Seconda parte

Il sabotaggio della Grande Piramide.

Le cose però sono andate diversamente: dallo stato del monumento sembra evidente che questo colossale apparato di difesa è stato sabotato, e il sabotaggio deve essere avvenuto fin da quando la piramide era in costruzione e al momento della sua chiusura.
L’ipotesi del sabotaggio è fondata su una migliore comprensione del meccanismo di difesa, che grazie alla particolare situazione della circolazione dell’aria, avrebbe reso la piramide inviolabile per migliaia di anni. E poi sulla constatazione che di questo complesso apparato sono stati messi in opera solo quegli elementi che potevano essere facilmente demoliti o aggirati, mentre non sono stati attuati proprio quelli che sarebbero risultati insuperabili.
Per prima cosa sul fondo della grande galleria sono stati collocati a suo tempo solo tre dei 23 tappi di granito previsti, e con questi è stato a suo tempo chiuso solo l’inizio del corridoio ascendente, dove si possono vedere ancora oggi. Secondo gli archeologi è da escludere che oltre ai blocchi di granito siano stati spinti nel corridoio anche una fila di blocchi di marmo, e che poi questi ultimi siano stati demoliti dai predatori, perchè non ci sono indizi che lo facciano pensare. I blocchi tappo potevano essere predisposti sul fondo della grande galleria solo quando questa era ancora a cielo aperto. Per questo si può affermare che il fatto, se di sabotaggio si tratta, è avvenuto quando la piramide era ancora a un terzo della sua altezza.
Vale la pena ricordare che tutta la piramide è stata costruita in funzione del corridoio ascendente e della grande galleria. L’aggiunta di un secondo sistema di difesa tutto interno e di dimensioni adeguate, è l’elemento che ha costretto i progettisti a disegnare una piramide così grande.
Nelle descrizioni della piramide di Cheope non si legge mai la parola sabotaggio, eppure la situazione è la stessa di chi si fa costruire una costosissima cassaforte, fabbricata con materiali indistruttibili, ma poi si dimentica di comprare la chiave o non la compra per risparmiare.
Per una situazione come questa non ci sono spiegazioni ragionevoli. Al momento della chiusura di quella grande cassaforte di pietra che è la grande piramide, dopo tutto il lavoro che aveva richiesto, qualcuno si è “dimenticato” di girare la chiave nella serratura: veramente strano! Basti dire che sarebbero stati sufficienti appena 20 blocchi grezzi di granito o anche solo di marmo, quando per il rivestimento ne sono serviti oltre 100.000, tagliati con grande precisione e levigati con cura.
Ma anche il modo con cui sono stati chiusi gli ingressi alle due cripte fa pensare ad un sabotaggio.
La camera della regina è preceduta dal corridoio orizzontale. Come è stato detto sopra, esso doveva certamente essere murato per gran parte della sua lunghezza, ma non ci sono segni che ciò sia avvenuto.
E poi la camera del re. Come tutti i passaggi di piccola sezione anche l’ingresso ricavato nella parete di granito doveva essere chiuso da una muratura, ma anche questo sicuramente non è mai stato murato.
Per quanto riguarda il locale delle saracinesche, sono state demolite le due lesene che delimitano le sedi dei tre blocchi mobili, ed è stato spezzato lo spigolo superiore della porta di granito della camera del sarcofago, che presenta un’ampia frattura per tre quarti della sua lunghezza. Maragioglio e Rinaldi riferiscono anche di alcuni frammenti di granito con tracce di fori trovati nella parte inferiore della piramide che fanno pensare che le tre saracinesche siano state regolarmente messe in opera e calate al momento della chiusura.
Inoltre era stato sicuramente murato anche il passaggio dalla grande galleria al locale delle saracinesche che si apre in una parete di marmo di un metro di spessore. Qui sono evidenti i segni dello scalpello, che ha demolito tutto il lato destro di questa porta vista dalla grande galleria.
Oltre al modo con cui sono state chiuse le due cripte, c’è ancora un altro elemento che avvalora l’ipotesi del sabotaggio, ed è la constatazione che i ladri hanno dimostrato di conoscere molto bene la disposizione degli ambienti interni. Essi sapevano anche che era stato bloccato solo l’inizio del corridoio ascendente. Si sono quindi limitati a scavare un cunicolo orizzontale lungo una trentina di metri che arriva all’altezza dei tre tappi di granito, li hanno scavalcati e sono penetrati all’interno.
Questo cunicolo orizzontale ha messo in collegamento la grande galleria con l’esterno, e l’ha anche collegata in maniera più diretta, tagliando un percorso che prima costringeva ad una discesa e poi ad una salita.
Grazie al fatto che era stato bloccato solo l’inizio del corridoio ascendente, i predatori hanno potuto raggiungere la grande galleria senza la necessità di un lungo e disagevole scavo in salita. Ma sarebbe stato sufficiente questo collegamento più diretto per assicurare un adeguato ricambio dell’aria? Adesso l’ingresso della camera del re era situato trentacinque metri più in alto dell’entrata, e distava da questa 110 metri. Inoltre quello scavato dai ladri era allora solo uno stretto cunicolo, e non il largo passaggio che oggi viene percorso dai turisti. Il problema è: c’era adesso nella grande galleria un ricambio d’aria sufficiente per tutti i lavori necessari a demolire le barriere di marmo e di granito che avrebbero dovuto trovarsi davanti alle due cripte?
E’ difficile valutare in astratto la velocità con cui avviene (se avviene) il ricambio dell’aria in simili condizioni, ma si potrebbe verificare la cosa con un semplice esperimento. Bisognerebbe chiudere provvisoriamente con fogli di plastica gli ingressi della camera del re e della regina (e anche l’accesso alle camere di scarico), e collegare il corridoio ascendente con l’esterno tramite un tubo di gomma del diametro di un’ottantina di centimetri che simuli il cunicolo scavato dai predatori, chiudendo con un foglio di nailon il resto della sezione del tunnel. Poi nella grande galleria si potrebbe organizzare un party di fumatori accaniti, e mandare a casa gli invitati quando l’aria comincia a diventare irrespirabile. A questo punto bisognerebbe attendere un tempo sufficiente affinchè la temperatura dell’aria si abbassi fino a quella del resto della piramide, e misurare poi la velocità con cui avviene il ricambio dell’aria. Ma sembra davvero impossibile che in simili condizioni i predatori abbiano potuto sfondare uno spessore di granito di almeno 2,6 metri. La mancanza di ossigeno li avrebbe ben presto costretti ad uscire, e al di là delle evidenze archeologiche, anche questa considerazione porta ad escludere che la camera del sarcofago sia stata chiusa da una muratura di blocchetti di granito come sicuramente era stato previsto.
Chi volesse sostenere il contrario dovrebbe spiegare come avrebbero fatto i predatori nel Primo Periodo Intermedio a demolire in quelle condizioni una simile barriera di granito, e senza far uso del fuoco. Infatti già da allora era iniziata la spoliazione dei blocchi del rivestimento, a dimostrazione che la piramide era stata espugnata dai ladri. Ma i ladri, che in quel periodo sono penetrati all’interno di tutte le altre piramidi, evitavano in tutti i modi di aggredire direttamente il granito, proprio a causa della sua estrema durezza. E se lo facevano, era solo con l’aiuto del fuoco.

La lavorazione del granito.

 

Statua in diorite del faraone Chephren

Gli antichi egiziani disponevano di diverse tecniche per la lavorazione di materiali duri e tenaci come il granito, la quarzite, il basalto o la diorite. Potevano tagliare i blocchi di granito (come quelli di marmo) servendosi di seghe di rame, costituite da una lunga lama senza denti che veniva fatta scorrere all’interno di guide che assicuravano la massima precisione del taglio. Mentre due operai tiravano alternativamente la sega avanti e indietro, un terzo da sopra il blocco versava acqua e sabbia abrasiva. L’azione della sega incideva lentamente la pietra per effetto dell’abrasione della sabbia premuta dalla lama sulla superficie di taglio. Gli antichi egiziani riuscivano anche ad eseguire fori di tutti i diametri con trapani o cilindri perforatori di rame azionati a mano più sabbia abrasiva. Inoltre sempre con pietre abrasive venivano sagomate le superfici curve e incavate. E’ con queste tecniche che sono stati realizzati i vasi in pietre dure trovati in gran numero nei sotterranei della piramide di Djoser a Sakkara, e che venivano “scolpite” statue come quella famosa del faraone Chephren.Ma come facevano gli antichi egiziani ad estrarre dalle cave i blocchi di granito?
Nella cava di Assuan si può ancora vedere un grande obelisco abbandonato perchè durante il lavoro per estrarlo si era spaccato. A definire i contorni di questo obelisco lungo quaranta metri, ci sono due trincee larghe un metro e profonde tre metri. Come hanno fatto gli operai egiziani a scavare simili trincee in un materiale duro come il granito? Hanno usato il fuoco. Il fuoco dilata la pietra e provoca in superficie delle microfratture. Dopo aver scaldato la roccia col fuoco, lo strato più superficiale poteva essere asportato grazie al lavoro di pesanti mazze sferiche di dolerite, che si possono vedere ancora in gran numero nelle cave di granito dei faraoni.

Come avrebbero fatto dunque i predatori, con le tecniche di cui disponevano, ad entrare nella camera del sarcofago se l’ingresso fosse stato murato? Avrebbero potuto demolire il granito solo con il fuoco, che però avrebbe subito consumato tutto l’ossigeno presente nella grande galleria. L’unica possibilità sarebbe stata di scavare un tunnel molto in alto sul fianco della piramide per collegarla con l’esterno (lavoro che naturalmente non è mai stato fatto).

Chi è il responsabile?

Ma chi e perchè può aver sabotato la piramide di Cheope?
Il sabotaggio del sistema di protezione della piramide, documentato dallo stato del monumento, deve essere messo in relazione con i problemi di successione dinastica.

Le successioni dinastiche nell’antico Egitto.
Nella società egiziana antica la trasmissione dell’eredità, e anche del trono, non avveniva per via paterna, ma per via di madre. In altre parole, per avere diritto al trono bisognava essere figlio della sposa principale del faraone (quella che si trovava al primo posto nella linea di successione), oppure averne sposato la figlia. Questo spiega il gran numero di matrimoni tra consanguinei, e in particolare tra fratello e sorella. Spesso infatti, il fratello veniva fatto sposare con la sorella allo scopo di mantenere il trono nell’ambito della famiglia.
A succedere a Cheope avrebbe dovuto essere il principe Kanab, sia perchè era figlio della sposa principale del faraone, la “grande regina” Meritites titolare del diritto di successione, sia perchè ne aveva sposato la figlia e propria sorella Hetep-heres II, titolare del diritto di successione nella generazione successiva. Ma Kanab non divenne mai re perchè fu sepolto in una “semplice” mastaba che si trova, come le tombe degli altri familiari, ai piedi della grande piramide.

 

Il faraone Djedefrè

A succedere al trono fu invece Djedefrè, nonostante fosse figlio di una sposa secondaria, e nonostante gli altri figli di Meritites che lo precedevano nel diritto di successione. Djedefrè si procurò il diritto a regnare sposando Hetep-heres II, vedova di Kanab e sua sorellastra.
Dato che ha scavalcato tutti gli altri principi di sangue reale, gli storici pensano che Djedefrè fosse un usurpatore, e che abbia ottenuto il trono grazie a una congiura di palazzo, nella quale potrebbe avere ucciso il principe ereditario Kanab e costretto Hetep-heres a sposarlo.

L’ipotesi che Djedefrè sia un usurpatore trova ulteriore conferma nel fatto che costruì la sua piramide lontano da Giza, come se non si sentisse più parte della stessa famiglia. Inoltre le sue statue appaiono spezzate intenzionalmente, e il suo nome è stato cancellato dalle iscrizioni, oppure non compare nelle liste di faraoni dell’epoca. Fu oggetto cioè di una vera e propria “damnatio memoriae”, una condanna all’oblio particolarmente grave in Egitto, perchè cancellarne il nome significava annullare magicamente l’esistenza stessa di una persona.
Djedefrè ha regnato per soli otto anni, e forse è stato fatto uccidere da Chephren.
Figlio egli pure di una sposa secondaria, Chephren è diventato faraone sposando a sua volta la sorellastra Hetep-heres II, in quel momento due volte vedova (di Kanab e di Djedefrè), riconducendo così il trono nell’ambito della famiglia. Non solo: per evitare altri rischi per la corona, Chephren ha sposato anche la figlia di sua moglie, Meresankh, per evitare che qualcun altro, sposandola, potesse vantare diritti sul trono.
Come immediato successore di Cheope, è stato Djedefrè a presiedere alle operazioni di chiusura, ed è quindi lui l’unico candidato come responsabile del sabotaggio della piramide e del saccheggio del tesoro che vi era contenuto.
L’ipotesi è che Djedefrè abbia avuto la responsabilità dei lavori nei vani interni, cosa che gli avrebbe consentito di attuare di nascosto il suo piano di sabotaggio, concluso con l’usurpazione del trono. Alla morte di Cheope, probabilmente, ha adempiuto formalmente a tutte le operazioni previste per la chiusura della piramide, e appena consolidato il potere ha fatto scavare il tunnel per penetrare all’interno e rubare il tesoro. Ma ben preso il furto deve essere stato scoperto, e Djedefrè è stato ucciso e condannato ad essere dimenticato.
Ecco quello che potrebbe essere successo.

L’operazione di sabotaggio.

Sul fondo della grande galleria gli operai di Djedefrè avevano predisposto a suo tempo tre soli blocchi tappo. Lo spazio dei blocchi e dei blocchetti mancanti è stato riempito con materiali diversi, e il tutto ricoperto e tenuto nascosto per anni da un assito di legno, necessario in ogni caso per rendere sicuro l’andirivieni degli operai nella semi oscurità, e per il trasporto del corredo funerario.
Al momento di chiudere la piramide la camera della regina è stata lasciata aperta, oppure l’inizio del corridoio è stato chiuso da una semplice lastra di marmo facile da demolire.
Per quanto riguarda invece la camera del re, gli operai sabotatori hanno lasciato aperto l’ingresso della camera del sarcofago, poi hanno calato ad una ad una le tre lastre di granito, ma prima avevano predisposto le cose in modo che questo dispositivo potesse essere facilmente aggirato. Per questo, prima di far scendere i tre blocchi mobili, hanno demolito a colpi di scalpello le due lesene che delimitavano le sedi delle saracinesche, un’operazione molto semplice che può avere richiesto al massimo una mezz’ora.
Poi è stato regolarmente murato il passaggio dalla grande galleria al locale delle saracinesche. Quest’ultima operazione dimostra che i lavori all’interno erano in qualche modo osservati o controllati da funzionari estranei al sabotaggio, che però sono stati abilmente raggirati.
A questo punto la maggior parte degli operai sono usciti, e i rimanenti hanno liberato i tre tappi di granito e li hanno fatti scendere in modo da chiudere l’inizio del corridoio ascendente. Dall’altra parte si poteva solo capire che il corridoio era stato bloccato, ma non se era stato riempito in tutto o solo in parte. Chi era nel corridoio discendente non poteva quindi accorgersi dell’inganno. Fatto questo sono scesi per il pozzo di servizio e sono sbucati alla fine del corridoio discendente, e da lì sono usciti.
Sono seguite normalmente le altre operazioni di chiusura, per far credere che la piramide veniva sigillata come previsto: lo sbocco del pozzo di servizio è stato chiuso e camuffato, così come l’inizio del corridoio ascendente, e finalmente il corridoio discendente è stato chiuso riempiendolo di macerie e gli ultimi metri con tappi di marmo. Come ultima operazione l’ingresso della piramide sulla parete Nord è stato camuffato con una lastra uguale alle altre pietre del rivestimento. Dall’esterno si poteva solo vedere che tutte le operazioni di chiusura si succedevano regolarmente, senza che ci si potesse rendere conto che l’intero meccanismo di difesa era stato sapientemente sabotato.
Una volta che il nuovo faraone si fu insediato sul trono, pochi operai furono sufficienti per scavare un tunnel lungo una trentina di metri partendo molto in basso sul fianco della piramide, nascosto alla vista dal muro di recinzione. Una volta entrati nella grande galleria i ladri hanno dovuto riaprire l’ingresso del locale delle saracinesche, operazione che deve aver richiesto non più di un giorno o due di lavoro.
Poi, saliti sopra le saracinesche, hanno infilato un grosso cuneo di legno tra il primo blocco mobile e la parete esterna della camera del sarcofago, e spingendo il cuneo con qualche colpo di mazza, hanno inclinato le tre saracinesche dal lato opposto. In questo modo hanno aperto un varco di una trentina di centimetri tra le saracinesche e lo spigolo superiore della porta d’ingresso, e per allargarlo hanno demolito lo stesso spigolo con qualche altra mazzata. Così in pochi minuti sono potuti entrare nella camera del sarcofago, e se il condotto dell’aria era stato chiuso, hanno potuto immediatamente riaprirlo. Una volta ripristinata la circolazione dell’aria, in un secondo tempo e con più calma, usando trapani scalpelli e mazze, hanno demolito con un lavoro di molti mesi i tre blocchi di granito allo scopo di aprire completamente il passaggio. I frammenti delle saracinesche alla fine sono stati smaltiti attraverso il pozzo di servizio, e alcuni di essi con tracce di fori sono stati trovati dagli archeologi moderni. Qualche anno dopo qualcuno si sarà accorto che la piramide era stata violata, Djedefrè è stato fatto uccidere da Chephren che ha preso il suo posto, il tesoro è stato recuperato e il faraone usurpatore è stato condannato all’oblio.

 

 Il locale delle saracinesche di bloccaggio.
Una volta eliminatele lesene divisorie, i predatori hanno potuto aprire un varcoinclinando i tre blocchi mobili con un grosso cuneo di legno. Poi hannorotto lo spigolo superiore della porta di granito per allargare ilpassaggio.
 
La piramide di Chephren e la Sfinge.

Se l’ipotesi del sabotaggio fosse vera, e la probabilità è alta perchè alle evidenze archeologiche si sovrappone la figura di Djedefrè consegnataci dagli storici, allora Chephren, nel momento in cui saliva al trono e iniziava la costruzione della sua personale piramide, avrebbe dovuto porsi il problema di dare a suo padre Cheope una nuova sepoltura. Del resto lo stesso Cheope, qualche anno prima, aveva dovuto fare la stessa cosa nei confronti di sua madre.
La seconda tomba più ricca mai trovata in Egitto dopo quella di Tutankamon, è quella della regina Hetep-heres, moglie di Snofru e madre di Cheope. La sua tomba è stata trovata ancora sigillata, e conteneva un ricco corredo di mobili, arredi funerari e gioielli, mentre della mummia non rimaneva più nulla (nella tomba è stato rinvenuto anche un sarcofago completamente vuoto).
Secondo gli archeologi questa era la seconda tomba di Hetep-heres. La prima, data l’importanza del personaggio sicuramente sormontata da una piccola piramide, doveva essere stata saccheggiata mentre Cheope era ancora in vita. Cheope fece allora costruire una seconda tomba, non più sormontata da una piramide che ne segnalasse la presenza, che è sfuggita per questo alle ricerche dei ladri.
Ora anche Chephren si trovava nella stessa situazione: non poteva sottrarsi al pio dovere di dare una seconda sepoltura a suo padre. Ma suo padre era un faraone, un faraone-dio, non un comune mortale. Per un faraone non poteva bastare una semplice tomba. E questa tomba non poteva più essere la grande piramide, non solo perchè era stata violata da un atto sacrilego, ma anche perchè non poteva più essere chiusa. Quasi obbligatorio pensare che questa seconda tomba debba trovarsi all’interno del recinto sacro della piramide di Chephren. Del resto anche la seconda tomba di Hetep-heres è stata trovata all’interno del recinto della piramide secondaria costruita per una delle mogli di Cheope, la regina Henutsen.
Sicuramente Djedefrè era interessato solo al tesoro e non al resto del corredo. Quando Chephren decise di dare a suo padre una seconda tomba, fece prelevare dalla piramide tutto quello che vi era rimasto. Forse per questo motivo, e non solo perchè è la più visitata di tutte, la maggiore delle piramidi è anche l’unica nella quale non è stata trovata alcuna traccia di quello che conteneva. Per portare fuori questi oggetti, alcuni dei quali molto pesanti, probabilmente sono stati di nuovo inseriti dei picchetti nelle fossette ai lati della grande galleria, e le nicchie sono state chiuse con dei blocchetti perchè sarebbero state di intralcio.
Ma se le cose stanno così, è possibile affermare che Cheope ha trovato la sua definitiva dimora nella piramide di Chephren? Un indizio a favore di questa ipotesi è la presenza della Sfinge.
Sarà una semplice coincidenza, ma sta di fatto che l’unica piramide egiziana con due templi è proprio la piramide di Chephren. Chephren – su questo concordano gli archeologi – accanto al tempio a valle della sua piramide, fece costruire la Sfinge con il suo tempio. Che il tempio della Sfinge sia stato costruito da Chephren lo si deduce dal fatto che i due edifici hanno le stesse dimensioni esterne, sono strettamente affiancati e allineati, e tecnicamente sono costruiti nello stesso modo. La Sfinge e il relativo tempio sono sempre stati considerati un corpo unico con il complesso della piramide di Chephren, e per questo molti hanno pensato che la Sfinge rappresenti questo faraone. In realtà si tratta di un’ipotesi fondata solo sulla mancanza di altre ipotesi, ma per varie ragioni è piuttosto improbabile che questi due templi vicinissimi siano stati dedicati al culto dello stesso sovrano.
Anche i tratti fisionomici, per quello che ne è rimasto, non sembrano assomigliare a quelli del faraone Chephren. Nella statuaria ufficiale egizia è sempre possibile riconoscere i personaggi rappresentati. E’ abbastanza strano, quindi, che la Sfinge e le statue di Chephren non si assomiglino più di tanto. Purtroppo, invece, mancano dei ritratti ufficiali di Cheope con cui fare un confronto. L’unica immagine che possediamo è una statuetta in avorio del faraone seduto, alta cinque centimetri, che non rappresenta necessariamente l’iconografia ufficiale, e i cui lineamenti, per forza di cose, sono un po’ approssimativi. Ma non sembrano del tutto incompatibili con quelli della Sfinge.
Forse il tempio della Sfinge è stato costruito in onore del faraone Cheope, sepolto anch’esso nella piramide di Chephren. Forse c’è una camera ancora sconosciuta all’interno della piramide. Forse la Sfinge, con il suo volto enigmatico, ha protetto per migliaia di anni questo segreto!
 

 

 
Altri indizi.

Ci sono ancora altri argomenti a favore dell’ipotesi di una seconda tomba del faraone Cheope all’interno della seconda delle piramidi. In particolare potrebbero trovare finalmente spiegazione alcune particolarità piuttosto strane e finora non spiegate: per esempio il fatto che il pavimento della cripta principale non è stato rifinito, e lo stesso dicasi del sarcofago che non è stato levigato e rifinito all’esterno.
Effettivamente quella del sarcofago è una stranezza non da poco anche se, in mancanza di qualsiasi spiegazione, nessuno si è mai posto esplicitamente il problema. E’ sufficiente pensare a questo monumento che ha richiesto un lavoro immenso. Al centro della piramide c’è la stanza del sarcofago, costruita interamente con grandi blocchi di granito rosa di Assuan dalla superficie perfettamente levigata (salvo appunto il pavimento). Al centro di questa stanza, nel centro del centro della piramide, c’è un sarcofago di granito nero, la cui superficie esterna è stata lasciata allo stato grezzo, mentre le superfici interne sono levigate . Ma dire così è ancora poco. Qualcuno ha ipotizzato che l’aspetto esterno “rustico” sia dovuto a necessità rituali a noi sconosciute, per esempio che dovesse simboleggiare un ritorno alla madre terra. Ma l’esterno del sarcofago non è allo stato di roccia naturale, perchè si riconoscono i segni della sega con cui è stata tagliata la pietra: è semplicemente un lavoro lasciato a metà. Per fare un confronto nella piramide di Chephren c’è un sarcofago dello stesso tipo che è stato rifinito anche all’esterno, nonostante sia stato interrato nel pavimento. In realtà è normale che il sarcofago sia stato portato dentro la piramide quando ancora l’esterno non era stato rifinito. Durante il trasporto di un oggetto così pesante le parti esterne avrebbero potuto danneggiarsi. Come in altri casi, la superficie esterna avrebbe dovuto essere levigata dentro la piramide, ma questo lavoro non è mai stato fatto. Ma se è vera l’ipotesi del sabotaggio, allora ci si può spiegare perchè alcune rifiniture sono state trascurate: chi ha sabotato il sistema di difesa della piramide con l’intenzione di saccheggiarla, non poteva certo essere interessato a completare questi lavori.
Un’altra stranezza non spiegata è che la piramide di Chephren, pur essendo più piccola, supera in altezza di alcuni metri quella di Cheope. E’ più alta non perchè sia più grande, ma perchè poggia su un basamento situato dieci metri più in alto, e anche perchè ha una maggiore verticalità. Un fatto che non sembra casuale, come se gli architetti abbiano progettato la piramide proprio perchè superi in altezza quella di Cheope.
Come mai questa competizione irrispettosa? Come mai questa offesa al prestigio e alla memoria del padre che, grazie a questi “trucchi”, non sarebbe stato più titolare della maggiore delle piramidi? Tutto però si spiegherebbe se la piramide di Cheope fosse stata violata da un atto sacrilego, e se in quella di Chephren fosse stata ricavata anche la seconda tomba di Cheope, che così avrebbe trovato di nuovo dimora nella più grande delle piramidi.
Georges Goyon ha sostenuto che la Sfinge è opera di Djedefrè, dato che sembra preesistere alla costruzione della piramide di Chephren. Infatti la via cerimoniale deve fare quasi una deviazione per aggirarla.
L’osservazione non è peregrina perchè, se al momento di dare inizio ai lavori ci fosse stato solo un informe rilievo roccioso, probabilmente sarebbe stato demolito per far passare di lì la via cerimoniale. Quindi la decisione di costruire la Sfinge deve essere stata presa prima. Ma non può essere opera di Djedefrè: come sappiamo la sua piramide è andato a costruirsela da un’altra parte. Quindi a costruire la Sfinge non può che essere stato il faraone Chephren proprio all’inizio del suo regno.Il mistero della camera segreta.
Se l’ipotesi di una seconda tomba di Cheope fosse vera, potrebbe trattarsi di una stanza inaccessibile, che non avrebbe avuto bisogno di essere collegata con l’esterno da corridoi o da particolari meccanismi di difesa. Una stanza che avrebbe potuto essere costruita all’interno, o più probabilmente, sotto la piramide, senza lavori imponenti che dessero nell’occhio, e senza lasciare ricordi tra le migliaia di operai addetti alla costruzione.
E una tomba con un tesoro degno di un faraone. Quasi certamente Chephren aveva recuperato l’intero tesoro trafugato dalla piramide del padre, e almeno gran parte di esso lo avrebbe destinato alla sua seconda tomba. La disponibilità di questo immenso tesoro, in aggiunta a quello messo insieme dallo stesso Chephren durante il suo governo, potrebbe spiegare l’insolita dimensione della sua camera del sarcofago, e anche la sua disponibilità a destinare risorse per un secondo tempio in onore del proprio predecessore nell’ambito della dinastia.

 

L’estrazione dell’oro nelle miniere.

Una caratteristica della civiltà egiziana è sempre stata la notevole disponibilità di questo prezioso metallo.
L’oro è ancora oggi un metallo raro e prezioso, ma lo era molto di più in epoca antica. Per quasi tutta la sua storia l’antico Egitto è stato l’unico paese affacciato sul Mediterraneo a possedere delle miniere d’oro. Gli altri paesi l’oro lo potevano ottenere solo attraverso degli scambi commerciali. Ancora in epoca tarda, sotto il regno dei Tolomei, l’Egitto rimaneva il paese con le più abbondanti emissioni di monete d’oro.
Ma come se lo procuravano l’oro gli antichi egiziani? Lo ricavavano dalle sabbie e dalle ghiaie alluvionali, e anche dalle miniere di quarzo aurifero.
L’estrazione dell’oro da queste rocce richiedeva un lungo e faticoso lavoro, al quale erano addetti in permanenza alcune centinaia di schiavi. Il lavoro consisteva nello scavare la roccia per estrarne il minerale. La roccia quarzifera veniva poi frantumata con mazze di pietra, e quindi ridotta in polvere fine con mortai dello stesso tipo di quelli usati per macinare il grano. Per separare la piccola quantità d’oro contenuta nella polvere di quarzo, ne veniva steso uno strato su un largo asse di legno ricoperto per tutta la sua superficie da scanalature trasversali. Tenendo l’asse inclinato, veniva versata un po’ d’acqua che dilavava la polvere di quarzo, mentre l’oro, più pesante, rimaneva intrappolato nelle scanalature.
Date le modeste percentuali d’oro presenti nel minerale, occorrevano molte ore di faticoso lavoro per ottenerne appena qualche grammo. Eppure in questo modo i faraoni si procuravano ogni anno molte decine di chilogrammi d’oro, una quantità strabiliante per il mondo antico. La riprova della ricchezza in oro dell’Egitto antico, è data dal tesoro del faraone Tutankamon, il cui regno è durato appena nove anni. Se il suo regno fosse durato abbastanza a lungo, la sua tomba di oro avrebbe potuto contenerne alcune tonnellate.
Un altro indizio che la piramide di Cheope potrebbe essere stata violata al momento della chiusura, è la constatazione che, da Chephren in poi, non sono state più costruite camere all’interno del massiccio, come se questa fosse la logica conseguenza, da una parte del costo proibitivo di una simile soluzione, e dall’altra di un clamoroso fallimento che ne avrebbe dimostrato l’inutilità. Sta di fatto che la cripta della piramide di Chephren è stata scavata nel basamento sul quale è stata eretta la costruzione, e solo il “tetto” entra nel corpo della piramide, quasi sicuramente con la protezione di più ordini di colossali lastroni di marmo appoggiati sul pavimento di roccia. Il corridoio d’accesso parte molto in basso sul fianco della piramide e percorre solo poche decine di metri all’interno del massiccio, sul bordo esterno del monumento, dove il peso della massa sovrastante è ancora relativamente modesto. Anche la piramide di Micerino ripropone una soluzione analoga: due cripte sotterranee ed un corridoio d’accesso che parte molto in basso sulla facciata del monumento.
Un ulteriore elemento di questo cambio di strategia consiste nel fatto che le piramidi di Chephren e di Micerino hanno la parte del corridoio che attraversa la muratura tutta in granito, quasi a voler evitare quello che era appena avvenuto, cioè che i ladri, dopo aver scavato un cunicolo, potessero penetrare all’interno demolendo una delle pareti del corridoio. In più la piramide di Micerino era stata rivestita fino a una certa altezza di granito, con lo scopo evidente di impedire lo scavo di cunicoli nella parte più bassa e non in vista, e potrebbe essere proprio questa la ragione delle sue più modeste proporzioni. Infatti, se si fosse voluto rivestire di granito una piramide grande come quella di Chephren, di questa pietra difficile da lavorare ne sarebbe servita una quantità forse troppo grande. Infine anche la piramide appena abbozzata dello stesso Djedefrè, se fosse stata completata, avrebbe avuto la camera sotterranea del sarcofago e il corridoio d’accesso interamente di granito, sarebbe stata rivestita all’esterno ancora con granito e avrebbe avuto le stesse dimensioni di quella di Micerino.
Quindi una camera ricavata nel corpo della piramide, anche se priva di un corridoio di accesso, non sembra compatibile con questo radicale cambiamento di strategia che ha inizio proprio con la piramide di Chephren. Inoltre, costruire una tomba nel corpo della piramide, avrebbe voluto dire lasciare il faraone insepolto ancora per diversi anni. In teoria nulla è escluso, ma questa sembra un’ipotesi abbastanza improbabile. Sembrerebbe più logico pensare invece che la seconda tomba del faraone Cheope possa trovarsi o sotto la piramide o all’interno del suo recinto, dove però sarebbe già stata trovata.
In realtà c’è già un ambiente sotto la piramide di Chephren che potrebbe essere, forse, la tomba che stiamo cercando. Scavata interamente nella roccia, a pochi metri di profondità, c’è una seconda camera con il soffitto a due spioventi lasciata allo stato grezzo. Ad essa si accede attraverso una deviazione che si apre sul corridoio di accesso inferiore alla camera del sarcofago.
Difficile pensare che questo ambiente fosse destinato in origine a cripta principale: le sue dimensioni sono troppo modeste. Inoltre non sembra far parte di un progetto coerente, ma sembra piuttosto il frutto della decisione tardiva che c’era bisogno di un’altra camera.
Se la decisione venne presa a piramide già iniziata, una nuova camera poteva essere ricavata solo ad una certa profondità e avrebbe richiesto la costruzione di un altro corridoio che doveva avere l’ingresso fuori dalla base della piramide. Il fatto poi che i due corridoi siano sovrapposti e collegati tra di loro, induce a pensare che questa seconda stanza sia accessoria alla prima, e non una tomba autonoma. Infine si può affermare con certezza che in questo ambiente sotterraneo non è mai stato messo un sarcofago.
Quasi sicuramente Djedefrè aveva rispettato la mummia di Cheope, che in fin dei conti era suo padre. Opinione non dimostrabile, ma rafforzata dalla constatazione che la damnatio memoriae non è durata a lungo, e che ben presto i familiari del faraone usurpatore sono stati riammessi all’interno della famiglia reale come se il torto fosse stato riparato.
La piccola stanza scavata sotto la piramide di Chephren è interessata da ristagni d’acqua, e quindi ben difficilmente può essere stata usata come tomba e ancora meno senza un sarcofago, necessario, come dimostrerebbe la seconda tomba di Hetep-heres, anche se la mummia non si fosse conservata. Ma il fatto stesso dei ristagni d’acqua a cui i costruttori della piramide hanno invano cercato di porre rimedio, significa che questa camera dopo essere stata scavata è rimasta aperta per molto tempo, è questa sembra la prova definitiva che non può essere diventata la tomba del faraone Cheope.
Dove potrebbe trovarsi allora la sua seconda tomba? Chephren avrebbe potuto scavare una camera sotterranea, seppellirvi suo padre insieme ad un ricco corredo, e costruirvi sopra la sua piramide. Una simile tomba, non collegata con l’esterno da corridoi o da altri segni che ne indichino la presenza, sarebbe sicuramente sfuggita alle ricerche dei ladri.
Un’ultima annotazione. Sarebbe stato trovato nel 1952 uno scarabeo con un’iscrizione che farebbe riferimento a una “tomba meridionale di Cheope”. Forse esiste veramente una camera segreta ancora da scoprire!

Ferrara, versione 15/5/2005

 
 
BIBLIOGRAFIA

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Georges Goyon – Il segreto delle piramidi – Roma 1990 – Newton Compton Editori

Kurt Mendelssohn – L’enigma delle piramidi – Milano 1990 Mondadori

Alan Gardiner – La civiltà egizia – Torino 1997 – Einaudi