Prima parte

L’architettura delle piramidi egiziane.

La piramide di Cheope, la più antica e l’unica rimasta delle sette meraviglie del mondo, è ancora, a distanza di millenni, il più grande monumento mai costruito nella storia dell’umanità.
Insieme alle altre maggiori piramidi, continua a destare la nostra meraviglia, e ancora facciamo fatica a capire come e perchè è stata costruita, con quanta manodopera, con quale organizzazione del lavoro.
Lo scopo principale che il faraone Cheope si prefiggeva, però, non era tanto quello di stupire e meravigliare i posteri, quanto piuttosto di realizzare una inviolabile dimora ultraterrena, e assicurarsi così l’immortalità. Gli ambienti interni sono stati sicuramente progettati per rispondere alle esigenze dei rituali di sepoltura, che più correttamente dovrebbero essere definiti riti di resurrezione. Ma questo riguarda la forma e la disposizione delle cripte, mentre i corridoi di accesso erano predisposti in modo da essere trasformati al momento della chiusura in barriere insuperabili.
Prima di Cheope il meccanismo di difesa dalle incursioni dei ladri era costituito da un corridoio di piccola sezione che, partendo da una delle facciate, di solito il lato Nord, scendeva con una pendenza di 26 / 27 gradi verso le cripte, situate in basso e al centro del monumento. Dopo che il corridoio era servito per portare all’interno la mummia del faraone con il tesoro e le suppellettili funerarie, esso veniva riempito con blocchi di marmo spinti dall’esterno sul piano inclinato del pavimento. Alla fine l’ingresso veniva camuffato con un’ultima lastra di marmo che si confondeva tra le pietre del rivestimento. Un sistema di chiusura apparentemente inviolabile ma in realtà piuttosto ingenuo, dato che per penetrare all’interno sarebbe stato sufficiente scavare un semplice cunicolo nel corpo della piramide, in un periodo in cui la maggior parte delle tombe erano ambienti scavati nella roccia.
I corridoi di collegamento con le cripte hanno una sezione molto piccola allo scopo di ridurre la dimensione dei blocchi tappo, e sono inclinati per far sì che possano scivolare facilmente verso il basso.
La progettazione degli ambienti interni ha dovuto superare moltissimi problemi, che non furono da meno di quelli che gli ingegneri egiziani dovettero affrontare per garantire la stabilità dell’intera costruzione.
Il faraone Snofru, il padre di Cheope, ha legato il suo nome a ben tre piramidi, la prima delle quali, conosciuta come piramide di Meidum, era crollata mentre ancora era in costruzione.
Fino al allora le piramidi erano a gradini e avevano contrafforti interni fatti con blocchi di marmo ben squadrati e ben connessi, disposti a forma di involucri successivi sempre più distanti dal centro. L’ultimo involucro di marmo costituiva il rivestimento esterno, mentre lo spazio intermedio era riempito con blocchetti non squadrati.
Nella piramide di Meidum, forse iniziata dal faraone Huni e proseguita da Snofru, l’ultimo involucro avrebbe dato per la prima volta al monumento una forma geometrica piramidale. Ma il crollo, avvenuto quando la costruzione era quasi terminata, aveva dimostrato l’inaffidabilità di questa soluzione strutturale.

 

 

 
Immagine e disegno della piramide di Meidun.
Il crollo, avvenuto quando la piramide era ancora in costruzione, ha messo in vista i contrafforti interni.
 
Da allora la stabilità della costruzione è stata affidata ad una muratura interna più regolare fatta con blocchi di grandi dimensioni, e ad un unico involucro esterno costruito con elementi ancora più grandi e meglio assestati sul quale sarebbe stato posato il rivestimento di marmo.
Una muratura più regolare consentiva anche di realizzare le cripte nel corpo del massiccio anzichè sottoterra, cripte che però dovevano essere costruite in modo da resistere al peso enorme della muratura sovrastante.
A risolvere i problemi strutturali dei vani interni si è arrivati per gradi. Infatti la seconda piramide attribuita a Snofru, quella a doppia pendenza, presenta all’interno gravi segni di dissesto, che si sono manifestati fin da quando era in costruzione. La pendenza più lieve della parte superiore è stata da molti interpretata come un tentativo di diminuire il peso gravante sugli ambienti interni. Da qui, forse, la decisione di costruire un’altra piramide meglio progettata e più solida.
Sta di fatto che la terza piramide attribuita a Snofru, la piramide rossa, ha una pendenza bassa quanto la parte superiore della piramide a doppia pendenza. Ma, nonostante ciò, anche questa presenta all’interno qualche segno di dissesto.
 
Gli ambienti interni della piramide di Cheope.

Cheope, pur conoscendo bene queste difficoltà, ma forte dell’esperienza maturata fino ad allora (quasi sicuramente aveva ricoperto incarichi di responsabilità nei cantieri delle piramidi del padre), ha voluto anch’egli costruire le cripte all’interno della sovrastruttura. E ha adottato anche lo stesso sistema di difesa dalle incursioni dei ladri, costituito da un piccolo corridoio discendente destinato ad essere riempito al momento della chiusura da blocchi tappo. Ma ha deciso di raddoppiarlo. In questo modo avrebbe anche potuto costruire le cripte molto in alto nel corpo del monumento, cosa importante, come si vedrà, per rendere ancora più difficile il lavoro dei ladri.
L’aggiunta di un secondo meccanismo di chiusura avrebbe però costretto gli architetti a progettare una piramide molto più grande, cosa che non solo avrebbe comportato di per sè più lavoro, ma anche maggiori difficoltà nella costruzione di questi criptici ambienti.
E’ proprio questo ciò che rende sbalorditiva la più famosa delle piramidi: non solo le sue colossali dimensioni, ma anche l’incredibile difficoltà e perfezione esecutiva dei suoi vani interni.
Gli architetti e i pianificatori dei lavori hanno dovuto lottare contro due opposti ordini di problemi: da una parte costruire la piramide più grande possibile; dall’altra assicurare la massima robustezza e stabilità delle strutture interne, compito questo tanto più difficile quanto maggiori sono le dimensioni del monumento. Spinti da queste due opposte esigenze, gli ingegneri, gli architetti e gli operai della piramide hanno fatto uno sforzo sovrumano per soddisfare la pretesa di immortalità di Cheope. Il risultato è stato il più grande monumento mai costruito nella storia dell’umanità.
Eppure gran parte di questo lavoro doveva servire a risolvere un problema molto semplice: evitare il dissesto anche minimo dei corridoi, in modo che i blocchi tappo, al momento opportuno, potessero scivolare senza intoppi verso il basso. Una semplice esigenza “meccanica”, ma dalla quale dipendeva la sicurezza stessa della piramide.
Sulla facciata Nord, ora che non esiste più il rivestimento di marmo bianco, si vede l’inizio del piccolo corridoio discendente. Questo passaggio, della sezione di un metro per m. 1,19, ha una pendenza di 26 gradi, attraversa per 28 metri la muratura della piramide, continua sottoterra per altri 77 metri, prosegue ancora in piano per una decina di metri, e termina in una grande stanza scavata nella roccia ma lasciata allo stato grezzo.
 
 
Come si può vedere dal disegno, a 25 metri dall’ingresso si apre sul soffitto un corridoio in salita, sempre della stessa sezione e della stessa pendenza. E’ il corridoio “ascendente”, lungo 39 metri che sbocca nella “grande galleria”. Proseguendo in salita attraverso la grande galleria si arriva alla camera del re o del sarcofago. Seguendo invece il percorso in piano si infila un corridoio largo m. 1,05 e alto m. 1,17 che dopo un percorso di 33 metri sbocca nella “camera della regina”.
Il complesso costituito dal corridoio ascendente e dalla grande galleria è il secondo meccanismo di difesa tutto interno. Il corridoio ascendente era destinato ad essere riempito al momento della chiusura da una fila di blocchi tappo, che dovevano essere conservati a questo scopo sul pavimento della grande galleria. La grande galleria ha la stessa pendenza del corridoio ascendente e ne costituisce la continuazione. E’ lunga 46 metri, larga m. 2,05 e alta m. 8,50. Alla base la sua larghezza è di circa un metro, perchè ai due lati corrono due banchine alte una sessantina di centimetri e profonde mezzo metro. E’ proprio sul pavimento, tra le due banchine, che dovevano essere conservati i blocchi tappo.
Infatti immediatamente sopra le banchine, sui due lati, sono state scavate delle piccole nicchie verticali (larghe 18 cm., profonde 20 e alte 60) per inserirvi le travi che dovevano tenere fermi i blocchi-tappo. Dal numero e dalla disposizione di queste nicchie si può sapere che erano previsti 23 tappi della lunghezza di un metro e mezzo ciascuno (le prime due nicchie presenti nella grande galleria, nel punto in cui il pavimento è in piano, probabilmente dovevano servire per un trave al quale appoggiare delle assi con cui collegate l’inizio della galleria stessa con la sommità dei blocchi tappo al momento del trasporto nella camera del re del corredo funerario).
Sulla superficie delle banchine accanto alla parete e in corrispondenza con le nicchie, e anche nei quattro angoli del corridoio, ci sono delle fossette che probabilmente sono servite in un primo tempo per erigere un’impalcatura, e poi per fissare dei picchetti per le corde durante il trasporto nella camera del re degli oggetti più pesanti.
I primi 5 metri della grande galleria non hanno il pavimento inclinato tra le due banchine, che invece è in piano e conduce all’ingresso del corridoio orizzontale, che viene così a trovarsi esattamente sotto il pavimento in salita della grande galleria. I primi 5 metri della grande galleria si percorrono quindi camminando sulle banchine laterali.
Per completare la descrizione, su un lato del “pianerottolo” si apre un passaggio che porta al “pozzo di servizio”, che sbocca alla fine del corridoio discendente. Infine ai lati di questo primo segmento in piano, ci sono 5 coppie di incavi per l’inserimento delle travi con cui doveva essere ripristinata, al momento opportuno, la continuità del pavimento tra il corridoio ascendente e la grande galleria.
Tutti questi ambienti sono stati costruiti con grandi blocchi di marmo perfettamente squadrati, e sono protetti dal peso sovrastante da una struttura di protezione molto robusta, come si può desumere dal fatto che in generale sono ben poco dissestati. Solo in due casi è possibile osservare questa sovrastruttura.
La porta d’ingresso alla piramide, ora che manca il rivestimento di marmo, consente di vedere una sezione del corridoio discendente. Questo minuscolo passaggio è sormontato da due spesse architravi sovrapposte, poi da un enorme blocco di forma triangolare che ha la funzione di scaricare il peso sulla muratura laterale, e infine da due ordini di colossali lastroni di marmo dello spessore fino a due metri disposti a capriata. Inoltre, grazie a un cunicolo che si apre nel punto più alto del soffitto della grande galleria, è stato possibile osservare l’impressionante sistema di protezione della camera del sarcofago, costituito da cinque camere di scarico realizzate con un centinaio di colossali architravi di marmo e di granito pesanti fino a 50 tonnellate ciascuno. Ma bisogna immaginare per la camera della regina, per la grande galleria e per gli altri corridoi un sistema di protezione altrettanto solido e robusto.
Già la costruzione di questi ambienti megalitici era oltremodo impegnativa. Ma i piccolissimi e ciò nondimeno ciclopici corridoi in discesa e la grande galleria hanno comportato ulteriori problemi. Infatti, a causa dell’inclinazione, il peso dell’intero corridoio tende a concentrarsi nella parte più bassa.
Il corridoio discendente è stato costruito realizzando prima un solido piano inclinato su cui posare i blocchi di pavimentazione, poi facendo scorrere sopra di questi i blocchi che fanno da pareti, e infine le architravi a mo’ di soffitto, sempre facendole scorrere dall’alto lungo il piano inclinato. Poichè questo corridoio termina sulla roccia del basamento, non corre il rischio di cedimenti a causa della sua inclinazione.
Ma il corridoio ascendente, per non gravare troppo sul corridoio inferiore su cui si appoggia, è stato costruito alternando blocchi disposti lungo il piano inclinato con monoliti di enormi dimensioni disposti su un piano verticale, successivamente scolpiti in opera per ripristinare la continuità delle superfici di pavimento, pareti e soffitto. Tutto ciò allo scopo di evitare che il peso dell’intero corridoio finisca col gravare sulla parte più bassa. Anche nella grande galleria sono presenti delle soluzioni per evitare un carico eccessivo nella sua parte più bassa; alcune di queste sono visibili, mentre le altre possono solo essere immaginate.
Ma per quale motivo era così importante costruire un efficace sistema di difesa dalle incursioni dei ladri, e quindi una piramide così grande? Cheope voleva che la sua piramide fosse assolutamente sicura, in modo che il suo corpo potesse conservarsi per i fatidici cinquemila anni necessari per raggiungere l’immortalità. Cheope ha costruito la sua immensa piramide perchè voleva diventare immortale!
E’ sorprendente constatare che questa sovrumana impresa (la costruzione della piramide, non la conquista dell’immortalità) è stata effettivamente portata a compimento. Ancora oggi si fa fatica a capire come, ma il dato di fatto è che i sudditi di Cheope hanno sicuramente risolto tutti i problemi, perchè a dimostrarlo c’è questo impressionante monumento.

Il sollevamento e il trasporto dei blocchi di marmo

Naturalmente, ma questo non attenua la nostra ammirazione, gli antichi egiziani avevano affinato diverse tecniche per rendere più produttivo il lavoro e ridurre per quanto possibile la fatica.
Per spiegare come riuscivano a sollevare e a trasportare un numero così grande di blocchi di marmo, sono state fatte numerose ipotesi, e molti hanno proposto dei modelli di gru che avrebbero dovuto facilitare il compito. Ma si tratta quasi sempre di ipotesi cervellotiche. Gli egiziani non avevano gru, ma se anche le avessero avute non le avrebbero sicuramente usate, perchè avrebbero dovuto azionarle a forza di braccia. I blocchi, invece, li trasportavano trascinandoli con delle slitte di legno lungo piste, o rampe, in leggera salita. Questo sistema, una volta ridotto l’attrito della slitta sulla pista, era molto più efficiente di qualsiasi gru, perchè sfruttava la forza delle gambe che sono molte volte più robuste e resistenti alla fatica delle braccia.
Per ridurre l’attrito, sulle piste venivano fissate a distanze regolari delle traversine di legno (qualcosa di simile alle traversine che sorreggono i binari del treno), che venivano unte con grasso. Su queste traversine di legno unte di grasso le pesantissime slitte potevano scivolare senza fatica.
Inoltre gli antichi egiziani erano molto abili, molto più di quello che possiamo immaginare oggi, anche nel lavoro di estrazione dei blocchi nelle cave e nello scavo delle gallerie in roccia.

Lo scavo delle gallerie e la cava dei blocchi.

Se un uomo di oggi, a titolo di prova, volesse fare lo stesso lavoro di scavo o di squadratura dei blocchi di marmo facendo saltare delle schegge con scalpelli di pietra dura e resistente, il suo lavoro potrebbe risultare anche qualche decine di volte più lento. Non è tanto questione di resistenza alla fatica – sicuramente gli operai egiziani di fatica ne facevano moltissima -, quanto piuttosto di colpo d’occhio e sensibilità di mano.
L’Egitto delle piramidi, nonostante il livello di organizzazione raggiunto dallo stato, aveva ancora un piede nella preistoria, anzi, per meglio dire, nell’età della pietra. Gli egiziani di allora non disponevano di un metallo come il ferro. Le stoviglie erano di terracotta, e i coltelli, come nell’età della pietra, erano di selce. Nel museo del Cairo si possono ancora ammirare alcuni falcetti di legno per il grano che hanno all’interno, al posto della lama, una scanalatura nella quale sono state inserite delle piccole e taglienti schegge di selce.
Fabbricare coltelli di pietra facendo saltare delle schegge dalle dure pietre silicee, richiede una consumata abilità. E’ necessario capire a colpo d’occhio dove e come colpire, e anche saper colpire con la dovuta precisione. Il colpo deve essere assestato con forza sufficiente, nel punto esatto e con l’esatta inclinazione, allo scopo di ottenere il distacco della scheggia voluta. Una abilità e una sensibilità che in epoca moderna solo pochi esperti di tecniche preistoriche sono riusciti a conquistare, e solo dopo molti anni di esercizio.
Questa capacità invece era comune nell’Egitto antico, perchè tutti dovevano essere in grado, esattamente come nella preistoria, di fabbricarsi i loro strumenti di pietra. Questa abilità che loro avevano, e che noi non abbiamo più, rendevano lo scavo in roccia, e lo scavo delle trincee per l’estrazione dei blocchi nelle cave, molto più spediti di quello che possiamo immaginare oggi.
Il risultato che Cheope si proponeva, per quanto difficile, faticoso e ambizioso, è stato quindi raggiunto, almeno dal punto di vista costruttivo. Perchè per il resto, come si vedrà più avanti, l’operazione si è conclusa con un totale fallimento. Dallo stato del monumento, infatti, risulta evidente che tutto il complesso meccanismo progettato a difesa della piramide è stato sabotato.

 

 
Il meccanismo di difesa.

La piramide di Cheope è l’unica ad avere le due cripte più in alto dell’entrata, e questo comporta una situazione del tutto particolare per quanto riguarda il problema della circolazione dell’aria.
Per gli antichi egiziani era abbastanza normale effettuare operazioni di scavo: gran parte delle loro tombe sono scavate nella roccia del deserto che delimita la valle del Nilo. Uno scavo in roccia può procedere solo verso il basso o in piano, non in salita. Ciò a causa del fatto che l’aria calda, meno densa, sale verso l’alto e l’aria fredda scende verso il basso. Durante lo scavo di un pozzo, per esempio, l’attività fisica degli operai e le lampade ad olio scaldano l’aria che può liberamente salire verso l’alto, sostituita continuamente da aria più fresca. In questo modo il ricambio è assicurato. Ma se immaginiamo lo scavo di un tunnel in salita a partire da una parete di roccia, l’aria riscaldata e impoverita di ossigeno, salendo verso l’alto, si accumula proprio nel punto dove si sta scavando, e diventa ben presto irrespirabile. E non è ancora tutto: man mano che diminuisce il tenore di ossigeno la fiamma della lampada comincia a produrre ossido di carbonio, un gas velenoso.
E’ per questo motivo che in tutto l’Egitto non si trova una sola tomba scavata dal basso verso l’alto. Per esempio, la maggior parte delle tombe della valle dei re sono dei corridoi lunghi anche 70/80 metri, scavati nella parete della montagna e che terminano con delle stanze. Questi ambienti si trovano sempre più in basso dell’entrata o al più allo stesso livello, mai più in alto.
Non c’è dubbio quindi che gli antichi egiziani fossero perfettamente consapevoli dell’impossibilità di fare uno scavo dal basso verso l’alto. E certamente ne erano ben consapevoli anche gli architetti della grande piramide che, avendo progettato due stanze più in alto dell’entrata, sono stati costretti a dotarle di condotti di aerazione, che non a caso sono rivolti verso l’alto. La piramide di Cheope è infatti l’unica ad avere i condotti di ventilazione. Non per ragioni magiche o per rendere un po’ più comodo il lavoro, ma perchè erano assolutamente indispensabili: senza di essi nessuno avrebbe potuto entrare nelle due cripte ed eseguirvi dei lavori, e nessuno potrebbe entrarvi oggi per una visita turistica.
Al momento della chiusura della piramide gli ingressi delle due cripte sarebbero stati sigillati, impedendo da quel momento la circolazione dell’aria. A questo punto è difficile credere che nella progettazione dell’apparato di difesa e delle manovre necessarie alla chiusura della piramide, non si sia tenuto conto della particolare situazione della circolazione dell’aria. Probabilmente chi ha progettato le due camere così in alto contava anche sul fatto che i ladri, sbucati nella grande galleria con un cunicolo scavato a partire dal basso, avrebbero trovato un ambiente completamente chiuso e nel quale il rinnovo dell’aria era impossibile. Il ricambio sarebbe stato reso ancora più difficile dal tragitto prima in discesa (primi 25 metri del corridoio discendente) e poi in salita che l’aria avrebbe dovuto percorrere.
Finchè, durante i lavori, i condotti di aerazione assicuravano la circolazione, non c’erano problemi; ma nel momento in cui la camera del sarcofago veniva sigillata, gli operai addetti alle operazioni di chiusura avrebbero potuto contare solo sull’ossigeno contenuto nella grande galleria, che forse anche per questo aveva il soffitto così alto.
Anche per non aver considerato il problema della circolazione dell’aria, diversi egittologi hanno pensato che durante la costruzione della piramide ci siano stati dei ripensamenti. In un primo tempo si sarebbe deciso di costruire la camera del sarcofago nella stanza sotterranea, poi nella camera della regina e infine nella camera del re. Ma l’architettura degli ambienti interni, finalizzata anche alla costruzione di stanze molto in alto nel corpo della piramide, sembra invece il frutto di un progetto unitario e coerente, nel quale la circolazione dell’aria gioca un ruolo di primo piano. Di questo progetto faceva parte integrante anche il pozzo di servizio, che è un elemento essenziale del meccanismo di difesa, e che è servito a suo tempo per migliorare la ventilazione nella stanza sotterranea mentre veniva scavata. Per quanto riguarda quest’ultima è da escludere che fosse stata concepita come camera del sarcofago, perchè il corridoio d’accesso non era stato predisposto per essere rivestito da lastre di marmo. Secondo Vito Maragioglio e Celeste Rinaldi, essa avrebbe potuto comunque servire come camera di sepoltura nel caso che il faraone fosse morto prima che la piramide venisse completata; a piramide completata, invece, essa è servita solo come comoda discarica delle macerie.
Ma anche la cosiddetta camera della regina non può essere il risultato di un ripensamento. Infatti essa contiene una grande nicchia, che sicuramente aveva una precisa funzione rituale: probabilmente doveva contenere la statua d’oro del faraone di cui si parla nel Testo delle Piramidi. Se ci fosse stato un ripensamento la camera del re avrebbe dovuto presumibilmente contenere, oltre al sarcofago, anche la stessa grande nicchia.
La camera della regina si trova esattamente sotto il vertice della piramide, mentre la camera del re è un po’ spostata verso Sud. Dato che l’entrata è a Nord, l’apparato di difesa dispone così di un po’ più di spazio, occupato dal locale delle saracinesche di bloccaggio, e potrebbe essere proprio questa la spiegazione della posizione non centrale della camera del sarcofago.
Ma come avrebbe dovuto funzionare l’intero meccanismo di difesa?

Le operazioni di chiusura della piramide.

Dopo la morte del faraone, una volta portate all’interno la mummia, il tesoro e gli arredi funerari, potevano avere inizio le lunghe e complesse operazioni di chiusura della piramide. Per prima cosa bisognava chiudere il corridoio d’accesso alla camera della regina.
Questo corridoio è un po’ particolare. Di solito i corridoi di piccola sezione hanno le pareti laterali costituite da un solo blocco. In questo caso, invece, poco dopo l’ingresso e per una ventina di metri, le pareti sono formate da due ordini di blocchi sovrapposti alti poco più di mezzo metro e lunghi un metro. Inoltre anche i loro spigoli verticali sono sovrapposti anzichè sfalsati, e si corrispondono ai due lati del corridoio. Questa disposizione ha lasciato perplessi gli archeologi, ma una spiegazione potrebbe esserci. Come sappiamo, se questi corridoi sono così piccoli non è per costringere i visitatori a procedere curvi o inginocchiati, ma perchè era previsto che dovessero essere chiusi da blocchi tappo oppure murati. Dato che il corridoio che porta alla camera della regina non è in discesa ma in piano, forse doveva essere riempito con blocchetti più piccoli, affiancati a quelli delle pareti e delle stesse dimensioni, cioè alti e larghi mezzo metro e lunghi un metro, in modo da confondere i ladri. Un cunicolo scavato nella camera della regina, ha mostrato che oltre le pareti della stanza per diversi metri c’è una muratura formata da blocchi di marmo perfettamente squadrati, per cui è probabile che tutti gli ambienti interni siano circondati da un involucro di questo tipo.
Quindi degli ipotetici ladri, sia che scavassero a destra che a sinistra o in avanti avrebbero probabilmente trovato per molti metri blocchetti delle stesse dimensioni, e avrebbero fatto fatica a capire se c’era un corridoio.
I blocchetti avrebbero potuto essere immagazzinati nella grande galleria, appoggiati sulle banchine nello spazio rimasto vuoto tra i blocchi tappo e le pareti. Le loro dimensioni di circa un quarto di metro cubo sarebbero state tali da consentirne lo spostamento ed il collocamento nella loro posizione definitiva.
Dato che sul pavimento della grande galleria c’è posto per 23 blocchi tappo, sulle banchine laterali avrebbero potuto trovare posto 46 blocchetti, più forse qualche altro nella parte più bassa e nella parte più alta. Di questi forse 8 erano destinati al corridoio d’accesso alla camera del sarcofago, mentre i rimanenti dovevano servire per chiudere il corridoio orizzontale, che avrebbe quindi potuto essere murato per una dozzina di metri.
Sigillata la camera della regina, sarebbe stata la volta della cripta principale. La camera del sarcofago è costruita interamente con grandi blocchi di granito (pavimento, pareti e soffitto) dello spessore da un metro e mezzo a due metri, ed è preceduta dal locale delle saracinesche pure di granito. Ha un unico ingresso di poco più di un metro di lato ricavato in una parete di granito che in quel punto ha uno spessore di due metri e sessanta. Anche questa porta, delle stesse caratteristiche di un corridoio di piccola sezione, era sicuramente destinata ad essere murata con blocchetti di granito, di dimensioni tali da poter essere spostati fin lì dalla grande galleria. Infatti, anche se a volte il modo di pensare degli antichi egiziani è diverso dl nostro, sarebbe stato fuori da ogni logica ispessire in quel punto la parete, se poi l’ingresso non doveva essere chiuso.
Nel momento in cui veniva sigillato l’ingresso della camera del sarcofago si interrompeva la circolazione dell’aria, e da questo momento gli operai avrebbero potuto respirare solo quella presente nella galleria. Le successive operazioni prevedevano la calata delle saracinesche di granito (tre lastre dello spessore di mezzo metro ciascuna), e la chiusura del locale delle saracinesche.
Chiuse le due cripte, gli operai avrebbero dovuto liberare dai loro fermi i 23 blocchi tappo per farli scivolare ad uno ad uno lungo il piano inclinato del pavimento fino a riempire tutto il corridoio ascendente. Completata questa operazione, potevano finalmente uscire all’aperto attraverso il pozzo di servizio, lo stretto cunicolo che partendo dal “pianerottolo” sbocca quasi 60 metri più in basso, alla fine del corridoio discendente.
Una volta usciti, altri operai avrebbero provveduto a murare lo sbocco del pozzo di servizio, a chiudere e camuffare con una lastra di marmo l’inizio del corridoio ascendente (che si apre sul soffitto di quello discendente), e a riempire dall’esterno la parte di questo corridoio scavata nella roccia con macerie, e il resto con blocchi di marmo. A questo punto la piramide poteva finalmente essere sigillata con la posa dell’ultima lastra per camuffarne l’entrata tra le pietre del rivestimento.
Per arrivare al tesoro i ladri avrebbero dovuto individuare l’ingresso, demolire i blocchi tappo e arrivare fino alla fine del corridoio discendente. Accortisi che la camera sotterranea era vuota, avrebbero dovuto scoprire l’ingresso del corridoio ascendente e, scavando un cunicolo lungo il percorso del corridoio, raggiungere la grande galleria.
Già questa operazione avrebbe comportato grosse difficoltà, dato che lo scavo avrebbe dovuto avvenire dal basso verso l’alto. A dimostrarlo c’è anche la constatazione che, quando nel 1817 Giovanni Battista Caviglia tentò di liberare dal basso il pozzo di servizio ingombro di macerie, fu costretto ad interrompere il lavoro a causa della mancanza d’aria, nonostante che il condotto non fosse completamente otturato.
Se però i ladri, dopo qualche anno di duro lavoro, fossero ugualmente riusciti a sbucare nella grande galleria, si sarebbero trovati in un ambiente completamente sigillato nel quale era impossibile la circolazione dell’aria, e non avrebbero quindi potuto svolgervi alcuna attività.
In sostanza la piramide era stata pensata come una specie di enorme cassaforte, e degli ipotetici ladri, supponendo che ignorassero la disposizione degli ambienti interni, avrebbero dovuto affrontare tre ordini di problemi. Innanzitutto avrebbero dovuto fare un enorme lavoro di scavo e demolizione e per di più in gran parte in salita, e quindi già in condizioni molto difficili. Poi, una volta arrivati nella grande galleria avrebbero dovuto fare ancora tantissimo lavoro che comprendeva la demolizione di uno spessore di granito di diversi metri; infine questo lavoro avrebbero dovuto farlo in condizione di totale mancanza d’aria.