AMBIENTE E SVILUPPO NON SONO INCOMPATIBILI
I mezzi di informazioni da tempo non sembrano parlare d'altro: inquinamento, effetto serra, sconvolgimenti del clima, innalzamento del livello dei mari. Siamo di fronte ad una serie di catastrofi epocali, oppure i giornali stanno solo cercando di vendere qualche copia in più?
L'uomo è davvero il cancro del pianeta? Stiamo davvero uccidendo la vita sulla Terra come molti ecologisti sostengono? Stiamo facendo scomparire le foreste, insieme con innumerevoli specie animali? Stiamo sovvertendo i delicati equilibri del clima? L'ecosistema terrestre è compromesso o rischia di esserlo entro breve tempo? E potrà sopportare un carico di esseri umani che continuano a moltiplicarsi come cavallette? Riuscirà il nostro pianeta, già così pieno di problemi, a sostenere il peso di diversi miliardi di persone con livelli di consumo europei o americani?
Molti ambientalisti sostengono che l'attuale modello di sviluppo non è sostenibile, e le loro posizioni si fondono con quelle dei no-global, che considerano le grandi democrazie responsabili della povertà nel mondo oltre che della maggior parte dell'inquinamento: una sorta di malefica dittatura globale.
Oggi il 20% della popolazione più ricca consuma l'80% delle risorse naturali, costringendo alla povertà il resto del mondo, che dispone solo del rimanente 20%. Inoltre i paesi ricchi sfruttano quelli poveri pagando poco i loro prodotti e vendendo a caro prezzo i propri manufatti industriali, farmaci e così via. I veri nemici, quindi, sono il sistema del capitalismo internazionale, le tecnologie sempre più potenti e il mito della crescita continua del PIL, che sono all'origine di tutte le ingiustizie sociali e della distruzione dell'ambiente.
La sostenibilità ambientale.
Queste posizioni partono dall'assunto, tanto evidente da godere del privilegio di non dover essere dimostrato, che la pressione esercitata sull'ambiente sia tanto maggiore quanto più grande è la popolazione e più alto il livello dei consumi. In altre parole sia la crescita demografica che la crescita dell'economia sarebbero la causa dei problemi ambientali, visto che sia l'una che l'altra hanno bisogno di quantità sempre maggiori di risorse naturali, e producono quantità sempre più grandi di rifiuti e di veleni.
Con questi presupposti l'ovvia conseguenza è che, se si vuol salvare la vita sulla Terra, bisogna rendere l'economia più sostenibile sia limitandone la crescita sia adottando stili di vita compatibili con la conservazione della natura. Anzi, come molti ecologisti apertamente sostengono, al punto in cui siamo arrivati bisognerebbe ridurre la popolazione con una rigorosa politica demografica, e rinunciare a molti consumi superflui, cioè mangiare meno carne, usare le biciclette al posto delle auto ecc. Alcuni arrivano a dispiacersi del fatto che centinaia di milioni di indiani, cinesi, brasiliani ecc. stiano arrivando ai livelli di consumo tipici dei paesi industrializzati.
Ma è proprio vero che abbiamo già toccato i limiti della sostenibilità, e che l'unica soluzione è fermare la crescita economica, e persino limitare la libertà di decidere il numero dei figli?
La produttività. A prima vista sembra del tutto evidente che, più grande è la popolazione e più crescono i consumi, maggiore è la pressione sull'ambiente, e quindi maggiore è la necessità di terreni agricoli, di energia e di altre materie prime. Ma questo sarebbe vero solo se aumentassero la popolazione e i consumi ma non la produttività, come più o meno è avvenuto durante tutte le epoche storiche fino ai tempi moderni. Solo in questo modo, per esempio, si potrebbe stabilire una relazione di proporzionalità tra l'aumento della popolazione e la dimensione della superficie da destinare all'agricoltura. Ma se aumenta la produttività del terreno, e se aumenta più della crescita della popolazione, il discorso cambia.
Infatti se raddoppia la resa per ettaro di un terreno agricolo, raddoppia a parità di superficie la disponibilità di derrate alimentari, oppure se i consumi rimangono gli stessi, si dimezza la superficie coltivata (oppure si ha una combinazione fra queste due possibilità). Discorso del tutto analogo per quanto riguarda le altre risorse primarie, cioè le materie prime non agricole e l'energia: ogni aumento di produttività serve o ad elevare i redditi o ad alleggerire la pressione sull'ambiente, o tutt'e due.
Anche una più alta produttività del lavoro ha conseguenze positive, perchè aumenta la disponibilità dei beni ed il reddito pro capite. E la storia di tutti i paesi industrializzati insegna che, una volta raggiunto un certo livello di benessere, emerge l'esigenza di aria e acqua più pulite, di cibi di qualità migliore, e anche di un ambiente meglio tutelato. Infine l'aumento dei redditi ha effetti positivi anche sulle tendenze demografiche: dopo una prima fase in cui la popolazione aumenta a causa della riduzione del tasso di mortalità, da un certo punto in poi anche il tasso di natalità comincia a diminuire, e la dimensione della popolazione tende spontaneamente a stabilizzarsi senza la necessità di pratiche coercitive.
Quindi l'aumento della produttività, sia delle risorse primarie che del lavoro, ha molteplici effetti positivi: migliora la qualità della vita, riduce il tasso di natalità, e fa diminuire in diversi modi la pressione sull'ambiente.
Il concetto chiave è quindi quello della
produttività. Ed è proprio grazie al grande aumento della produttività degli ultimi 100 / 200 anni che gli abitanti dei paesi industrializzati hanno raggiunto un livello di benessere incomparabilmente superiore a quello di ogni altra epoca storica. La maggior parte della gente, sotto molti aspetti, vive oggi persino meglio dei sovrani del passato. Si nutre meglio, gode di una salute migliore, ed è anche più istruita e informata, e può comunicare, spostarsi e viaggiare molto più facilmente e velocemente. Ma anche la restante popolazione mondiale, pur essendo più povera, negli ultimi 40 / 50 anni ha raggiunto un tenore di vita nettamente superiore a quello di tutti i secoli passati. Un buon indicatore è la speranza di vita alla nascita che nei paesi in via di sviluppo ormai raggiunge i 65 anni, mentre ancora nel 1900 non superava i 30.
Sviluppo e globalizzazione.
Questi straordinari risultati sono una conquista della civiltà occidentale. Anche se l'espressione “civiltà occidentale” può non piacere dati i trascorsi colonialisti degli stati europei, non può essere messo in dubbio sul piano storico che è stato proprio l'Occidente ad avere questo merito. Un'affermazione che d'altra parte non implica una qualche sorta di superiorità sul resto del mondo, e tanto meno una superiorità razziale.
Si tratta di conquiste rese possibili da una impostazione più scientifica della cultura europea, che ha permesso di accumulare nel tempo conoscenze e tecnologie che alla fine hanno avuto conseguenze di enorme importanza pratica.
Nel corso della storia ci sono state altre importanti civiltà, come quelle cinese, indiana o araba, che in alcuni casi hanno dato contributi importanti alla stessa civiltà occidentale, ma esse sono progredite solo fino ad un certo punto, e poi si sono fermate. In qualche misura questo è successo anche alla civiltà europea, che aveva trovato un suo stabile equilibrio politico e sociale, apparentemente immutabile, nel Vecchio Regime precedente la Rivoluzione Francese. Ma la società occidentale aveva in più gli scienziati e i liberi pensatori, che hanno continuato a far progredire la conoscenza finchè questa alla fine ha potuto essere usata per scopi pratici, facendo aumentare la produttività in tutti i settori dell'economia. Per esempio l'Enciclopedia di Diderot e D'Alambert nella seconda metà del 700 ha messo a disposizione di tutti le conoscenze tecniche e scientifiche acquisite fino a quel momento, cosa che ha favorito la crescita dell'economia e quindi l'affermarsi di quella classe borghese che avrebbe rovesciato gli equilibri del Vecchio Regime (nello stesso tempo qualcosa del genere stava avvenendo nel mondo anglosassone con l'avvio della rivoluzione industriale).
Questa tradizione scientifica deve essere fatta risalire alla civiltà greco-romana, ed in particolare ai primi filosofi greci, che si sono posti fin da 2.500 anni fa il problema di comprendere e spiegare la realtà naturale, ed anche di stabilire dei criteri in base ai quali distinguere la vera conoscenza dai miti e dalle leggende (vedi articolo su
Parmenide).
Sono in sostanza tre le grandi conquiste della civiltà occidentale: una grande crescita della produttività agricola, la rivoluzione industriale e la democrazia.
La crescita della produttività agricola. Era stato Charles Darwin a spiegare come nascono e si evolvono le specie viventi. Ma è stato solo con Gregor Mendel, un monaco che cercava di dimostrare la falsità delle teorie darwiniane riscoperto all'inizio del Novecento, che si è riusciti a mettere in luce le modalità di trasmissione dei caratteri ereditari.
Da allora, ma anche da prima, attraverso gli incroci tra specie diverse e la selezione artificiale, sono state ottenute varietà animali e vegetali sempre più produttive, a cui si sono aggiunti i fertilizzanti sintetici a basso costo, le macchine agricole e migliori tecniche colturali. Per fare un solo esempio, dal 1900 ad oggi in Europa la resa per ettaro di bene strategico come il frumento è aumentata da una quindicina di quintali a quasi 60. Analoghi aumenti di produttività sono stati ottenuti per il riso e il mais, gli altri più importanti cereali, e in misura maggiore o minore per tutte le altre piante coltivate e per gli animali da allevamento, che hanno fatto aumentare in maniera impressionante anche la disponibilità di latte e carne.
Ancora maggiore è stato l'aumento della produttività del lavoro agricolo: oggi un singolo operatore su una mietitrebbia sostituisce decine di mietitori.
L'aumento di produttività in agricoltura, comprovato anche dalla diminuzione del prezzo del frumento di dieci volte negli ultimi due secoli, ha avuto importantissime conseguenze sul piano sociale. Per tutto il corso della storia dall'80% al 90% della gente è stata costretta a lavorare la terra, mentre solo una piccola minoranza poteva dedicarsi ad attività diverse. Ciò in conseguenza, appunto, della bassa produttività agricola. Che si chiamassero schiavi, servi della gleba, o contadini formalmente liberi, la stragrande maggioranza della popolazione in ogni epoca e civiltà abitava in campagna e lavorava la terra, svolgendo un lavoro faticoso, esposto alle carestie nelle annate avverse, e senza alcuna possibilità di riscatto economico e sociale. Per questo, anche nelle civiltà più importanti come quella romana, il livello di vita medio rimaneva comunque molto basso, così come la speranza di vita. Anche nella Grecia antica, patria della democrazia, la società era fondata sul lavoro di una maggioranza di schiavi, e persino dei teorizzatori della società ideale come Platone e Aristotele non riuscivano ad immaginare una società fatta solo di persone libere: finchè la produttività dell'agricoltura e del lavoro era quella, era inevitabile che la stragrande maggioranza della gente fosse costretta a lavorare in condizioni di schiavitù di nome o di fatto.
La rivoluzione industriale. La seconda grande conquista della civiltà occidentale è stato un aumento ancora maggiore della produttività in tutti gli altri settori dell'economia. Le conoscenze naturalistiche e scientifiche, che una volta servivano quasi solo ad arricchire l'erudizione di ristrette elite intellettuali, alla fine si sono rivelate utili per rendere più produttivo il lavoro e migliorare la vita di tutti i giorni.
L'individuazione del rapporto tra pressione, volume e temperatura di un gas aveva portato, all'inizio dell'800, alla progettazione della prima macchina a vapore. Con le macchine a vapore sono nate le prime fabbriche, i primi sistemi di trasporto a motore terrestri e marittimi, ed è stato reso più produttivo il lavoro nelle miniere. Ma questo è stato solo l'inizio di quel lungo processo che ha portato alla società industriale matura.
Un aumento della produttività, anche di decine di volte, che non ha riguardato solo i beni materiali, ma anche i beni immateriali ed i servizi. Rispetto all'era preindustriale è incredibilmente aumentata la possibilità di informarsi, di comunicare e di viaggiare. E con l'aumentare della ricchezza si sono trovate le risorse per la sicurezza sociale, la tutela della salute, la previdenza, e anche per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico e ambientale.
La democrazia. Infine, la terza grande conquista dell'Occidente è il “buon governo”, cioè la democrazia. Solo con la democrazia, infatti, le opportunità offerte dalle conquiste tecniche e scientifiche possono essere messe a disposizione di un intero paese, e non solo di una minoranza di privilegiati. Anche se sono moltissime le società antiche e moderne che incorporano elementi di democrazia, non c'è dubbio che la democrazia come forma di governo per uno stato di grandi dimensioni è una conquista della civiltà occidentale. Prima
la democrazia greca, quindi la civiltà romana che fa propri molti dei suoi valori. Poi in Italia l'esperienza dei Comuni, organizzati sul modello delle antiche repubbliche. Infine la Costituzione americana, che opera il passaggio dalla democrazia diretta, adatta alle comunità di piccole dimensioni, alla democrazia rappresentativa, e quindi al moderno stato liberale e democratico.
Queste sono le conquiste che hanno consentito ai paesi occidentali, e a tutti i paesi industrializzati, di raggiungere un livello di benessere incomparabilmente superiore rispetto a quello di qualsiasi altro periodo storico.
In questo momento queste conquiste vengono copiate e si stanno diffondendo nel resto del mondo. Paesi come la Cina, l'India e tanti altri, non devono reinventare nulla, perchè trovano già tutto pronto, ed è per questo che le loro economie possono crescere così in fretta. E la crescita è tanto più veloce, quanto maggiori sono gli elementi di liberalismo, democrazia ed economia di mercato introdotti nel proprio sistema.
Dato che le principali conquiste tecniche e scientifiche sono ormai alla portata di tutti, il fattore critico dello sviluppo è quindi il buon governo, e solo i paesi che si aprono al mercato e allo stato di diritto riescono a sfruttare le opportunità e a migliorare il loro livello di vita materiale e sociale. E' per questo che la democrazia e l'economia di mercato si stanno espandendo, non per una sorta di imperialismo planetario, ma perchè questa è la condizione per vincere la povertà e raggiungere il benessere.
Tutto questo si chiama globalizzazione (Vedi "
Perchè la globalizzazione funziona" di Martin Wolf).
Lo sviluppo come soluzione dei problemi dell'ambiente.
Dunque l'aumento della produttività negli ultimi due secoli ha fatto lievitare in maniera straordinaria il livello di vita nei paesi industrializzati, ma non a spese dei paesi del Terzo mondo, la maggior parte dei quali anzi nell'ultimo mezzo secolo ha migliorato in maniera considerevole la propria situazione, e in questo momento può sperare di raggiungere i paesi più sviluppati nel corso di qualche altra decina d'anni.
Ma quali sono le conseguenze ambientali della crescita economica, prima limitata ai soli paesi occidentali, e adesso estesa a quasi tutto il resto del mondo? Hanno ragione quegli ambientalisti che sostengono che proprio questa crescita rischia di provocare il collasso dell'intero ecosistema terrestre?
Recentemente è uscito in traduzione italiana
L'Ambientalista Scettico di Bjorn Lomborg, con il sottotitolo “Non è vero che la Terra è in pericolo”.
Lomborg, ex membro di Greenpeace, sfruttando la sua competenza di professore di statistica, ha voluto verificare dati alla mano se il quadro preoccupante delineato dagli ecologisti corrisponda alla realtà. Per il suo lavoro si è avvalso delle ricerche dei suoi studenti e dei dati ufficiali delle principali agenzie dell'ONU, degli stati e dei principali enti di ricerca internazionali. Il suo libro contiene più di 1.800 riferimenti bibliografici, in gran parte reperibili su Internet, e affronta per capitoli tutti i principali problemi dell'ambiente e dello sviluppo, sovvertendo molti consolidati luoghi comuni. Quello che è emerso è che la situazione è molto migliore di come di solito viene presentata, e nonostante tutti i problemi che possono esserci a livello locale, non esiste nè adesso nè nell'immediato futuro il pericolo di un collasso dell'ecosistema terrestre.
Qualche altro dato utile si può ricavare anche da un'altra pubblicazione,
Le Bugie degli Ambientalisti, molto critica nei confronti di un certo tipo di ambientalismo, che su alcuni temi espone anche il punto di vista dei cattolici.
Il quadro della situazione. Come tutti i dati statistici dimostrano, nei paesi industrializzati l'inquinamento nelle sue varie forme da molti anni non fa che diminuire. La spiegazione è che, nel momento in cui viene raggiunto un certo stadio di sviluppo, cresce l'interesse della gente per la tutela della qualità ambientale, ed è la stessa economia prospera che mette a disposizione le risorse per gli interventi che si rendono necessari. E anche per quanto riguarda la superficie di boschi e foreste la situazione è in continuo miglioramento. In Europa negli ultimi 40 anni il volume delle foreste è aumentato del 43%, e miglioramenti analoghi si riscontrano in tutti gli altri paesi industrializzati, dall'America al Giappone.
Ma anche nei paesi in via di sviluppo l'incremento della produttività agricola, che in quarant'anni ha quasi triplicato la produzione di cereali, ha prodotto conseguenze positive. Nonostante un consistente aumento della popolazione dal 1961 al 1998 la disponibilità di cibo pro capite è cresciuta del 38%, mentre dal 1970 al 2000 la percentuale di persone che soffrono la fame è diminuita dal 35% al 18%. Mentre dal 1980 al 2000 il tasso di natalità, per effetto delle migliorate condizioni di vita, è sceso da 4,1 a 2,8 figli per donna.
La cosiddetta "rivoluzione verde" ha quindi permesso di sfamare due miliardi di persone in più, ma ha anche contribuito a salvare grandi estensioni di foreste: infatti senza di essa sarebbe stato necessario mettere a coltura almeno il 50% di terra in più, e le foreste equatoriali si sarebbero ridotte di un quarto.
La situazione in Italia. Anche in Italia, come in tutti i paesi industrializzati, la situazione è molto migliorata. Nel dopoguerra la superficie coperta da boschi è aumentata del 25%, e continua ad aumentare nonostante gli incendi. In questi sessant'anni l'Italia si è trasformata da paese povero in paese benestante. In agricoltura è aumentata sia la resa per ettaro che la produttività del lavoro. Nello stesso tempo i redditi sono cresciuti, e questi due fattori insieme hanno portato all'abbandono di una grande superficie di terreni marginali sfruttati fino a poco tempo fa nell'ambito di una agricoltura di sussistenza (terreni sassosi, poco profondi o in forte pendenza, che non possono essere lavorati con le macchine). Inoltre si è fortemente ridotta la pastorizia che nella maggior parte dei casi non dà più un reddito sufficiente. Tutti i terreni lasciati liberi sono stati in qualche modo restituiti alla natura, che a poco a poco li sta riconquistando. Inoltre è diminuita la pressione sui boschi, che una volta erano sfruttati per ricavarne legna da ardere. Con il risultato che le Alpi e gli Appennini sono stati ricolonizzati da una fauna di grossa taglia a partire dal Cinghiale e dal Lupo.
La crescita delle aree verdi va ad aggiungersi al miglioramento dei parametri ambientali, comune a tutti gli altri paesi industrializzati, dovuto sempre alle stesse cause: maggiore sensibilità ambientale e molte più risorse a disposizione per ridurre le varie forme di inquinamento.
In sostanza, nonostante le aree urbane più estese, le attività industriali e la rete di strade e autostrade, per tanti aspetti la situazione dell'ambiente non è mai stata così buona, e continua anno dopo anno a migliorare.
E' il sottosviluppo la causa di tutti i mali
Dunque, la Terra non è in pericolo, la povertà sta diminuendo, la situazione dell'ambiente è migliore del previsto e domani sarà ancora migliore di oggi: c'è qualcosa di cui dobbiamo preoccuparci?
Purtroppo sì, i problemi anzi sono ancora molti, e sarebbe un grosso errore sottovalutarli.
La crescita demografica. Il primo problema riguarda la crescita demografica. Se è vero che il tasso di natalità è in discesa, è anche vero che la popolazione mondiale, attualmente di 6 miliardi di abitanti, continua ad aumentare di circa 70 milioni all'anno, e in base alla previsioni raggiungerà gli 8,3 miliardi nel 2050 e circa 10 nel 2100.
E non è tanto l'aumento in sè a preoccupare, quanto il fatto che l'aumento della popolazione si concentra nelle società più arretrate, e così l'area della povertà tende a dilatarsi. Inoltre un alto tasso di crescita demografica fa diminuire il P.I.L. pro capite, cosa che a sua volta rende più difficile e più lenta l'uscita dalla povertà.
Oltre a quello di una crescita demografica fuori controllo in molti paesi, ci sono diversi altri grossi problemi che meritano di essere segnalati, ma sono quasi sempre legati al sottosviluppo e sono aggravati da una forte crescita demografica. La fame sofferta da 800 milioni di persone; il suolo impoverito da una agricoltura primitiva e poco produttiva; la desertificazione provocata in vaste regioni dell'Africa dalla ricerca di legna da ardere per la cottura dei cibi, che spoglia di alberi e arbusti anche i terreni non coltivati; il disboscamento speculativo di interi tratti di foresta che lascia dietro di sè il vuoto e la devastazione. E si potrebbe continuare a lungo: anche lo sterminio delle scimmie Bonobo, i nostri parenti più prossimi nel regno animale, cacciati per fame da una popolazione costretta a rifugiarsi nella foresta dalle continue guerre tribali.
Ma questi problemi si possono risolvere solo con lo sviluppo. Sono molti ormai i paesi che sono diventati benestanti o che lo stanno diventando, e le condizioni per uscire dalla povertà non sono affatto misteriose:
Le più importanti sono: le aperture all'economia di mercato, l'affermarsi dello stato di diritto, governi e amministrazioni più trasparenti ed efficienti. I presupposti di base sono: l'istruzione pubblica, la sicurezza, la tutela della salute, un minimo di infrastrutture. E per ridurre il tasso di natalità i fattori che si sono dimostrati più efficaci sono l'istruzione e il lavoro fuori casa delle donne.
Dove non esiste praticamente nulla di tutto questo, occorrono soluzioni che possano funzionare anche nei contesti più sfavorevoli, come le mense scolastiche gratuite (
Vedi articolo) e le
banche dei microprestiti, mentre gli aiuti esterni, invece di inseguire utopiche politiche redistributive, dovrebbero essere finalizzati a scopi precisi, come far funzionare i principali servizi di utilità pubblica o realizzare le infrastrutture più strategiche.
Il sito dell'Ecofantascienza contiene diverse altre proposte per favorire lo sviluppo sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, e nello stesso tempo rendere l'economia più sostenibile. I fatti dimostrano che ad essere insostenibile non è lo sviluppo ma la povertà. Non solo perchè non è più una disgrazia senza rimedio, ma anche perchè è proprio la povertà la causa dei principali danni ambientali, oltre che di tutte le maggiori ingiustizie.
Ferrara, mese di gennaio 2005
PRODUTTIVITA' e SOSTENIBILITA'
La tesi sostenuta nel sito dell’Ecofantascienza è che la crescita economica e lo sviluppo non sono incompatibili con le istanze ambientali, e che sono invece la povertà e il sottosviluppo a sottoporre gli ecosistemi naturali ad una pressione insostenibile. Una tesi che si scontra frontalmente con molti consolidati luoghi comuni.
I paesi più poveri sono sempre caratterizzati da una bassissima produttività agricola e da una crescita demografica incontrollabile, e la combinazione di questi due fattori conduce inevitabilmente alla miseria e alla fame. Ma una bassa produttività e una popolazione sempre più numerosa esercitano anche una pressione crescente sull’ambiente, a causa della necessità di sempre nuovi terreni agricoli e da pascolo. E’ quello che sta avvenendo oggi in Africa, dove le foreste continuano ad essere abbattute, gli animali selvatici vengono cacciati per fame, le riserve naturali sono sempre più assediate, e la grande e importante fauna africana è sempre più prossima all’estinzione.
Almeno da questo punto di vista, invece, i paesi industrializzati sono molto più sostenibili, e si trovano quasi nella situazione opposta. In Europa negli ultimi 60 anni la superficie dei boschi è aumentata del 45%, in Nord America ci sono più boschi adesso che al tempo degli indiani, mentre in Giappone gli alberi ricoprono il 65% del territorio. Sono anche diminuiti lo sfruttamento e la presenza umana nel bosco, cosa che ha favorito il ritorno della grande fauna selvatica scomparsa da secoli.
Questo straordinario recupero della natura selvaggia è dovuto sia al forte aumento della produttività agricola, che riduce la necessità di terreni coltivati nonostante gli alti consumi, sia alla crescita del benessere, che ha reso sempre meno conveniente e desiderabile lo sfruttamento dei terreni marginali. E questo è un miglioramento che da solo qualifica la società dei consumi come molto più sostenibile delle società povere e arretrate che l’hanno preceduta.
Ma, a proposito di consumi, com’è possibile che la moderna società affluente sia più sostenibile delle società molto povere che usano pochissime materie prime ed energia? Le risorse naturali e minerarie vengono prelevate dall’ambiente, e alla fine vi ritornano sotto forma di rifiuti e di inquinamento. Almeno da questo punto di vista, quindi, le società più povere dovrebbero essere molto più sostenibili di quelle ricche, come molti sostengono.
Quando un paese passa dalla povertà al benessere, aumenta per un lungo periodo di tempo la produzione dei beni necessari per soddisfare i bisogni fondamentali, e quindi cresce il consumo di materie e di energia. Ma questa fase ben presto si conclude con la saturazione dei mercati dei principali beni materiali. Segue la terziarizzazione dell’economia, e il settore terziario o dei servizi consuma molto meno risorse primarie delle attività produttive. Infine la conquista di un alto livello di benessere comporta una serie di conseguenze positive proprio dal punto di vista ambientale.
Innanzitutto, a causa di una efficace tutela della salute, di un più alto livello di istruzione, e di una maggiore sicurezza sociale (tutte cose che solo uno stato ricco può permettersi), il tasso di natalità diminuisce fino ad attestarsi su valori di equilibrio. E non c’è dubbio che questo è un elemento fondamentale: povera o ricca che sia una società, finchè non raggiunge uno stabile equilibrio demografico, non potrà mai essere sostenibile, almeno nel lungo periodo. E la stabilità demografica è strettamente legata allo sviluppo. Solo le società del benessere, e “tutte” le società del benessere, hanno raggiunto questo punto di equilibrio. Le società “emergenti” lo stanno raggiungendo, mentre “tutte” le società povere hanno tassi di crescita della popolazione molto alti.
Un’altra conseguenza positiva è che, una volta soddisfatti i bisogni primari, cresce l’attenzione verso le problematiche ambientali. E una società ricca ha anche le risorse economiche e organizzative da destinare alla tutela dell’ambiente, della salute, e del patrimonio naturale, monumentale, storico e artistico. Quindi ben presto vengono presi dei provvedimenti per abbattere le più pericolose sostanze inquinanti, per il trattamento dei rifiuti, il riciclo delle materie prime e così via. Tutto questo nei paesi sviluppati ha già diminuito i danni all’ambiente e continua a diminuirli. Le statistiche dimostrano che gli inquinanti più pericolosi sono stati abbattuti al 15 / 20% rispetto ai valori massimi raggiunti intorno al 1960. Ed è proprio la situazione dei paesi più sviluppati, sotto molti aspetti quasi dei “paesi giardino”, la migliore dimostrazione che una società affluente non è affatto nemica della natura.
Le società moderne, però, continuano a consumare grandi quantità di materie prime ed energia, e almeno da questo punto di vista sembrano davvero poco sostenibili. Eppure non è scritto nelle stelle che la crescita di un’economia matura debba per forza comportare una crescita continua, seppure più contenuta, del consumo di risorse primarie.
In realtà si potrebbe facilmente immaginare una crescita economica accompagnata da una diminuzione di questi consumi. Molti ambientalisti ma non solo, anche molti economisti e molti politici ragionano come se l’economia fosse ancora quella degli anni ‘50 e ‘60. Cioè come se l’economia fosse solo produzione di beni, e dimenticano che quella in cui viviamo è una società altamente terziarizzata, nella quale il settore dei servizi costituisce ormai il 70% dell’intera economia, e continua ad espandersi a spese dei settori produttivi.
La produzione agricola, e l’industria alimentare, raggiungono ben presto i loro limiti quantitativi (più di tanto anche volendo non possiamo mangiare); da questo momento questo settore può continuare ad espandersi solo migliorando la qualità del propri prodotti. Per quanto riguarda i beni industriali diretti al consumo, per esempio gli elettrodomestici, una volta raggiunta la saturazione del mercato la produzione si riduce, perchè adesso deve solo sostituire i beni che si rompono o si usurano. E un mercato di sostituzione ha bisogno di una produzione alcune volte inferiore a quella di un mercato in crescita. L’aumento della sofisticazione tecnologica può attenuare solo in parte, con un progressivo aumento dei prezzi, la conseguente riduzione del volume d’affari.
Qualcosa di analogo è accaduto anche nel comparto dell’edilizia. Anche qui, dopo la grande fame di case degli anni 50 e 60, il mercato è giunto a saturazione, e il volume dell’attività si è ridotto. Inoltre, mentre prima l’attività edilizia era costituita quasi per intero da nuove costruzioni, ora le proporzioni sono invertite: il 90% dell’attività è costituita da ristrutturazioni, e solo il rimanente da nuove costruzioni. E una ristrutturazione comporta un minor consumo di materie prime, energia e anche territorio. Tutto questo spiega la forte diminuzione della produzione di acciaio a cavallo dell’anno 1980, che si è attestata su valori pari al 35 / 40% dei precedenti livelli. Analoghe diminuzioni hanno riguardato altre materie prime importanti come il rame, lo stagno e l’alluminio.
Sul conto complessivo, specialmente per quanto riguarda i consumi di energia, hanno però influito anche altri fattori. Nella prima metà del dopoguerra sono aumentati i consumi per riscaldamento, sia perchè le case una volta erano poco riscaldate, sia perchè sono aumentate di numero e dimensione. Ma dalla seconda metà degli anni ‘70 in poi, case e uffici hanno cominciato ad essere coibentati in maniera più efficace, con una conseguente riduzione dei consumi, che è stata però compensata da un certo numero di nuove costruzioni e dalla diffusione dei sistemi di condizionamento estivo.
Per quanto riguarda gli elettrodomestici, alla diminuzione dei volumi produttivi, si aggiunge una riduzione più o meno importante dell’energia di cui hanno bisogno per funzionare (un frigorifero fabbricato oggi consuma solo il 10 / 15% rispetto a quelli fabbricati nel 1970), mentre l’introduzione nel mercato di nuovi prodotti come i computer, ha compensato almeno in parte questa tendenza.
In generale quindi un’economia matura e terziarizzata dovrebbe comportare una diminuzione nel consumo di risorse primarie. Quello che però ha fatto di nuovo crescere i consumi di energia, e anche di altre materie prime di origine mineraria, è stato il settore dell’automobile. Anche il mercato dell’auto è arrivato alla saturazione intorno al 1980. Ma da allora, allo scopo di aumentare il volume d’affari, la strategia delle case automobilistiche è stata quella di mettere in produzione modelli sempre più grandi e potenti, e quindi più costosi. Già la fabbricazione di modelli sempre più grandi ha comportato la crescita dell’industria pesante. Ma l’auto è anche un prodotto che per funzionare ha bisogno di carburante, e le auto di oggi rispetto a quelle del 1980 ne consumano molto di più, e stanno dando quindi una spinta decisiva alle statistiche sui consumi complessivi di energia.
Da questa analisi si capisce chiaramente quello che dovremmo fare per rendere sempre più sostenibile l’economia moderna anche per quanto riguarda i consumi di materie prime ed energia. Per prima cosa bisogna intervenire nel settore dell’automobile, che nei paesi sviluppati è responsabile della metà di tutti i consumi energetici. Come dimostra anche la crisi che stiamo vivendo scatenata dal forte aumento dei prezzi del petrolio, è venuto davvero il momento di pensare ad auto di nuovo tipo, con consumi di energia e impiego di metalli alcune volte inferiori a quelli attuali (vedi l’articolo sulle
auto a bassissimo consumo). Queste auto dovrebbero essere messe in produzione anche per i numerosi vantaggi che comportano sia in termini di comfort che di comodità di guida, maggiore spazio a bordo, brillantezza delle prestazioni e maggiore sicurezza.
Altri grossi tagli nella bolletta energetica si potrebbero fare nel settore del riscaldamento, anche qui non con maggiori costi, ma con grandi benefici per i bilanci delle famiglie e dell’economia nel suo complesso (vedi l’articolo sulla
coibentazione degli edifici).
In realtà si potrebbe fare ancora di più. Non ci sono praticamente limiti all’aumento della produttività agricola che si potrebbe ancora ottenere con l’ingegneria genetica, le coltivazioni in serra, idroponiche e aeroponiche, e con livelli più alti di anidride carbonica. Un altro modo per ridurre i consumi e l’impatto ambientale è allungare il ciclo di vita dei prodotti industriali. Le aziende ne hanno invece abbreviato la durata, che spesso non va molto oltre la scadenza della garanzia, proprio per tenere alti i livelli produttivi. Facendo il contrario si risparmierebbero molte materie prime, ma si perderebbero anche molti posti di lavoro. E quindi bisognerebbe quanto meno
farsi venire delle idee per creare nuove occasioni di impiego. Ma anche senza diminuire la produzione, si potrebbe limitare l’uso di materie prime progettando fin dall’inizio i beni di consumo in modo da rendere più semplice il riciclaggio dei materiali di cui sono fatti.
Insomma non è difficile immaginare un’economia che si sostiene con consumi di materie prime ed energia molto più bassi, e sempre più bassi degli attuali. Anzi, proprio questa è la strada obbligata, quella cioè di una maggiore sostenibilità, che le società evolute dovranno percorrere per raggiungere nuovi e più alti traguardi nel cammino dello sviluppo.
Fantascienza? No, Ecofantascienza.
Versione del 25/1/2009