EFFETTO SERRAIl clima è per sua natura variabile e imprevedibile. Dalle carote di ghiaccio prese in Antardide e in Groenlandia, questa variabilità emerge con grande evidenza: in media ogni pochi secoli il clima si assestava su nuovi equilibri. Per centinaia di migliaia di anni, finchè si può andare indietro nel tempo con le prospezioni nei ghiacci, le condizioni climatiche sono state estremamente instabili.
Solo negli ultimi 11.000 anni, pur con qualche variazione, il clima si è mantenuto stabile. Secondo alcuni, è proprio questa eccezionale stabilità climatica che ha reso possibile il fiorire della civiltà. E forse questa stessa stabilità è stata a sua volta il prodotto delle attività umane.
Dalle carote di ghiaccio risultano anche dei cicli che si ripetono con regolarità: partendo da un valore massimo, per 80.000 anni la temperatura diminuisce per poi, raggiunto un valore minimo, risalire improvvisamente ai valori massimi. Un ciclo che si è ripetuto regolarmente durante tutti gli ultimi 600.000 anni, e che probabilmente è correlato con il fenomeno astronomico della precessione degli equinozi. L'ultimo picco di temperatura lo si è avuto 11.000 anni fa, e da allora la temperatura avrebbe dovuto ridursi di almeno 1,5 gradi, invece è rimasta più o meno costante. Quindi forse in questo periodo ha operato un effetto riscaldante dovuto alle attività umane, che ha compensato questa tendenza di lungo periodo alla diminuzione della temperatura.
La causa però non è necessariamente il modesto aumento della CO2 registrato nelle ultime migliaia di anni (esclusa l'era industriale). E' più probabile che all'origine ci siano i disboscamenti e le coltivazioni, che hanno ridotto la copertura verde e aumentato la quantità di energia assorbita dal suolo.
Ma oggi il clima sembra diventato di nuovo mutevole. Stiamo per assistere a drammatici sconvolgimenti? Nessuno lo può dire. Un'altra caratteristica del clima, infatti, è la sua imprevedibilità.
Molta gente probabilmente pensa che fra 20 o 30 anni, quando avremo computer più potenti, potremo fare previsioni sul tempo che fa non di soli tre o quattro giorni, ma di settimane o mesi. Ma questo è quasi sicuramente impossibile.
Nel momento in cui si è formata una nuova perturbazione in Atlantico, studiandola, si può prevedere se fra tre giorni pioverà in Italia o in Germania. Ma nessuno sarà mai in grado di prevedere, prima che si formi, quando si formerà e che caratteristiche avrà la prossima perturbazione atlantica o il prossimo uragano tropicale. Questo perchè la nascita di un uragano o di una perturbazione dipende, almeno in parte, da fattori casuali e imponderabili.
Stessa cosa per il clima. Non sempre è possibile individuare le cause dei fenomeni che osserviamo. In natura ci sono fenomeni che possono essere previsti in maniera deterministica, per esempio si può prevedere con sicurezza dove si troverà fra un anno un certo pianeta del sistema solare, e fenomeni che non possono essere previsti, perchè sono determinati da fattori piccolissimi e del tutto casuali. Il clima è determinato da un misto di cause prevedibili e imprevedibili, e anche i più evoluti modelli matematici non sono in grado, se mai lo saranno, di fare previsioni affidabili.
Lo stesso IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change - organismo dell'ONU per i cambiamenti climatici) che denuncia il pericolo del riscaldamento globale, non sa indicare con precisione quale ne sia la causa. Infatti esso non dà la colpa solo alla CO2, ma anche alle modifiche del suolo apportate dall'uomo, agli allevamenti e al metano libero disperso in atmosfera. E non è in grado di precisare il contributo di ciascuno di questi fattori.
In effetti il ruolo giocato dall'anidride carbonica è a dir poco controverso, e molti scienziati non sono d'accordo con le affermazioni secondo le quali sta provocando un riscaldamento globale; anzi, molti non sono nemmeno d'accordo con chi afferma che è in corso un riscaldamento della temperatura a livello "globale" (vedi
articolo sull'effetto serra).
E anche per quanto riguarda l'aumento della temperatura che negli ultimi decenni ha interessato l'Europa e altre regioni dell'emisfero settentrionale, nessuno, forse a maggior ragione, può affermare che la causa possa essere l'anidride carbonica che abbiamo aggiunto all'atmosfera.
Non esiste infatti alcuna dimostrata relazione di causa ed effetto che colleghi, ad esempio, questa maggiore quantità di CO2 con l'assottigliamento dei ghiacci del Polo Nord.
Quindi nessuno può dimostrare, e affermare, che questo o altri eventi climatici siano dovuti al sovrappiù di anidride carbonica che abbiamo aggiunto negli ultimi 50 anni, circa un sesto di quella esistente. Non lo si può affermare anche perchè i modelli matematici messi a punto dall'IPCC non sono in grado di rappresentare tutta la complessità della macchina climatica. Molti meccanismi non sono stati ancora compresi, e molti dati fondamentali ancora mancano e chissà quando saranno disponibili. Per esempio, chi conosce le correnti oceaniche di profondità? La capacità termica dell'acqua è molto superiore a quella dell'aria, e basta un modesto scambio di calore per influenzare profondamente il clima.
Non si può invece sostenere che il riscaldamento globale dell'ultima parte del secolo abbia fatto aumentare la temperatura degli oceani fino alla profondità di 1000 metri, come sostiene l'IPCC. Innanzi tutto perchè i dati più affidabili, quelli dei satelliti circumpolari, negli ultimi due decenni del secolo scorso non hanno misurato alcun aumento della temperatura globale, e poi perchè il rimescolamento delle acque degli oceani richiede tempi lunghissimi che si misurano in secoli. Quell'aumento di temperatura che è stato misurato è probabilmente dovuto ad un aumento dell'attività vulcanica sottomarina avvenuto chissà dove e chissà quando. E potrebbero essere proprio delle correnti sottomarine la causa degli aumenti di temperatura che si registrano in questo momento in certe regioni del globo. Questa almeno rimane una delle possibilità.
E anche per quanto riguarda le cause antropiche, oltre che far aumentare l'anidride carbonica, ci sono altri modi con cui possiamo influenzare il clima. Uno di questi potrebbe essere costituito dalle varie forme di riscaldamento diretto.
Quando bruciamo idrocarburi per produrre elettricità, aggiungiamo anidride carbonica all'atmosfera, cosa che può influenzare il clima tramite un aumento dell'effetto serra. Ma riscaldiamo anche l'aria, e questo calore in più è in tutto e per tutto paragonabile per le sue conseguenze ad un effetto serra aggiuntivo.
L'anidride carbonica e il riscaldamento diretto hanno di solito una comune origine, prevalentemente localizzata nell'emisfero settentrionale dove si trovano anche la maggior parte delle terre emerse e della popolazione, ma l'anidride carbonica si diffonde ben presto in tutta l'atmosfera, tanto che se la si misura in diversi punti dell'emisfero settentrionale e meridionale, si trovano sempre gli stessi valori. Il maggior effetto serra risultante dovrebbe quindi far sentire i suoi effetti su tutta la superficie terrestre. Al contrario il riscaldamento diretto esplica i suoi effetti nel luogo in cui è stato prodotto.
Si potrà obiettare che il riscaldamento diretto può dare solo un contributo minimo all'aumento di temperatura. Però questo effetto è concentrato in aree limitate. Del resto anche l'effetto riscaldante attribuito al maggiore tasso di CO2 è probabilmente minimo. I gas serra probabilmente contribuiscono all'effetto serra complessivo solo nella misura del 4% (il restante 96% è attribuito all'acqua atmosferica), e la CO2 è solo uno dei gas serra, sia pur il principale. Dell'effetto serra causato dall'anidride carbonica, un sesto è dovuto alla CO2 che abbiamo aggiunto all'aria negli ultimi 50 anni. Questo effetto serra aggiuntivo lo si può stimare in qualche frazione di grado centigrado.
Ma l'anidride carbonica non è solo un gas serra. E' anche il principale fattore di crescita delle piante, che lo assorbono dall'aria dove si trova, appunto, sotto forma di anidride carbonica. Maggiore è la quantità di anidride carbonica nell'aria, maggiore è la velocità della crescita vegetativa, e maggiore è la velocità con cui avviene la reazione clorofilliana, che quindi consuma una percentuale maggiore dell'energia radiante del Sole. Quindi il contributo dell'anidride carbonica è duplice: da una parte un maggior effetto riscaldante dovuto alla sua natura di gas serra; dall'altra un effetto rinfrescante dovuto all'intensificazione della reazione clorofilliana. Poichè ambedue questi contributi sono modesti e di segno opposto, l'effetto definitivo in più o in meno non dovrebbe essere particolarmente rilevante, e fino agli anni Settanta la maggior parte degli scienziati pensava che fosse prevalente l'effetto rinfrescante.
Un'altra possibile causa degli aumenti di temperatura che vengono osservati in certe regioni, è la modifica dell'albedo della superficie terrestre. Purtroppo manca una rilevazione sistematica di questo dato, e quindi non è possibile conoscere se le attività agricole stiano modificando la quantità di radiazione solare assorbita dalla superficie della Terra, in che senso e di quanto.
Questo è un dato molto importante, anzi, è potenzialmente il più importante di tutti, però non può essere inserito nei modelli matematici del clima. Servirebbero dei satelliti che rilevino in maniera sistematica l'albedo del suolo su tutta la superficie terrestre, tenendo conto anche delle variazioni stagionali. Solo così sarebbe possibile sapere se la radiazione solare assorbita dalla Terra sta aumentando o diminuendo e dove.
Chi non è interessato a parlare di effetto serra solo per colpevolizzare la crescita economica, è disposto a fare proprie queste considerazioni. Però molti pensano che, poichè non sappiamo quali effetti possano avere, bisognerebbe comunque ridurre per prudenza le emissioni della CO2, e quindi adottare le risoluzioni del protocollo di Kyoto.
PROTOCOLLO DI KYOTOMa sono proprio le considerazioni che precedono a dimostrare l'inadeguatezza di questo accordo internazionale. Innanzitutto bisognerebbe puntare non solo a ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma anche tutte le forme di riscaldamento diretto. Infatti si potrebbe rispettare questo accordo continuando a consumare la stessa quantità di energia o anche di più, per poi sequestrare l'anidride carbonica e confinarla in qualche miniera. Ma poichè non sappiamo quale sia la causa dell'aumento della temperatura in certe aree del pianeta, tutto questo potrebbe costare molto ma non servire a nulla.
Anzi, potrebbe anche accadere che la CO2 abbia un prevalente effetto raffreddante. In questa ipotesi, riducendo la CO2 senza diminuire il riscaldamento diretto, si otterrebbe un peggioramento della situazione.
Inoltre il protocollo di Kyoto non tiene conto del possibile effetto di una modifica dell'albedo della superficie terrestre, nè si preoccupa di far in modo che vengano raccolti questi dati. Almeno in teoria, infatti, potrebbe risultare che l'aumento di temperatura in Europa e in altre regioni sia dovuto all'assorbimento di una maggiore quantità di radiazione solare a livello del suolo, ma oggi come oggi non possiamo saperlo.
L'accordo internazionale sul clima però è criticabile anche per il modo sbagliato con cui persegue i suoi obiettivi.
Le strategie possibili sono due. La prima, adottata dal protocollo, consiste nell'applicare una carbon-tax su tutti i consumi di energia, in modo da scoraggiarli e farli diminuire.
Ma tutto questo ha un costo: sostituire il carbone, molto economico, con altri combustibili, costruire impianti per l'abbattimento dei gas serra, acquistare motori elettrici ed elettrodomestici che consumano di meno, anticipandone la sostituzione, comporta costi aggiuntivi non indifferenti, destinati a pesare sull'intera economia.
Inoltre vengono penalizzati tutti i consumi di energia, compresi quelli più "virtuosi". Non si tiene conto dell'aumento di efficienza nell'uso dei combustibili fossili dovuto alla sostituzione delle vecchie centrali elettriche con centrali a ciclo combinato a gas. Non si tiene conto della riduzione della CO2 e della riduzione dell'effetto riscaldante diretto dovuto all'utilizzo, per esempio, del metano libico che fino a ieri era inutilmente bruciato nel deserto, e oggi alimenta le efficientissime centrali a turbogas che sostituiscono un numero forse doppio di vecchie centrali a nafta. Non si tiene conto di tutta l'anidride carbonica assorbita dalla crescita delle foreste, sia in termini di superficie sia in termini una maggiore massa vegetale per unità di superficie (crescita a sua volta dovuta alla maggiore quantità di CO2 presente nell'atmosfera).
Se far crescere di più la superficie dei boschi potesse servire al rispetto del protocollo di Kyoto, sarebbe più facile adottare rimedi come i dirigibili in funzione di sorveglianza e come integrazione dei mezzi antincendio, che potrebbero risolvere definitivamente il problema (vedi
Prevenire e spegnere gli incendi).
E poi restano fuori dal protocollo proprio i paesi emergenti che fra non molto diventeranno i più grandi consumatori di energia. Non è un caso se gli obiettivi del protocollo di Kyoto sono così modesti da essere quasi insignificanti. L'effetto finale, infatti, sarà solo quello di ritardare di appena qualche anno in un secolo l'aumento previsto della CO2. Del resto, per ottenere risultati più significativi bisognerebbe addossare all'economia dei costi veramente intollerabili. Ma anche per ottenere i risultati modesti che ci si propone, i costi imposti all'economia non saranno per niente trascurabili
(vedi l’articolo sulla prima fase dell’applicazione del protocollo in sede europea “
Clima. Il nodo è più lento. L’Europa resta impiccata” di Carlo Stagnaro
dell’Istituto Bruno Leoni). La seconda strategia consiste invece nel favorire l'introduzione di nuove tecnologie che possono ottenere enormi risultati sia in termini di minori consumi di energia, che di minore produzione di calore e minori emissioni di anidride carbonica, nello stesso tempo risparmiando sui costi. Come le tecnologie segnalate dal sito dell'Ecofantascienza, con le quali si potrebbe ottenere una maggiore efficienza nella coibentazione degli edifici, nell'autotrazione e nella produzione di energia elettrica. In quest'ultimo settore gli impianti a specchi parabolici lineari potrebbero dare un contributo importante almeno per quanto riguarda le emissioni di anidride carbonica.
ENERGIA SOLARELe nuove tecnologie per lo sfruttamento dell'energia solare, come quella basata sui collettori parabolici lineari, comportano evidentemente un aumento della percentuale di radiazione solare assorbita al suolo, e anche piuttosto consistente. Infatti questa percentuale, da un valore medio del 20%, passerebbe a quasi il 100%. Tutta questa energia in più si trasformerebbe in calore, con un effetto che non è diverso da un aumento dell'effetto serra. Dovremmo dunque fare a meno dell'energia solare per gli stessi motivi per cui dobbiamo ridurre le emissioni di CO2?
No. Innanzitutto questa energia ne andrebbe a sostituire dell'altra, che pure ha un effetto riscaldante diretto. Inoltre si può immaginare che in futuro nelle regioni tropicali potrà essere prodotta molta energia solare per dissalare acqua di mare allo scopo di mettere a coltura zone sempre più vaste di deserto, cosa che farebbe diminuire la quantità di energia assorbita dal suolo. La produzione di energia solare avrebbe anche l'effetto di far diminuire una delle possibili cause delle perturbazioni climatiche, cioè l'emissione di anidride carbonica. Infine quella solare è un'energia completamente non inquinante.
In definitiva l'energia solare è bella, buona e brava per un sacco di motivi, e comunque ci vorrà molto tempo prima che si arrivi ad una produzione significativa.
Nel frattempo forse sul clima ne sapremo un po' di più. Ma non c'è dubbio che sarebbe in ogni caso opportuno un aumento di efficienza nei consumi di energia.
Ferrara, 31/1/2007