IL PRINCIPALE PROBLEMA SOCIALE

La povertà

La nostra eredità ancestrale è la miseria assoluta di tutte le altre epoche. Il meccanismo che rendeva inevitabile la povertà era la trappola demografica. La crescita demografica è esponenziale, mentre il volume dell’economia rimaneva stabile, oppure cresceva in maniera lineare. Quindi ben presto le risorse, prima di tutte il cibo, diventavano insufficienti, con la conseguenza che la mortalità aumentava fino a compensare il tasso di natalità. Oppure se, grazie a qualche innovazione tecnica, la produzione aumentava, subito la crescita della popolazione riportava tutto al punto di partenza. Ma questa situazione di costante penuria rendeva la società molto competitiva: alla fine prevalevano i più forti, che non solo sottraevano le risorse vitali a tutti gli altri, ma li costringevano anche a lavorare per loro facendoli diventare di nome o di fatto i loro schiavi. E’ per questo che nel passato molti credevano che la causa della povertà fosse la prepotenza dei più forti, che rubavano le risorse al resto della popolazione. Senza però rendersi conto che a monte c’era una causa più profonda: la pressione demografica.

Solo con la crescita economica moderna il volume dell’economia è aumentato fino al punto da sorpassare la crescita demografica e ottenere per la prima volta un miglioramento reale delle condizioni di vita per tutta la popolazione. In un secondo tempo, quando l’economia è riuscita a soddisfare i bisogni fondamentali, anche i tassi di natalità hanno cominciato a scendere fino a raggiungere e superare il valore di equilibrio. Oggi la popolazione dei paesi più sviluppati è da tempo in diminuzione, ma anche nel resto del mondo i tassi di natalità sono crollati, tanto che già da una quindicina d’anni il numero di nuovi nati in media mondiale si è stabilizzato. Quindi anche il resto del mondo è già ben avviato sulla strada della stabilità demografica e della sconfitta della povertà. Lo dicono i dati ufficiali dell’ONU degli ultimi 50 anni: in nessun’altra epoca così tanta gente ha migliorato, e di così tanto, le proprie condizioni di vita. E il miglioramento continua. Da molto tempo la miseria assoluta non esiste più in nessuna parte del mondo, tanto che la lunghezza media della vita, tenendo conto anche della mortalità infantile, è triplicata. Un po’ più che triplicata nei paesi più sviluppati e un po’ meno negli altri.

Di povertà, intesa come la mancata soddisfazione di almeno qualcuno dei bisogni fondamentali, ce n’è comunque ancora molta. Ed è ancora forte la tentazione di accusare i ricchi della povertà dei poveri. E ad essere messa sotto accusa è proprio l’economia moderna, perché anch’essa è motivata dal desiderio di migliorare la propria condizione economica o di arricchirsi. Per questo molti considerano un loro dovere combattere l’economia di mercato e la società moderna, che invece si è dimostrata l’unico rimedio efficace contro la povertà: è difficile immaginare un errore di prospettiva più grande.

 

L’unica soluzione è la crescita economica, e non ci sono scorciatoie

Però c’è ancora un problema, che è anche l’unico vero problema. Certo, la povertà sta diminuendo, ma ci vuole comunque molto tempo per raggiungere un livello accettabile di benessere. Almeno due o tre generazioni. Se i paesi europei o “occidentali” lo hanno raggiunto prima degli altri, è perché sono stati loro ad inventare la società moderna e a goderne per primi i frutti. Purtroppo però la povertà non può scomparire in un giorno – è già un grosso risultato riuscire a farla recedere - e molti non accettano questo ritardo e cercano delle scorciatoie. Una di queste è l’emigrazione. Non sempre però ci sono le condizioni. Per esempio in Italia molti immigrati recenti, dopo avere consegnato tutti i loro risparmi ai trafficanti di carne umana, non hanno nulla con cui vivere o vivono di espedienti e attività illegali. Altri un lavoro l’hanno trovato, e se ci sono della possibilità questo è un bene. Ma l’ingresso in Italia dovrebbe comunque avvenire in maniera regolare attraverso le ambasciate e i consolati. E poi c’è il caso in cui gli immigrati un lavoro l’anno trovato, ma sottraendolo ai residenti. A titolo di confronto, nella prima metà del dopoguerra la Germania ha fatto entrare cinque milioni di lavoratori stranieri, e lo stesso facevano altri paesi europei. Ma allora avevano bisogno di forza lavoro. Inoltre per andare a lavorare in questi paesi bisognava avere un contratto di lavoro e un alloggio. Non era un’invasione. Nell’Italia della crisi, invece, la disoccupazione è raddoppiata, tanto che un terzo dei nostri giovani sono senza lavoro, la metà nel Meridione. E in più gli immigrati stanno sottraendo loro delle preziose opportunità di lavoro. E non è giusto che chi vive in Italia da sempre, paga la tasse ecc., venga scavalcato da dei nuovi venuti.

 

La guerra incessante contro la società moderna

La cosa migliore che possiamo fare per sconfiggere la povertà è favorire la crescita dei paesi emergenti, perché solo questa fa aumentare la disponibilità di beni e servizi e le opportunità di lavoro. Purtroppo però gli aiuti ai paesi poveri finora non hanno mai prodotto sviluppo, perché il loro scopo è sempre stato quello di colmare l’ingiustizia della diversità di reddito con qualche forma di redistribuzione. Tanto per capirci, proviamo ad immaginare dove sarebbe oggi la Cina se avesse dovuto contare su questi aiuti anziché su un autonomo processo di crescita: sarebbe ancora ferma al punto di partenza. Come l’Africa, del resto, nella quale le centinaia di miliardi finora spesi, invece di produrre crescita, l’hanno ritardata di una o due generazioni.

Se dal punto di vista morale i comportamenti si giudicano dalle conseguenze, questa politica degli aiuti dovrebbe essere considerata un crimine, e l’ideologia che l’ha ispirata una catastrofe intellettuale.

Sono tante le idee sbagliate che hanno spinto i governi dei paesi ricchi e molte istituzioni internazionali ad usare gli aiuti allo sviluppo in modo sbagliato. La distinzione eccessiva, che arriva fino ad una contrapposizione, tra crescita economica e sviluppo. Come se ci potesse essere lo sviluppo senza la crescita dell’economia. Oppure la convinzione che il commercio e la finanza siano solo speculazione. In realtà, il solo fatto di trasportare un bene da dove è abbondante ed economico a dove è più raro e costoso, ne aumenta il valore e questo aumento di valore è reale e corrisponde ad una lavorazione. E per quanto riguarda la finanza, essa svolge un ruolo fondamentale di sostegno alle attività economiche.

Ma alla radice c’è sempre la convinzione che la società moderna sia la causa delle ingiustizie e delle disparità sociali, mentre in realtà è il rimedio. In più oggi la società moderna viene accusata di essere insostenibile anche sul piano ambientale. In effetti, nella fase di crescita che porta dalla povertà al benessere, aumenta l’impatto sull’ambiente. Ma questa fase non è eterna. Ben presto i mercati dei beni materiali raggiungono i loro limiti e non possono più crescere. Inoltre, come dimostra la situazione dei paesi più sviluppati, aumenta la superficie dei boschi, torna la fauna selvatica, crollano le varie forme di inquinamento e diminuiscono anche le emissioni di anidride carbonica. Infine questi paesi hanno raggiunto da tempo la stabilità demografica, la condizione principale della sostenibilità.

E per quanto riguarda i paesi emergenti, essi stanno percorrendo la stessa strada di quelli più sviluppati con solo qualche decennio di ritardo. Però in questo momento la loro crescita sta aumentando la pressione sull’ambiente e su una scala molto più vasta, e per questo molti sono preoccupati. Ma intanto la pressione antropica aumenta a velocità molto minore della crescita economica. Inoltre proprio in questa fase vengono create le condizioni per una economia matura, che è l’unica sostenibile anche sul piano ambientale. Infine per i problemi più importanti e strategici, che sono quelli della produzione del cibo e dell’energia, ci sono già adesso delle vere soluzioni, praticabili, convenienti e alla nostra portata.

Secondo gli scienziati la prima cosa che dovremmo fare per prevenire tutte le malattie più diffuse è diminuire in maniera consistente il consumo di proteine animali. A questo punto a cosa si ridurrebbero agricoltura e allevamento, dato che per produrre carne latte e latticini l’impatto sull’ambiente è da cinque a dieci volte superiore rispetto ai vegetali? E questa è solo una delle cose che potremmo fare per il problema del cibo. Per quanto riguarda l’energia la soluzione è il gas naturale, che è abbondante, economico, pulito e a bassa o bassissima emissione di anidride carbonica. Con queste soluzioni potremmo rendere più veloce l’uscita dalla povertà di alcuni miliardi di persone e nello stesso tempo far crollare la pressione antropica globale. Inoltre otterremmo anche di migliorare il contesto generale, cosa che renderebbe più facile affrontare tutti gli altri problemi.

 

Decisioni sbagliate che nascono da idee sbagliate

Ma sono tante le decisioni politiche sbagliate causate da queste idee sbagliate sulla società moderna. Dopo gli “aiuti allo sviluppo” che rallentano lo sviluppo, al secondo posto ci sono le “energie rinnovabili”. La politica energetica è strategica sia per i paesi più sviluppati che per quelli emergenti. Ed è per questo che essa è sempre al centro dell’attenzione degli anti sviluppo, ma non purtroppo dei fautori dello sviluppo. Per questo si sente parlare con tanta insistenza del riscaldamento globale o del cambiamento climatico. Lo scopo però non è quello di diminuire le emissioni di anidride carbonica, ma di colpire le fondamenta dell’economia con un pretesto ambientale. In realtà l’energia eolica e fotovoltaica non sono la soluzione, perché vengono prodotte per lo più nei momenti sbagliati e in maniera discontinua e imprevedibile e quindi, nonostante i loro costi spropositati, non sono in grado di sostituire le normali centrali elettriche. Inoltre da anni viene combattuto il gas naturale perché è un combustibile fossile, che invece è la soluzioni dei problemi dell’inquinamento e delle emissioni di anidride carbonica. La domanda è: se è così importante “combattere il cambiamento climatico” perché volete le rinnovabili e non il gas naturale? Purtroppo l’Italia è il paese che più si è esposto con questa politica energetica costosa e inefficace.

Quando nel 2008 i prezzi del petrolio sono aumentati di diverse volte, l’Italia doveva importare l’85% dell’energia che consumava, perché erano 15 anni che erano state bloccate le estrazioni di idrocarburi, quasi tutto gas naturale, sul suolo nazionale. Un fiume di denaro che ogni anno se ne andava all’estero e impoveriva tutto il sistema paese, pari ad almeno tre punti di PIL. Poi quando i prezzi del petrolio sono aumentati di diverse volte, anche l’impoverimento del paese è aumentato di altrettanto. E’stata questa la causa della crisi, perché nessun paese può resistere ad una diminuzione del PIL a due cifre! E se un paese si impoverisce, i consumatori hanno sempre meno soldi da spendere, i negozi e le aziende chiudono ecc.

Come se non bastasse negli anni successivi abbiamo aggiunto la spesa inutile delle rinnovabili: tra costi diretti e indiretti stiamo spendendo qualcosa come 350 miliardi di Euro, in piena crisi, in cambio di nulla!

Altre decisioni sbagliate riguardano la proibizione delle piante geneticamente modificate, che costringe gli agricoltori a spargere nei campi grandi quantità di pesticidi. Poi la proibizione di usare il DDT, anche in quantità minuscole, per combattere la malaria in Africa. La distruzione di foreste equatoriali millenarie nel Borneo e in Brasile per produrre biocarburanti. E poi ancora i colossali investimenti sull’auto a idrogeno che, per ragioni fisiche insuperabili, non potrà mai diventare realtà.

Infine la società moderna viene combattuta in maniera instancabile anche con le armi della disinformazione. In un’epoca in cui i temi ambientali sono così importanti, c’è stato uno studioso di statistica, Bjorn Lomborg noto ambientalista, che ha fatto un lavoro enorme per raccogliere i dati riguardanti i principali temi ambientali. Dati che ha presentato in modo semplice e comprensibile nel suo libro “L’ambientalista scettico”. Avrebbe meritato premi e riconoscimenti, che l’avrebbero incoraggiarlo a continuare questo lavoro. Invece, poiché i dati smentivano molti catastrofismi, è stato oggetto di una campagna di denigrazione basata su pretesti risibili (vedi per esempio l’articolo di Lescienze “Equivoci sulla salute della Terra” del febbraio 2002). Il suo libro è stato condannato e messo all’indice, fino al punto che, caso unico, non è più reperibile nemmeno nelle biblioteche pubbliche. E l’autore è stato emarginato anche dal suo ambiente accademico in Danimarca. Eppure i dati presentati in questo libro sono fondamentali e rimangono validi ancora oggi, anche se si fermano a vent’anni fa. Data l’importanza che hanno assunto i temi ambientali, il suo lavoro dovrebbe essere continuato per arrivare fino ai giorni nostri. Ma quale altro studioso avrà il coraggio di farlo?

 

La condanna della società moderna

Nei secoli passati i nobili avevano tutto il potere, tutta la ricchezza e tutti i diritti civili e politici. Essi erano anche i soli che potevano avere delle proprietà terriere. L’unica eccezione era l’Inghilterra nella quale il re Enrico VIII aveva creato una classe di proprietari non nobili perché facessero da contrappeso alla nobiltà e al clero. All’inizio dell’era industriale molti di loro hanno investito i loro averi nelle nuove produzioni. Nel resto dell’Europa, dopo che Napoleone aveva abolito i titoli nobiliari, molti ex nobili si erano trasformati in imprenditori, finanziando e valorizzando le migliori esperienze nel campo artigianale, agricolo e commerciale. E’ così che è nata l’economia moderna, da una costola della società feudale. Con l’industrializzazione il volume dell’economia ha cominciato a crescere, la povertà ad arretrare e di conseguenza anche le disparità sociali hanno cominciato a diminuire. In altre parole le disparità sociali non sono nate con la società moderna. Al contrario, è stata proprio la crescita economica moderna a farle diminuire.

Ma se la società moderna ha questo grande merito, da dove nasce l’opposizione all’unica formula che si è dimostrata di in grado di sconfiggere la povertà? Le elite del passato usavano le loro ricchezze per costruire prestigiosi palazzi e chiese monumentali, che riempivano di opere d’arte. Avevano quindi bisogno di artisti, artigiani e commercianti. Ma anche di intellettuali, che avevano il compito di svolgere compiti amministrativi e celebrare le imprese dei loro padroni. Mentre il resto della popolazione, che il potere non l’aveva, non aveva nemmeno gli intellettuali. E del resto non è un caso se la democrazia moderna è nata in America, dove non esistevano i tradizionali poteri forti, ma solo degli imprenditori liberi. Solo in un secondo tempo essa è arrivata in Europa.

Con la rivoluzione industriale, prima in Inghilterra e poi nel resto dell’Europa, l’economia ha cominciato a migliorare le condizioni di vita degli operai. La manovalanza agricola lavorava senza paga, senza orario e solo per un tozzo di pane. Per questo la gente scappava dalle campagne per farsi assumere nelle nuove fabbriche, anche se le condizioni di lavoro erano dure e la paga modesta. Ma almeno c’era una paga fissa, che col tempo aumentava, e il lavoro aveva un orario. Ma i nobili e gli intellettuali non vedevano di buon occhio queste trasformazioni sociali che non potevano controllare. Da qui la condanna, fin dall’inizio dell’Ottocento, delle fabbriche rumorose e puzzolenti e dei capitalisti bramosi di arricchirsi. Gli intellettuali romantici inglesi hanno influenzato anche Karl Marx, che poi ha ideato un modello di regime capace di riportare l’economia industriale sotto il controllo dello Stato sottraendola all’avidità dei nuovi ricchi. Un regime che ha abolito ogni possibilità di comprare e vendere (attività che risalgono alla remota preistoria – vedi l’art. “Lo scambio ci rende unici”) e ogni forma di libertà. Marx ha dato inizio ad una nuova corrente intellettuale, che i regimi sovietici hanno propagandato nei paesi liberi (specialmente in Italia), e che dura tuttora. Anche se è sempre più anacronistica.

 

La società moderna è l’unico rimedio alla povertà

Nella Storia a volte è capitato che qualcuno dei privilegiati appartenenti alla ristretta classe dei ricchi e dei potenti si sia posto il problema della povertà. Da Lucrezia Borgia duchessa di Ferrara, che si era trasformata in imprenditrice sociale per creare occasioni di lavoro per i poveri (Victor Hugo l’ha fatta diventare l’avvelenatrice più famosa del mondo allo scopo di denigrare la sua famiglia: un falso storico che, come tutte le affermazioni false, produce sempre dei danni). Fino a S. Francesco, che si è posto di fronte alla povertà assoluta della sua epoca in maniera ancora diversa. Egli proveniva da una famiglia ricca e potente, che aveva raggiunto questo status con la violenza e la prevaricazione. Francesco, imitato poi da Chiara e molti altri seguaci, ha rifiutato questa logica, perché pensava che la violenza fosse la causa della povertà. E ha fatto la scelta eroica e commovente di abbandonare la sua famiglia e tutti i suoi privilegi per abbracciare la povertà assoluta dei più poveri, comprese le conseguenze più dolorose e umilianti (vedi la “Storia di Chiara e Francesco” di Chiara Frugoni).

Eppure, nemmeno questa scelta così coraggiosa è riuscita ad incidere, anche solo in misura minima, sul problema della povertà. Solo con la società moderna la povertà ha cominciato ad arretrare, tanto che oggi la miseria assoluta conosciuta da S. Francesco e S. Chiara non esiste più in nessuna parte del mondo.

Forse anche noi siamo interessati a trovare delle soluzioni al problema sociale più importante di tutti. Ma se vogliamo che la povertà continui a diminuire fino a scomparire, quello che dobbiamo fare non è combattere la società moderna per farla tornare al Medioevo, ma adottare le soluzioni di cui già disponiamo per rendere più veloce la crescita dei paesi emergenti. E non abbiamo scuse, perché oggi possiamo ottenere questo risultato senza bisogno di aumentare, ma al contrario facendo diminuire la pressione antropica globale.