Sta diventando sempre più importante chiederci se vogliamo essere a favore, oppure contro, la crescita economica e lo sviluppo.Ma per quale ragione dovremmo essere contro? Infatti è grazie alla crescita economica moderna che l'umanità ha abbandonato, o sta abbandonando, la povertà estrema di tutte le altre epoche storiche, caratterizzate da una speranza di vita che non superava i 25 anni (mentre oggi la speranza di vita nei paesi in via di sviluppo è di quasi 65). E sono più di due secoli che l'Europa si sta allontanando non solo dalla povertà ma anche dal medioevo, cioè da disparità sociali quasi infinite, dal razzismo, da una situazione di subalternità delle donne, dalla totale mancanza di diritti e da condizioni di vita che adesso ci sembrano inconcepibili. Infine è solo con lo sviluppo che potranno continuare a diffondersi in tutto il mondo il benessere economico e delle condizioni di vita sempre più umane e più giuste.Secondo molti però è necessario bloccare questa crescita perchè essa non è compatibile con l'ambiente, e perchè sarebbe all'origine di tutte le ingiustizie sociali.Il sito dell'Ecofantascienza sostiene invece, dati alla mano, che sono proprio i paesi più sviluppati quelli che hanno ridotto in maggior misura le disuguaglianze sociali e i danni all'ambiente, e che hanno la possibilità di trovare soluzioni efficaci anche per i problemi ancora irrisolti. Per questo è importante sapere bene cosa vogliamo, per non dare spazio a tutti coloro che, per ragioni ideologiche, si oppongono alla crescita e allo sviluppo. La scelta tra sviluppo e non sviluppo sta diventando la questione politica più importante di questi anni.In tema di ambiente la domanda principale che dobbiamo porci è se lo sviluppo sia sostenibile. L'opinione corrente, infatti, vuole che la crescita economica e lo sviluppo non siano sostenibili dal punto di vista ambientale, e molti sostengono anche che l'economia di mercato è la causa delle differenze di reddito e quindi di tutte le ingiustizie sociali. Ma per poter rispondere a questa domanda è necessario chiarire qual è l'impatto ambientale delle società poverissime del passato, delle società in transizione dalla povertà al benessere, e delle economie sviluppate.
Le società molto poverePer tutta la storia, ad eccezione dell'epoca moderna, l'umanità è vissuta in condizioni di povertà talmente estrema che non riusciamo nemmeno ad immaginarla. Oggi non esistono più paesi con una speranza di vita così bassa: i paesi che stanno peggio, cioè quelli dell'Africa a Sud del Sahara devastati dalla malaria e dell'Aids, hanno un'aspettativa di vita tra i 40 e i 50 anni. In tutte le altre epoche storiche, invece, in ogni tempo e paese e ad ogni latitudine, la speranza di vita alla nascita non superava i 25 anni.
Oltre che poverissima, la popolazione delle società preindustriali era anche molto scarsa, e quindi i consumi erano molto più limitati. Inoltre venivano consumate ben poche materie prime di origine mineraria e ben poca energia. Questo potrebbe far pensare che fossero più sostenibili. Ma la produttività agricola era molte decine di volte più bassa di oggi, e questo faceva sì che per produrre la stessa quantità di alimenti era necessario mettere a coltura una superficie altrettante volte più grande, ma anche impegnare quasi tutta la forza lavoro. La bassa produttività agricola, combinata con una crescita demografica che raddoppiava la popolazione in meno di 20 anni, faceva sì che si avverassero tutte le previsioni di Malthus: una pressione senza limiti sul territorio e gli ecosistemi naturali, e tensioni sociali spaventose, che erano all'origine di tutti i conflitti interni e delle guerre esterne che caratterizzano le società del passato. E per quanto riguarda l'ambiente, la necessità di sempre nuovi terreni agricoli, faceva sì che la superficie dei boschi fosse ridotta al minimo. I boschi stessi erano sfruttati in vari modi (per la selvaggina, la legna da ardere ecc.), e anche i terreni agricoli erano soggetti ad un crescente sfruttamento e impoverimento.
Tutto questo accade ancora oggi nei paesi più poveri. Per esempio, se non fosse per le entrate del turismo internazionale, molte oasi naturalistiche africane non avrebbero potuto resistere alla pressione originata dalla necessità di sempre nuovi terreni agricoli e da pascolo. E forse a quest'ora molte delle specie animali più importanti, come il leone, l'elefante, l'ippopotamo, il rinoceronte, la giraffa, e i nostri stretti parenti lo scimpanzè e il gorilla, si sarebbero estinte.
Nelle società molto povere del passato le differenze sociali erano molto profonde, quasi infinite. Da una parte i nobili che possedevano la terra e non pagavano le tasse; dall'altra i contadini, costretti a cedere la metà o più del loro raccolto, privi di diritti, e la cui vita al confronto non valeva quasi nulla.
Quando il raccolto era buono, i contadini avevano da mangiare a sufficienza, ma nelle annate sfavorevoli, la fame e le malattie falcidiavano la popolazione. Queste profonde differenze erano anche la causa di una stratificazione sociale di cui facevano le spese i componenti più deboli della società, in particolare le donne, le minoranze etniche e religiose ecc. Le società del passato erano anche molto chiuse, e la chiusura verso l'esterno è un altro presupposto culturale del razzismo, delle divisioni sociali e dell'intolleranza, che ugualmente distinguevano le società preindustriali da cui siamo partiti oltre due secoli fa.
Le economie in crescitaQuella che gli storici chiamano la crescita economica moderna (vedi la prima parte dell'articolo “
Un piano per lo sviluppo dell'Africa”) ha fatto uscire dalla povertà prima i paesi europei e “occidentali”, poi ha messo a disposizione di tutti le conoscenze scientifiche e tecnologiche necessarie per conquistare il benessere.
Quando un paese passa dalla povertà al benessere, come gli attuali paesi emergenti o l'Italia nella prima metà del dopoguerra, aumentano in maniera evidente e considerevole i consumi di materie prime ed energia, e quindi la produzione di rifiuti e l'inquinamento. Ed è sicuramente questo il motivo per cui molti considerano la crescita economica la causa di tutti i danni all'ambiente, e pensano che se continuasse ancora per un secolo o due, provocherebbe la completa distruzione della vita sulla Terra. Inoltre è quasi altrettanto diffusa la convinzione che questa modernizzazione, con le sue profonde trasformazioni, le sue inevitabili tensioni e il suo consumismo (rispetto a stili di vita più parsimoniosi e virtuosi), siano anche la causa delle differenze e delle ingiustizie sociali, e della scomparsa dei valori di una società semplice, in equilibrio con se stessa e con l'ambiente, ricca di monumenti e opere d'arte, tradizioni, cibi genuini ecc.
Ma questa visione idealizzata, come si è visto sopra, non corrisponde alla realtà. Questa fase di crescita comporta di sicuro dei profondi cambiamenti, dovuti prima di tutto al grande aumento della produttività agricola, che costringe la maggior parte della popolazione rurale a trasferirsi in città e a cambiare il proprio modo di vivere. Ma questo è un passaggio inevitabile, perchè non ci può essere uscita dalla povertà senza un aumento della produttività agricola. Il trasferimento di manodopera dalla campagna alla città, è necessario anche per destinare una maggiore forza lavoro alla soddisfazione di bisogni diversi da quello primario dell'alimentazione.
Durante questo periodo l'inquinamento aumenta velocemente, ma questa transizione non dura a lungo (in Italia meno di 30 anni) perchè i principali mercati dei beni materiali vengono ben presto saturati, e non possono più espandersi. Alla fine troviamo una società molto più sviluppata da ogni punto di vista, ma anche più sostenibile sul piano ambientale, per quanto la cosa possa sembrare a prima vista poco plausibile.
Le società sviluppateUna moderna società sviluppata comporta innanzitutto il beneficio di una diffusione generalizzata del benessere. La liberazione dalla fame e dalle ricorrenti carestie, un'efficace tutela della salute, l'istruzione, la conquista di fondamentali diritti e libertà personali, hanno enormemente ridotto le distanze tra le classi e reso la nostra società molto meno ingiusta di tutte quelle che l'hanno preceduta. Nello stesso tempo una società e un'economia sviluppate comportano anche importanti vantaggi per l'ambiente.
Nonostante una popolazione nel frattempo aumentata di diverse volte, il forte aumento della produttività agricola produce cibo in abbondanza per tutti ma con meno superficie coltivata. La crescita del reddito, infatti, ha provocato l'abbandono di molte attività agricole di sussistenza e di grandi superfici di terreni marginali. Terreni situati in collina e in montagna, poco produttivi e che non possono essere lavorati con le macchine, e che nessuno è più disposto a coltivare a forza di braccia. Il risultato è il forte aumento della superficie forestale registrato in tutti i paesi sviluppati. Un altro risultato importante è il raggiungimento di uno stabile equilibrio demografico, in assenza del quale nessuna società, ricca o povera che sia, alla lunga è sostenibile (vedi l'articolo “
Ambiente e sviluppo…”).
Nel frattempo anche l'economia ha subito grandi trasformazioni. Dopo la fase di crescita della produzione industriale necessaria per soddisfare bisogni primari come casa, cibo, vestiario, elettrodomestici e mezzi di trasporto, ben presto i mercati dei principali beni materiali arrivano a saturazione, e i volumi produttivi si stabilizzano su livelli più bassi, lasciando spazio all'economia dei servizi e alla soddisfazione di bisogni sempre più sofisticati. Tra questi emerge con forza l'interesse per la tutela dell'ambiente, reso ancora più acuto dall'aumento recente e molto visibile dell'inquinamento. Vengono quindi presi provvedimenti per abbattere le principali emissioni inquinanti. Inoltre la sostituzione di gran parte dell'economia produttiva con quella terziaria, nella quale sono compresi molti servizi pubblici, comporta minori consumi di materie prime ed energia, i cui effetti si sommano a quelli dei provvedimenti antinquinamento.
Tutto questo rende la società moderna già adesso molto più sostenibile delle società poverissime del passato. Ma col tempo l'impatto sull'ambiente tende a ridursi ancora di più, sia perchè aumenta l'efficienza nel trattamento di rifiuti e inquinanti, compresa l'attività di riciclaggio, sia perchè vengono adottate soluzioni sempre più efficaci. Già adesso sono a portata di mano conoscenze e tecnologie che possono diminuire ancora molto il consumo di materie prime, e di diverse volte i consumi di energia. Gli alti consumi di energia, dovuti in gran parte a modelli di auto sempre più grandi e potenti, costituiscono il principale problema che le società sviluppate devono affrontare.
Le conseguenze dei pregiudizi sullo sviluppoE' sempre molto difficile andare contro corrente e contrastare dei consolidati luoghi comuni. Ogni parola, ogni frase, deve essere scelta con cura, e ogni affermazione deve essere ampiamente giustificata e documentata. Ma anche così, quando si affrontano questi argomenti, non ci si salva dalle critiche.
Prese ad una ad una tutte le affermazione fatte sopra non possono essere contestate, e comunque possono essere facilmente controllate e verificate. Molte sono state approfondite all'interno del sito. Eppure il discorso nel suo complesso non viene facilmente accettato, perchè contrasta con la convinzione diffusa secondo la quale le società tradizionali erano in pace con se stesse e con la natura, mentre la società moderna è la causa del suo progressivo e inarrestabile degrado. D'altra parte queste errate convinzioni hanno conseguenze pesanti, perchè convincono molte persone a lavorare alacremente per creare difficoltà all'odiata economia di mercato. Già l'economia di mercato per funzionare bene deve riuscire a prevalere sulle lobby dei grossi gruppi economici, sulle loro tendenze monopolistiche e sulle tante rendite di posizione. A queste difficoltà si aggiungono quelle create ad arte da chi è nemico dell'economia per ragioni ideologiche. Il risultato è che le tasse sono molto più alte del necessario, i regolamenti inutilmente complicati, le aziende si dibattono tra mille difficoltà, molte famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, e i giovani non hanno prospettive.
Tra i tanti problemi dell'economia, quello dei giovani in cerca di lavoro è particolarmente grave. Col pretesto di difendere l'occupazione, il mercato del lavoro non è mai stato liberalizzato. Ma l'impossibilità di licenziare mette le aziende nella condizione di non poter fare assunzioni. Piuttosto che essere costrette a tenersi un dipendente per tutta la vita, anche quando non ne avranno più bisogno, esse assumono solo dipendenti precari, e così non hanno neppure interesse ad investire sulla loro professionalità. A loro volta i giovani sono sempre alla ricerca di un lavoro, non possono fare programmi per il futuro, pagarsi i contributi ecc. (in tema di economia vale la pena di leggere “Il liberismo è di sinistra”, un pamphlet scritto in maniera molto chiara da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi, segnalato tra i
libri di Ecofantascienza. Qui si sostiene che premiare il merito, liberalizzare i mercati, riformare il mercato del lavoro, ridurre la spesa pubblica e privatizzare le aziende di Stato dovrebbe essere considerato di sinistra, perchè fare queste riforme significherebbe difendere le categorie più deboli anzichè privilegiare il censo, le lobby, i monopoli e le categorie superprotette).
Una proposta potrebbe essere quella di liberalizzare il mercato del lavoro per i soli neo assunti, in modo da lasciare intatti i “diritti acquisiti” di chi un posto di lavoro ce l'ha già. Che cosa è meglio, infatti, permettere alle aziende di licenziare in modo che possano riprendere ad assumere, istituendo nel contempo un adeguato sussidio di disoccupazione, o lasciare i giovani in questa situazione esplosiva di perenne precarietà?
Per quanto riguarda l'ambiente, nonostante che esso sia diventato un altro motivo per mettere sotto accusa questo modello di società, di economia e anche di democrazia, anche qui lo scopo non sembra quello di avanzare proposte concrete e veramente migliorative.
Per esempio a Napoli gli ambientalisti non vogliono i termo-valorizzatori sostenendo che sono inquinanti. Propongono invece come alternativa la raccolta differenziata, e fanno l'esempio della California dove la percentuale di riciclo può arrivare all'80%. Ma a parte il fatto che gli impianti di ultima generazione, come affermato dall'ex ministro Veronesi, non comportano rischi per la popolazione che vive nelle vicinanze, una raccolta differenziata dell'80% a Napoli è pura utopia. Gli ambientalisti replicano invocando il principio di precauzione. Ma il principio di precauzione non dovrebbe valere anche per i rischi sanitari, per non parlare dell'assoluto degrado dell'ambiente urbano, dovuti alle montagne di spazzatura lasciata a marcire nelle strade?
E che dire poi della condanna senza appello delle
piante gm e dell'uso del
DDT in funzione antimalaria? O dell'opposizione a qualsiasi centrale, nucleare o non nucleare, comprese le efficientissime e molto pulite centrali a turbogas, che dovrebbero invece essere sostituite dall'energia eolica e fotovoltaica? In realtà queste sono alternative fittizie. Eolico e fotovoltaico sono solo soluzioni minimali, che sembrano avere come unico scopo di impedire che vengano adottate soluzioni veramente incisive per i problemi dell'energia. Identico discorso per l'auto a idrogeno. Da anni viene portata avanti questa proposta tecnologicamente impraticabile, mentre non vengono presi in considerazione nuovi modelli di auto (per esempio l'
auto semi elettrica), che potrebbero davvero diminuire il consumo di carburante di diverse volte. E di esempi se ne potrebbero fare ancora tanti. Adesso si sta profilando all'orizzonte un nuovo tipo di cella a combustibile per la quale non sarà più indispensabile l'idrogeno. Staremo a vedere se questa tecnologia, che permetterebbe finalmente di realizzare una vera auto elettrica, verrà sostenuta con altrettanto impegno (vedi articolo “
L'auto ideale”).
Il concetto aberrante di impronta ecologicaChe lo scopo di molti ambientalisti non sia esattamente quello di far crescere la società, lo dimostra il concetto di “impronta ecologica”. Il valore dell'impronta ecologica, che ha la pretesa di misurare in modo scientifico l'impatto ambientale, è stato ottenuto dividendo la superficie della biosfera, stimata in 11,3 miliardi di ettari (1/4 dell'intera superficie terrestre) per il numero degli abitanti del pianeta (poco più di sei miliardi). Ogni persona disporrebbe quindi di 1,8 ettari di biosfera, che nel 2050, con il previsto aumento della popolazione, si ridurrà a 1,4 ettari.
L'umanità, secondo il Global Footprint Network che ha inventato il concetto di impronta ecologica, consuma già il 23% in più di quello che il pianeta può rigenerare. Ma questa è solo la media: c'è chi consuma di più e chi consuma di meno. Naturalmente a consumare di più sono i paesi ricchi, che sono quindi sotto accusa. Per dirla con l'ambientalista e no-global Serge Latouche, “Lo sviluppo economico costituisce la fonte del male”. Di conseguenza essi dovrebbero ripianare il loro “deficit ecologico”. Per fare un esempio, l'impronta ecologica dell'Italia corrisponde a 3,89 ettari, e pertanto noi dovremmo ridurre i nostri consumi di quasi tre volte. I paesi più poveri e arretrati, e anche meno democratici a causa delle loro profonde differenze sociali, diventano invece i modelli da imitare (informazioni tratte da “Le bugie degli ambientalisti” – N. 2 – di Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari, Edizioni Piemme).
Particolarmente istruttivo è il confronto tra la Corea del Nord e quella del Sud. La Corea del Sud negli ultimi 30 / 40 anni da poverissima che era è diventata benestante, ma questo non va bene, perchè così ha accumulato un enorme deficit ecologico. La Corea del Nord, invece, che ha investito tutte le sue risorse in uno degli eserciti più grandi del mondo, che ha distrutto quasi tutte le sue foreste per ricavarne combustibile per le sue fabbriche di armi, che non ha investito nulla nè in educazione, nè in agricoltura nè in opere sociali, e che alla fine degli anni Novanta ha lasciato morire di fame alcuni milioni di persone e costretto la maggior parte della sua popolazione ad una grave denutrizione, il regime più allucinante del pianeta è stato trasformato dagli inventori dell'impronta ecologica in un paese modello.
A dire la verità il concetto di impronta ecologica è assolutamente folle, e comunque non ha nulla di scientifico, perchè non tiene conto, per esempio, di differenze nella produttività agricola anche di decine di volte. E anche se si deve mettere nel conto il consumo di energia per fertilizzanti e trattori, rimane il fatto che l'agricoltura moderna è di gran lunga più sostenibile, come dimostra la crescita della superficie forestale da una parte, e la distruzione delle foreste con la scomparsa di molte specie animali dall'altra. L'impronta ecologica inoltre non tiene nemmeno conto dell'impatto sulla società e sullo stesso ambiente di una crescita demografica fuori controllo, che è la causa di profonde stratificazioni sociali e quindi un ostacolo all'instaurarsi di elementi di democrazia.
Eppure questa aberrante interpretazione dell'impatto ambientale è stata appoggiata dal presidente della Commissione Europea Barroso, che ha scritto l'introduzione del rapporto del Global Footprint Network e del WWF pubblicato il 14 giugno 2005.
Purtroppo queste idee stanno da tempo inquinando a tutti i livelli le decisioni della politica, dalle amministrazioni comunali alle massime istituzioni europee. Ma cosa ci si può aspettare da chi professa idee pauperiste, che sia intenzionato a far funzionare l'economia?
In realtà la stagnazione dell'economia europea che dura da anni, l'alto numero di disoccupati e sotto occupati, e anche una politica verso i paesi in via di sviluppo in cui lo sviluppo viene più intralciato che favorito (vedi “
Un piano per lo sviluppo dell'Africa”), è in gran parte il frutto di idee come queste. Per tutti questi motivi è importante che l'opinione pubblica si renda conto di quali sono i veri obiettivi di certe idee apparentemente innocue, e di quanto esse siano profondamente radicate nella politica italiana ed europea.
La scelta tra sviluppo e non sviluppo sta diventando la questione politica più importante di questi anni.
Ferrara, 5 febbraio 2008