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 UN PIANO PER LO SVILUPPO DELL'AFRICA
Perchè l'Africa è rimasta esclusa dalla crescita economica moderna?
Anche se facciamo fatica a rendercene conto, l'epoca in cui viviamo è un periodo storico eccezionale. Per quanto grandi e importanti possano essere state le civiltà del passato, nessuna ha saputo dare ai suoi abitanti (salvo una piccola minoranza) una cosa fondamentale come l'affrancamento dalla povertà.
Non ce ne rendiamo conto perchè al benessere e ad una società che funziona ci si abitua facilmente, ed anche perchè la maggior parte di noi non ha fatto esperienza delle società più povere che l'hanno preceduta, e quindi non riesce nemmeno ad immaginarle.
Eppure le ricostruzioni storiche dei secoli passati non possono lasciare dubbi. Un indicatore importante è la speranza di vita, che nelle società preindustriali era in media di 25 anni. Oggi la speranza di vita dei paesi in via di sviluppo è intorno ai 65.
In questo momento il benessere è diffuso in molti paesi del mondo, e sta continuando a diffondersi. La povertà endemica, che è stata la condizione dell'umanità in tutti i secoli passati e in tutte le civiltà, è un problema che oggi può essere risolto con la giusta dose di buon governo e di apertura all'economia di mercato.
Ma ci sono alcune regioni, la principale delle quali è l'Africa a Sud del Sahara, che non hanno ancora intrapreso la strada dello sviluppo. Dato che ormai tutti conoscono la formula magica del benessere, è sempre meno tollerabile che vaste aree del pianeta siano ancora soffocate dalla povertà. E' quindi necessario uno sforzo comune dei paesi benestanti e delle massime istituzioni internazionali, per far sì che anche l'Africa possa intraprendere la strada dello sviluppo.

Cause e rimedi della povertà
Per quale ragione, per tutto l'arco della storia, la condizione dell'umanità è stata la povertà estrema? E quale è la formula magica che ha consentito di sfuggire alla povertà?
Oggi siamo in grado di rispondere a questa e a molte altre domande, che nelle epoche passate non riuscivano a trovare risposta.
La causa della povertà è prima di tutto la bassa produttività agricola. Quando, a causa della bassa resa delle coltivazioni, l'80% della forza lavoro è impegnata nella produzione del cibo, rimane poco per tutto il resto, e la quasi totalità della popolazione viene a trovarsi in uno stato di miseria. Se la produzione agricola è appena sufficiente, basta una stagione sfavorevole perchè non ci sia cibo per tutti, e il rischio di carestie è sempre molto alto. A sua volta la produttività rimane bassa perchè la tecnologia non progredisce; ma se non aumenta la produttività l'economia diventa un gioco a somma zero dove chi vince, cioè il più forte e prepotente, lo fa a spese di tutti gli altri.
Un'economia come questa tende a perpetuarsi perchè non favorisce il miglioramento delle tecniche produttive, dato che chi pratica un'economia di sussistenza non ha tempo e risorse da dedicare agli esperimenti. Chi invece sta al vertice di una società che per forza di cose è organizzata in maniera gerarchica e autoritaria, e vive sfruttando il lavoro altrui, è del tutto disinteressato alle tecniche produttive.
Nelle società antiche non erano assenti i commerci, che però riguardavano una percentuale esigua della forza lavoro, ed erano destinati prima di tutto a soddisfare i bisogni della casta ristretta dei ricchi e dei potenti.
Alcuni di questi privilegiati, non dovendo lavorare, potevano dedicarsi a sofisticate attività intellettuali, ed una minoranza di questi ultimi poteva cercare di soddisfare la propria curiosità indagando i misteri della natura. Così in Occidente, dove è prevalsa una impostazione razionalista della cultura, si è formata una lunga tradizione di studi scientifici che parte da molto lontano, almeno dai filosofi presocratici; studi intesi a interpretare sempre meglio la realtà che ci circonda ma scollegati da ogni finalità di carattere pratico (vedi in proposito l' articolo su Parmenide e i filosofi presocratici).
Questo patrimonio di conoscenze è diventato sempre più consistente, e alla fine, con Galilei e Newton, è nata la fisica moderna, la più fondamentale tra tutte le discipline scientifiche. Questo salto di qualità nella conoscenza si è ben presto tradotto nelle innovazioni tecnologiche che sono alla base della moderna società industriale.
Il progresso delle conoscenze tecniche e scientifiche non è stata però l'unica condizione che ha reso possibile la sconfitta della povertà. L'altra condizione è stata l'affermarsi delle istituzioni e dei valori della moderna democrazia, che ha le sue fondamenta nella libertà personale, nella rappresentanza parlamentare, nella supremazia della legge e nella tutela dei diritti fondamentali.
Non è un caso se la diffusione del benessere è andata di pari passo con la crescita della democrazia, una forma di governo che non esisteva tre secoli fa, era rara un secolo fa, esisteva solo in 35 paesi su 147 nel 1975, e nel 1995 si era affermata in 84 paesi. Oggi per la prima volta nella storia la maggior parte della popolazione mondiale vive in paesi democratici: nell'anno 2000 il 57% della popolazione mondiale. (1)

La crescita economica moderna
Quella che gli storici chiamano "la crescita economica moderna", ha avuto inizio in Inghilterra nel corso del XVIII° secolo. Sistematici miglioramenti nelle tecniche agronomiche, fra i quali la gestione della fertilità del terreno ottenuta con una più efficace rotazione delle colture, avevano già portato ad un aumento delle resa delle coltivazioni. Ma la svolta è avvenuta verso la metà del '700, quando la nascente industria britannica imparò a sfruttare nuove forme di energia ed in particolare il carbone, cosa che consentì di aumentare la produzione in misura impensabile fino ad allora.
Anche le istituzioni democratiche si sono affermate per la prima volta in Inghilterra, per poi diffondersi negli altri paesi anglosassoni e nel resto dell'Europa.
La società britannica era relativamente libera e politicamente stabile. Col tempo si erano andate rafforzando le istituzioni a garanzia della libertà politica e del diritto di proprietà.
Contemporaneamente la Gran Bretagna era diventata uno dei maggiori centri della rivoluzione scientifica. Infine la Gran Bretagna si trovava in una situazione geografica favorevole, difesa da possibili aggressioni dalla sua condizione insulare, e in posizione strategica per dominare i traffici con l'Europa e i nascenti Stati Uniti d'America.
A partire dalla fine delle guerre napoleoniche (1815), l'Europa ha conosciuto un lungo periodo di crescita economica, che è andata di pari passo con una grande fioritura di scoperte scientifiche, culminate con la relatività di Einstein, e di innovazioni tecnologiche, le più importanti delle quali sono state: le macchine a vapore che hanno aumentato la produttività nelle fabbriche di decine di volte, i piroscafi che hanno sostituito le navi a vela, i treni e le linee ferroviarie che hanno abbattuto i costi del trasporto via terra. Infine il telegrafo ed il telefono, che hanno dato impulso agli investimenti e al commercio internazionale.
Ma la superiorità economica alimentava il potere politico, che è servito per mettere in piedi gli imperi coloniali. Certamente la Gran Bretagna, e poi le altre potenze europee, hanno ricavato dei vantaggi economici dalle loro colonie; ma la loro prosperità è da attribuire prima di tutto ai forti aumenti di produttività e all'espansione del commercio internazionale. Anzi, proprio le politiche imperialiste che avevano giustificato la conquista delle colonie, hanno portato le grandi potenze europee allo scontro in occasione della Prima guerra mondiale. La Prima guerra mondiale (1914) ha interrotto questo lungo periodo di crescita che sembrava non dovesse mai finire, ed è stata la causa di infiniti lutti e distruzioni, dell'avvento del comunismo, del fascismo e del nazismo, della grande depressione, e indirettamente della Seconda Guerra mondiale.
Solo con la fine della Seconda guerra mondiale la crescita economica è potuta ripartire, ma il mondo era ormai diviso in tre parti. Il Primo mondo, quello occidentale che ha scelto la libertà e l'economia di mercato, e da allora ha iniziato un altro periodo di crescita che lo ha portato all'attuale livello di benessere. Il Secondo mondo, quello comunista, che con l'economia pianificata ha impedito la crescita dell'economia, che ha privato della libertà un terzo dell'umanità, e che alla fine ha dovuto dichiarare fallimento. Infine i paesi del Terzo mondo, costituiti per lo più da ex colonie che non volevano cadere sotto il giogo comunista nè essere di nuovo colonizzati dalle potenze occidentali, i quali hanno scelto "una terza via". Pur indipendenti dall'Unione Sovietica, hanno optato per un'economia chiusa e autarchica, che era comunque dirigista e pianificata. Anche questa formula si è rivelata un fallimento, come dimostra il fatto che Terzo mondo è diventato sinonimo di povertà, e dopo il crollo dell'Unione Sovietica molte ex colonie hanno finalmente scelto l'economia di mercato e l'apertura al commercio internazionale.
Oggi molti paesi ex comunisti e tanti altri ex Terzo mondo che ora vengono detti emergenti, si stanno velocemente industrializzando. Essi possono sfruttare le conoscenze tecniche e scientifiche dei paesi di prima industrializzazione. Le moderne tecnologie non hanno bisogno di reinventarle perchè sono già a loro disposizione, ed è per questo che possono crescere così velocemente come per esempio sta facendo la Cina.

La Cina
La Cina è un paese comunista con ancora la struttura istituzionale del partito unico, che però ha fatto grandi aperture al mercato "capitalista", alla libertà e alla supremazia della legge, e ne ha ottenuto in cambio la più veloce crescita economica per un grande paese che la storia ricordi.
Tutto è cominciato con la fine del maoismo, avvenuta nel 1976 con la morte del dittatore. Il cambiamento principale che ha determinato la direzione presa dalla Cina nei decenni successivi, infatti, è avvenuto subito dopo.
Dopo la morte di Mao c'è stato un periodo di incertezza politica, durante il quale tutti cercavano di capire dove si sarebbe diretta la Cina. Di questo vuoto di potere hanno approfittato i contadini delle comuni agricole. In quel momento nelle aree rurali viveva l'80% della popolazione, ed il 70% erano contadini che coltivavano il piccolo appezzamento di terra assegnato alla famiglia, e conferivano il raccolto alla comune agricola. La produttività era ancora molto bassa anche se, grazie alla rivoluzione verde, era già aumentata di parecchio: dal minimo di 1,2 tonnellate per ettaro toccato nel 1961 durante una carestia che aveva fatto decine di milioni di morti, alle 2,8 tonnellate per ettaro del 1978.
La produttività era bassa perchè il reddito di ogni agricoltore non dipendeva dal suo impegno sul lavoro, ma dal prodotto cumulativo della comune, che veniva acquistato dallo stato ai prezzi che lui stesso stabiliva. Il ricavato veniva distribuito in maniera paritaria alle famiglie dei contadini.
I contadini cinesi, quindi, a differenza di quelli dell'Unione Sovietica, non erano dipendenti stipendiati dallo stato, ma il loro reddito dipendeva dalla produzione e dal prezzo imposto dallo stato, che era di fatto una forma di tassazione. Essi si rendevano conto che la collettivizzazione disincentivava l'impegno, perchè chi lavorava e produceva di più guadagnava quanto chi lavorava e produceva di meno. Per questo, non appena ce ne fu la possibilità, molti contadini cominciarono a tenere per sè il loro raccolto, e ben presto tutti gli altri seguirono l'esempio, determinando così nel giro di due anni la fine delle comuni agricole.
A quel punto la fine del collettivismo era un fatto compiuto; un fatto che fu anche una chiara dimostrazione della volontà politica della grande maggioranza dei cinesi, di cui la nuova dirigenza comunista non poteva non tenere conto. La legalizzazione avvenne infatti subito dopo, nel 1979; un decisione che ha trasformato di fatto 700 milioni di cinesi in piccoli proprietari.
A questa legittimazione politica sarebbe presto seguita quella economica. La resa per ettaro, infatti, è immediatamente decollata, con conseguenze positive sul reddito dei contadini, che ha stimolato la crescita degli altri settori dell'economia. Una crescita che le autorità hanno agevolato consentendo a chi lo volesse di abbandonare i campi per dedicarsi ad attività commerciali.
Quella di permettere ai contadini, in un paese comunista, di dedicarsi ad attività commerciali, è stata però solo la prima di una lunga serie di decisioni che hanno orientato l'economia cinese verso il libero mercato.
Sono seguite la creazione delle zone economiche speciali e la liberalizzazione degli scambi e dei commerci internazionali. E' cominciato così un boom delle esportazioni, fondato su prodotti tessili, calzature, materie plastiche, giocattoli e assemblaggio elettronico. Nel giro di soli due decenni le esportazioni della Cina sono esplose, passando da pochi miliardi di dollari nel 1980 a 200 miliardi nel 2000.
Alla fine degli anni Novanta è stata privatizzata l'industria di stato, è stata inserita nella Costituzione la tutela del diritto di proprietà, e nel 2002 è stata decisa l'entrata nell'Organizzazione Mondiale del Commercio, che significa l'accettazione delle regole e degli accordi internazionali. Non è esagerato però affermare che la scelta della Cina di aprirsi all'economia di mercato è stata determinata dall'abbandono spontaneo della collettivizzazione da parte di 700 milioni di contadini fra il 1977 e il 1979.
In Cina oggi manca ancora un'ultima riforma: quella che servirà a dare al paese dei governi nazionali e regionali elettivi.
Da una parte questo sembra uno sbocco inevitabile, un percorso già seguito da altri paesi come Taiwan e la Corea del Sud, dove la democrazia è venuta dopo la crescita dell'economia. Dall'altra questa riforma è sempre più urgente perchè, se le decisioni a livello regionale sono prese da persone nominate dal vertice, pertanto non effettivamente autonome e legittimate, il modello cessa di funzionare. Anzi, sta già cominciando a dare segni di cedimento, con la dilagante corruzione dei governi regionali e locali.
Si tratta in definitiva di un percorso obbligato, ma che sicuramente presenta delle incognite. Ma una volta che questa riforma fosse portata a compimento, la Cina si potrebbe trasformare negli Stati Uniti dell'Asia.
In realtà c'è ancora un altro problema che può condizionare pesantemente lo sviluppo della Cina, dell'India e dei numerosi altri paesi che si stanno rapidamente industrializzando, ed è il costo sempre maggiore dell'energia. La produzione di petrolio ha già raggiunto i suoi limiti e non può più aumentare, anzi nel giro di pochi anni comincerà a diminuire e questo rischia di pesare molto sull'economia di paesi che per la loro crescita hanno bisogno di quantità sempre maggiori di energia (vedi l'articolo " Dipendenza dal petrolio e alternative alla guerra").
La soluzione, per ragioni ambientali, non potrà consistere nel ricorso massiccio al carbone e al bitume, ma in un uso più efficiente dell'energia, in particolare nell'autotrazione. I paesi emergenti con mercati in crescita da conquistare dovrebbero essere interessati a fabbricare in proprio modelli di auto leggere, anzichè importare le costose e inefficienti auto occidentali. Ma l'esempio e il maggior contributo alla riduzione dei consumi dovrebbe provenire dai paesi di più vecchia industrializzazione, che avrebbero a loro volta tutto l'interesse ad adottare nuovi modelli di auto come ad esempio  le auto semielettriche.

La Russia
Il successo della Cina, anche se il processo di democratizzazione non è stato ancora completato, potrebbe far pensare che anche i paesi dell'ex Unione Sovietica, una volta abbandonato il comunismo, avrebbero dovuto godere di analoghi tassi di crescita: non è forse il benessere economico il principale frutto della democrazia?
In realtà nei paesi dell'ex Unione Sovietica le cose sono andate molto diversamente a causa della pesante eredità lasciata dal comunismo. Se la sono cavata meglio la Polonia, l'ex Cecoslovacchia e l'Ungheria. In questi paesi, infatti, il comunismo era durato di meno ed era meno profondamente radicato; inoltre essi hanno potuto giovarsi della maggiore vicinanza ai mercati dell'Europa occidentale e del trasferimento di molte attività produttive ad alta intensità di manodopera.
Il problema principale della Russia era la totale statalizzazione dell'economia.
Mentre in Cina solo il 20% della forza lavoro, quella industriale, era costituito da dipendenti dello stato, in Russia essi rappresentavano il 100%. Quando Gorbacev, sull'esempio cinese, tentò di liberalizzare l'economia sovietica, non c'era una massa di lavoratori pronti ad entrare nel libero mercato: c'erano solo dipendenti pubblici che ne approfittarono per chiedere salari più alti. Inoltre l'industria russa, che occupava il 40% della forza lavoro, era concentrata in grandi città segrete, disperse nei remoti territori della Siberia. La produzione era principalmente di tipo militare, con impianti obsoleti e che erano anche grandi divoratori di energia. Questa industria non solo non poteva essere salvata, ma la forzata chiusura di questo o quel settore faceva sì che intere città si trovassero da un momento all'altro senza lavoro e senza alcuna possibile alternativa.
Anche l'agricoltura russa era molto diversa da quella cinese. Le grandi aziende agricole di stato sovietiche occupavano solo il 20% della forza lavoro, ed erano dedite alla coltivazione estensiva dei cereali. I terreni agricoli, a differenza della Cina, non potevano essere assegnati alle singole famiglie di contadini i quali, del resto, per primi non desideravano di essere privatizzati.
Inoltre la Russia, a partire dalla metà degli anni Ottanta, aveva accumulato un enorme debito con l'estero, sia a causa del crollo del prezzo del petrolio (unica fonte di valuta), sia a causa della mancanza di investimenti in nuove prospezioni. La crescita del deficit con l'estero aveva portato all'esaurimento delle linee di credito; anzi le banche straniere, invece di concedere nuovi prestiti, cominciavano a chiedere il rientro dai debiti. Ed era stato proprio l'esaurimento delle linee di credito ad aver portato l'Unione Sovietica al collasso. Quindi la Russia dell'immediato post comunismo non era nemmeno in condizione di chiedere nuovi prestiti, e quindi non aveva nemmeno la possibilità di far fronte con interventi di emergenza al dramma di milioni e milioni di persone rimaste senza lavoro.
La fine del comunismo nell'immediato ha avuto come conseguenza un forte abbassamento del tenore di vita di gran parte della popolazione, alleviato solo in parte dagli aiuti alimentari provenienti dall'Occidente (che però si è rifiutato di concedere, come aveva fatto con la Polonia, una riduzione del debito estero o anche soltanto una moratoria sul pagamento degli interessi).
Solo dopo una decina di anni queste difficoltà sono state superate grazie ad una svalutazione della moneta che ha fatto crescere le esportazioni, e all'impennata dei prezzi del petrolio e del gas naturale.
Ma anche così la transizione al post comunismo non è ancora completata. L'economia è in forte crescita, ma è un'economia quasi senza regole. I proventi del petrolio e del gas sono fortemente aumentati, e sono stati fatti nuovi investimenti nel settore, ma queste importanti risorse sono in gran parte controllate dagli "oligarchi".
Infine la democrazia rappresentativa si è ormai consolidata, ma si è anche trasformata in un potere centralizzato che ha addomesticato i mezzi di comunicazione di massa e soffocato l'opposizione indipendente.
Molta strada quindi è stata fatta, la Russia ha ormai superato i suoi momenti più difficili, ma molta ne rimane ancora da fare.

L'India
L'Inghilterra ha inventato la rivoluzione industriale, ha scoperto la formula per la prosperità e il benessere, e l'ha insegnata al mondo. Ma non è stato per filantropia. Semplicemente, poichè questa formula ha avuto successo, è stata fatta propria da un numero crescente di paesi.
L'Inghilterra e le altre potenze europee, in realtà, non fecero nulla per diffondere la rivoluzione prometeica, la democrazia e l'arte del buon governo. Lo dimostra in modo chiaro la storia dell'India, la più importante delle colonie britanniche.
L'India del 1700 era più ricca della Gran Bretagna, e le sue manifatture tessili erano commerciate in tutto il mondo. All'inizio anche gli inglesi importavano tessuti indiani, ma nel '700 imposero delle restrizioni commerciali per assicurare alla propria industria il tempo di affermarsi. Alla fine i telai meccanici misero fuori gioco i telai a mano dei tessitori indiani, e nell'Ottocento l'India divenne importatrice di tessuti inglesi e perse milioni di posti di lavoro. Inoltre gli inglesi attuarono una politica di rapina delle risorse indiane, e di certo non si dimostrarono interessati alla crescita economica e sociale di questo grande paese. Lo dimostra la crescita dell'economia che nel periodo coloniale era molto prossima allo zero, mentre il tasso di alfabetizzazione e la speranza di vita al momento dell'indipendenza erano rispettivamente del 17% e di 32,5 anni.
Quando l'Europa fu dissanguata fino all'esaurimento da due guerre mondiali e dalla grande depressione, le colonie conquistarono l'indipendenza, e la prima a farlo fu proprio l'India nel 1947.
Il nuovo stato, grazie anche all'opera di personalità illuminate come Gandhi, si è dato fin dall'inizio le istituzioni della democrazia parlamentare.
Ma la dominazione coloniale aveva provocato una forte allergia per il commercio internazionale e per gli investimenti delle multinazionali. Del resto nel 1947 i mercati globali funzionavano a mala pena, e la grande depressione aveva diffuso la sensazione che le forze del mercato fossero inaffidabili. Inoltre l'apparente successo dell'industrializzazione sovietica, decisamente esagerato da dati falsati e repressione nascosta, rafforzavano l'idea che fosse giunta l'era della pianificazione scientifica centralizzata. Tutto questo fece propendere l'India, e molte altre ex colonie, per un'economia chiusa, pianificata, e attentamente controllata dallo stato.
In India era necessaria una licenza per tutto: per commerciare, investire, espandere un'attività ecc. Le importazioni furono di fatto impedite, le grandi fabbriche disincentivate a favore dei piccoli laboratori artigianali e così via. Insomma l'economia era avviluppata in un inestricabile groviglio di leggi e controlli che non le permettevano di crescere.
La prima svolta la si ebbe con la rivoluzione verde attuata a cavallo degli anni '60 e '70, che sottrasse definitivamente l'India dal pericolo delle carestie. Grazie alla rivoluzione verde l'India è passata da una produzione di 11 milioni di tonnellate di frumento nel 1960, a 24 nel 1970, a 36 nel 1980 e a 55 nel 1990, più che compensando la crescita della popolazione. Dall'aumento delle rese agricole e del reddito dei contadini tutta l'economia ricevette una forte spinta. Ma la svolta definitiva è avvenuta nel 1991. Con il crollo dell'Unione Sovietica ed il successo delle riforme cinesi, era diventato chiaro che l'economia pianificata non può funzionare. L'India cominciò così a smantellare il regime delle licenze e ad aprirsi all'economia internazionale. Vennero abbattute le barriere tariffarie ed eliminate molte limitazioni alle importazioni, e cominciarono ad essere liberalizzati anche gli investimenti stranieri. In pochi anni l'economia è decollata, e ormai ha raggiunto i tassi di crescita della Cina.
Oggi l'India è all'avanguardia nell'Information Technology, e ha conosciuto un boom delle esportazioni non solo nei tradizionali settori ad alta intensità di manodopera, ma anche in quello delle componenti automobilistiche.
La crescita avvenuta dopo il 1991 ha privilegiato soprattutto le aree urbane, così come la rivoluzione verde aveva sollevato dalla miseria le aree rurali. Dal 1980 ad oggi il reddito medio è passato da 1.000 a 2.500 dollari pro-capite, mentre nello stesso periodo la povertà estrema si è ridotta dal 55% a poco più del 30%, e continua a diminuire.
I problemi sono ancora tanti: una società divisa in caste, la mancanza di fondamentali infrastrutture, vaste plaghe di povertà non ancora investite dalla crescita, ma l'India di oggi, grazie allo sviluppo economico, dispone finalmente delle risorse per fornire a tutti i suoi cittadini cose come un'istruzione e una tutela sanitaria di base, elettricità, fognature, acqua potabile ecc.
Certo, la crescita è squilibrata e la povertà è ancora tanta, ma nello stesso tempo è persino difficile immaginare una crescita ancora più veloce.

Alcuni dati sullo sviluppo
Il benessere si sta diffondendo in tutto il mondo. Molti paesi hanno già raggiunto un livello di reddito elevato, e molti altri li stanno seguendo su questa strada.
Su poco più di sei miliardi di persone, quelli che possono essere definiti benestanti, sono circa un miliardo. La maggior parte vivono nei paesi ricchi, ma una quota crescente abita nei paesi emergenti. Poi ci sono due miliardi e mezzo di persone che hanno raggiunto un reddito annuo compreso tra i 4.000 e i 20.000 dollari. Più in basso ci sono un miliardo e mezzo di persone con un reddito inferiore ai 4.000 dollari, ma che hanno già abbandonato la povertà estrema. Infine c'è un altro miliardo di persone che è ancora sotto il limite della povertà estrema, corrispondente ad un reddito pro capite di un dollaro al giorno.
Gli storici dell'economia hanno calcolato che il volume dell'economia mondiale dal 1820 ad oggi è cresciuto di 50 volte, mentre la popolazione è cresciuta di circa sei volte: quindi un aumento del reddito pro capite medio a livello mondiale di quasi nove volte. Tutti ne hanno beneficiato, anche se alcuni molto più di altri. Ma anche chi ne ha beneficiato di meno ha avuto un aumento di reddito di tre volte.
E' interessante però osservare che cinque miliardi di persone su sei vivono in paesi dove tra il 1980 e il 2000 il reddito pro capite è aumentato. Non solo quindi il benessere è già molto più diffuso che in tutte le altre epoche storiche, ma continua a diffondersi.
L'indicazione dei livelli di reddito è confermata da altri indicatori, forse ancora più significativi. Il principale è quello che riguarda la speranza di vita.
Nel complesso dei paesi in via di sviluppo la speranza di vita era di 56 anni nel 1970 e ha raggiunto i 64 nel 2000, mentre 5,7 miliardi di persone vivono in paesi in cui tra il 1980 al 2000 la speranza di vita è aumentata.
Nello stesso tempo sono diminuiti i tassi di mortalità infantile, nei paesi in via di sviluppo dal 107 per mille del 1980 al 58 per mille del 2000. Il tasso di alfabetizzazione tra gli adulti è aumentato dal 53% del 1980 al 74% del 1998.
Anche il tasso di fertilità (bambini nati per ogni donna) nei paesi in via di sviluppo è sceso dal 4,1 del 1980 al 2,8 del 2000. Sempre nei paesi in via di sviluppo la disponibilità di calorie pro capite è aumentata del 39% dal 1961 al 1999. Infine la percentuale di minori tra i 10 e i 14 anni che entrano nella forza lavoro nel complesso dei paesi in via di sviluppo era pari al 23% nel 1980 e al 12% nel 2000. (1)
Come già detto il benessere è in aumento, mentre è in atto una forte tendenza alla diminuzione delle persone estremamente povere, e questo significa che molte di loro nei prossimi anni supereranno questa soglia di reddito.
Ma ci sono ancora paesi e regioni che non crescono, o che addirittura fanno passi indietro, e questo è proprio il caso dell'Africa.

Le cause del mancato sviluppo dell'Africa
Nella corsa verso la conquista del benessere, l'Africa a Sud del Sahara è partita svantaggiata. Infatti, nel momento in cui ha inizio la crescita economica moderna, questa è quasi l'unica regione del mondo rimasta al livello tribale.
Nell'Africa a Sud del Sahara non ci sono state grandi civiltà, come in Europa e Nord Africa, Medio Oriente, India e Cina. Civiltà ricche di storia, tradizioni culturali ed esperienze amministrative. E che hanno lasciato come eredità, non solo monumenti e opere d'arte, ma anche un territorio dotato di città, ponti, strade, porti, canali, argini, linee ferroviarie ecc.
Inoltre, a causa della sua arretratezza, l'Africa è stata più facilmente colonizzata, e lo sfruttamento è avvenuto spesso in modo brutale. Basti pensare alle atrocità perpetrate all'inizio del secolo scorso nella colonia belga del Congo, e alla riduzione in schiavitù e alla deportazione di milioni di persone. Quel po' di società organizzata che preesisteva all'arrivo degli europei, è stata completamente sconvolta.
La fine della dominazione coloniale e la conquista dell'indipendenza, non hanno però risolto i problemi dell'Africa. I confini dei nuovi stati erano ancora quelli tracciati dalle potenze coloniali e tenevano poco conto delle etnie e delle nazionalità. Inoltre i paesi africani, per gli stessi motivi che avevano determinato scelte analoghe da parte dell'India, adottarono in massa un'economia pianificata alla sovietica. Ma, a differenza dell'India, le strutture amministrative a disposizione dei nuovi governi erano quasi inesistenti. In alcuni casi al momento dell'indipendenza il numero dei laureati di un intero paese non superava quello delle dita di una mano. La mancanza quasi assoluta di infrastrutture di qualsiasi tipo, e un'economia troppo dipendente dalla produzione di generi "coloniali", hanno fatto il resto.
Ma a questo punto ci si potrebbe chiedere perchè i paesi africani, dopo il crollo dell'Unione Sovietica e sull'esempio dell'India, non hanno liberalizzato le loro economie. In realtà, seguendo a volte i consigli dei governi occidentali e delle agenzie internazionali, alcuni lo hanno fatto, ma anche così non sono riusciti ad accendere il motore della crescita. Il fatto è che l'Africa è penalizzata da un livello più profondo di degrado e di arretratezza, a cui bisogna aggiungere il dilagare negli ultimi anni della malaria e dell'AIDS. Un contesto estremamente negativo che fa da sfondo anche alle numerose guerre tribali diventate ormai endemiche.
Per finire in Africa non è mai partita la rivoluzione verde, che avrebbe potuto aumentare le rese agricole e con esse il reddito degli agricoltori, e quindi alimentare la crescita economica. Infatti le varietà migliorate di riso, frumento e mais che sono servite per la rivoluzione verde degli anni '60 e '70, o non erano coltivate in Africa, o erano poco adatte al clima africano, mentre la mancanza di strade rendeva più difficile la distribuzione delle sementi e la prima assistenza ai contadini.
Quindi l'Africa non è cresciuta; anzi ha persino peggiorato la propria situazione a causa dei numerosi conflitti e, specialmente in alcuni paesi, dell'altissima incidenza dell'AIDS, che ha fatto diminuire la speranza di vita anche di 20 anni.

Liberare l'Africa dalla malaria e dall'AIDS
Innanzitutto è evidente che, finchè non saranno state messe fuori gioco l'AIDS e la malaria, lo sviluppo dell'Africa rimarrà un sogno irrealizzabile.
L'AIDS non risparmia alcuna classe sociale, e colpisce in modo particolare le persone in età lavorativa comprese quelle più dotate di competenze tecniche e professionali. In qualsiasi parte del mondo le conseguenze sarebbero devastanti, ma in Africa lo sono ancora di più a causa della tradizionale carenza di personale qualificato. Anche per questo nessun programma di sviluppo potrà mai avere successo, finchè non verrà messa sotto controllo la diffusione di questa grave malattia.
Identico discorso vale per la malaria.
Anche per quanto riguarda la malaria l'Africa è di gran lunga la regione del mondo più colpita. In Africa ci sono 60 specie di zanzare in grado di trasmettere il parassita,
Ogni hanno la malaria uccide forse due milioni di persone, quasi tutte in Africa, e la maggior parte sono bambini. La malaria è anche una malattia debilitante che rende le persone colpite incapaci di lavorare per settimane o mesi, e può lasciare come strascico danni cerebrali permanenti.
Anche la malaria, da sola, è in grado di impedire qualsiasi ipotesi di sviluppo. Infatti, chi mai andrà ad investire o ad intraprendere iniziative commerciali e turistiche in un paese dove imperversa la malaria? E sono proprio l'AIDS e la malaria la causa del tasso di crescita economica nettamente più basso dei paesi africani rispetto a paesi confrontabili per livello di reddito, capacità amministrativa, corruzione percepita ecc.
L'eliminazione dell'AIDS e della malaria dovrebbe quindi avere la priorità assoluta. Ma quali possibilità concrete ci sono di mettere sotto controllo queste due terribili epidemie? La risposta per fortuna è confortante: ci sono già esempi di stati africani, che in un contesto africano sono riusciti in quest'impresa.
Per quanto riguarda la malaria, l'esempio è quello del Sud Africa, che per debellare la malattia nel KwaZulu-Natal ha impiegato solo tre anni. Il rimedio è in realtà molto semplice, e consiste nella disinfestazione dell'interno delle abitazioni, una o due volte all'anno, con una soluzione a base di DDT, e poi nel curare i malati che rimangono con farmaci a base di artemisinina in modo da liberare l'organismo dal parassita, e interrompere così il ciclo di diffusione dell'epidemia.
Si tratta di una soluzione alla portata degli stati africani, tanto che già diversi paesi hanno chiesto di poter usare il DDT per campagne contro la malaria. Infatti il problema è che il DDT adesso non lo si può usare, essendo diventato da molti anni il simbolo dei veleni che l'uomo sparge nell'ambiente. E non importa che questo insetticida sia in realtà uno dei più innocui e che non si accumuli nella catena alimentare. I movimenti ambientalisti e i loro esponenti insediati nelle agenzie internazionali, si sono sempre tenacemente opposti all'uso del DDT in funzione anti malaria, fino al punto da condizionare la concessione degli aiuti alla messa al bando di questo insetticida. E non è un caso se il Sud Africa, l'unico che ha potuto usare il DDT per sconfiggere la malaria, è anche il solo paese a Sud del Sahara a non dipendere dagli aiuti internazionali (vedi in proposito " Il dramma della malaria").
Quindi, la prima cosa da fare è rimuovere l'assurda e infondata proibizione del DDT. Oltre che rimuovere i divieti, però, sarà necessario anche un aiuto sia economico che organizzativo da parte dei paesi ricchi, dato che molti paesi africani da soli non ce la possono fare.
Anche per quanto riguarda l'AIDS c'è l'esempio di un paese africano, l'Uganda, che è riuscito a contenere la diffusione dell'epidemia con una semplice politica di informazione e prevenzione.
Per una politica di questo tipo bisogna prima di tutto superare le resistenze presenti in molti paesi a parlare delle modalità di trasmissione sessuale della malattia, e poi è necessario dotarsi delle strutture e del personale in grado di sensibilizzare le comunità di villaggio e gli abitanti delle città sulla necessità di attuare misure di prevenzione. Del resto quello dell'informazione e della prevenzione è anche il modo con cui gli stessi paesi occidentali hanno messo sotto controllo la diffusione dell'epidemia a casa loro.
Meglio ancora, bisognerebbe creare una figura di operatori sanitari in grado di offrire una assistenza sanitaria di base, fare opera di prevenzione e di prima assistenza, e non solo per AIDS e malaria. Ma anche per questo c'è bisogno del concreto sostegno e dell'aiuto internazionale. Un aiuto che deve essere deciso tenendo conto che non ci potrà mai essere sviluppo in Africa finchè non saranno debellate queste due terribili epidemie, e che sconfiggere AIDS e malaria oggi è possibile.

La rivoluzione verde in Africa
Già contenere la diffusione dell'AIDS e debellare la malaria sarebbe un grandissimo regalo per l'Africa, se non altro per il carico di sofferenze che queste malattie si portano dietro. Però non sarebbe ancora sufficiente. E' anche necessario imprimere la prima spinta all'economia, e in paesi nei quali l'agricoltura è ancora l'attività di gran lunga prevalente, lo strumento giusto è la rivoluzione verde.
Intorno al 1960 era sufficiente proiettare verso l'anno 2000 i tassi di crescita delle rese agricole e della popolazione, per prevedere terribili carestie. Questi catastrofici scenari però non si sono mai realizzati, e il merito è della rivoluzione verde.
Subito dopo la Seconda guerra mondiale la Rockerfeller Foundation aveva creato un istituto per lo sviluppo di varietà di frumento ad alto rendimento per il Messico, sotto la guida di  Norman Borlaug
L'iniziativa ebbe successo, e il Messico in pochi anni si è trasformato da importatore a esportatore di frumento.
Dopo questo risultato, Borlaug riuscì a convincere i paesi e gli enti donatori a selezionare varietà di riso e di mais da destinare ai paesi dell'Asia e delle Americhe. Con la distribuzione delle sementi ad alta resa così ottenute, è stata incrementata la produttività dell'agricoltura, che a sua volta ha creato risorse per l'acquisto di fertilizzanti e per migliori tecniche agricole che hanno ulteriormente aumentato le rese per ettaro.
La crescita dell'agricoltura ha poi dato un grosso impulso agli altri settori dell'economia, con la creazione di milioni di posti di lavoro per venire incontro alle aumentate esigenze e disponibilità economiche dei contadini. E da allora questa crescita non si è più fermata, e da poverissimi che erano quei paesi adesso vengono detti "emergenti".
In Africa, però, la rivoluzione verde non è mai arrivata.
Con la selezione incrociata ci volevano molto tempo e risorse per ottenere dei risultati, e la precedenza è stata data ai tre principali cereali, e non alle piante maggiormente coltivate in Africa.
D'altra parte quello che non è stato possibile fare allora lo si può fare adesso. Grazie all'ingegneria genetica, infatti, oggi è molto più facile ottenere piante resistenti ai parassiti o più produttive. Quindi adesso la rivoluzione verde in Africa è possibile. Quello che serve sono laboratori e centri di ricerca distribuiti sul territorio africano che lavorino al miglioramento delle varietà locali.
Di nuovo però ad opporsi sono i movimenti ambientalisti contrari alle piante geneticamente modificate, che ne hanno finora impedito l'introduzione minacciando di tagliare gli aiuti (vedi in proposito l'articolo sulle  piante geneticamente modificate).
Ancora una volta, quindi, è necessario vincere dei pregiudizi ideologici per permettere all'Africa di risolvere i suoi problemi.
A questo punto, però, si potrebbe ancora obiettare che i paesi dell'Africa, con tutti i loro problemi e la loro cronica arretratezza, non sarebbero in grado di far funzionare dei laboratori così sofisticati, e che mancherebbero del personale specializzato. Ma non la pensa così  Florence Wambugu, figlia di piccoli agricoltori del Kenya, che oggi dirige la ricerca biotecnologica del suo paese. Questa ricercatrice si è guadagnata la luce dei riflettori per avere ottenuto il primo prodotto transgenico keniota, e per avere mosso durissime critiche al movimento anti ogm europeo, che vorrebbe impedire l'introduzione dell'ingegneria genetica nel Sud del mondo. Ma lasciamo parlare Florence Wambugu.
"Gli europei ci dicono che queste tecnologie sono troppo pericolose. Gli europei credono che ci sia abbastanza cibo per tutti, sostengono che tutto ciò che serve è distribuirlo equamente. Ma in Africa le infrastrutture necessarie per la distribuzione come strade e aeroporti sono molto carenti o mancano del tutto, e quindi nella maggior parte dell'Africa il cibo deve essere prodotto dove viene consumato. Per questo le sementi transgeniche sembrano fatte apposta per noi. L'ingegneria genetica per aumentare le rese e difendere le piante dai parassiti non è come i fitofarmaci e i macchinari. E' incapsulata nei semi. E una volta che i semi sono stati piantati fanno tutto da soli". (2)
Anche qui, una volta partita la rivoluzione verde e ottenuti i primi significativi aumenti di produttività, ben presto ne seguiranno altri, perchè gli agricoltori avranno la disponibilità di un maggiore reddito che potranno spendere nell'acquisto di fattori di produzione come fertilizzanti (uno dei problemi dell'agricoltura africana e l'estremo impoverimento dei terreni) e attrezzature. L'aumento del reddito dei contadini avrà poi positive conseguenze negli altri settori dell'economia, e sarà proprio una crescita economica che si autoalimenta a creare le risorse di cui l'Africa ha bisogno.

Conclusioni
Mentre in tutte le altre epoche storiche la povertà era un destino ineluttabile, e l'abbondanza per tutti un'utopia, nell'era del benessere è la povertà ad essere diventata intollerabile. Oggi anche i paesi che avevano adottato l'economia pianificata hanno scoperto la formula del benessere, e al benessere che hanno cominciato ad assaporare non vogliono più rinunciare.
Rimane ancora esclusa l'Africa, ma la formula magica può funzionare anche in questo continente, a patto di togliere di mezzo AIDS e malaria, e lanciare la rivoluzione verde. Ma ci sono due problemi. L'Africa non ce la può fare da sola, e ha bisogno dell'aiuto dei paesi ricchi. E poi c'è l'opposizione all'uso del DDT e delle piante gm da parte degli ambientalisti.
I movimenti ambientalisti coltivano il valore della difesa dell'ambiente, si dichiarano sostenitori della pace e della giustizia, e nello stesso tempo rifiutano la crescita economica. Ma la crescita dell'economia è il presupposto della pace e della giustizia, e anche della tutela dell'ambiente (vedi l'articolo " Ambiente e sviluppo non sono incompatibili").
Ma tra i valori che molti verdi coltivano, sicuramente non c'è quello della verità. Lo dimostrano le tante affermazioni platealmente false con cui sostengono le loro posizioni, come quella secondo la quale le api non si posano sui fiori delle piante geneticamente modificate. E tra i loro valori non c'è nemmeno la moralità e la compassione umana. Così la pensa anche Patrick Moore, membro fondatore e presidente per 15 anni di Greenpeace, il quale ha dichiarato: "I movimenti ambientalisti hanno perso la loro obiettività, moralità e umanità. Il dolore e le sofferenze che infliggono alle famiglie dei paesi in via di sviluppo non può più essere tollerato". (3)
Per quanto riguarda la politica degli aiuti, molti sostengono che essi sono insufficienti, alcuni autorevolmente come il prof. Jeffrey D. Sachs autore del libro "La fine della Povertà" (4), dal quale sono state riprese molte delle informazioni e degli spunti contenuti in questo articolo.
Ma bisogna fare una distinzione tra le cose assolutamente indispensabili, che sono la lotta all'AIDS e alla malaria e la rivoluzione verde, e tutto il resto. Una volta create le condizioni per lo sviluppo, tutto quello che viene ad aggiungersi è il benvenuto.
In realtà l'Africa ha bisogno di molti aiuti. Sia per la sua storica arretratezza alla quale è dovuta la mancanza di infrastrutture sul territorio, sia per i danni dei regimi coloniali, sia per avere scelto a suo tempo un'inefficace economia pianificata, sia perchè non ha ancora potuto giovarsi della rivoluzione verde, sia infine per le devastazioni della malaria e dell'AIDS.
Sono molte le persone di buona volontà, le associazioni private e le ONLUS che si rendono conto di quanto l'Africa abbia bisogno di aiuto, e che cercano di fare quello che possono portando avanti piccoli progetti, come l'associazione  Afrika Twende che raccoglie materiale usato, medicinali e offerte di privati per la Tanzania. E' solo grazie a questi aiuti se il livello di vita non è precipitato ancora più in basso.
Ma perchè queste iniziative meritorie e a volte eroiche possano risultare veramente utili e diano frutti duraturi, sono necessari anche dei grandi progetti finalizzati a migliorare il contesto. E allora ci si accorgerà che la povertà e il sottosviluppo non sono necessariamente il destino dell'Africa.

Ferrara, 31/1/2007

(1) PERCHE' LA GLOBALIZZAZIONE FUNZIONA
di Martin Wolf - Il Mulino - Bologna 2006

(2) ORGANISMI GENETICAMENTE MODIFICATI
Storia di un dibattito truccato
di Anna Meldolesi - Einaudi - Torino 2001

(3) LE BUGIE DEGLI AMBIENTALISTI
I falsi allarmi dei movimenti ecologisti
di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari - Piemme - Casale Monferrato 2004

(4)  LA FINE DELLA POVERTA'
Come i paesi ricchi potrebbero eliminare definitivamente la miseria dal pianeta.
di Jeffrey D. Sachs - Mondadori - Milano 2005.
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