CACCIA AL TESORO (DI ALARICO)


Nell’anno 410, dopo alcuni tentativi andati a vuoto, i Visigoti di Alarico sono riusciti a entrare nella città di Roma e a saccheggiarla. L’assalto è avvenuto nel pieno dell’estate, quando molti notabili si trovavano nelle loro ville fuori città, ed è durato in tutto tre giorni. I Visigoti avevano molta fretta, perché temevano che i Romani si riorganizzassero e reagissero.
In questo breve lasso di tempo i Visigoti hanno preso il controllo militare dei punti strategici, si sono fatti aprire le porte dei templi e delle residenze principali, li saccheggiati e hanno caricato il bottino sui loro carri. Poi i carri trainati da buoi sono usciti lentamente dalla città e infine se ne sono andati anche i guerrieri che la presidiavano. Per evitare di essere inseguiti avevano preso degli ostaggi e se ne sono andati il più in fretta possibile.
L’ostaggio più importante era Galla Placidia, la giovane figlia dell’imperatore Teodosio sulla cui vicenda personale, che si intreccia con la storia del suo tempo, si potrebbe davvero fare un film. Rimane di lei a Ravenna, presso la basilica di S. Vitale, il mausoleo che porta il suo nome ricoperto all’interno di bei mosaici.
Questa è stata la prima volta che la capitale dell’impero è stata saccheggiata. A questa prima spoliazione, infatti, ne sono seguite molte altre. Ma la prima, anche se breve, è stata sicuramente la più fruttuosa. I Goti si sono limitati a portare via le cose più preziose e trasportabili, una profusione di tesori che erano ancora conservati a Roma alla fine dell’Impero.
Poi i barbari si sono diretti verso Sud, hanno devastato la Campania e attraversato la Calabria. Il loro nuovo obiettivo era il Nord Africa. In quei tempi difficili, nei quali tutto l’impero e l’Italia stessa erano continuamente esposti alle devastazioni e ai saccheggi, quella dell’Africa rimaneva l’unica provincia in condizioni di relativa normalità e prosperità. E quindi era l’unica in cui si poteva ancora fare bottino. L’intenzione dei Visigoti era di attraversare lo stretto di Messina, portarsi in Sicilia, e da lì passare in Africa. Ma il primo tentativo di attraversare lo stretto si era risolto in un mezzo disastro. Alcune imbarcazioni si erano rovesciate con la perdita di uomini, e l’impresa era stata rimandata ad una stagione più propizia (la costa dell’Africa sarà raggiunta vent’anni dopo dai Vandali, che devastarono la regione in maniera così profonda, da far scomparire ogni parvenza di società organizzata fino alla conquista araba).
Così i Goti risalirono la Calabria e per svernare si accamparono ai piedi della città di Cosenza. Possiamo immaginare che qui, costretti all’immobilità, abbiano cominciato ad esaminare il loro bottino e a separare l’oro e l’argento da tutto il resto. Ma proprio a Cosenza, durante l’inverno, il loro condottiero è morto.
Adesso i Visigoti dovevano dare al loro re un’adeguata sepoltura. Alarico doveva essere onorato con una tomba degna della sua grande impresa, la storica conquista della città eterna. E anche per l’enorme bottino di 70 tonnellate d’oro e 150 d’argento. Era stata proprio la prospettiva di mettere le mani su questo immenso tesoro che aveva spinto i barbari a tentare più volte l’assalto alla capitale dell’Impero.
Secondo lo storico Giordane, che afferma di averlo letto su un libro dello storico ufficiale dei Goti Cassiodoro di Squillace, venne deviato il corso del fiume Busento per scavarvi una tomba nella quale venne sepolto il re insieme al suo cavallo. Poi il fiume venne fatto rifluire nel suo letto. Questi imponenti lavori sarebbero stati eseguiti da prigionieri rastrellati nei dintorni, che alla fine sarebbero stati uccisi perché non rivelassero il segreto.
Questo è ciò che risulta dalle fonti storiche. Ma la domanda che ci poniamo oggi è: quante probabilità ci sono che questo racconto sia veritiero? Certamente il sacco di Roma non è fantasia. Ugualmente non si può dubitare del fatto che Alarico sia morto nel Sud dell’Italia pochi mesi dopo. Ma esiste davvero la sua tomba? Ed è nascosta sotto il letto di un fiume? E quali tesori potrebbe contenere?
Dato che i Goti, dopo avere devastato queste regioni, non intendevano rimanere nel Sud dell’Italia, una normale tomba in qualsiasi modo costruita, sarebbe stata ben presto saccheggiata e distrutta, se non altro per vendetta, non appena se ne fossero andati. C’era quindi realmente l’esigenza di costruire una tomba segreta e inaccessibile. E una tomba scavata sotto il letto di un fiume, secondo la loro tradizione di popolo nomade, avrebbe risposto a questa necessità.
Ma oltre a questo ci sono dei motivi più specifici che fanno pensare che il racconto degli storici corrisponda alla realtà. C’è un’intera categoria di oggetti importanti che sono scomparsi dalla storia e il motivo potrebbe proprio essere che sono finiti nella tomba di Alarico. Non cose di poco conto: stiamo parlando dei grandi cammei, cioè degli oggetti in assoluto più raffinati e preziosi che l’antichità abbia prodotto. Per le gemme più importanti venivano usate agate con stratificazioni di diversi colori, che venivano sfruttate abilmente per far risaltare le figure sullo sfondo o per colorare le vesti e i capelli. Le agate sono pietre molto dure, compatte e resistenti – le più usate erano la sardonica indiana e la sardonica araba -, ed erano quindi adatte per sculture in miniatura e di grande precisione come i cammei e i sigilli. Il lavoro richiedeva una grandissima abilità e tanta pazienza, e veniva svolto con piccoli trapani ad arco, le cui punte erano state ricoperte con un miscuglio di olio, smeriglio e polvere di diamante. Un’arte, quella dell’incisione, che nell’antichità era diffusissima, come dimostrano le numerose gemme di dimensioni minori che arricchiscono i più importanti musei del mondo. E un’arte che aveva raggiunto un livello altissimo; e per i cammei più grandi, che avevano bisogno di anni di lavoro e di molta più esperienza, un livello mai più toccato in seguito e raramente emulato. Quindi una grande scuola, diffusa in tutto l’Oriente, dalla Grecia all’Asia minore, dalla Siria all’Egitto, e infine a Roma, e che è stata attiva per secoli.
Ma una grande scuola non produce capolavori isolati, mentre invece i cammei di grandi dimensioni che ci sono pervenuti sono pochissimi. Si possono citare solo pochi pezzi importanti di epoca pre-romana, come la Tazza Farnese che si può ammirare al Museo archeologico di Napoli e il Cammeo Gonzaga alto 16 cm, conservato all’Ermitage di San Pietroburgo. Poi all’inizio dell’impero, in seguito al divieto di eseguire ritratti a dimensione di moneta, privilegio riservato alla famiglia imperiale, l’arte dell’incisione ha conosciuto un rapido declino. Ma i primi imperatori a partire da Augusto potevano ancora contare su abilissimi artigiani che hanno prodotto per loro altri capolavori.
Di questo periodo si conoscono la Gemma Augustea conservata a Vienna, il Grande Cammeo di Francia e un tondo di 15 centimetri che rappresenta un imperatore che sacrifica alla dea della Speranza. E questo è (quasi) tutto: quello che non si capisce però è perché di grandi cammei ce ne siano così pochi.
C’è un’altra importante categoria di oggetti prodotti nell’antichità che ha subito la stessa sorte: le grandi statue di bronzo della Grecia classica. Anche qui c’è una grande tradizione e una grandissima scuola, anche qui ci sono oggetti di qualità così elevata che non sono stati mai più eguagliati. Di queste statue ce n’erano diverse migliaia, delle quali pochissime si sono conservate, nella maggior parte dei casi perché erano finite in fondo al mare come i bronzi di Riace. Ma in questo caso la spiegazione c’è: erano oggetti di bronzo, e il bronzo è un metallo costoso, il cui valore può essere recuperato semplicemente fondendo la statua. Quasi tutti questi capolavori sono scomparsi perché sono stati fusi per recuperarne il metallo.
Però questa spiegazione non vale per i grandi cammei. Anche se sono fatti con pietre di grande pregio, non possono essere riciclati né fondendoli né facendoli a pezzi. Inoltre il materiale di cui sono fatti è praticamente indistruttibile. Dopo molti passaggi di mano la maggior parte di essi avrebbe dovuto arrivare fino all’epoca moderna. Quindi è inspiegabile che se ne siano conservati così pochi. Una spiegazione è che siano finiti quasi tutti nella tomba di Alarico.
Proprio perché erano gli oggetti più preziosi prodotti dalla civiltà antica, erano anche i più ambiti, e dato il loro enorme valore, solo i più potenti sovrani se li potevano permettere e in caso di guerra diventavano degli importanti trofei. In seguito alle loro conquiste in Oriente, prima Pompeo e poi Giulio Cesare, dedicarono numerose raccolte di gemme al Campidoglio e al tempio di Venere genitrice. E quando Augusto qualche anno dopo ridusse l’Egitto a provincia, ne riportò a Roma un’altra grande raccolta, che dedicò ancora al Campidoglio. E se poi qualche gemma importante fosse sfuggita ai conquistatori, non sarà certo sfuggita ai rapaci governatori delle province. I trofei di guerra, e anche la maggior parte dei tesori dei privati, venivano custoditi nei templi, che nell’antichità fungevano anche da banche o da cassette di sicurezza, dato che erano i luoghi più sicuri e vigilati.
I Goti di Alarico impiegarono in tutto tre giorni per saccheggiare la città di Roma, e in un tempo così breve possono solo avere assaltato i templi e le residenze principali. Inoltre non hanno avuto molto tempo per selezionare quello che portavano via: il loro criterio deve essere stato: se è qui deve essere un oggetto di grande valore. Lo prendiamo e poi vedremo meglio che cos’è. Tra questi oggetti non potevano mancare i grandi cammei con le loro ricche montature in oro.
Pochi mesi dopo Alarico è morto, e sicuramente nella sua tomba non troveremo tutto quell’oro e quell’argento, perché questo era proprio l’obiettivo dei ripetuti assalti alla città eterna. Ma un re che aveva compiuto una così grande impresa doveva avere una tomba all’altezza della sua fama. E cosa poteva esserci di meglio, per arricchirla, di tutti quegli oggetti di grande valore simbolico caricati in tutta fretta sui carri durante il saccheggio? Numerosi trofei di guerra, scettri e corone, armature di personaggi importanti o di capi sconfitti, simboli dell’identità, della religione e del potere della città di Roma. E forse tra i tanti anche qualche oggetto di grande valore scientifico, come automi meccanici, astrolabi ecc., portati anch’essi a Roma come bottino di guerra e da allora gelosamente custoditi come preziosi cimeli.
Ma i Visigoti erano un popolo nomade: si sarebbero portati dietro tutta quella paccottiglia? No, questi oggetti li avrebbero usati per arricchire la tomba del loro condottiero. Anche i grandi cammei, insieme ad innumerevoli altri più piccoli, privi delle loro montature in oro, devono avere avuto questa destinazione. Anche perché, per quanto preziosi e importanti, per lo più rappresentavano personaggi ormai dimenticati e non c’era più nessuno in quell’epoca che fosse disposto a scambiarli con un mucchietto d’oro.
Questa quindi è la spiegazione migliore che si possa trovare per la scomparsa dei grandi cammei, e nello stesso tempo questa stessa scomparsa è anche la migliore prova che questa tomba deve esistere davvero e che non è mai stata scoperta. Infatti, se fosse già stata trovata, in un modo o nell’altro i grandi cammei sarebbero ricomparsi. E l’ipotesi obbligata è che sia nascosta alla vista dalla corrente di un fiume. Ma se le cose stanno così, questa tomba non è destinata a rimanere per sempre nascosta, così come è avvenuto finora?
Fino a pochi anni fa questa sarebbe stata solo una domanda retorica, con una inevitabile risposta affermativa. Oggi però, con l’aiuto di alcune sofisticate tecnologie, si possono eseguire indagini strumentali atte a verificare il racconto tramandato dagli storici.
Nell’estate del 2008 una missione congiunta di scienziati italiani e russi ha cercato di risolvere il mistero di Tunguska (vedi l’articolo di LeScienze del mese di luglio 2008). Esattamente cento anni prima, in questa remota località della Siberia, c’era stata una grossa esplosione, forse di un grosso meteorite o di un corpo cometario, che aveva distrutto oltre 2.000 chilometri quadrati di foresta. Per tutta l’area interessata gli alberi erano stati abbattuti, e solo in una zona centrale i tronchi completamente spogli e anneriti erano rimasti diritti in piedi. Questo faceva pensare che l’esplosione fosse avvenuta in aria. Gli scienziati italiani avevano saputo che a pochi chilometri di distanza c’era un piccolo lago, e avevano approntato diversi strumenti per studiarne i sedimenti, nella speranza di trovare traccia delle polveri prodotte dall’esplosione. Le indagini con eco-scandagli acustici dimostrarono però che il fondo del lago non era pianeggiante, come ci si sarebbe dovuti attendere, ma aveva una forma a imbuto, con il punto più basso situato a 50 metri di profondità. Usando sia l’ecoscandaglio che un radar a penetrazione del sottosuolo, è stata indagata la struttura dei sedimenti, che per una profondità di più di dieci metri erano costituiti da depositi caotici con resti di rami e tronchi. E alcuni metri al di sotto del punto più profondo, è stato individuato un oggetto compatto del diametro di un metro. Nello stesso punto una piccola anomalia magnetica rilevata con il magnetometro ha dimostrato che esso contiene dei metalli. In sostanza con queste indagini gli scienziati hanno scoperto che il lago si era formato in seguito alla caduta di un frammento del meteorite esploso a qualche chilometro d’altezza, frammento che è stato individuato con notevole sicurezza al di sotto del punto più profondo.
Tutto questo per dare un’idea del tipo di indagini che si potrebbero fare oggi. Si potrebbe esplorare il letto del fiume con un magnetometro. Se venisse segnalata la presenza di metalli, una volta escluso che possa trattarsi di qualcosa come un vecchio elettrodomestico abbandonato (!), con un ecoscandaglio e con un radar a penetrazione si potrebbero indagare gli strati di roccia sottostanti, allo scopo di evidenziare delle discontinuità che possano far pensare ad un ambiente sotterraneo. Poi si potrebbero fare delle ulteriori indagini per arrivare alla certezza di avere individuato questa famosa tomba.
Ma “dove” bisogna cercarla? Tra i fiumi della zona ce n’è uno che merita la precedenza, ma che non è il torrentello che scende dalla montagna a cui la Storia ha assegnato il nome pomposo di “fiume Busento”.
Una volta individuata la tomba, si porrebbe il problema di riportarla alla luce. Ma certamente ne varrebbe la pena. L’importanza dei tesori che potrebbero esservi custoditi è tale che richiamerebbe per anni l’attenzione del mondo sul nostro Paese. E poiché l’immagine è tutto, ne trarrebbero vantaggio anche il turismo e tutta l’economia.
Tra i tanti cimeli storici che potremmo trovare nella tomba di Alarico, ce n’è uno più importante degli altri. Questo trofeo è il simbolo di una guerra condotta dai Romani in maniera particolarmente spietata, per far sapere a tutti qual’era la punizione per chi si ribellava al loro potere. Un trofeo prelevato nel tempio di Gerusalemme prima che fosse distrutto. Il candelabro a sette bracci d’oro massiccio, rappresentato nell’arco di Tito, divenne il simbolo di questa campagna militare. Quasi certamente esso era ancora conservato a Roma nell’anno 410. E se è così, è stato sicuramente trafugato dai Goti insieme agli altri tesori. Ma forse anche per questi barbari, già ampiamente romanizzati e cristianizzati, il suo valore simbolico superava quello pur notevole dell’oro di cui era fatto. E per questo motivo forse anch’esso è stato usato per onorare la tomba del loro condottiero.
Naturalmente questa è solo un’ipotesi, della quale non si può nemmeno stimare la probabilità. Ma se c’è una pur lontana possibilità di trovare il grande candelabro a sette bracci, questa è legata al nome di Alarico.