LE PRINCIPALI SFIDE AMBIENTALI

La società moderna è l’unico modello sostenibile sul piano sociale, perché è l’unica in grado di sconfiggere la povertà, il principale problema sociale. Ma è essa è anche l’unica sostenibile sul piano ambientale perché, superata la fase di crescita che porta dalla povertà al benessere, la popolazione non aumenta più, crollano la produzione dei beni materiali e il consumo delle risorse primarie, l’economia si trasforma per produrre sempre più servizi mentre aumenta l’efficienza con cui i vari beni vengono prodotti.
Oggi i paesi più sviluppati sono molto più sostenibili di quello che erano 50 o 60 anni fa, e quelli emergenti stanno percorrendo la stessa strada con solo qualche decennio di ritardo.
Però in questo momento l’impatto ambientale è sui livelli massimi e molti dubitano che la crescita estesa su scala globale sia sostenibile. Ma essa non durerà all’infinito e ben presto anche negli emergenti i mercati dei beni materiali verranno saturati e la loro produzione e relativo impatto ambientale sono destinati a crollare. Sta già avvenendo in quelli più avanzati. Inoltre per i problemi più importanti e strategici, che sono quelli dell’energia e della produzione del cibo, ci sono delle soluzioni già pronte o pronte ad entrare in scena.



Energia.
Cominciamo dai paesi sviluppati. L’americano medio consuma quattro volte più energia di un europeo, che a sua volta consuma diverse volte più energia del resto del mondo. Cosa possono fare l’America e l’Europa per diminuire il loro fabbisogno o renderlo più sostenibile? Le soluzioni principali sono due: sostituire il carbone con il gas naturale e sviluppare nuovi modelli di auto.
C’è già un’auto elettrica sul mercato, ed è la Tesla. E’ un’auto sportiva non adatta a tutti. Inoltre ci sono già delle piccole auto elettriche che hanno un’autonomia limitata, che però è sufficiente per il traffico in città. E continuano ad essere investite somme importanti nella ricerca sulle batterie. Ci sono già diverse tecnologie in fase di sviluppo che nel giro di qualche anno trasformeranno in elettriche anche le auto di grande serie. E le auto elettriche consumeranno solo un terzo o un quarto dell’energia e dei metalli rispetto ai modelli attuali. Inoltre per lo più faranno la ricarica di notte usando l’energia delle centrali elettriche che hanno rendimenti molto più alti del motore a combustione interna. E quando questi impianti sono sottoutilizzati.
Per quanto riguarda le fonti di energia, negli ultimi anni ci si è accorti che ci sono immensi giacimenti di shale gas distribuiti in tutto il pianeta, cioè gas naturale contenuto in rocce argillose e impermeabili. Per estrarlo bisogna rendere porose queste rocce, in modo che il gas possa salire in superficie attraverso i tubi delle perforazioni. Il metodo impiegato è immettere acqua nel sottosuolo a fortissima pressione, in modo da fratturare la roccia circostante e renderla permeabile. Servono molte più perforazioni, ma in compenso lo sfruttamento di ogni pozzo dura in media poco più di un anno. La tecnica del fracking, però, comporta alcuni inconvenienti: ci vuole molta acqua, parte della quale torna in superficie a volte inquinata da metalli pesanti. Un’altra conseguenza è che vengono provocati dei micro terremoti.
Per questi motivi qualcuno sostiene che lo shale gas non sia sostenibile. Però non c’è confronto con il carbone, la cui estrazione è molto più dannosa per l’ambiente. In vent’anni le miniere di carbone a cielo aperto negli Appalacchi hanno devastato più di 5.600 chilometri quadrati di territorio (1). Inoltre anche le falde freatiche vengono inquinate, e in forma permanente. Infine di carbone ne serve molto di più del gas naturale. Per il resto i vantaggi sono tutti per il gas. Sostituire le centrali a carbone con quelle a turbogas vorrebbe dire abbattere le emissioni di anidride carbonica dal 70% in America e in Europa all’85 / 90% in Cina e India, paesi che hanno centrali a carbone molto meno efficienti.
Ma anche così, molti sono convinti che la loro crescita non sarebbe comunque sostenibile. Negli Stati Uniti ci sono tre auto ogni quattro persone. Cosa succederà quando i cinesi avranno il reddito degli americani? Dato che la Cina conta 1,4 miliardi di abitanti, ci saranno 1,1 miliardi di automobili, più di quelle presenti oggi nel mondo!
Il modello cinese però è diverso da quello americano. La Cina sta costruendo grandi reti metropolitane nelle sue principali città, e sta collegando le città grandi, medie e piccole con linee ferroviarie ad alta velocità. Già oggi l’80% di tutti gli spostamenti di persone avvengono tramite questi mezzi pubblici, che hanno anche il vantaggio di consumare meno energia rispetto all’auto privata.
Questa soluzione al problema dei trasporti, che è tanto più conveniente quanto maggiore è il numero degli utenti, darà alla Cina grandi vantaggi sistemici sugli S.U. e sull’Europa. A questo punto diventerà obbligatorio passare a modelli di auto veramente innovativi. Ma allora, perché non cominciare adesso?


Agricoltura e allevamento. Il problema è nutrire fra qualche anno 9 o 10 miliardi di persone. Anche oggi molte famiglie povere non hanno cibo a sufficienza in quantità o qualità. Ma ciò avviene non perché l’agricoltura moderna non sia in grado di aumentare la produzione, come dimostra la distruzione di derrate agricole con il pretesto di produrre etanolo, ma perché molte famiglie non hanno un reddito sufficiente per l’acquisto del cibo. Se però il loro reddito aumentasse, e con esso la domanda, il mercato non avrebbe difficoltà a soddisfarla.
In realtà l’agricoltura moderna potrebbe nutrire in maniera adeguata non solo la popolazione attuale, ma anche una popolazione doppia, e senza aumentare la pressione sull’ambiente. Sì, ma come? Sfruttando i pascoli in maniera più efficiente, allevando animali diversi dai bovini, e adottando una dieta più povera di proteine animali!
In un servizio di RAI Scuola presentato da Jimmy Doherty, un giornalista che ha girato il mondo per studiare i problemi dell’agricoltura, è stata mostrata una soluzione innovativa adottata da un allevatore americano. In questo ranch ogni giorno viene recintata un’area diversa del pascolo, nella quale vengono condotti i bovini. La cosa è pianificata in modo che questi animali possano trovare ogni volta dell’erba completamente cresciuta. I bovini tendono a spostarsi poco e a rimanere raggruppati. E anche se ogni tanto le mandrie vengono spostate dove l’erba è migliore, il terreno da pascolo non è mai ben sfruttato. Con una rotazione dei pascoli ben pianificata, invece, ogni riquadro di terreno viene prima concimato a dovere, e poi sfruttato in maniera ottimale. Questa innovazione è completata da un’altra soluzione fantasiosa. Dopo quattro giorni vengono trasportati sul posto dei polli che mangiano le larve degli insetti che si stanno sviluppando nello sterco lasciato dalle mucche, evitando così molti problemi sanitari. Con questo sistema, a detta del proprietario, la resa dell’allevamento è aumentata di ben 16 volte! (da 250 dollari per acro a 4.000). Ma anche se ci fosse solo un raddoppio della produttività, non ci sarebbe quasi più bisogno degli allevamenti in stalla, e quindi anche delle coltivazioni necessarie per produrre i mangimi.
Un’altra soluzione per la produzione della carne, adatta a molti paesi della fascia tropicale, è allevare animali diversi dai bovini. Molto tempo fa il biologo Edward O. Wilson ha proposto di allevare tartarughe della specie Podocnemis espansa, che vivono nel bacino amazzonico, si nutrono di piante acquatiche, crescono in fretta e possono raggiungere i 50 chili di peso. Queste tartarughe sono molto ricercate per la loro carne, e per questo il loro numero è molto diminuito. Potrebbero essere allevate in bacini chiusi e alimentate con piante acquatiche raccolte in paludi vicine e con frutta di scarto, e darebbero una resa per ettaro 400 volte maggiore del tipico allevamento di bovini allo stato brado. Inoltre, così come è già successo con i coccodrilli, allevarle diminuirebbe la pressione su quelle che vivono allo stato selvatico (anche i coccodrilli una volta erano cacciati per farne scarpe e borse; ma da quando ci sono gli allevamenti, la caccia di frodo è stata messa fuori gioco e il loro numero è tornato quello originario). Ma oltre alla carne se ne potrebbe ottenere anche il guscio o carapace che aumenterebbe il valore della produzione.
Quindi la produzione di carne potrebbe aumentare ancora moltissimo. Ma in realtà non è nemmeno necessario, perché gli scienziati ci stanno dicendo che mangiamo troppe proteine animali, e che dovremmo diminuirle. Gli scienziati che studiano le conseguenze dell’alimentazione sulla salute hanno dimostrato che, a di sopra di un certo livello, che corrisponde a quello del nostro reale fabbisogno, più alto è il consumo di proteine animali, maggiore è il rischio delle cosiddette malattie del benessere, cioè cardiopatie, cancro, obesità, diabete, osteoporosi ecc. (vedi la pagina “Alimentazione e salute”).
In base ai loro attuali livelli di consumo, gli europei dovrebbero circa dimezzare carne, latte, latticini e pesce, mentre gli americani, che hanno consumi più alti, dovrebbero diminuirli ancora di più. Se i consumatori seguissero questi consigli ne otterrebbero grandi benefici per la salute e non ci sarebbe quasi più bisogno di coltivare granaglie per gli allevamenti.
Inoltre l’Africa, proprio perché la sua agricoltura è arretrata, ha grandi margini per aumentare la propria produzione. Infine gli S.U., che sono i più grandi produttori del mondo, coltivano le granaglie in maniera estensiva con rese per ettaro che sono la metà di quelle europee. Quindi di quanto potrebbe aumentare in America la produzione per il consumo umano, se fosse necessario e se ci fosse la domanda sul mercato? E in Sud America? E in Africa? In questo momento, però, il problema più grosso è costituito dalla pesca.
Pesca. Così come l’agricoltura si è appropriata di tutti i terreni pianeggianti, più profondi e fertili, allo stesso modo la pesca ha dato l’assalto alle principali risorse degli oceani. Ma mentre l’agricoltura e l’allevamento per svilupparsi hanno avuto a disposizione migliaia di anni, e compensano l’impoverimento del suolo con i fertilizzanti e l’irrigazione, nel settore della pesca c’è quasi solo la gara a chi arraffa le risorse che rimangono. Questo è proprio il classico esempio di come dei miglioramenti tecnologici possano tradursi in uno sfruttamento sempre più radicale e distruttivo dell’ambiente.
In questo momento quasi tutte le principali popolazioni di pesci e di grandi cetacei sono state distrutte o ridotte molto di numero. Una volta c’erano grandi banchi di merluzzi, sardine peruviane, tonni ecc. che quasi non esistono più. E la pressione della pesca continua ad aumentare. Per esempio ogni anno vengono uccisi 140 milioni di squali per ricavarne le pinne. E il danno potrebbe essere più profondo di quello che appare a prima vista. Si parla tanto di riscaldamento globale e dell’aumento dell’anidride carbonica. Ma nel ciclo del carbonio hanno un ruolo importante anche i mari e gli oceani. Grandi quantità di carbonio vengono incorporate dagli organismi marini, che poi si depositano sul fondo del mare sottraendo CO2 all’atmosfera. Ed è difficile dire quali potrebbero essere le conseguenze per il clima di una simile distruzione della vita marina.
La crescita economica dei paesi dell’Estremo oriente, Cina in testa, ha fatto aumentare la domanda di pesce. Però nello stesso tempo è proprio la Cina che più di ogni altro paese sta sviluppando gli allevamenti di pesce, sia nei laghi interni che nei mari costieri. Infatti, mentre con la sua flotta di pescherecci si appropria del 17% del pescato mondiale, essa produce anche il 62% di tutti i prodotti ittici di allevamento (che a loro volta sono pari al 90% del pescato mondiale). Tutto questo senza usare mangimi o fertilizzanti artificiali, ma gestendo in maniera attenta il ciclo dei nutrienti, e abbinando la produzione del pesce a quella dei molluschi e delle alghe commestibili. E poiché la domanda continua a crescere, la Cina sta facendo un grande sforzo per aumentare la produzione (Vedi l’articolo “Più pesce per tutti” pubblicato da LeScienze nel numero di giugno 2015).
Non c’è però solo la Cina. Gli allevamenti di pesce si stanno diffondendo anche in altre parti del mondo. Per esempio oggi quasi tutti i salmoni sono d’allevamento. Inoltre di recente si è riusciti a far riprodurre in cattività i merluzzi, che poi possono essere allevati in grandi gabbie in mare aperto. E i mangimi a base di farina di pesce stanno per essere sostituiti da soia geneticamente modificata contenente lisina, che arricchisce i pesci dei famosi acidi grassi Omega 3.
Però ci vorrebbero anche delle leggi migliori. Al di fuori delle acque territoriali per definizione non ci sono leggi. Ma poiché in mare non si possono mettere delle barriere, è difficile far rispettare le leggi anche all’interno delle proprie acque territoriali. Chi arriva prima prende tutto, e i governi sostengono questa gara finanziando l’acquisto di pescherecci sempre più grandi e moderni. Ciononostante da molti anni il volume del pescato mondiale non aumenta più, e questo significa che ad aumentare è la pressione della pesca sugli ecosistemi marini. Con questa politica abbiamo già distrutto quasi tutte le principali popolazioni di pesci, e di questo passo finiremo col distruggere anche quello che ancora rimane.
Per scongiurare questo esito catastrofico gli stati dovrebbero accordarsi per dirottare gli aiuti dall’acquisto di nuovi pescherecci alle attività di allevamento e alla ricerca scientifica collegata. Una politica che dovrebbe essere appoggiata anche dai pescatori, perché questa è l’unica possibilità di evitare la distruzione di tutte le specie sfruttabili. Per esempio si può immaginare quale sarebbe la situazione se i banchi di merluzzi fossero ancora quelli di 200 anni fa: sfruttati in maniera sostenibile potrebbero dare dieci volte più pesce di quello che si riesce ad ottenere oggi. E gli accordi tra gli stati potrebbero andare ancora oltre, per limitare le forme di pesca più distruttive e per alleggerire la pressione su quelle a maggior rischio.


Promuovere la crescita economica.
Per sconfiggere la fame bisogna sconfiggere la povertà. La Terra potrebbe nutrire non solo i 7 miliardi di abitanti attuali, ma anche una popolazione doppia. Ma a due condizioni: aumentare reddito e potere d’acquisto della parte più povera della popolazione mondiale, e orientare le decisioni politiche verso le soluzioni più efficaci e sostenibili. Per realizzare la prima condizione c’è una sola possibilità: far crescere l’economia. La domanda aumenta solo se aumenta il reddito, e se la domanda aumenta, ci sarà subito qualcuno che si darà da fare per soddisfarla.
L’economista peruviano Hernando de Soto ha studiato le economie dei paesi poveri per scoprire le ragioni della loro mancata crescita. Il principale problema che ha individuato è una insufficiente tutela del diritto di proprietà. Quasi tutti i paesi africani, anche a seguito della dominazione coloniale, hanno perso la maggior parte delle proprie istituzioni informali, con la conseguenza che i diritti di proprietà e quelli giuridici sono diventati arbitrari e incerti. Oggi per attestare una proprietà, registrare prestiti e contratti e appianare dispute, vengono redatti documenti scritti a mano, a volte firmati con impronte digitali, che poi sono sottoscritti da testimoni e dall’anziano del posto.
In Occidente gli imprenditori, quando avviano un’attività, di solito la finanziano per mezzo di mutui ipotecari, che non si possono ottenere su costruzioni abusive o su beni i cui diritti di proprietà sono incerti. De Soto ha stimato che gli africani possedevano nell’anno 2000 1.000 miliardi di dollari di capitale “morto”, cioè che non può essere usato per chiedere prestiti. Risolvere questo problema, dando ufficialità ai diritti di proprietà informali, vorrebbe dire dare una grande spinta all’economia.
La seconda condizione per la crescita individuata da de Soto è la liberalizzazione delle attività economiche. Un esempio per tutti. Come riferito nel suo libro “Il mistero del capitale” ormai introvabile in Italia, per aprire un’attività economica in Tanzania ci volevano 379 giorni e una spesa di 5.506 dollari. Non è un caso che in questo paese il 98% delle attività economiche fossero in nero. Inoltre in tutta l’Africa gli stati sono in guerra contro i mercatini spontanei che sorgono agli incroci delle strade, con le ruspe che regolarmente arrivano e spazzano via tutto. Queste attività devono essere sì regolamentate, ma non impedite o ostacolate. E non bisognerebbe imporre le regole dall’alto, ma standardizzare e ufficializzare quelle nate dal basso, come è avvenuto a suo tempo in Europa e in America. Per il resto l’economia per crescere non ha bisogno di essere “spinta”: ha da sola forza sufficiente, anche in Africa. Tutto quello che bisogna fare è non ostacolarla.
Anche gli aiuti internazionali sono finiti sotto accusa. Gli aiuti vengono dati ai governi, e così di fatto servono a solo a mantenere al potere le classi politiche locali. Questi aiuti spesso vengono concessi in cambio dell’acquisto di beni dal paese donatore, a prescindere dalla loro utilità. Peggio ancora, con il ricatto degli aiuti i paesi riceventi vengono costretti ad usare solo energie rinnovabili che, salvo casi particolari, sono del tutto inadatte a sostenere l’economia. Oppure ad impedire l’uso di piante geneticamente modificate, che potrebbero aumentare le rese agricole senza costi extra (vedi l’articolo “Piante geneticamente modificate”). Di fatto, secondo uno studio del 2005 degli economisti Raghuram Rajan e Arvind Subramanian del Fondo Monetario Internazionale, gli aiuti non hanno mai prodotto alcuna crescita. Mai.
La politica degli aiuti, quindi, dovrebbe essere come minimo ripensata. Gli aiuti non dovrebbero più arrivare ai governi, ma dovrebbero servire per finanziare degli specifici progetti. Per esempio potrebbero finanziare la costruzione di una strada per togliere dall’isolamento un’intera regione. Inoltre dovrebbero valorizzare e diffondere le iniziative che stanno avendo successo. Che ci sono anche in Africa, come dimostrano per esempio i servizi giornalistici di Jimmy Doherty. L’obiettivo dovrebbe sempre essere la crescita, che è anche l’unica vera condizione per togliere i paesi dell’Africa da uno stato di minorità perpetuato proprio dalla politica degli aiuti. Una crescita che avrà anche bisogno di energia. Dove trovarla? L’Africa occidentale ha grandi giacimenti di gas di tipo convenzionale, e chissà quanti altri ne se ne potrebbero trovare nel resto del continente. Un modo molto concreto di interpretare la politica degli aiuti potrebbe essere di donare all’Africa delle centrali a turbogas, che in questo momento sono di gran lunga la soluzione più efficiente e sostenibile.


Orientare le decisioni politiche.
Quindi per risolvere i problemi dell’energia e della produzione del cibo, e quello connesso della salvaguardia degli ambienti naturali, le soluzioni non mancano. Ma la condizione è orientare le decisioni politiche nella giusta direzione.
Finora le decisioni politiche hanno preso delle strade sbagliate. I governi hanno investito risorse colossali nelle cosiddette “energie alternative”, che lasciano i problemi immutati o addirittura li aggravano. Questo sito ha cercato di fondare i temi dell’ambiente e dello sviluppo sulla razionalità e sulla realtà dei fatti. Ma quali ragionamenti hanno ispirato la decisione di destinare tante derrate agricole alla produzione di biocarburanti, quando si sa che il loro contenuto in energia è uguale a quello che è stato speso per produrli? Stesso discorso per eolico e fotovoltaico: spese colossali e deturpamento del territorio praticamente in cambio di nulla!
I paesi sviluppati sono oggi molto più sostenibili perché hanno raggiunto uno stabile equilibrio demografico, perché hanno stabilizzato i loro consumi di energia, perché usano molto di più il metano, perché lo usano in modo molto più efficiente nelle centrali a turbogas, e infine perché le loro foreste non fanno che crescere.
Ma a livello globale i problemi si sono aggravati. Per l’energia bisogna prima di tutto trasferire i consumi dal carbone al gas naturale e dalle centrali a carbone alle centrali a turbogas.
Lo studioso di storia della scienza Lucio Russo afferma che i finanziamenti pubblici alla ricerca “si concentrano di fatto su ricerca di base priva di ricadute tecnologiche reali”. E poco più avanti “La ricerca accademica, indebolendo fino a vanificarli i rapporti con lo sviluppo tecnologico, rischia di avvolgersi su se stessa in modo autoreferenziale, perdendo anch’essa utilità sociale” (2). L’analisi a tutto campo dei temi dell’ambiente e dello sviluppo proposta da questo sito serve anche ad individuare le tecnologie più promettenti per affrontare i principali problemi del nostro tempo. E la ricerca dovrebbe prima di tutto verificare la fattibilità di cose come la fusione fredda, l’auto elettrica, la rotazione dei pascoli, gli allevamenti alternativi a quelli bovini, la carne artificiale ecc. Verifiche importanti, che per di più costerebbero poco.
Ma oltre ad indirizzare nelle giuste direzioni la ricerca e le decisioni politiche, è anche necessario promuovere la crescita economica dei paesi più poveri, sia per innalzare il loro tenore di vita sia per aumentare la loro capacità di spesa. Una crescita che comunque non durerà all’infinito, ma solo finché la produzione dei beni materiali avrà soddisfatto i bisogni fondamentali e raggiunto i limiti del mercato.
Per la prima volta nella storia abbiamo la possibilità di sconfiggere la povertà e di rendere sostenibile la società umana. Con la crescita e non con la decrescita. Non dobbiamo lasciarcela sfuggire.







 
  1. Matt Ridley – Un ottimista razionale – Codice Edizioni 2013 - pag. 264
  2. Stelle, atomi e velieri – Mondadori Università 2015 – pag. 16


(*) A dimostrarlo c’è un articolo dal titolo “Global terrestrial Human Footprint maps for 1993 and 2009” pubblicato in settembre da Nature Communications. Nel periodo di 16 anni considerato la popolazione mondiale è cresciuta del 23%, il volume dell’economia mondiale del 153%, mentre l’impronta ecologica globale è aumentata del 9%, meno della metà della crescita della popolazione. Per quanto riguarda i paesi più sviluppati, in gran parte delle regioni dell’Europa occidentale e del Nord America in questi stessi 16 anni la pressione antropica è diminuita di oltre il 20%. Vedi LeScienze del mese di ottobre 2016 – pag. 19. Questa è la conferma che nei paesi più sviluppati la pressione antropica è in diminuzione già da molto tempo.
(*)Dopo essere cresciute negli anni precedenti del 2,3% annuo, le emissioni globali di anidride carbonica si stanno stabilizzando, e questo nonostante che nel triennio 2014 / 2016 l’economia globale sia cresciuta del 9%. Infatti nel 2014 esse sono aumentate dello 0,7%, nel 2015 dello 0% e nel 2016 dello 0,2%, soprattutto a causa del progressivo abbandono del carbone da parte di Cina e S.U. Il calo in questi paesi è però compensato dalla crescita in altri. Come in India, le cui emissioni continuano ad aumentare al ritmo del 5% annuo (Le Scienze del mese di gennaio 2017 – pag. 24).
(**) Secondo un servizio apparso nella prima pagina del Resto del Carlino il giorno 13 ottobre 2016, le energie rinnovabili, tra costi diretti e indiretti, sono costate finora all’Italia 200 miliardi di Euro, e nei prossimi anni dovremo pagarne almeno altri 150 anche senza costruire alcun nuovo impianto. Per sostenere le pale eoliche le famiglie italiane pagano ogni anno 12 miliardi di Euro in più sulle bollette elettriche – in media 100 Euro a famiglia - .
(***) Il Global Burden of Disease 2015, un gigantesco lavoro di raccolta e analisi dei dati, ha fatto una stima dello stato di salute della popolazione mondiale e ne ha calcolato la speranza di vita, che ha raggiunto i 69 anni per gli uomini e quasi i 75 per le donne – media 72 anni - . Questo allungamento della vita è in gran parte dovuto alla riduzione della mortalità nella fascia di età sotto i 5 anni, che è passata da 12,1 milioni di decessi nel 1990 agli attuali 5,8 milioni. Vedi Le Scienze del mese di novembre 2016 – pag. 22.