove opportunità di lavoro per le imprese, che ci aiuterebbero a rilanciare l’economia.  
Finora in Italia non è stato possibile adottare una politica energetica basata sul nucleare, e l’incidente di Fukushima ha dato il colpo di grazia. Però è venuto il momento di rendersi conto che il nucleare è sicuro, che è la soluzione ideale al problema dell’energia e che ci aiuterebbe a superare la crisi.
Dobbiamo seguire l’esempio della Francia, non della Germania!