Funziona o non funziona?

FUNZIONA O NON FUNZIONA?
 
 
L’autorità in campo scientifico è sempre un importante punto di riferimento. Però a volte è capitato che grandi scoperte sono state riconosciute con decenni di ritardo perché degli scienziati autorevoli si erano rifiutati di accettarle. Dopo 25 anni dall’annuncio di Fleishman e Pons continuano le prese di posizione negative di gran parte del mondo della scienza sulla fusione fredda. Eppure altri scienziati la pensano diversamente, e l’esecuzione del loro esperimento può essere vista in diversi filmati presenti su internet. Inoltre, salvo smentite, è stata scoperta un’altra reazione nucleare a bassa energia, è stato messo a punto un piccolo reattore, l’E-cat, sono state fatte diverse dimostrazioni pubbliche e sono stati costruiti alcuni prototipi di centrale elettrica da 1 MW. A questo punto è necessario stabilire una volta per tutte se la fusione fredda funziona davvero o se si tratta di una bufala.
In questi casi non ci si può più accontentare di un parere autorevole. L’unica cosa da fare è controllare direttamente l’esperimento. Il problema dell’energia è troppo importante per rischiare che una scoperta di questa portata non venga riconosciuta solo perché 25 anni fa alcune voci autorevoli non l’avevano ritenuta possibile.
 
 
 
Quello dell’energia è il problema più importante e strategico, sia per lo sviluppo che per la sostenibilità ambientale. Trovare delle fonti più economiche e meno inquinanti, infatti, vorrebbe dire abbassarne il costo e diminuire l’impatto ambientale di qualsiasi cosa venga prodotta.
Tutti però sono convinti che la soluzione verrà dalle rinnovabili, cioè da eolico, fotovoltaico, idroelettrico e biomasse. Ma anche se queste fonti naturali di energia, molto usate nei secoli passati, si sono modernizzate per produrre energia elettrica o carburante, esse hanno dei limiti che le rendono inadatte ad alimentare l’economia moderna .
In prospettiva l’energia del futuro non può che essere una qualche forma di energia nucleare. Le reazioni nucleari producono milioni di volte più energia delle reazioni chimiche, e senza l’emissione di sostanze inquinanti (vedi l’articolo “Reazioni nucleari terrestri”). Adesso però la popolarità dell’energia nucleare è molto prossima allo zero.
In parte ciò è dovuto a quella stessa opera di disinformazione che ha promosso le rinnovabili e demonizzato tutte le alternative; ma anche al fatto che le attuali centrali nucleari sono state progettate per usi sia civili che militari. E questo è un grosso problema, perché la tecnologia per usi “pacifici” è in gran parte la stessa delle bombe atomiche. Inoltre c’è il problema della radioattività, una forma di inquinamento invisibile che si presta a creare paura nell’opinione pubblica, e l’incidente di Fukushima ha dato il colpo di grazia.
Però ci sono delle altre reazioni nucleari che, almeno in teoria, potrebbero essere sfruttate per produrre l’energia di cui abbiamo bisogno, e che non hanno usi militari. In questo momento sono in fase di sviluppo due diverse tecnologie, le centrali nucleari al torio e i reattori modulari a letto di sfere. Il torio è un materiale radioattivo quattro volte più abbondante dell’uranio. Con le centrali al torio non ci sarebbe più il rischio di proliferazione nucleare. Rimarrebbe il problema radioattività, che però è gestibile come qualsiasi altro rischio. Le centrali a letto di sfere a sicurezza passiva sarebbero ancora migliori. Il combustibile nucleare verrebbe caricato tutto all’inizio, e poi consumato nei 50 anni di funzionamento previsti. Alla fine rimarrebbe solo una piccola quantità di scorie radioattive. Ma perché queste tecnologie maturino e si diffondano serviranno decine di anni, mentre di energia ne abbiamo bisogno adesso.
Poi ci sono le reazioni di fusione nucleare. Nuclei di atomi più piccoli che si fondono insieme per trasformarsi in atomi più pesanti. L’energia che illumina e riscalda la Terra, e che rende possibile la nostra stessa vita, proviene dal Sole. Nella sua parte interna i nuclei di quattro atomi di idrogeno (quattro protoni) si uniscono per dare origine ad un atomo di elio. In questa reazione una parte della materia si trasforma in energia. Tanta energia. Se potessimo replicare sulla Terra questa reazione, avremmo a disposizione una fonte di energia inesauribile, che consumerebbe minuscole quantità di materia e non lascerebbe alcun residuo chimico.
E’ da una cinquantina d’anni che gli scienziati lavorano ai reattori a fusione, ma è molto difficile replicare e tenere sotto controllo le condizioni fisiche estreme necessarie alla fusione dell’idrogeno, cioè le immense pressioni e le altissime temperature presenti nella regione più centrale del Sole e delle stelle. E anche se un giorno ci riuscissimo, scopriremmo che il reattore, come il Sole, emana una grande quantità di radiazione letale. E questa radiazione non sarebbe solo molto pericolosa, ma indebolirebbe in poco tempo i materiali di cui sono fatti gli impianti. In realtà, più si procede con queste ricerche, più ci si accorge che queste condizioni fisiche estreme comportano difficoltà insuperabili.
I reattori a fusione, quindi, non sembrano essere la soluzione, e comunque non sono a portata di mano. Ad un certo punto, però, alcuni scienziati si sono chiesti se non possano esserci delle reazioni nucleari innescate da condizioni fisiche non così estreme e replicabili in laboratorio. In fin dei conti, anche se la probabilità di una simile reazione fosse molto bassa, ma non nulla, potrebbe produrre una quantità di energia sufficiente ai fini pratici. Questa sarebbe la soluzione migliore che si possa immaginare: consumerebbe quantità minuscole di materia, non avrebbe bisogno di sostanze radioattive, non emetterebbe radioattività né sostanze inquinanti. E questo giustifica l’interesse di molti ricercatori.
Sta di fatto che 25 anni fa due scienziati, Martin Fleishman e Stanley Pons, annunciarono di avere prodotto una certa quantità di energia con una reazione nucleare “fredda”, cioè in condizioni fisiche di bassa energia. L’annuncio fece molto scalpore, ma nel giro di qualche mese alcune importanti istituzioni scientifiche, tra cui il MIT, affermarono di avere cercato di replicare l’esperimento senza successo, e la fusione fredda venne screditata.
Ciò nonostante altri scienziati hanno continuato queste ricerche, hanno perfezionato questo primo esperimento e individuato altre reazioni a bassa energia, dette LENR (Low Energy Nuclear Reactions). Inoltre due scienziati italiani, Andrea Rossi e Sergio Focardi, hanno realizzato un dispositivo, l’E-cat, in grado di produrre una discreta quantità di calore grazie ad un’altra reazione a bassa energia (vedi l’articolo “Fusione fredda di Rossi e Focardi”). E a differenza della reazione di F. e P., questo piccolo reattore produrrebbe dell’energia in una forma utilizzabile. Se fosse vero potremmo dire di avere trovato la sorgente ideale: pulita, sicura e inesauribile. Il problema però è capire, con le informazioni incomplete messe a disposizione del pubblico, se l’E-cat funziona davvero. Infatti, dato che questa scoperta si presta ad uno sfruttamento commerciale, non sono stati resi noti alcuni dettagli necessari per replicare la reazione in altri laboratori. Inoltre, nonostante tutti i tentativi, non è stato ancora ottenuto un brevetto (salvo che nello stato della California).
Però sono state fatte diverse dimostrazioni pubbliche di fronte ad esperti indipendenti, è in fase di sviluppo una centrale elettrica da 1 MW basata su questa tecnologia, e c’è un progetto industriale pronto a partire non appena questi test saranno stati completati.
D’altra parte i tempi si sono molto allungati e le promesse non si sono ancora trasformate in realtà, cosa che alimenta lo scetticismo di molti. Inoltre continuano le prese di posizione negative. Per esempio, alla fine della trasmissione Nautilus di RAI Scuola dedicata ai reattori a fusione, è stato fatto un accenno alla fusione fredda di F. e P., solo per dire che l’annuncio di 25 anni fa era prematuro perché l’esperimento non era stato prima replicato in altri laboratori, e che dopo di allora nessuno era più riuscito a ripeterlo con successo. Senza alcun accenno agli sviluppi più recenti.
La seconda affermazione però non è vera, perché l’esperimento di F. e P. è visibile in diversi filmati presenti su internet. In uno di questi, su YouTube, alcuni ricercatori dell’Enea di Frascati parlano del Rapporto 41 sulla fusione fredda, e mostrano una versione migliorata dello stesso esperimento eseguito nel loro laboratorio.
Una trasmissione come Nautilus, peraltro benemerita, o una rivista come Le Scienze, visto che hanno la possibilità di farlo, dovrebbero andare a controllare. Perché se è vero che ci può essere il rischio di incappare in una bufala, e di fare poi una brutta figura, il rischio opposto è molto più grande. Il rischio cioè di non riconoscere, o di riconoscere con cinquant’anni di ritardo, una scoperta dalle enormi conseguenze pratiche. E non sarebbe la prima volta.
Nella storia della scienza ci sono molti esempi di scoperte importanti che sono state riconosciute dopo decine di anni perché alcuni scienziati famosi non le avevano ritenute possibili. Si può ricordare l’opinione di lord Kelvin, lo scienziato più famoso della sua epoca, che il Sole non potesse avere più di qualche milione di anni, mentre i geologi e gli evoluzionisti come Darwin “sapevano” che doveva avere almeno qualche centinaio di milioni di anni. Poi la faticosa accettazione della teoria della relatività di Einstein, tanto che questa grande rivoluzione scientifica non è stata mai premiata con un Nobel. Oppure il ritardo di mezzo secolo con cui è stata accolta la teoria della tettonica a zolle di Alfred Wegener. Infine, in tempi più recenti, il ritardo con cui è stata riconosciuta la scoperta dei quasi cristalli di Daniel Schechtman, perché, ancora una volta, uno scienziato famoso non l’aveva ritenuta possibile (vedi l’articolo “Cristalli impossibili o quasi” di Ezio Puppin pubblicato da LeScienze nel mese di febbraio 2012).
Allora, come si fa a non andare a controllare? Una rivista come LeScienze o la trasmissione di RAI Scuola, visto che hanno la possibilità di farlo, avrebbero dovuto contattare i laboratori interessati e controllare da vicino l’esperimento. Poi avrebbero dovuto riferire che:
a) Abbiamo scoperto che questo esperimento è solo un gioco di prestigio.
Oppure:
b) Abbiamo controllato, ed effettivamente la fusione fredda funziona.
Non dovrebbe essere così nella scienza? L’autorità in campo scientifico è sempre un importante punto di riferimento. Infatti quasi mai i comuni mortali, o semplicemente i non esperti - e nessuno può essere esperto in tutto -, hanno la possibilità di controllare direttamente i risultati scientifici di cui sentono parlare. Se però a riferirne è un articolo pubblicato su una rivista scientifica o un libro scritto da uno scienziato esperto in quel determinato campo, ci possiamo ragionevolmente fidare. Ma quando sorge una controversia, a decidere possono essere solo i dati reali, cioè l’osservazione e il controllo diretto del fenomeno o dell’esperimento.
Il problema dell’energia è troppo importante per rischiare che una scoperta così fondamentale non venga riconosciuta perché 25 anni fa alcune voci autorevoli non l’avevano ritenuta possibile.
 
Ferrara, 31 maggio 2015